Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
romanzo storico
Sarah Dunant, “La marchesa”
Ed.
Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 336, Euro 19,00
È Isabella d’Este la Marchesa del nuovo
romanzo di Sarah Dunant. Nata nel 1474, andata sposa a Francesco Gonzaga, guidò
la città-Stato di Mantova (lui era un guerriero e lasciava spesso a lei gli
impegni politici) negli anni difficili di guerre, alleanze e tradimenti, tra la
fine del secolo XV e l’inizio del XVI.
“La marchesa” non è il solito romanzo storico imperniato su una grande figura femminile. È un romanzo di ambientazione storica ma anche un libro di storia dell’arte (Isabella era una fine collezionista e, alla sua morte, lasciò una collezione straordinaria di dipinti, sculture, libri, strumenti musicali) e, in un certo qual senso, un’autobiografia della scrittrice stessa che appare nelle vesti della studiosa che consulta le lettere e i quaderni di Isabella conservati in un ex convento e in una chiesa, sede dell’Archivio di Stato di Mantova. Perché è proprio Sarah Dunant, anche se non ne sappiamo il nome, la ricercatrice vestita con una maglia verde foglia, pantaloni ocra alla turca e una sciarpa gialla. La scelta narrativa della scrittrice è insolita per un romanzo storico: ricordate il libro “Amabili resti” di Alice Sebold? La sua storia (era stata uccisa) viene raccontata da lei stessa che aleggia sul nostro mondo con lo sguardo di chi ha lasciato la vita terrena. Così è per Isabella- guarda, osserva, le piace la donna che ha chiesto di consultare le sue lettere (l’avrebbe volentieri presa come dama di compagnia), le piace di meno lo storico dell’arte con gli occhiali su cui fa osservazioni ironiche, e intanto sbircia le lettere che la scrittrice consulta. E ricorda.
Le lettere sono il punto di partenza per
ricostruire la sua vita da un punto di vista personalissimo, intimo o
ufficiale, secondo a chi le lettere sono indirizzate. In genere non ci si può
fidare di chi parla di sé, ma Isabella è straordinaria anche in questo. È
obiettiva. Sa bene di non essere mai stata bella, non come la sorella Beatrice
che andò sposa a Ludovico Sforza. Era stata gelosa di Beatrice, Ludovico era un
bell’uomo e Milano non era Mantova. Quanto a Francesco Gonzaga- Isabella non si
sentiva affatto attratta da lui e, dallo scambio di lettere con la madre, ci
lascia intendere quanto le pesasse l’intimità coniugale. La felicità che
Isabella non trovava a letto, la frustrazione e sì, anche la preoccupazione per
quell’erede che non arrivava, erano compensate dal suo interesse per l’arte,
per tutte le forme di bellezza che erano arte. Tutti i nomi più famosi degli
artisti del Rinascimento, contesi da una corte e dall’altra, appaiono in queste
pagine, balzano fuori dalle sue lettere, con le commissioni date, accettate,
rifiutate, insieme alle puntuali note critiche della marchesa. Leonardo, Michelangelo,
Brunelleschi, Mantegna, Giulio Romano- per citare solo i grandissimi.
Francesco Gonzaga
Dai campi di battaglia (quella epica di
Fornovo del 1495 è stata resa memorabile dal dipinto commissionato ex-voto da Francesco
a Mantegna) alle corti di Mantova, di Ferrara e a quella papale a Roma, dalla
descrizione di abiti e tessuti e arredi alla cella in cui fu rinchiuso
Francesco Gonzaga, dai parti, di Isabella, della sorella rivale che morì a soli
ventidue anni dando alla luce il terzo figlio, al mal francese, come veniva
chiamata la sifilide, che si portò via Francesco. E sempre lei, Isabella, in
primo piano, più a suo agio al governo del ducato di Mantova che nella stanza
da letto. E sempre lei, Isabella, che alita sui fogli della scrittrice
ricercatrice, che fa sentire la sua presenza, quasi volesse continuare a
vivere, almeno sulla carta.
E la carta ci riporta in vita una donna eccezionale.


