Voci da mondi diversi. Turchia
Ed. Neri Pozza, trad pagg. 208, Euro 18,05
Una città, Istanbul. Anzi, due città, quella
del passato e quella del presente. Oppure, quella sulla sponda europea e quella
sulla sponda asiatica del Bosforo.
Asena, la scrittrice che torna a Istanbul,
la città in cui è nata ma in cui non ha mai veramente vissuto, per ritirare un
premio.
Azra, la giornalista che le rivolge le
domande per un’intervista.
Sono questi i personaggi principali del romanzo di Açelya Yönaç, nata in Turchia nel 1978 ma cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, un romanzo che ci svela gli aspetti meno conosciuti di una città che ci ha sempre abbagliato con il suo fascino di città tra due mondi, tra due culture. Perché Asena non è tornata a Istanbul, dove non mette piede da venticinque anni, solo per ritirare il premio, ma per cercare il fratello, giornalista di cui si sono perse le tracce dopo una manifestazione a cui aveva preso parte. Asena sa che, dopo tutto questo tempo, suo fratello è certamente morto, ma come è morto? Dove? E dove è stato sepolto? Riuscirà a trovare la sua tomba?
Asena e Azra, due donne nate nella stessa
terra eppure così diverse. La prima con un nome che significa ‘lupa’ e richiama
una leggenda simile alla nostra del futuro fondatore di Roma allattato da una
lupa, e la seconda il cui nome significa ‘vergine’- il valore più importante
per la donna turca. Asena è laica, Azra indossa l’hijab, Asena non è sposata e
non lo ritiene necessario, Azra è abituata a servire padre e fratelli, accetta
il ruolo della donna sottomessa agli uomini. Possiamo osservare un contrasto
tra questa sottomissione e il lavoro di cui va orgogliosa, ma non c’è scampo-
non sarà lei, nonostante tutti i suoi incontri con Asena, a coprire il servizio
giornalistico della premiazione.
Che cosa è rimasto della Istanbul del
passato, quella di prima del terremoto, quella di quando Asena veniva dai nonni
da bambina? Ben poco. La romantica riva del Bosforo è fitta di grattacieli,
perfino la casa dei nonni non c’è più. Resta il melocotogno. Resta una gatta
nera che appare e scompare lungo tutto il libro. Neppure le donne vestite alla
moda occidentale ci sono più, portano tutte l’hijab o addirittura il burqa.
Anche nella famiglia di Asena c’era lo stesso dualismo- dipendeva forse dal fatto che suo fratello aveva vissuto più a lungo a Istanbul se rifiutava di considerarsi un cittadino del paese che lo aveva accolto, se per lui la patria era il paese in cui sapevano pronunciare il suo nome? La vera patria, che è forse la lingua, o forse l’infanzia- recita l’esergo (una citazione da Sándor Márai).
Scrive lettere al fratello scomparso,
Asena, e questa è una caratteristica del romanzo- il cambio di registri,
l’alternarsi di voci narrative. Asena e i suoi pensieri mentre si aggira in
città, mentre visita un cimitero dopo l’altro, le domande e risposte
dell’intervista, le riflessioni di Azra e i suoi sentimenti contrastanti
riguardo alla scrittrice, le lettere al fratello e i mini-racconti che Asena inserisce.
Lei, che ha fatto rivivere donne ottomane del passato nei suoi romanzi,
raccoglie storie di fanciulle nelle situazioni più diverse, specchio di una
Turchia ancestrale e dei suoi valori basati sull’onore. Sono come brevissimi
romanzi dentro il romanzo, come specchi che rivelano molteplici sfaccettature.
“La casa turca” ha tutto il fascino dei
libri che ci fanno scoprire altre realtà di cui la più importante, la più
dolorosa è nella rivelazione finale del poeta gay sulla fine del fratello della
scrittrice, che era suo amico.



