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venerdì 10 ottobre 2025

Tania Branigan, “Memoria rossa” ed. 2025

                                                            Voci da mondi diversi. Cina

            testimonianze

Tania Branigan, “Memoria rossa”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Rota Sperti, pagg.275, Euro 19.50

 

     Ricordare e dimenticare- sono due ammonimenti che appaiono in un esergo di “Memoria rossa” di Tania Branigan, giornalista del “Guardian”, un libro ‘bello e illuminante’ secondo la definizione di Margaret Atwood. Ed è veramente ‘bello’ perché ben scritto, in maniera appassionante in un’alternanza di osservazioni personali della scrittrice stessa che ha vissuto sette anni in Cina, testimonianze a viva voce di chi, in un modo o nell’altro, ha preso parte alla Rivoluzione Culturale, ricostruzione storica di quegli anni, ‘illuminante’ per l’apporto che dà alla nostra conoscenza degli avvenimenti di quell’epoca.

     Un inizio visivo- Tania Branigan ci porta alla mostra di un centinaio di dipinti dell’artista Xu Weixin. Ogni volto di quei grandi quadri apparteneva a qualcuno che aveva avuto parte alla follia collettiva che era stata la Rivoluzione culturale, come vittima o come carnefice, spesso entrambe le cose. E la prima storia che ascoltiamo è quella di una giovane donna che non ha mai conosciuto suo padre, un ‘giovane istruito’ di 27 anni che era stato sequestrato dalle Guardie Rosse per un commento che aveva fatto, era riuscito a fuggire e si era buttato sotto un treno. Sua madre, la nonna della donna che racconta, si era uccisa trent’anni dopo. È una storia emblematica, per la colpa irrisoria di cui il giovane si era macchiato, per la disperazione che gli aveva fatto preferire togliersi la vita, per le ripercussioni lontane nel tempo di questa tragedia familiare.

Xu Weixin

   È impossibile capire la Cina di oggi (questa la tesi del libro) senza capire la Rivoluzione Culturale, senza approfondire ciò che accadde in quei dieci anni, a partire dal 1966, di odio e di violenza che spazzarono via la cultura, uccidendo leader e intellettuali. Se lo scopo iniziale era stato realizzare la perfetta società comunista, si erano poi sovrapposti rancori e ambizioni personali. Per certi versi quanto accadde in Cina può assomigliare ai genocidi del secolo XX o alle purghe staliniane, MA c’era un enorme differenza- prima di tutto l’entusiastica partecipazione di massa e poi si uccidevano amici e famigliari. Le ‘truppe d’assalto’ di Mao erano costituite dai giovani, spesso giovanissimi, cinesi. Il fanatismo delle Guardie Rosse è una caratteristica giovanile- chi è stato intervistato da Tania Branigan ha detto che era ‘divertente’ impazzare per le strade di Pechino attaccando la vecchia cultura secondo gli ordini di Mao, distruggendo templi, libri, abiti tradizionali. C’era un’esaltazione di libertà, senza scuola, senza regole. Lo dice Yu, la ragazzina che appare in un dipinto. Aveva tredici anni, lei, come gli altri studenti, erano innocenti arruolati in una guerra che non potevano capire.


Soffermiamoci su questo dettaglio- fino ad ora le uccisioni erano state fatte da eserciti, da criminali, durante la Rivoluzione Culturale erano le Guardie Rosse ad uccidere (alcuni racconti, come l’uccisione della professoressa Bian, picchiata a morte dalle sue alunne, sono raccapriccianti), erano adolescenti, studenti. Questa sarebbe diventata ‘la Generazione Perduta’, e leggiamo i racconti (ricordi tormentati) di quelli che, quando Mao riprese in mano la situazione, furono mandati nelle campagne per essere ‘rieducati’ dai contadini che avrebbero insegnato loro a vivere di niente- e parliamo di milioni di ragazzini che spesso si allontanavano per la prima volta da casa, molti di loro morirono di polmonite, di malaria, di stenti.
Xi Jinping

Anche Xi Jinping fu uno dei Giovani Istruiti che visse per sette anni in una casa-grotta nel nord-ovest della Cina, prima di poter tornare a Pechino nel 1975, quando le università furono riaperte.

    Eppure, eppure, nonostante tutto, forse proprio perché non c’è stata una rielaborazione della Storia, forse perché tutti hanno ritenuto meglio tacere, la scrittrice nota una strisciante nostalgia, un ritorno di alcuni modelli. Sul lato scherzoso osserva con stupore l’attrattiva che hanno gli imitatori di Mao o di Lin Biao, chiamati a presenziare feste o raduni, su quello più serio vede come Xi Jinping abbia imposto un livello di controllo straordinario, limitando le libertà che erano state conquistate- le conversazioni tra amici sono sorvegliate, così come le chat sui social, la gente è incoraggiata a spiare i vicini, dai manuali di storia è scomparso l’avvertimento di Deng Xiaopin contro il governo di un solo uomo. Il tutto è molto allarmante.

Lin Biao

   Per concludere questo esame della Cina di ieri che non può non riflettersi in quella di oggi, c’è un certo sconforto da parte di Tania Branigan nel constatare quanto da più parti le è stato detto- la minaccia più grande per la società è il declino morale, la perdita di senso della giustizia: quella di oggi è una società eticamente vuota.

     Da leggere.



   

domenica 21 ottobre 2018

Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra” ed. 2018


                      Voci da mondi diversi. Georgia
        testimonianze


Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra”
Ed. e/o, trad. F. Peri, pagg. 271, Euro 16,80


    E finalmente si torna a parlare della Georgia e non più soltanto associando il nome “Georgia” a quello del suo figlio più famoso e temuto, l’uomo baffuto conosciuto come Josif Stalin (uomo di ferro) ma che in realtà si chiamava Džugašvili, un cognome che contiene la sua provenienza (il finale in –švili dei cognomi georgiani significa ‘figlio di’). Quest’anno, in cui l’ospite d’onore alla Fiera del Libro di Francoforte è proprio la Georgia, dopo un lungo e pressoché totale silenzio, due diverse case editrici pubblicano due libri di scrittori georgiani.
“La santa tenebra” di Levan Berdzenišvili (casa editrice e/o) è un libro importante e necessario, una testimonianza che ci arriva da un Gulag- abbiamo ancora in mente l’impatto fortissimo dei libri di Solženicyn negli anni ’70: c’è stata la glasnost, c’è stata la perestrojka, c’è stata la fine dell’Unione Sovietica ed era da prima di tutto questo che non leggevamo un libro come quello di Berdzenišvili, più del resoconto di un’esperienza durissima di vita vissuta, un esempio di come sia possibile non lasciar morire il cuore e il cervello anche quando la semplice sopravvivenza fisica è uno sforzo.
il treno di Stalin nel museo di Gori
     Il Gulag in cui Berdzenišvili è stato internato insieme al fratello Davit si trovava in Mordovia, una delle tante repubbliche della Russia europea. I due Berdzenišvili, dissidenti, fondatori di un partito repubblicano a Tbilisi, erano stati prelevati dalla loro casa con le modalità tristemente note. Ma i dettagli sulla ‘loro’ storia ci vengono detti negli ultimi capitoli, prima, a sottolineare l’importanza di ogni internato, c’è una carrellata di ritratti degli altri ospiti forzati del campo. Georgiani, armeni, russi, detenuti politici che devono produrre 92 paia di guanti ciascuno, ogni giorno. E sono tutte persone straordinarie, così come è straordinario Levan Berdzenišvili che racconta della loro vita quotidiana. Dalle sue parole sembra quasi che il Gulag non sia un campo di prigionia ma un resort, un luogo di intrattenimento dove il lavoro è un passatempo ed una gara di maggior produzione e dove si intavolano discussioni come in una palestra socratica. Domande e risposte tra persone che hanno, ognuna, un campo di specializzazione diverso, brindisi con il thermos del tè, un tamada, un ‘toast maker’ che, secondo l’usanza georgiana, orchestra i brindisi (c’è una statua a Tbilisi che celebra questo personaggio essenziale in ogni simposio).
Statua al toast-maker, a Tbilisi
Si ipotizzano situazioni, si parla, si parla con intelligenza e acume, con ironia (che è dire l’opposto di quello che si vuol intendere), con umorismo. Si parla di politica (c’è anche chi venera tuttora Stalin ed è degno di rispetto ugualmente), di letteratura, di religione, di appartenenza, di cucina georgiana (ah, il khachapuri al formaggio, viene l’acquolina in bocca, mentre un ragù di pecora portato da una delle mogli e andato a male è nauseabondo), di come regolamentare lo sciopero della fame, di piccole lotte per ottenere piccoli diritti, come l’autorizzazione a scrivere lettere alla famiglia nella propria lingua.
Tbilisi
     Non ci si stanca di leggere. Si prova ammirazione e rispetto per chi è stato capace di affrontare una prova così dura in questo modo, preservando la propria dignità. E si finisce per pensare che la grande letteratura non nasce quasi mai da condizioni di vita facile tra agi materiali.

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domenica 15 luglio 2018

Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar” ed. 2018


                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
            Storia
           testimonianze


Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar”
Ed. Nutrimenti, trad. Elena Chiti, pagg. 229, Euro 13,60

      Il Sinjar è una cittadina ai piedi di un monte con lo stesso nome al confine tra Iraq e Siria. Una montagna dà sempre l’idea di un’ascesa difficile, di un ostacolo, oppure del suo opposto, di un luogo dove si può trovare un nascondiglio e la salvezza dopo un’ardua ascesa. Fuggono verso il Sinjar gli yazidi perseguitati da Daesh. E precisiamo subito che gli yazidi sono una tribù di origine curda con lingua e religione propria- definiti infedeli dai militanti dell’Isis, questi si ritengono in diritto di perseguitarli, di rapire le loro donne considerate prostitute di Satana e quindi degne solo di diventare schiave sessuali. Quanto al termine Daesh, anche questo, come Isis, è un acronimo e significa “Stato Islamico dell’Iran e del Levante”, ma ha un’accezione dispregiativa perché somigliante ad un termine arabo che significa ‘portatore di discordia’.

      Il romanzo della poetessa irachena Dunya Mikhail è una sorta di reportage, un documento importante che raccoglie le testimonianze delle donne yazide rapite, violate, ridotte a merce di scambio eppure assurte alla dignità di regine a cui viene restituita l’importanza di essere donna al di là di tutto- come le api regine che sono le madri della maggior parte degli esemplari di un alveare, come le api da cui dipende l’intera vita umana (ricordo, a proposito, il bel libro di Maja Lunde, “Storia delle api”). E’ un apicoltore, Abdullah, che fa da intermediario tra Dunya Mikhail e le donne yazide. E’ lui che finora ha allevato api e venduto il miele da una parte all’altra del confine e che adesso ha fatto del salvataggio delle regine lo scopo della sua vita. Può farlo grazie ai suoi contatti e alla sua conoscenza capillare dei luoghi. D’altra parte le vicende della sua famiglia sono inestricabili da quelle delle altre famiglie yazide le cui porte sono state marchiate da Daesh con la lettera nun- e vengono i brividi a pensare ad altre porte, contrassegnate con altri segni, in epoca nazista, a come sia impossibile imparare dalla Storia e fermare il Male.

     “In futuro, quando la gente leggerà la nostra storia, penserà forse che siano racconti di fantasia. Invece è la nostra realtà di oggi, che sembra fantasia.” Sono una fantasia dell’orrore questi racconti, uno dopo l’altro, simili uno all’altro, raccontati da Nadia, dalla bambina Nazik, dalla donna che dà voce all’altra che è sordomuta, da un’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Parlano di fughe, di uomini e vecchie e bambini separati dalle donne, da esecuzioni sul bordo delle fosse che diventeranno tombe di massa (spettri di altri ricordi), di donne vendute, donne che fingono di essere incinte, donne violentate, donne che riescono in qualche modo a scappare dalle grinfie di Daesh. C’è ancora gente buona che le aiuta e le nasconde, gente che presta loro il telefono per contattare qualcuno (è interessante il ruolo importantissimo dei cellulari in questo genocidio), c’è Abdullah, infine, che organizza, manda automobili, si presta in ogni modo possibile.

    Non è facile organizzare tanto materiale in un romanzo. Dunya Mikhail ci riesce mettendo al centro il personaggio di Abdullah, l’uomo giusto dei nostri tempi, l’eroe generoso che agisce senza attendere ricompensa, sullo sfondo quanto avviene a Mosul, dove sono proibite le sigarette, gli anticoncezionali e la musica (‘che inferno deve essere abitare a Mosul’), e intrecciando le storie delle ‘regine del Sinjar’ con la sua storia personale dell’esilio, con immagini colorate come quella dei narcisi che rifioriscono con il sole e “forse il Kurdistan è un narciso appassito per un po’, solo per un po’’,  con i versi che illuminano le scene drammatiche, come quella della ragazza che, ritornata finalmente a casa, ha trovato il suo amore sposato con un’altra: E’ scoppiato il vestito,/ sparge fiori al vento,/ scaglia colori in alto come i fuochi della festa,/ e invece non fa rumore/ non fa nessun rumore.

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domenica 8 ottobre 2017

Boris Pahor, “Necropoli” ed. 2008

                                               Casa Nostra. Qui Italia
                                              seconda guerra mondiale
                                               il libro ritrovato

Boris Pahor, “Necropoli”
Ed. Fazi, trad. Ezio Martin, pagg. 263, Euro 16,00

   Non saprei dire se è un bene o un male che un libro dell’importanza e del valore di “Necropoli” di Boris Pahor ci giunga finalmente nella traduzione, quarant’anni dopo essere stato scritto in sloveno. Un male perché sentiamo che mancava qualcosa alla nostra conoscenza di quanto è accaduto durante la seconda guerra mondiale, perché non abbiamo tributato tutto l’onore e il rispetto dovuto ad un sopravvissuto, un bene perché è un libro che risveglia la nostra memoria e le nostre coscienze, riproponendoci l’orrore di quanto dovremmo impegnarci con tutte le nostre forze affinché non accada mai più.
     Boris Pahor è nato nel 1913 a Trieste, quando la città era ancora sotto il dominio austro-ungarico. Laureato in Lettere all’Università di Padova, fu arruolato nell’esercito e mandato a combattere in Libia nel 1940. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si unì ai partigiani sloveni che operavano nella Venezia Giulia, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof prima, a Dachau e Bergen Belsen poi. Riuscì a sopravvivere a questa tremenda esperienza perché fu impiegato come infermiere nel Revier dei campi. Sopravvivere: un verbo che non è adeguato per nessuno come per chi era ancora vivo al momento della liberazione, che si aggrappava ad un filo di vita pur domandandosi se valeva la pena di continuare ad essere, in un mondo che aveva permesso che accadesse quanto era accaduto. E se era una colpa il fatto stesso di essere un sopravvissuto, se il respiro del vivente aveva significato che un altro morisse in sua vece.
memoriale del campo di Natzweiler- Struthof
C’è un episodio che Boris Pahor ricorda con strazio- nei primi tempi del suo internato aveva scambiato delle sigarette con un pezzo di pane. Ecco, se avesse regalato le sigarette all’altro prigioniero senza portargli via il pane, forse questi sarebbe vissuto. Almeno qualche giorno in più. Ad ogni pagina, ad ogni riga del libro di Pahor viene da chiedersi ‘se questo è un uomo’ e monta in noi la pena e la compassione per gli internati dei campi, l’orrore per le scene quotidiane, il tremendo lavoro nella cava, quel salire i gradoni con il carico di massi, rotolare giù, accasciarsi, subire le percosse. La fame divorante, il gelo da cui era impossibile trovare riparo. L’abbrutimento del dover defecare stando in piedi, perché manca la forza di accoccolarsi. E le malattie di cui Boris Pahor è testimone e che cerca, con i miseri mezzi che ha a disposizione, di alleviare. Diarrea e tubercolosi, tifo e flemmoni. Ferite infette e chissà che altro.
Già solo i corpi che Pahor descrive sono una malattia- gambe che sembrano ramoscelli che salgono verso la forcella del pube, piccoli crani rasati, occhi affossati nelle orbite. Quando questi corpi diventano cadaveri, c’è una lunga tenaglia che li afferra per il collo per trascinarli sul mucchio. Se questo è un uomo. E parimenti sentiamo salire in noi una rabbia impotente e un dolore a cui non c’è rimedio. Alleviato, ma solo in maniera infinitesimale, dagli sprazzi di calore umano di cui Pahor ci parla. Dai piccoli atti di generosità, dal sussistere di una qualche reazione affettiva in quell’inferno, perché sì, questo vuol essere un uomo.
campo di Natzweiler- Struthof nel disegno di un detenuto, Henri Gayot

    Boris Pahor scrive le sue memorie-testimonianza dopo una visita al campo di Natzweiler-Struthof in cui era stato rinchiuso- difficile dire quale sia il trauma maggiore, se il rivedere lo scenario di tante sofferenze e umiliazioni, il riaffiorare di ricordi, quasi che fantasmi si aggirassero in quei luoghi (e non molto diversi dalle ombre spettrali degli uomini di allora), oppure il constatare quanto poco il filo spinato, le baracche, le torrette, dicano ai visitatori di oggi, turisti superficiali e distratti in luoghi in cui solo la parola ‘turismo’ è una profanazione. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 28 marzo 2017

Xinran, “Le figlie perdute della Cina” ed. 2011

                                                           Voci da mondi diversi. Cina
                                                                          saggio
             testimonianze
             il libro ritrovato

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”
Ed. Longanesi, trad. Valentina Quercetti, pagg. 244, Euro 17,60
Titolo originale: Message from an Unknown Chinese Mother

All’improvviso, finalmente, compresi. Ero inorridita. Possibile che l’avessero abbandonata alla stazione di Xi’an? Ma era chiaro che sua moglie stava aspettando un altro bambino, e se avessero avuto già una figlia non avrebbero potuto nascondersi in alcun luogo. L’Ufficio per la pianificazione delle nascite non avrebbe dato loro tregua e li avrebbe perseguitati con severità. Quei genitori avevano abbandonato davvero la loro figlioletta nel cuore della notte in un luogo estraneo? Quasi non osavo pensarlo…

        Centoventimila orfani cinesi adottati all’estero alla fine del 2007, quasi tutte bambine. Non si hanno dati per le neonate soppresse alla nascita: è come se non si fossero mai affacciate su questo mondo. E non è neppure esatto parlare di ‘orfani’, perché la parola presuppone che i genitori siano deceduti. Le bambine adottate sono le bambine fortunate che sono state abbandonate- davanti alla porta di un orfanotrofio, o di un ospedale dove sono state soccorse e salvate. A volte sono state lasciate nei gabinetti pubblici, o vicino a raccoglitori di immondizie, e allora è stato veramente per una qualche forza vitale nei loro corpicini se sono riuscite a sopravvivere.
Partendo da questi dati sconvolgenti la giornalista e scrittrice Xinran ha svolto delle ricerche, ha ascoltato confidenze e confessioni, cercando di capire e di spiegare nel suo libro “Le figlie perdute della Cina” il perché di questo femminicidio che dura tutt’ora, nel secolo XXI, quando è diffusa la convinzione di vivere in un mondo civilizzato. Come se il vertiginoso progresso tecnologico potesse di per sé sconfiggere la barbarie.

    Nella nota introduttiva Xinran cita le due cause principali del fenomeno, una che affonda nel passato e una recente che si è innestata sull’altra. Senza riandare al sistema di distribuzione della terra iniziato 2000 anni avanti Cristo, tra il 600 e il 900 dopo Cristo fu stabilito che le donne non dovessero ricevere nessuna porzione di terra: i maschietti erano la fonte della ricchezza famigliare. Quando poi, nel 1979, per rallentare la crescita demografica della Cina, fu formulata la legge che permetteva un solo figlio per ogni coppia, il destino delle bambine fu segnato. Se il primo figlio che veniva al mondo era una femmina, era eliminata- è così facile uccidere un neonato. La scrittrice ricorda di essere capitata in visita ad una famiglia mentre una donna stava partorendo. Ricorda l’atmosfera di spasmodica attesa dell’evento, il silenzio che era seguito, come se non fosse successo nulla. Lei aveva visto dei piedini sporgere dal secchio dell’acqua sporca.
    Nello stesso tempo in cui Xinran svolgeva la sua indagine, conduceva pure un programma radiofonico diretto alle donne. Non solo era molto conosciuta, ma aveva anche un suo modo garbato, empatico, istintivo, di attirare le confidenze: Xinran sapeva ascoltare. E sapeva piangere insieme a chi le raccontava la sua esperienza. Ogni capitolo è una storia, ogni capitolo aggiunge qualcosa. Parlano le mamme (“le mamme delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore!”), ricordano la sofferenza, si soffermano su dettagli di visetti e manine di cui hanno goduto per così poco tempo, si chiedono che vita facciano le figlie, se siano state adottate, se i loro nuovi genitori sapranno renderle felici. Si domandano soprattutto che cosa penseranno le figlie di loro, le mamme che le hanno abbandonate. Parla una levatrice, specificando la differenza del compenso se il bimbo che aveva aiutato a nascere era un maschio o una femmina (e allora il prezzo comprendeva anche l’eliminazione). Parla una donna che ha lavorato in un orfanotrofio (con le adozioni internazionali è scoppiato il boom degli orfanotrofi). Parla un padre in fuga per far partorire la moglie dove nessuno li conosca: hanno già abbandonato quattro figlie sui marciapiedi di stazioncine. Xinran ha negli occhi la bimba che ha visto lei- un anno e mezzo, aveva risposto al suo saluto, Xinran non si era resa conto che fosse rimasta sola, là, lungo il binario del treno.

     Le testimonianze raccolte da Xinran servono da sfogo accorato e, soprattutto, per far sapere alle bambine cinesi adottate all’estero che le loro mamme le hanno amate, le amano ancora, non passa giorno senza che pensino a loro. Che alcune di queste mamme hanno tentato il suicidio, che alcune sono riuscite a morire, perché non sopportavano il peso della colpa, lo strazio nel cuore per averle dovute abbandonare.

    Avevo già letto dei romanzi con storie delle ‘figlie perdute’ della Cina, ma il libro di Xinran, con lo stile narrativo svelto e vivace che alterna il suo punto di vista con le voci parlanti delle persone intervistate, ha un’impronta così reale che l’impatto doloroso è più forte. Come donna mi sono chiesta quale sarebbe stato il mio destino alla mia nascita, se fossi venuta al mondo in Cina. Come madre di tre figlie mi sono domandata quale sarebbe stata la sorte delle mie bambine. E se sarei stata capace di sopportarla, o avrei cercato di avvelenarmi ingerendo del detersivo come la lavapiatti infelice del libro di Xinran.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 26 gennaio 2017

Eva Heyman, “Io voglio vivere. Il diario di Eva Heyman”, a cura di Agnes Zsolt ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
                                                                 Shoah
         testimonianze
        FRESCO DI LETTURA


Eva Heyman, “Io voglio vivere. Il diario di Eva Heyman”, a cura di Agnes Zsolt
Ed. La Giuntina, trad. Andrea Rényi, pagg. 150, Euro 12, 75

    Esce un grido dalle pagine del diario di Eva Heyman- Io voglio vivere. Sono parole che ripete più di una volta, più di un giorno quando la paura del futuro è una cosa concreta. Una voce di bambina che attraversa più di settanta anni, quanti ne sono passati dal 30 maggio 1944, data dell’ultima pagina del suo diario. La data ci dice già tutto. Eva Heyman, ebrea ungherese, fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz dove morì il 17 di ottobre dello stesso anno. Aveva tredici anni.
    Come Anna Frank, a cui il nostro pensiero corre subito, anche Eva inizia a scrivere il diario nel giorno del suo compleanno che cadeva in febbraio. A differenza di Anna, nascosta nelle stanze di una soffitta di Amsterdam, la reclusione nella casa sovraffollata del ghetto di Nagyvárad (l’attuale Oradea in Romania) dura poco per Eva. Un mese in cui avrà continuato a sperare che le voci che giravano sulla sorte degli ebrei non fossero vere, che la Germania fosse definitivamente sconfitta, che lei potesse continuare a vivere. “Non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto rimanessi soltanto io qui. Aspetterei la fine della guerra in una cantina o in una soffitta, o in un buco qualsiasi; mio piccolo Diario io mi lascerei baciare dal gendarme dagli occhi storti che ci ha portato via la farina, basta che non mi uccidano, che mi lascino vivere!”. Il diario finisce così, con ancora qualche riga in cui scrive che hanno lasciato entrare Mariska, la cuoca fedele, a cui avrebbe affidato il suo prezioso quaderno. E Mariska lo avrebbe conservato e consegnato ad Agnes Zsolt, la madre di Eva che invece sopravvisse alla guerra.

    Ci commuovono sempre, le voci del passato. Soprattutto se sono state fatte tacere a forza, se non hanno potuto raggiungere la pienezza, se sono scomparse in una maniera atroce, se, in qualche modo, l’intero mondo è responsabile per la loro morte. La voce di Eva è fresca, genuina. Guardiamo la sua foto con le trecce e pensiamo che la voce che echeggia nelle pagine le si addice. Inizia con piglio allegro, scopriamo a poco a poco delle zone buie nella sua vita. La madre, che lei chiama per nome, Agi, si è separata dal padre di Eva e si è risposata con il giornalista e scrittore Béla Zsolt. Mentre Eva veniva affidata ai nonni, per un certo periodo la madre e il nuovo marito hanno vissuto a Parigi, per tornare poi a Nagyvárad. Eva si era sentita abbandonata. Nelle sue parole la naturale spensieratezza di una tredicenne è smorzata a tratti dalle ombre sul suo cuore di bambina con tanti nonni, con due padri ma con una madre che- lei lo avverte con chiarezza- ama più il secondo marito che la figlia. Poi, nel giro di tre mesi, la situazione precipita, il rombo della guerra si fa più vicino, i segnali premonitori aumentano e le restrizioni pure. La bicicletta rossa di Eva viene requisita, a nulla valgono le suppliche della madre e le lacrime di Eva. In una qualche maniera quella bicicletta rossa vale più di tutto, più di tutti gli altri beni che la famiglia dovrà consegnare. E’ l’infanzia stessa che viene requisita. E’ con la bicicletta rossa che Eva incomincia a morire.

   Eppure- meraviglia della giovinezza- c’è ancora spazio per l’amore, nonostante tutto. Come Anna per Peter, anche Eva prova un sentimento che è la sperimentazione dell’amore per Pista Vadas. Adesso Eva pensa di meno a Marta, l’amica il cui ricordo costellava le pagine del diario, il cui nome ricorreva con frequenza pari a quella con cui citava i suoi famigliari. Il pensiero di Marta era sempre associato al desiderio di vivere, di non finire come lei, prelevata mentre gustava una merenda di fragole e panna. Il pensiero di Marta è rimosso, adesso che Eva deve concentrarsi su se stessa per trovare la forza di andare avanti.
    Un piccolo libro da leggere- ci tormenterà il ricordo della bicicletta rossa di Eva e delle fragole rosse di Marta.



     

martedì 29 novembre 2016

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Cuba
           testimonianze
           FRESCO DI LETTURA

Canek Sánchez Guevara, “Il disco rotto. 33 rivoluzioni”
Ed. e/o, trad. R. Schenardi, pagg. 106, Euro 8,50

    “Il disco rotto. 33 rivoluzioni” è un libriccino, più simile ad un vecchio 45 giri che a un 33 giri, se vogliamo mantenere l’immagine del titolo, quella del disco rotto che si incanta e ripete all’infinito la stessa nota stonata e che finisce per infastidire. E l’inizio- con il ciclone che investe Cuba con tutta la sua potenza-,  se non fosse per la ripetizione ossessiva del paragone con un disco rotto (le voci che parlano, il malfunzionamento di ogni cosa, il sudiciume, la vita e la morte- tutto è un disco rotto), è un avvio che non lascia presagire l’intero significato di quanto lo scrittore vuole dirci. C’è tuttavia, nel sottofondo, una musica dalle note cupe che non intendiamo appieno finché non si farà sentire con tutto il fragore dell’inutile protesta. Perché questa è Cuba, Cuba che è come un disco rotto, Cuba senza speranza di cambiamenti governata dall’uomo che l’ha salvata dalla dittatura di Batista, è vero, ma che pretende di continuare a salvarla e si è trasformato lui stesso in un dittatore.
Fidel con il Che e la figlia di questi, Hildita
    Chi parla è Canek Sánchez Guevara, il nipote di Ernesto ‘Che’ Guevara, figlio della figlia Hildita che il Che aveva avuto dalla prima moglie Hilda, morto nel 2015 a soli 40 anni dopo un intervento chirurgico al cuore. Il suo libro si legge di un fiato in meno di un’ora, non solo perché sono un centinaio di pagine, ma perché siamo inghiottiti dallo scoramento e dalla disperazione dello scrittore. Cuba è un disco rotto, niente cambia più a Cuba. Mentre il líder máximo ripete sempre le stesse cose, mentre vengono ripetute le stesse promesse, i giorni colano l’uno sull’altro sempre uguali- monotonia al lavoro che viene eseguito in una qualche maniera, giusto per passare le ore, negozi sempre ugualmente privi dei generi di consumo (e lui, lo scrittore, è fortunato perché la sua amica-amante russa del nono piano lo rifornisce di moneta straniera e può fare acquisti nelle diplotiendas, i negozi statali riservati ai funzionari del governo e agli stranieri residenti a Cuba), sempre la stessa assurda esaltazione della povertà dignitosa anche quando non se ne può più di non aver mai nulla di cui godere. Perfino il clima è sempre lo stesso, caldo e soffocante. E per di più, come sempre, non si trova neppure birra fresca da bere.

    Il ricordo delle lotte passate, di quando suo padre si era unito ai barbudos, e poi l’insoddisfazione, la cocente delusione per promesse non mantenute e sogni non realizzati si trasformano, ad un certo punto, in qualcosa di diverso davanti allo spettacolo- sarebbe ridicolo, se non fosse tragico- di coloro che allestiscono zattere di fortuna pur di lasciare l’isola. Sorge la domanda che ci poniamo sempre ad ogni arrivo delle bare galleggianti che trasportano i disperati attraverso il mare: che cosa si lascia alle spalle questa gente per preferire il rischio dell’incognito che li aspetta, se non quello della morte in mare? Lo scrittore guarda, la sua macchina fotografica è il terzo occhio che testimonia la fuga- finirà per unirsi anche lui a loro, patetiche figure, figli o nipoti di una patetica rivoluzione.

    Non c’è mai violenza nelle pagine di Canek Sánchez Guevara (sarebbe stato interessante chiedergli quanto gli fosse pesato il fardello e la responsabilità della Storia con il cognome che portava- un Guevara nemico della rivoluzione!), non potrebbe esserci violenza perché si percepisce in ogni parola l’amore travagliato di Sánchez Guevara per quest’isola. Vi leggiamo invece rabbia contenuta e sdegno impotente che si trasformano nell’ironia sofferta di chi non vorrebbe dire quello che sta dicendo.


    Il 25 novembre è morto Fidel Castro, quando ormai pensavamo fosse immortale. Come un simbolo. Impossibile non dire che ne siamo rimasti tutti colpiti. Con lui è morta anche l’ultima utopia, perché, come dice il protagonista di un romanzo di Francisco José Viegas, “siamo andati tutti a Cuba” quando eravamo giovani, anche se non ci siamo mai mossi da casa nostra. Abbiamo tutti esultato e sperato nel mito della sua rivoluzione. E poi, come Canek Sánchez Guevara, ci siamo resi conto che qualcosa non aveva funzionato e che era ora di un nuovo cambiamento. E ci siamo sentiti tristi e defraudati.


   



sabato 26 novembre 2016

Simona Vinci, “La prima verità” ed. 2016

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
             premio Campiello
            FRESCO DI LETTURA 

Simona Vinci, “La prima verità”
Ed. Einaudi, pagg. 397, Euro 17,00

   Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,/ scrivo il mondo; esisto, esiste il mondo.
  ……..Questa purezza/ E’ di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.
    Sono versi di una poesia di Ghianni Ritsos, il poeta greco che ha vinto il premio Lenin per la pace nel 1975 e che è stato per ben due volte confinato in isole ‘maledette’, le isole dei matti, non in quanto pazzo lui stesso ma come dissidente politico. E, nel romanzo “La prima verità” di Simona Vinci, Ghianni Ritsos è in parte adombrato in Stefanos, che continua a scrivere poesie sull’isola di Leros dove per anni furono segregati, in condizioni abominevoli, malati di mente e dissidenti durante il governo della Giunta dei colonnelli in Grecia negli anni ‘60.

    Nel 1983 una commissione di medici ed economisti europei fu inviata a Leros per stendere un rapporto sulle condizioni esistenti sull’isola.
    Nel 1989 un servizio su The Observer aveva un titolo scioccante: “Il segreto colpevole dell’Europa. 1300 anime abbandonate a marcire”. Sempre nel 1989 la fotografa Antonella Pizzamiglio riuscì a scattare delle foto, entrando nella struttura ospedaliera come amica di un medico. Riuscì anche a scappare dall’isola per far vedere al mondo quello che lei aveva visto. Sconvolgente. Uomini come bestie. Da domandarsi se non sia meglio la morte che vivere in quelle condizioni.
    Il libro- molto bello, molto dolorosamente coinvolgente, insolito e unico nella panoramica della letteratura italiana- prende l’avvio nel 1992 con Angela, ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza che approda a Leros con un gruppo di operatori psichiatrici triestini che programmano la destituzionalizzazione dell’ospedale. Angela sta scrivendo la tesi in diritto civile sull’abuso di diritti umani in Europa. Angela è il personaggio che serve come catalizzatore, per raccogliere le storie, per osservare l’orrore di questa umanità violata e la disumanità dei trattamenti. Angela che scende nei sotterranei per entrare con un sotterfugio nella stanza polverosa dove sono raccolte le scartoffie- in disordine, lacunose, imprecise- con i dati delle persone internate nell’ospedale-lager, è un’Angela che scende nei gironi dell’Inferno, è un’Alice che perde la sua innocenza passando al di là dello specchio.
   I veri protagonisti de “La prima verità” sono però i pazzi, il monaco Basil (e la sua storia fa un balzo indietro nel tempo), il bambino soprannominato Temistocles, la ragazza Teresa e il poeta Stefanos che non è affatto matto. Ognuno di loro ha la sua storia, di fanatismo religioso, di abbandono famigliare, di abusi sopportati nel silenzio della notte, di arresto per il diritto di proclamare la propria idea. Il bambino muto perché ha scelto di non parlare, la ragazza che sa leggere e che impara a memoria le poesie di Stefanos che poi il bambino nasconde. Perché loro possono anche morire, ma la poesia no, la parola deve vivere se non fosse altro che per gridare al mondo dell’ingiustizia del tutto.


   Le scene ambientate sull’isola vergogna dell’Europa hanno su di noi un impatto fortissimo. Simona Vinci ci riporta, tuttavia, in Italia nell’ultima parte del libro, sposta la nostra attenzione su quella che è la sorte dei disturbati di mente più vicino a noi. Anche noi abbiamo i nostri ‘mattucchini’, la scrittrice che ha abitato a Budrio dove, fino all’approvazione della legge Basaglia  nel 1978, c’era un grande Ospedale Psichiatrico, lo sa bene. Sembrano così tranquilli i nostri mattucchini, perfino un po’ buffi, in confronto ai selvaggi di Leros. Eppure i disturbi interni, il male dell’anima, le mille storie diverse seppur uguali sono sempre gli stessi. Parla in prima persona, adesso, Simona Vinci. Quella che racconta è, almeno in parte, la sua storia e la storia di sua madre. Ed è forse questa storia che l’ha portata ad interessarsi di Leros, a non dimenticare la fotografia della bambina legata nuda ad un letto (in Italia, sì, in Italia, in un centro vicino a Torino), ad avvicinarsi alla prima verità, quella che ci lascia tutti nell’uguaglianza della nudità senza difesa. 
     Con questo romanzo Simona Vinci ha vinto l'edizione del 2016 del premio Campiello.


venerdì 1 luglio 2016

Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, “Tania, la guerrigliera” ed. 2000

                                                            Voci da mondi diversi. Cuba
         testimonianze
        FRESCO DI LETTURA

Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, “Tania, la guerrigliera”
Ed. Zambon, trad. Adriana Chiaia, pagg. 253, Euro 12,80


     Quando delle persone fuori dell’ordinario camminano nella Storia, capita che, alla loro morte, la leggenda si impadronisca di loro, o- quel che è peggio- dicerie e chiacchiere vuote attribuiscano loro azioni e comportamenti che non hanno riscontro nella realtà. Il libro “Tania, la guerrigliera”, curato dalle giornaliste cubane Marta Rojas e Mirta Rodríguez Calderón, è una raccolta di testimonianze di coloro che hanno conosciuto Tania, sia in Germania, sia a Cuba, sia in Argentina e in Bolivia dove morì il 31 agosto 1967 durante un’imboscata tesa ai guerriglieri del Che. Non sono soltanto i compagni o le persone con cui Tania è venuta in contatto a parlare, ma anche la madre Nadia Bunke, anche l’uomo che Tania ha amato, il ‘negrito’ che nomina in una lettera alla madre, Ulises Estrada Lescaille che nel 1999 ha rilasciato un’intervista ad Adriana Chiaia (traduttrice del libro). Ecco, smentiamo subito le voci che fanno più male al cuore di una madre e dell’uomo che l’ha amata: è vero che Tania ha sposato uno studente boliviano per avere il passaporto per entrare in Bolivia, ma è falso che fosse una donna di facili costumi, che si infilasse nel letto di tutti, che fosse l’amante del Che. Leggendo quello che viene raccontato di lei, soprattutto ascoltando la sua voce nelle lettere riportate nel libro, mettendo insieme i pezzi per ricostruire la sua personalità, sentiamo che no, quello è un dettaglio stonato che non si accorda affatto con quello che sappiamo di lei. Ulises Estrada nega anche che Tania sia stata una spia cubana, o tedesca o sovietica: “fu una latinoamericana votata, con tutto il suo fervore, alla lotta in questo continente”.
Tamara a nove anni
    Era nata in Argentina, nel 1937. Il suo destino era già contenuto nella sua nascita, figlia di genitori fuggiti dalle persecuzioni naziste in Germania. Le era stato dato il nome esotico di Haydée (come l’eroina romantica del “Don Juan” di Byron) Tamara (molto russo, un omaggio alla fede comunista dei genitori). Quando i Bunke decidono di tornare in Germania e di stabilirsi nella Repubblica Democratica Tedesca, nel 1952, il cuore di Tamara resta in Argentina, la sua prima lingua è lo spagnolo, ha già preso coscienza delle disuguaglianze sociali nel suo paese- in senso lato, perché è a tutto ‘il Cono Sur’ che pensa, come il Che-, e quando, nel 1961, ha la possibilità di andare a Cuba con il biglietto di un ballerino messicano che ha scelto di restare in Europa dopo il tour del corpo di ballo nazionale cubano, Tamara non ha esitazioni.

    Il libro delle due giornaliste è molto vario e dettagliato. Seguiamo l’inserimento a Cuba di Tamara che dapprima si occupa di traduzioni e solo parecchio tempo dopo seguirà un addestramento per i compiti che le verranno affidati, di infiltrata in Argentina e poi in Bolivia, leggiamo del suo entusiasmo nelle lettere che scrive ai genitori, della felicità che prova nel sentirsi realizzata in quello che sta facendo, della fratellanza con coloro che condividono i suoi ideali, della fede e della speranza in un futuro diverso. Migliore, qualunque sia la sorte che aspetta loro singolarmente.
Mirta Rodríguez Calderón
L’impresa in Bolivia, infine, con la testimonianza di ‘Pombo’, estratti del diario del Che, le parole di Tamara (si firma Eure kleine Ita, la vostra piccola Ita, con il nomignolo che usavano per lei in famiglia) nella lettera ai genitori, “sto compiendo il mio dovere e so che per voi, come per me, questo viene sempre prima di tutto.”
     Tania fu colpita mentre guadava il Rio Grande, a Vado del Yeso. Il suo cadavere fu trascinato dalla corrente e restituito giorni dopo. A noi piace ricordarla con i versi di Ulises Estrada, l’uomo che l’ha amata, “Un addio tra noi non ci sarà /perché tu ritornerai!” e con quelle di sua madre, “ Tanti mi domandano ancor oggi se, per caso, non sia in qualche modo imparentata con Tamara Bunke…un tassista, una cameriera al bar, un medico all’ospedale. Mi fa bene al cuore constatare che mia figlia non è stata dimenticata”.


Marta Rojas