martedì 17 maggio 2022

Ian Manook, “L’uccello blu di Erzerum” ed. 2022

                                                    Voci da mondi diversi. Francia

           genocidio armeno

Ian Manook, “L’uccello blu di Erzerum”

Ed. Fazi, trad. Maurizio Ferrara, pagg. 500, Euro 19,00

 

    C’era un merlo con le piume così nere da sembrare blu, nel giardino della bella casa di Araxie e Heiganouch ad Erzerum, nell’Armenia turca. Quando le due sorelline verranno vendute per diventare schiave della giovane musulmana Assina, un piccolo uccello blu sarà tatuato nell’incavo tra pollice e indice delle loro manine. L’uccello blu diventerà l’alato filo conduttore della trama del romanzo di Ian Manook, simbolo della nostalgia per un passato e un luogo che non esistono più e, nello stesso tempo e in maniera alquanto imprevista, un segno di riconoscimento per le due bambine travolte dal l’uragano della Storia.

    Il cognome originale della famiglia dello scrittore doveva essere Manoukian, come quello di uno dei protagonisti, e quella che lui ci narra è in parte la storia di sua nonna dentro la Storia del popolo armeno.

    Era il 1915 quando il governo dei Giovani Turchi, avvallato da personaggi politici come Talaat, Enver, Mustafa Kemal, organizzò la prima pulizia etnica del secolo. A Costantinopoli il 24 aprile i notabili armeni furono arrestati e massacrati e ai primi di maggio fu dato l’ordine della deportazione di tutti gli armeni. I beni della popolazione armena furono confiscati, gli uomini vennero per lo più uccisi subito, le donne, i vecchi e i bambini furono avviati verso il deserto di Deir-ez-Zor, senza cibo, senza acqua, a piedi. I più morirono durante la marcia, e forse fu meglio così. L’efferatezza di turchi e curdi fu inimmaginabile.


     Tra i deportati le due sorelline di dieci e sei anni, Araxie e Heiganouch. I loro genitori erano stati uccisi, avrebbero perso presto anche i parenti della famiglia dello zio, la loro fortuna fu l’essere prese sotto l’ala di una vecchia piena di risorse che riuscì a venderle come schiave per la giovanissima sposa Assina. Sembrava una crudeltà e invece fu la loro salvezza, soprattutto per la piccola Heiganouch che era rimasta cieca dopo l’assalto dei curdi che le avevano ucciso la madre sotto gli occhi.

    Quella che leggiamo è una storia ricca di avventure che ci porteranno a Smirne, ad Aleppo, a Beirut e poi in Francia, in Armenia, a Berlino, a Mosca, in Siberia, sempre sulle orme delle bambine che diventano donne e che sono  tre, perché Assina  è diventata come una sorella per loro.

 Leggeremo dell’incendio di Smirne, della fine della guerra e poi dei fermenti che porteranno alla seconda guerra mondiale (appare anche Hitler come figura marginale dapprima, ricoverato in ospedale in seguito alla ferita riportata al fronte), di azioni di spionaggio e controspionaggio russo, delle prime lotte sindacali in Francia, dell’ombra che si addensa, presagio di un altro genocidio, perfezionato con accuratezza tedesca. Del dolore della diaspora, infine o prima di tutto. Del vivere in un paese straniero, del parlare in un’altra lingua e del cercare, però, di mantenere vive le tradizioni e la cultura a cui si appartiene.

Erzurum

     C’è la guerra e c’è il tempo di pace nel romanzo di Manook (è una bella sorpresa leggere questo libro dopo la trilogia thriller di Yaruldegger), ci sono azioni terribilmente crudeli, vendetta e odio, ma c’è anche l’amore, l’affetto, la compassione, la solidarietà, la generosità. C’è un passo più lento quando la Storia sembra tirare il fiato per prepararsi a nuovi tumulti, c’è il colore del folklore, il grigio della polvere e il rosso del sangue, e c’è la poesia, infine. Quella dei versi di Heiganouch e dei poeti russi che ama, della Cvetaeva e della Akhmatova, di Lermontov e di Majakovskij- La vita e io siamo pari. Se muoio, non incolpate nessuno…Voi che restate siate felici.

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sabato 14 maggio 2022

Grete Bøe, “Mayday” ed. 2022

                                                                     vento del Nord

           thriller politico

Grete Bøe, “Mayday”

Ed. Longanesi, trad. , pagg. 360, Euro 19,90

 

    L’inizio del romanzo di Grethe Bøe è folgorante. E raggelante, anche letteralmente. Una giovane donna giace nella tundra ghiacciata, forse è ferita e comunque incapace di alzarsi in piedi, e una gigantesca aquila reale volteggia su di lei, cala sul suo corpo, la morde con il becco tagliente. Poi il racconto torna indietro e riprende dall’inizio.

     Bødo. Norvegia. Ylva Nordhal è una delle pochissime donne pilota di aerei da caccia F16. Sarà accompagnata da un copilota americano, John Evans, in una esercitazione orchestrata dalla NATO. Si tratta di una sorta di esame per Ylva, una donna molto sicura delle sue capacità ma in soggezione davanti al burbero americano che è molto più vecchio di lei e ha anche molta più esperienza. Di lui si sa che ha combattuto in tutte le guerre americane degli ultimi anni, che è stato fatto prigioniero in Libia, che non è crollato sotto le torture. È crollato dopo. Il che ha significato la fine del suo matrimonio.


   Da sempre i rapporti tra Russia e Norvegia sono tesi, il confine tra i due stati (lungo 196 km.) è sorvegliato, il filo spinato lo costeggia e la terra di nessuno è un campo minato. La Russia teme quello che pare un assedio da parte delle forze della NATO, è pronta a reagire alla prima mossa sospetta, una terza guerra mondiale è una minaccia continua. E durante il tranquillo volo di Ylva succede un incidente. Casuale o provocato? Un aereo da caccia russo tallona un elicottero di rifornimento norvegese, a Ylva viene ordinato di scortare l’elicottero e a questo punto sembra che il caccia russo ce l’abbia con lei. Un’ala dell’aereo russo sfiora la parte inferiore dell’ala dell’aereo di Ylva (in questo momento è Evans ad aver preso il comando), l’avionica dell’aereo va in tilt, è impossibile guidarlo, impossibile sapere dove si sta dirigendo, impossibile sapere che ha sconfinato…


     Questo è solo il preambolo di una trama gelida e serratissima in cui i due piloti (uno di loro, Evans, è ferito) si trovano a dover fuggire per cercare di raggiungere la Norvegia, inseguiti dagli specnaz (le forze speciali russe) e ad un certo punto anche dai Titani (forze militari private americane). Gli uomini sono i nemici più pericolosi, ma la natura non scherza. Anche se Ylva, la cui madre era sami, si trova a suo agio nella distesa di neve e ghiaccio, è innegabile che le temperature che arrivano a 20 sotto zero, le tempeste di neve, perfino i lupi che fiutano il sangue, siano ostili ai due piloti. E l’americano supponente, che aveva guardato con lieve disprezzo quella che sembrava una ragazzetta, deve ricredersi. I ruoli vengono scambiati. Ylva è la più forte, e non solo perché Evans lotta contro la cancrena, il dolore, la febbre. Ylva è la più forte perché ha la sapienza dei sami, è capace di scavare una truna per ripararsi, sa quello che deve fare per scongiurare un congelamento, ricorre a cantare un joik per calmare Evans, quella nenia sami che la faceva addormentare da piccola.


     Restiamo con il fiato sospeso fino all’ultimo, ancora di più quando sappiamo che da entrambe le parti si vuole che Ylva scompaia dalla circolazione e che Ylva aveva avuto ragione quando, era solo una bambina, diceva che aveva visto un’ombra uscire di casa, la notte che suo padre (pure lui un pilota) era morto. Embolia cerebrale. Avevano detto. Si salveranno i due piloti? Qualcuno schiaccerà il pulsante che farà scoppiare la terza guerra mondiale?

     L’amarezza non è del lettore, perché questo è un ottimo thriller politico. È l’amarezza del cittadino del mondo nel rendersi conto- d’accordo, questo è solo un romanzo, ma i libri servono anche per porre domande e seminare dubbi- di quanto siamo manovrati, di quanto le guerre non siano casuali, di quante persone senza scrupoli siano pronte a scatenare conflitti per proprio interesse. E allora quel titolo, “Mayday”, non è la richiesta di salvataggio lanciata solo dall’F16, ma anche la nostra.

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mercoledì 11 maggio 2022

Rosa Teruzzi, “Gli amanti di Brera” ed. 2022

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

                                                   cento sfumature di giallo


Rosa Teruzzi, “Gli amanti di Brera”

Ed. Sonzogno, pagg. 153, Euro 15,00

 

     Certo che è una coppia insolita, quella che si è data appuntamento all’orto botanico di Brera. Lui è un ragazzino biondo, avrà diciassette anni. Lei ne ha almeno quaranta, di anni. Una bella donna, però, con una massa di ricci corvini e la bocca rossa come il suo abito. Sapremo dopo che lei si chiama Viviana, che ha accumulato storie d’amore, che ha ricevuto messaggi di minaccia, che il suo ultimo uomo era stato Furio, quel Furio che fa il cuoco e che, se la fioraia Libera non lo avesse scoraggiato, mai avrebbe corteggiato Viviana. E comunque sarà proprio Furio ad incaricare le Miss Marple del Giambellino, le investigatrici della mutua (è Libera che si definisce così), a cercare la donna, dopo che ne è stata denunciata la scomparsa insieme al ragazzo. A Furio sembra proprio impossibile che lei si sia infatuata di un ragazzo così giovane e teme sia rimasta vittima di uno stalker.


    Settimo romanzo della serie che ha per protagoniste Libera (sulla quarantina, rimasta vedova con una bimba di 4 anni, capelli rossi e una vaga somiglianza all’attrice Joanne Moore), sua madre Iole che a settant’anni suonati continua a praticare il libero amore e ad indossare capi stravaganti e vistosi, la figlia Vittoria che ha scelto di seguire le orme del padre entrando in polizia- tre donne diversissime che vivono nel casello sul Naviglio, e forse il diverso atteggiamento di Libera e Vittoria verso la vita è in certo qual modo una reazione alla sfacciata intraprendenza della matriarca Iole, così come il loro modo di relazionarsi con gli uomini. Perché Libera è perfino anacronistica nella sua ritrosia e pudicizia, nella sua paura di lasciarsi andare con Gabriele, il poliziotto di cui è innamorata da sempre, e Vittoria, be’ Vittoria non racconta niente di sé e dei suoi amori, proprio l’opposto di nonna Iole che sbandiera le sue conquiste.


    Ne “Gli amanti di Brera” ci sono due filoni, uno dei quali resterà in sospeso stuzzicando la nostra curiosità- quello del Gatto con gli Stivali, soprannome dato ad un imprendibile rapinatore che agisce con la maschera della favola, insieme a due complici travestiti da Fata Turchina e da Zorro, e che ‘forse’ è il padre di Libera (ah, il passato di Iole ancora più tumultuoso del presente!). L’altro filone che prende il sopravvento riguarda, appunto, “il fiore nero di Brera”, cioè la professoressa di inglese che è scomparsa con il ragazzo (la porno prof è l’altro suo soprannome, coniato apposta per attirare i lettori della stampa scandalistica). A inseguirli saranno Libera e la madre insieme alla giornalista Irene e scopriranno che ci sono altri sulle tracce della coppietta…


     Rosa Teruzzi ha trovato la formula giusta per i suoi romanzi- personaggi femminili in primo piano, tre età diverse per Libera, Iole e Vittoria, reticenza sfrontatezza e asprezza come tratti dei loro caratteri, molto rosa in un’ inquadratura giallo pallido. Ci si diverte con le battute un po’ sopra le righe di Iole (ci pensano Libera e Vittoria a smorzare il tono), si partecipa alle ansie materne di Libera e si vorrebbe un po’ più di intraprendenza da parte sua, visto che ha non uno solo, ma ben due spasimanti, ci si domanda se sarà proprio Gabriele a vincere alla fine e non piuttosto il cuoco premuroso. E poi si ammira il cielo di Lombardia e si respira il profumo dei fiori immaginando i bouquet creativi composti da Libera. Sempre in attesa di una nuova avventura.

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domenica 8 maggio 2022

Delphine De Vigan, “Tutto per i bambini” ed. 2022

                                             Voci da mondi diversi. Francia

        warning novel

Delphine De Vigan, “Tutto per i bambini”

Ed. Einaudi, trad. Margherita Botto, pagg. 296, Euro 19,00

 

   Ironia di un titolo. “Tutto per i bambini”- è la giustificazione che si dà a se stessi e agli altri, di fare tutto per amore dei bambini, per il loro bene. Siamo certi che sia il loro bene, o no, piuttosto, quello dei genitori che li manovrano?

    Il passato di Mélanie, mamma di Sam e Kimmy (otto e sei anni), contiene una grande frustrazione. Appassionata di televisione e di reality, si era iscritta per prendere parte ad un reality show ed era stata scartata dopo la prima puntata. È quella vecchia sconfitta che la spinge a cercare una rivincita sfruttando le possibilità della nuova tecnologia e mettendo online su youtube i filmati della vita quotidiana dei suoi bambini?

L’inizio era stato lento- capire come fare, istruire i bambini (Kimmy aveva solo due anni), coinvolgere il marito che si era licenziato per avere più tempo, rispondere ai commenti, investire soldi per comprare vestitini e giochi, curiosare quello che veniva fatto all’estero e nella stessa Francia da chi aveva già raggiunto un notevole successo con un alto numero di follower.


I follower: parola chiave, indice di notorietà e gradimento. Perché a poco a poco Happy Récré aveva acquistato fama, il numero dei follower e dei pollici alzati nel like era schizzato a cifre strabilianti- si parlava di milioni e non di migliaia. Pacchi su pacchi venivano recapitati a casa loro perché fosse fatta una scelta e i vari prodotti venissero reclamizzati. Mélanie aveva organizzato un locale apposta per le riprese- in pratica dal risveglio all’ora di andare a letto i bambini erano sotto l’occhio della videocamera, Sam obbediente, Kimmy sempre più recalcitrante.

Ricordate il film “The Truman Show” del 1998 in cui il protagonista viveva dentro un reality senza saperne nulla? Ecco, così è la vita di Sam e Kimmy, con la differenza che loro lo sanno, che soffrono perché presi di mira dai compagni di scuola, che sono manipolati per credere di essere fortunati, circondati dall’affetto dei loro fan a cui danno il buongiorno ogni mattino mandando loro ‘baci stellati’.


      Finché un giorno- è il 2019- Kimmy scompare. Stava giocando a nascondino con il fratello, l’avevano vista entrare nel locale immondizie e poi…non c’era traccia di lei. Un rapimento? Delle indagini si occupa Clara, una giovane poliziotta che è cresciuta in un ambiente totalmente opposto a quello di Kimmy: niente televisione in casa sua, genitori liberali che si battevano contro il consumismo e il conformismo. Dopo lo sguardo dall’interno (quello di Mélanie), l’esame dei filmati da parte di Clara ci offre lo sguardo dall’esterno di quella ossessiva ed estenuante vita sotto l’occhio di un Grande Fratello ben diverso da quello di Orwell, forse ancora peggiore.

    L’ultima parte del libro è proiettata nel futuro. Sono speculazioni, ma l’esempio di quanto è successo a molte baby star del cinema le rende del tutto credibili. Che ne è di Sam e Kimmy diventati adulti? E di Mélanie, quando deve cambiare tipo di filmati, dopo che i figli hanno abbandonato il nido? Aveva fatto così tanto per loro…

    “Tutto per i bambini” è un libro agghiacciante. È sufficiente andare su Instagram per vedere quanti sono i video con bambini postati dai genitori. In apparenza sono innocui, forse non ci si accorge neppure subito dei retroscena. Dopo si inizia a notare la frequenza in aumento, a riprova di come chi mette online i filmati diventi dipendente dall’indice di visualizzazioni, una vera e propria sorta di droga. Anche l’elemento pubblicitario non è subito evidente, striscia subdolo nei filmati mentre di certo grosse somme di denaro entrano nelle tasche dei genitori. Ma è ‘tutto per i bambini’…

Una legge tutela il diritto all’immagine dei bambini- serve a poco, almeno sul momento, forse a posteriori i figli possono portare in giudizio i genitori.

Un libro da leggere. Purtroppo lo leggerà solo chi è già convinto della non eticità di sfruttare i minori sul web.

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sabato 7 maggio 2022

Valentina Parisi, “Una mappa per Kaliningrad” ed. 2019

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

     romanzo di viaggio

Valentina Parisi, “Una mappa per Kaliningrad”

Ed. Exorma, pagg. 250, Euro 15,90

 

     Pochi sanno che cosa sia Stablack ed è doloroso che un luogo che ha significato così tanto per chi vi è stato internato, che ha marchiato per sempre le loro vite, sia finito nell’oblio. Il nonno della scrittrice fu tra i prigionieri politici italiani recluso nello Stalag 1 di Stablak, nelle vicinanze di Kaliningrad. E la scrittrice segue le orme quasi del tutto cancellate del nonno per ritrovare la sua drammatica esperienza. Il nonno, peraltro, non ne aveva mai parlato, come erano restii a parlare della prigionia tutti quelli che l’avevano sperimentata ed erano sopravvissuti. Una foto che troviamo nel libro “Una mappa per Kaliningrad” ritrae il nonno nel 1947, magro, che guarda la bambina che è la madre della scrittrice. Ha il volto girato verso di lei, indoviniamo uno sguardo di meraviglia e di ammirazione, come davanti a qualcosa di inaspettato e di straordinario.


     Città singolare Kaliningrad. Città con due anime, una tedesca e una russa. Città con due nomi, anche se ormai dovrebbe averne uno solo, essendo una exclave russa, altra condizione singolare (una exclave è un territorio che appartiene politicamente ad uno stato pur essendo inserito territorialmente in un altro stato). Si chiamava Königsberg (la montagna del re) quando apparteneva alla Prussia, ed è rimasta tale per i tedeschi. Perché ha dato i natali al filosofo Kant, al poeta Hoffmann, alla pittrice e scultrice Kollwitz, perché Hannah Harendt vi ha passato gli anni dell’infanzia. Come si può cancellare tutto questo? Per i russi la città aveva una posizione strategica importante, era l’affaccio su un mare che non ghiacciava. E per giustificare l’annessione di gran parte della Prussia orientale venne creato a proposito il mito della regione di Kaliningrad come territorio popolato fin dall’antichità da tribù slave ricongiuntosi alla madrepatria grazie alla vittoria militare sovietica del 1945 (non è forse lo stesso discorso che abbiamo sentito di recente in questi giorni di guerra in Ucraina?).


     Kaliningrad non sarebbe neppure nata come tale se Königsberg non fosse stata bombardata pesantemente dagli Alleati nel 1944. E ai sovietici non importava affatto di ricostruire la città uguale a come era prima, per cui è difficile ritrovare il passato nella nuova città.

La scrittrice ci racconta le sue avventure di viaggio, non certamente facile anche se non paragonabile a quello che deve avere fatto suo nonno. Racconta di incontri, descrive luoghi e persone, inserisce un capitolo intero di testimonianze, aggiunge fotografie di ‘prima’ e ‘dopo’ e ‘durante’, durante la guerra, con le distruzioni e le macerie. Lascia per ultimo il campo. Difficile da raggiungere, perfino le indicazioni che riceve non sono uguali. Quando scende dall’autobus deve percorrere un lungo tratto a piedi- sembra quasi che quello che deve svelarsi ai suoi occhi debba essere una sorta di premio ottenuto dopo aver vinto la sfida di mostri di antiche fiabe. Invece, in realtà, quasi nulla è rimasto di quell’enorme campo con le lunghe baracche. Si commuove davanti al memoriale per le vittime italiane. Poi è ora di tornare indietro, per non perdere l’autobus di ritorno. Come se in questa urgenza ci fosse anche un significato recondito sulla necessità di ricordare ma anche su quella di non lasciarsi irretire dalle maglie del passato.


    ‘La città bifronte’, dice il sottotitolo di questo libro che ci conduce in un viaggio affascinante in questa doppia città di cui ci chiediamo- quale delle due è il doppelgänger dell’altra? In realtà, abbiamo in mente la risposta, ma preferiamo pensare a Kaliningrad come ad un pezzo di ambra- come scrive l’autrice-, uno di quei luminosi pezzi di ambra che il mare lascia sulla riva, che serba in sé il residuo fossile del passato, una Kaliningrad che tesorizza in sé Königsberg.

E a proposito di ambra- ho sentito parlare di Kaliningrad per la prima volta come al luogo dove bravissimi artigiani creavano gioielli di ambra. E dove, ma allora si chiamava ancora Königsberg, i nazisti avevano fatto portare i pannelli della splendida camera d’ambra trafugati dal palazzo di Caterina a Carskoe Selo.

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giovedì 5 maggio 2022

Tommaso Avati, “Il silenzio del mondo” ed. 2022

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

                                                                          saga


Tommaso Avati, “Il silenzio del mondo”

Ed. Neri Pozza, pagg.205, Euro 17,00

 

     Lina. Rosa. Laura. Francesca. Quattro generazioni, ma solo le ultime tre sono legate da un vincolo famigliare, nonna, mamma, figlia. Lina è la donna che- siamo negli anni dopo la prima guerra mondiale- non riesce ad avere figli, le muoiono uno dopo l’altro, appena nati. Il marito allora decide per un’adozione. Non tanto perché ami i bambini, ma perché ha sentito dire che, adottando una bambina dell’orfanotrofio, riceverà regolarmente una certa somma di denaro per il mantenimento. È la sorte che gli fa scegliere Rosa. Anzi, è suo fratello, rimasto cieco dopo la guerra, a insistere per quella bimba che lui neppure vedeva. Si accorgono ben presto che Rosa è sorda. Ed è una sordità che tramanderà alla figlia e alla nipote.

    Tommaso Avati (figlio del regista Pupi Avati) dice di conoscere per esperienza personale ‘il silenzio del mondo’ in cui ci introduce con il suo romanzo. E noi restiamo turbati dall’ingresso in una realtà ovattata in cui non è la parola a darci gli indizi di quello che sta accadendo, ma è la gestualità, sono gli sguardi, i comportamenti degli altri. E siamo consapevoli dell’errore comune di pensare ai non udenti come a dei ritardati, semplicemente perché sembrano non reagire a quanto gli viene detto. È quello che accade a Rosa, disprezzata e considerata un’idiota dal padre adottivo, abusata da un negoziante che approfitta di lei, che non sa, non capisce quello che le sta succedendo, perché nessuno le ha mai detto niente. Povera Rosa che impara per caso i primi rudimenti del linguaggio dei segni. Sua figlia e sua nipote saranno più fortunate- si deve arrivare oltre la metà del ‘900 perché la lingua dei segni italiana (in acronimo Lis) sia conosciuta e diffusa. In più Laura e Francesca (quest’ultima non sorda dalla nascita) impareranno anche ad usare la voce e riconoscere il labiale.


    La storia di queste tre generazioni di donne afflitte da sordità ha, in apparenza, molto in comune con la storia di altri personaggi femminili- amori, tradimenti, figli, esperienze di lavoro. Ma il silenzio del mondo rende tutto diverso, la differenza e le difficoltà dei rapporti con gli altri rendono tutto differente. Il mondo si divide tra ‘udenti’ e ‘non udenti’, tra ‘loro’ (perché gli udenti sono ‘loro’ per Laura e Francesca) e ‘noi’. E, mentre ‘loro’, pur nella piena accettazione come nel caso del marito di Laura, insistono perché usino la voce, perché solo le parole contengono la piena ricchezza della realtà, perché non vengano subito etichettate come diverse, Laura si oppone e arriva a schierarsi sul fronte di un’opinione del tutto diversa. Sono i segni, quelle mani danzanti nell’aria, ad essere meglio delle parole, perché non esiste la menzogna nella lingua dei segni e, invece, tutti ‘loro’ sono menzogneri. Non lo aveva sperimentato forse Rosa, non lo ha provato lei, come può Francesca fidarsi di ‘loro’? Ma è proprio vero, questo? Il finale, con il segreto svelato di Rosa, sembrerebbe provare diversamente.


    Si legge velocemente, il romanzo di Tommaso Avati, perché lo stile è piano, la narrativa si riavvolge a tratti su se stessa per fare un balzo indietro nel passato e i personaggi femminili ci intrigano, perché sembrano avere una dimensione aggiunta, perché solo loro sembrano poter accedere al silenzio del mondo.

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martedì 3 maggio 2022

Georges Simenon, “Il dottor Bergelon” ed. 2022

                                        Voci da mondi diversi. Francia

cento sfumature di giallo

Georges Simenon, “Il dottor Bergelon”

Ed. Adelphi, trad. Laura Frausin Guarino, pagg. 195, Euro 18,00

 

   Lui, il dottor Bergelon, è medico condotto in un paese della Francia. Uno di quei piccoli paesi in cui tutti si conoscono, in cui soprattutto lui, il dottore, conosce tutti, è entrato in tutte le case, ha fatto nascere chissà quanti bambini, ha visitato tutti nel suo ambulatorio, ha controllato e controlla settimanalmente la salute delle prostitute. È sposato con Germaine, una donnetta sempre pronta a servirlo, sempre in ansia per lui. Hanno due figli, la primogenita ha già 13 anni.

   Il dottor Mandelin viene da fuori, ha pensato che quello fosse il luogo ideale per una clinica di lusso. E fa una proposta a Bergelon. Se Bergelon gli manderà dei pazienti, la parcella del primo sarà tutta per lui, per gli altri Mandelin gli corrisponderà il quaranta per cento. Una proposta allettante a cui Bergelon non sa dire di no. Germaine si lamenta sempre delle loro ristrettezze.

    La prima paziente mandata da Bergelon è al suo primo parto. Il marito, Cossot, è rimasto orfano giovane, suo padre era un poliziotto, lui si è impegnato, ha fatto strada, poter offrire alla moglie una clinica di lusso è un segno del suo successo.


    Proprio quella sera Mandelin ha invitato il dottor Bergelon e la moglie ad una cena in casa sua. Si mangia, si beve (tanto), si tira tardi (troppo), mentre una dopo l’altra arrivano le telefonate dell’infermiera della clinica per sollecitare l’intervento del dottor Mandelin. Il quale non si muove affatto, lui sa come vanno le cose, ci vuol tempo prima che una partoriente metta alla luce un primo figlio. Quando Mandelin e Bergelon vanno alla clinica, sono entrambi ubriachi. E le cose non vanno come devono andare.

    È interessante osservare come questo momento di volta incida diversamente sulla vita dei due dottori e l’attenzione dello scrittore è rivolta quasi esclusivamente a Bergelon. Su Mandelin l’esperienza scorre come fosse di nessuna importanza. Mandelin è cinico, si dà da fare per corrompere chiunque possa portare avanti un’indagine. Ben diverso è Bergelon che sa di essere colpevole, gli pare che la persecuzione da parte di Cossot sia meritata. Cossot ormai è sempre ubriaco e minaccia di uccidere Bergelon. Come cambia Bergelon, pressato dagli eventi, dagli incontri con Cossot e la sua amante, da quei bicchieri di troppo che lui incomincia a bere? Lui che, memore del padre, non aveva mai bevuto? Bergelon sente che deve cambiare vita.


     L’allontanamento di Bergelon da casa è un mini-viaggio che ha la valenza di tutti i viaggi. Viaggio come conoscenza di sé, come riflessione, come nuovi incontri, come vecchi incontri. Viaggio come espiazione, come accettazione di sé. Viaggio circolare che ritorna al punto di partenza, dopo aver respinto la tentazione di salpare per Trebisonda. Che fascino è contenuto in questo nome! In italiano ‘perdere la trebisonda’ vuol dire perdere il controllo di sé- ha riacquistato il controllo su se stesso, il dottor Bergelon?

    Uno dei libri di Georges Simenon senza il commissario Maigret che vale la pena di leggere.

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