giovedì 20 agosto 2026

Marie Charrell, “La figlia del fuoco” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Albania



Marie Charrell, “La figlia del fuoco”

Ed. Marsilio, trad. Vozzi e Petruzzella, pagg. 336, Euro 19,00

 

1977. 1989. 2023.

Un villaggio tra le montagne dell’Albania. È un villaggio così piccolo e sperduto che non ha neppure un nome.

Tirana, la capitale che attira come una sirena incantatrice.

Reykjavic, Islanda.

Tre donne della stessa famiglia, Lule che prenderà poi il nome di Ester, Elora, Sarah.

    È il 2023 quando Sarah arriva in Albania- si può forse dire che torna in Albania? L’ha lasciata quando aveva sei anni e sua madre l’aveva portata con sé in Islanda, la terra scelta in tempi lontani quando aveva letto un articolo che parlava della libertà di cui godevano le donne in Islanda. Libertà- la parola magica per un popolo che per più di quaranta anni era stato schiacciato sotto la dittatura di Enver Hoxha, il capo di stato che stabiliva regole ferree perfino per la lunghezza dei capelli (5 centimetri). Ester non le aveva mai raccontato niente dell’Albania, né degli anni passati sulle montagne, né del periodo a Tirana. Alla sua morte un notaio le aveva consegnato i documenti per rintracciare una casupola che la madre le aveva lasciato e un foglio con poche parole, “Vai laggiù.Trova Elora.”

Hoxha

   Ecco, allora, l’alternarsi delle tre narrative in tre tempi diversi per ricostruire il passato, quello della infanzia e poi della giovinezza di quattro amici, della bella Ester e di Elora, la bambina dagli occhi di fuoco, degli amori infantili e poi della loro passione per la poesia che leggevano di nascosto in casa dei genitori di Ester, dell’amore che nasce tra Ester e uno dei ragazzi, della gelosia di uno di loro, delle idee politiche e degli atti di resistenza e di opposizione alla dittatura. Eppure, ci sarà uno di loro che si discosterà dagli ideali dapprima condivisi, che diventerà un fedele seguace di Hoxha, capace anche di azioni contro gli amici di un tempo.


    Il viaggio di Sarah diventa un viaggio di scoperta, non solo nel passato della madre (è così difficile venire a sapere qualcosa, e poi, perché tutti tacciono quando chiede di Elora? Chi è Elora? O, chi era Elora?), ma nel passato recente dell’Albania, di quella dittatura che regolava tutto, proibiva tutto (perfino gli occhiali da sole, oggetto così capitalista, così occidentale), coniava slogan che dovevano essere dipinti per punizione sui massi nelle montagne (una lettera per masso, più lungo era lo slogan, più massi erano necessari, peggiore era la punizione), incoraggiava le delazioni, sottoponeva i prigionieri a torture atroci, e poi è anche un viaggio nella cultura, nelle tradizioni, nel folklore dell’Albania,


il paese in cui si bisbiglia con timore il nome della Kulshedra, la dea selvaggia con l’aspetto di un serpemte-drago femmina che abita le montagne e governa le acque, soprattutto è un addentrarsi nell’antico codice di diritto consuetudinario albanese, il Kanun, basato su onore- il valore della famiglia da difendere ad ogni costo-, ospitalità- accogliere e proteggere l’ospite è un obbligo sacro-, vendetta di sangue- la faida che è d’obbligo per lavare l’offesa all’onore familiare-, e la burnesha- quella strana usanza per cui le donne possono scegliere di vivere come uomini per guidare la famiglia in assenza di maschi.

   Il Kanun è la spiegazione e la causa della tragedia che si compie nelle pagine del romanzo, che rivela il segreto di Elora, che trasforma infine il viaggio di Sarah in un viaggio alla scoperta della sua identità.

   Un romanzo bello e insolito che ci aiuta a conoscere meglio il paese così vicino e così lontano, di fronte alle nostre coste sull’Adriatico.



martedì 11 agosto 2026

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

        seconda guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”

Ed. Longanesi, pagg. 320, Euro

     Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica, avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000 cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la ‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.

Krasnov

    Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere.  Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale.  Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.


     Le pagine del romanzo sono percorse dalla paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto spesso difficile e doloroso.

    Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.


    Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.


sabato 1 agosto 2026

Saleem Haddad, “Memorie del diluvio” ed. 2026

                                                       Voci da mondi diversi. Kuwait


Saleem Haddad, “Memorie del diluvio”

Ed. e/o, trad. Silvia Castoldi, pagg. 368, Euro 19,55

 

 Dagli anni ‘50 del ‘900 al 2014. Londra e Baghdad. La famiglia del grande pittore iracheno Haydar Mathloum, morto prima di riuscire a completare la maestosa opera che gli era stata commissionata e a cui lui aveva dato il titolo di Sinfonia della Speranza. La moglie britannica Bridget, pure lei pittrice, le tre figlie, Ishtar, Zainab e Mediha, e il nipote Nizar, corrispondente di guerra. Solo Zainab era rimasta a Baghdad, dopo che la madre e le sorelle avevano trovato riparo in Inghilterra negli anni della guerra contro l’Iran. Zainab si era spostata da una città all’altra con il figlio, aveva vissuto a lungo in Kuwait, poi aveva sposato un uomo molto ricco ed ora viveva a Dubai.

    Attraverso il punto di vista dei diversi personaggi riviviamo il passato e viviamo il presente. E ci sono dei segreti, tante cose non dette nel passato che affiorano ora nel presente. Come è morto veramente Haydar Mathloum, ancora giovane, prima che la figlia Mediha venisse al mondo? E dove sono finiti i suoi quadri che hanno segnato una svolta importante nella storia dell’arte irachena? Sono nascosti nella stanza di Mediha? Ha intenzione di venderli, Mediha? Tramite le sue conoscenze Zainab potrebbe organizzare una grandiosa mostra a Dubai, potrebbe ridare lustro alla figura del padre.

Jewad Selim

   Ognuno di questi personaggi ha una sua storia da raccontare- come Bridget abbia conosciuto Haydar quando aveva vent’anni e lo abbia seguito a Baghdad, abbia dipinto al suo fianco, abbia imparato la lingua; come Ishtar abbia un grande sogno, la costruzione di un’arca che discenda lungo il corso del Tigri, come le altre due sorelle siano divise tra sentimenti diversi, di estraniamento e di nostalgia. Sì, forse è la nostalgia il sentimento che prevale nel romanzo di Haddad. Nostalgia per una città che non è più quella che ricordano, per degli edifici dall’architettura peculiare che Bridget ha fissato nei suoi dipinti e che ora non esistono più, per quella cultura millenaria che resta nel sogno utopistico di Ishtar. E Nizar, cresciuto senza il padre, morto all’inizio della guerra del Libano, vagabondo con la madre da un alloggio all’altro, traumatizzato dalle scene di guerra di cui è stato testimone, si riavvicina alla nonna, alla madre e alle zie per riappropriarsi delle sue origini, per ricongiungersi con ‘il luogo dove il mondo intero ha avuto inizio.


   Come ogni personaggio, anche Baghdad, soprattutto Baghdad, è un personaggio che ha una storia da raccontare, è la storia attraverso i secoli di una città che ci affascina, una città tormentata, una città drammatica, una città distrutta. Vengono alla luce i problemi e le sofferenze del colonialismo e delle ingerenze straniere, delle guerre, del governo di Saddam Hussein.

    Quando un romanzo poggia su basi storiche, quando riesce a farci partecipe della Storia di un paese, quando i protagonisti fanno rivivere persone veramente esistite nelle loro pagine- quel romanzo ha un valore aggiunto, perché ci apre le porte di una conoscenza che non avevamo.


Nel cuore di Baghdad sorge il Monumento alla Libertà, commissionato nel 1959 per commemorare la rivoluzione del 14 luglio. Fu realizzato da Jewad Selim, uno degli artisti arabi più influenti del secolo X, insieme all’architetto Rifat Chadirji. Lo avevano pensato come un emblema senza tempo di libertà- ci spiega l’autore in una nota finale-. e non come un omaggio ad uno specifico evento. C’è tutta la storia del’Iraq nel fregio delle sculture di bronzo e il fulcro è un uomo che sfonda le sbarre della prigione. Dopo la morte per infarto di Jewad Selim nel 1961, il monumento fu terminato da Chadirji e dalla moglie britannica di Jewad.

   C’è molto di realmente accaduto, dunque, nel romanzo di Saleem Haddad, un romanzo sulla Storia di un antico paese e su un’artista arabo che molti di noi lettori probabilmente non conoscevamo.