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lunedì 25 maggio 2026

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

                                                                   OFF THE MAIN ROAD

    Voci da mondi diversi. Russia

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

Ed. Garzanti, trad. Nadai, Euro 9,50

 

    Un romanzo? Un insieme di cinque novelle? Io definirei romanzo “Un eroe del nostro tempo”, scritto tra il 1830 e il 1840 da Michail Lermontov, lo scrittore russo che morì a soli ventisette anni. Perché è vero che è formato da cinque racconti che però hanno lo stesso protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Ed è questa la modernità dell’opera- ci sono diverse voci narranti e quindi diversi punti di vista. In più- quasi non ce ne accorgiamo- il protagonista è già morto quando noi leggiamo le pagine del suo diario dove è lui stesso, Pečorin, a raccontare.

    All’inizio del libro chi parla è un viaggiatore che arriva da Tiflis (tutto il romanzo è ambientato nel Caucaso, “patria del’anima” di Lermontov). Questo viaggiatore incontra il capitano Maksim Maksimič che gli racconta di Pečorin di cui era amico perché avevano passato un anno insieme quando Pečorin aveva venticinque anni.

“Ci sono uomini per cui è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili.” Era stato proprio così per Pečorin che si era invaghito di Bela, la figlia sedicenne di un principe. Come avesse ottenuto la fanciulla è una storia che ben si addice ad un paese selvaggio in cui si può barattare una donna per un cavallo. E poi? Poi si può immaginare come la storia d’amore finisca in tragedia ma quello che a noi importa per inquadrare il personaggio è la sua reazione, descritta da Maksimič: “volevo consolarlo, cominciai a parlare: alzò la testa e scoppiò a ridere”.


    Il secondo racconto ha per titolo ‘Maksim Maksimič’: c’è sempre lo stesso narratore che, per caso, a distanza di tempo, incontra di nuovo Maksim Maksimič e, sempre per caso, vengono a sapere che anche Pečorin si trova dove sono loro. L’incontro sarà fugace, la delusione di Maksimič sarà cocente. Alla sua domanda su che cosa l’ufficiale abbia fatto nel tempo in cui non si sono visti, la risposta di Pečorin è, ‘mi sono annoiato’. È qui che troviamo una sua descrizione, attraverso gli occhi del vecchio amico. Pečorin è snello, con le spalle larghe, ha un’andatura negligente e pigra, occhi che non ridono quando lui ride. Soprattutto l’osservatore vede, sotto la giacca slacciata in alto, la biancheria di una pulizia accecante ‘che rivelava le abitudini di un uomo come si deve’. E per concludere Maksimič osserva che Pečorin ha una di quelle fisionomie originali che piacciono alle donne del bel mondo. Infine, con l’indifferenza che lo contraddistingue, Pečorin rifiuta di riprendersi il diario che l’amico aveva conservato per lui e Maksimič dà quelle carte al narratore. Se nel racconto precedente il cinismo del protagonista si era mostrato nei confronti delle donne, qui è palese la sua indifferenza verso un amico, “che cosa sono gli amici nel nostro secolo?”, si chiede Maksimič.


     Lermontov sta avvicinando la sua messa a fuoco del personaggio principale. È come se avessimo letto una sorta di introduzione, le pagine del diario sono scritte naturalmente in prima persona dallo stesso Pečorin. La prima storia che racconta ha un che di storia d’avventura, c’è un incontro con dei contrabbandieri, un’altra ragazza muore nell’indifferenza del nostro protagonista. La seconda è intitolata ‘La principessina Meri’ e si svolge in poco più di un mese. È ancora una volta la storia di un’amicizia (ma che cosa sono gli amici? ancora una volta vedremo quanto poco importanti per Pečorin), di una fanciulla di cui l’amico si innamora e che Pečorin si impegna a strappargli, chiedendosi lui stesso perché mai insegua l’amore di una giovane donna che non vuole sedurre e non sposerà mai. “Che cosa è la felicità? Superbia appagata. A volte mi disprezzo”. In questa onesta autoanalisi Pečorin ammette che, per quanto sia innamorato, appena la donna gli fa capire che mira al matrimonio, per lui l’amore è finito. È pronto a tutti i sacrifici, ma non a rinunciare alla libertà.


    L’ultimo episodio del diario racconta di un’ennesima morte che sembra essere stata nei disegni del destino e che lo stesso Pečorin aveva presagito.

    La vita di Lermontov, militare di carriera, ha molto della vita del suo eroe- eroe nel vero senso della parola o piuttosto un’intrepretazione ironica della figura dell’eroe? Si capisce perché il suo romanzo, considerato una delle maggiori opere del romanticismo russo, sia stato un piccolo scandalo per la figura di questo personaggio cinico e disincantato che ricorda l’eroe byroniano. Morì in un duello, Michail Lermontov. Che maniera romantica e stupida di morire, proprio come l’amico di Pečorin.



   

 

 

sabato 21 marzo 2026

John Galsworthy, “Il Possidente”

                                                                  OFF THE MAIN ROAD

Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          saga

Premio Nobel

John Galsworthy, “Il Possidente”

Ed. Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90

 

      “The man of property”: un classico senza tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello. Lo è ancora.

    Questo è il primo di tre romanzi e due interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno prima di morire.

È Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’ (questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa. ‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del 1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti dell’arte, della musica e della letteratura.

sullo schermo

    Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.


    I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.

    Viene da pensare che nessuno scrittore contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



   

venerdì 19 settembre 2025

Cesare Pavese, “La casa in collina”

                                                                    OFF THE MAIN ROAD

                                                        Casa Nostra. Qui Italia



Cesare Pavese, “La casa in collina”

Ed. crescere, pagg. 160, Euro 4,66

La mia è una vecchia edizione Einaudi, Lire 9500

   Che idea ci dà questo titolo del romanzo (uno dei più belli) di Cesare Pavese? Una casa, un luogo sicuro. In collina, su un’altura, c’è un certo distacco dal mondo, si vede tutto dall’alto, ci si sente al sicuro dai pericoli.

   É proprio così. La casa in collina offre un rifugio a Corrado, insegnante a Torino, ospitato da due donne di cui una è un poco innamorata di lui (senza speranza). Di notte Torino viene spesso bombardata e alla sera Corrado, e tanti altri come lui, prende la via della collina. E’ il 1943, l’anno in cui la guerra ha una svolta, l’anno in cui si devono prendere delle decisioni, per la Repubblica o per la Resistenza. E Corrado, ormai sulla quarantina, non prende nessuna decisione. Anzi, si tira indietro, si nasconde. Dapprima, nella grande confusione del dopo armistizio, è uno dei tanti che parlano all’osteria, che ostentano cinismo, che forse sperano sia tutto finito. Ma i bombardamenti continuano e anche i rastrellamenti, anche le azioni punitive dei tedeschi che arrestano e deportano, insieme ad altri, anche Cate, la giovane donna che Corrado ha rincontrato per caso al paese e di cui era stato innamorato un tempo. Adesso Cate ha un figlio, Dino- c’è lui dietro la vergogna che prova Corrado per come aveva lasciato Cate? Fa il conto degli anni e dei mesi, potrebbe essere suo figlio, Dino? E comunque Corrado gli si affeziona, cerca di fargli lezione. Cate, però, come anche Dino più tardi, quando scapperà per unirsi ai partigiani, rappresenta l’antitesi di Corrado. Lui è pavido, non prende posizione, lei non ha dubbi, si schiera con chi combatte i repubblichini. Lui si nasconderà in un convento, di lei non si saprà più nulla, morirà in un campo di concentramento.


     La casa in collina diventa più che mai la metafora di un isolamento, di un allontanamento dalla vita e dalle decisioni che questa comporta e il romanzo è la storia di un uomo che si è tirato indietro, sia nella vita privata- e lo spiare una qualche somiglianza con Dino per sapere se è suo figlio è il prezzo da pagare- sia in quella politica, dove il vedere lucidamente come una guerra civile stia prendendo piede non è per lui una spinta per agire e non solo per parlare.

     “La casa in collina” fu pubblicato per la prima volta nel 1948, due anni prima che lo scrittore si suicidasse, ed è un libro della sua piena maturità stilistica- c’è un nitore, una essenzialità nelle frasi semplici che hanno spesso un che di poetico. Rileggerlo ora, apprezzandolo forse ancora più di quando lo leggemmo per la prima volta, è quasi rinfrescante, è un piacere, ci fa pensare che sì, la grande letteratura esiste, che le parole sono un’ispirazione che nutre l’animo.




giovedì 8 maggio 2025

Jeremias Gotthelf, “Il ragno nero” ed. 1996

                                                                  Off the main road

Voci da mondi diversi. Svizzera

Jeremias Gotthelf, “Il ragno nero”

Ed. Adelphi (1996), trad. M. Mila, pagg. 184, Euro 13,30

 

    Era un pastore svizzero, Jeremias Gotthelf- un bellissimo cognome che si era scelto come pseudonimo, aiuto di Dio, e che ben si adattava al suo compito di pastore di anime. Il vero nome era Albert Bitzius, nato nel 1797 e morto nel 1854. Ci viene quasi un capogiro nel leggere queste date e rivolgere l’occhio all’abisso del tempo, perché poi, leggendo il suo racconto lungo “Il ragno nero”, ci stupiamo invece di quanto sia attuale, di quale monito sempre valido contenga.

    L’inizio è idilliaco- una festa di paese per un battesimo. Una natura verdeggiante, un villaggio incastonato tra le montagne, gente vestita a festa, si mangia e si beve in onore del nuovo bambino accolto nella comunità dei fedeli. Poi qualcuno fa un’osservazione sul legno scuro di una finestra, diversa da tutte le altre, e il nonno, una sorta di memoria storica, incomincia il suo racconto.

   La vita nel villaggio non è sempre stata così serena. C’era un castello sulla collina, c’era un cavaliere che spadroneggiava sui contadini. Dopo gli sforzi che questi avevano fatto per costruirgli il castello, il cavaliere non era soddisfatto. C’era troppo sole sulla salita per arrivare all’ingresso, avrebbero dovuto piantare- in breve tempo- un numero di betulle che fiancheggiassero la strada, facendo ombra. I contadini erano sgomenti. Se obbedivano avrebbero dovuto trascurare i campi e di che cosa si sarebbero nutriti? Ed ecco che arriva un cacciatore vestito di verde con una piuma rossa sul cappello, una barbetta rossa su un viso scuro, un naso ad uncino e un mento appuntito. Si dichiara pronto ad aiutarli a trasportare i tronchi con il suo carretto, il lavoro sarà finito a tempo. Si accontenterà di poco come ricompensa- un bambino non battezzato.


    È il tema eterno, ricorrente in tutte le culture, tra mito e leggenda, della lotta tra l’uomo e il diavolo, delle tentazioni a cui l’uomo è sottoposto da parte del diavolo che vuole impossessarsi della sua anima, ad iniziare dai Testi Sacri fino al dramma di Marlowe e al romanzo di Thomas Mann. È la lotta tra il Bene e il Male, una lotta senza quartiere.

   Nel racconto di Gotthelf i contadini si ritraggono inorriditi, poi una donna (ecco un’altra figura femminile che si accorda alla tradizione per suggerire l’astuzia ingannatrice) propone di accettare l’aiuto e di lasciare scornato poi il cacciatore verde al momento della consegna. Ma è così facile imbrogliare l’omino verde alias il diavolo? Anzi, le conseguenze sono terribili. Fa la sua comparsa il ragno nero a cui non si sfugge- la scelta stessa di aver rappresentato il Male sotto l’aspetto di un ragno dalle molteplici zampette che si può insinuare ovunque è significativa. Nel 1434 imperversava la Peste- ecco, il ragno nero è come quel flagello. E il ragno nero non colpisce solo il corpo dei malcapitati ma anche la loro anima- i contadini sono incattiviti e malevoli. Finché…e qui Gotthelf rispolvera un altro dettaglio delle leggende. L’astuzia e la bontà di un uomo riescono a imprigionare il ragno in un buco del legno e lo tappano dentro. C’è ancora un seguito…

dal film

    Ho letto che Elias Canetti ha scritto: ”Lessi Il Ragno Nero e mi sentii perseguitato, come se quel ragno si fosse annidato sul mio viso.” È l’impressione che ho avuto anche io leggendo il racconto, tanta è la forza descrittiva, il realismo con cui l’autore ci narra di questa eterna lotta. Colpisce, poi, il contrasto tra l’aracnide nero (ma ad un certo punto tutta la natura pullula di questi esseri neri) che contiene in sé una minaccia mortale e la quiete verdeggiante della natura che pare indifferente.

    Giustamente è stato definito un piccolo capolavoro.




    

venerdì 25 aprile 2025

Off the Main Road - Shyam Selvadurai, “Cinnamon Gardens”

                                              Voci da mondi diversi. Sri Lanka



Shyam Selvadurai, “Cinnamon Gardens”

In inglese ed. 1998

Ed. Il Saggiatore, trad. Erica Mannucci, 1999, euro 11,10

   Colombo, Ceylon. Anni ‘20. Cinnamon Gardens, un quartiere di ricchi ceylonesi, un ambiente chiuso, un’atmosfera soffocante, l’ipocrisia come legge.

    Due storie scorrono parallele, con due personaggi principali, Annalukshmi e lo zio Balendran, e molti, veramente molti, personaggi secondari ma indispensabili.

    Il filone della trama che riguarda Annalukshmi ci riporta all’Inghilterra di Jane Austen. Se Annalukshmi, la madre e le sorelle non indossassero i sari, potremmo pensare che fossero le sorelle Bennet. Teniamo a mente, prima di tutto, che ognuno di questi personaggi vive o ha vissuto una storia d’amore e che ogni coppia ha qualcosa da dirci.


Il padre di Annalukshmi vive in Malesia, è ritornato alla religione indù e per la madre, cristiana, era impossibile continuare a vivere con lui. Come per le sorelle Bennet, anche per Annalukshmi e le sue sorelle il problema è il matrimonio, Annalukshmi è la maggiore, se non si sposa lei, le altre non possono convolare a nozze. Ma Annalukshmi è la Elizabeth Bennet del romanzo- ha uno spirito ribelle e indipendente, ama leggere, insegna nella scuola che ha una direttrice inglese e la sua ambizione è di avere anche lei un ruolo direttivo (non sa che, in quanto nativa di Ceylon, le è impossibile). La scena in cui sfreccia sulla bicicletta che le hanno regalato (contro gli ordini della madre), suscitando l’orrore e le maldicenze delle donne per bene di Cinnamon Gardens, significa già tutto. Quando il padre sceglie un marito per lei, Annalukshmi scappa e non si fa trovare, e l’aspirante marito che è anche un loro cugino ripiega sposando la seconda sorella. Vedremo se sarà più o meno felice, se si farà andare bene un marito purchessia. Perché “Cinnamon Gardens” è un romanzo di coppie per lo più infelici, che fingono (se possono).

    Quando Balendran frequentava l’università in Inghilterra viveva con il ragazzo inglese di cui era innamorato. Il padre lo aveva saputo e si era precipitato a salvare il figlio minacciando al suo compagno di denunciarlo- il ricordo di Oscar Wilde è ancora vivo. Balendran era rientrato nei ranghi, si era sposato, aveva avuto un figlio, aveva nascosto la sua infelicità, l’accordo con la moglie era pacato e sereno. Finché, a quasi trent’anni di distanza, l’antico amante era arrivato a Colombo con un incarico del governo…

    Ci sono altre storie ancora, ma vale la pena di soffermarsi su due personaggi che hanno un profondo significato nel romanzo, il fratello maggiore di Balendran e il padre, un’eminenza nella società di Colombo.


Il fratello maggiore era stato ostracizzato perché si era innamorato di una ragazza di casta inferiore che faceva la domestica in casa loro. Si era rifiutato di lasciarla, in un atto di ribellione aveva addirittura ferito il padre prima di emigrare a Bombay. Ora sta morendo e Balendran va da lui: quello che trova lo lascia sorpreso e lo fa riflettere. Il fratello e la moglie vivono in povertà ma è chiaro che si amano ancora, hanno fatto studiare il figlio in Inghilterra con grandi sacrifici: è lui, il fratello, l’eroe del romanzo, quello che ha vissuto la vita che ha voluto affrontando le conseguenze delle sue scelte. E il padre invece, dopo quello che Balendran scopre su di lui, è il modello dell’ipocrisia, di chi esige dagli altri dei comportamenti che lui per primo non rispetta.

    Il romanzo è diventato un classico della letteratura anglo-indiana, un libro sfaccettato e ricco di sfumature, una lettura sempre molto piacevole.





martedì 8 aprile 2025

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

                                                                    Off the main road

Voci da mondi diversi. Australia
guerra civile in Sri Lanka

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

Ed. Ultimo Press, pagg. 388, Euro 11,18

       Inizia nel 1931 a Colombo, nello Sri Lanka quando ancora si chiamava Ceylon (diventò Sri Lanka nel 1972), e termina a Sydney, in Australia nel 2009. Un tempo lungo abbastanza da seguire le vicende di tre generazioni di una famiglia, quella di Rajan e Nala. Rajan veniva da una famiglia povera, ma aveva potuto studiare, era un medico, anzi il più giovane chirurgo di Ceylon. Era stato un matrimonio combinato secondo l’uso indiano, ma per loro era stato subito amore.

La violenza irrompe nel romanzo e nella felice vita della famiglia allietata dalla nascita di una bambina quando arrivano le notizie dei disordini a Gal Oya, nella parte orientale dell’isola- l’amatissimo cugino di Nala, quasi un fratello per lei, era stato ucciso, la moglie era rimasta in vita ma era profondamente traumatizzata e così pure la bambina, la piccola Dhara che aveva dovuto assistere a quello che i soldati facevano alla madre. Dhara crescerà con Priya, la figlia di Nala e Rajan, diventeranno inseparabili- ci penserà la vita, purtroppo, a separarle. È il 1956. Passeranno ancora anni prima che il conflitto diventi cruento. La guerra civile nello Sri Lanka che vide la maggioranza dei singalesi, per lo più buddisti, schierarsi contro la minoranza induista Tamil durò venticinque anni, dagli anni ‘80 al 2009. Una guerra combattuta con varie motivazioni- non c’erano solo le Tigri del Tamil che reclamavano uno stato indipendente al Nord, era anche una lotta tra diverse etnie e diverse religioni, dolorosa e tragica come solo una guerra fratricida può essere.

Colombo

    Dhara e Priya studieranno entrambe medicina, per passione Dhara, per compiacere il padre Priya. Delle due è Dhara quella più coinvolta nel movimento separatista, è Dhara che, come in un ripetersi della storia di sua madre, ne riporterà le ferite più profonde. Quando nasce Smrithi, l’amore di Dhara per lei non può essere sereno- Smrithi è il ricordo vivente di una violenza, è una cicatrice che non guarirà mai. Ed è così che diventerà per Priya la seconda figlia che non aveva potuto avere e crescerà a Sydney, con Priya, suo marito e il figlio, con i nonni Nala e Rajan.

    Lo spaesamento, la nostalgia, i cambiamenti a cui tutti gli emigrati devono abituarsi, diventano il filo conduttore della seconda vita dei personaggi. Ad alcuni riesce più facile ambientarsi, ad altri più difficile.


Si impone una scelta in ogni momento, in ogni giorno- che cosa si deve mantenere delle proprie usanze, delle proprie tradizioni, di tutto quello che fa la nostra cultura, perfino del nostro abbigliamento, e che cosa, invece, si può abbandonare come un fardello che è diventato troppo pesante. Il legame con Colombo, con chi è rimasto, con Dhara che ha ritenuto suo dovere restare, che non ha mai smesso di aiutare il movimento antigovernativo a rischio della vita, non si è mai interrotto. Ci sono le lettere che dicono quello che non si può dire, ci sono le telefonate, ci sono i viaggi di ritorno in cui sono due le madri che abbracciano Smrithi, anche se lei non lo sa.

   “Song of the Sun God” è, come Chai Time at Cinammon Gardens”, un libro molto bello, un romanzo che ci coinvolge e che ci appassiona, che ci fa vivere a fianco dei personaggi, che ci fa conoscere la Storia di un paese lontano nella maniera migliore- sì, forse anche la più facile-, attraverso le vite dei protagonisti.



 

mercoledì 12 marzo 2025

Aleksandr Solzenicyn, “Reparto C”

                                                                                       Off the main road

Consigli per letture e riletture
Premio Nobel

Aleksandr Solzenicyn, “Reparto C”

Ed. Einaudi, trad. Giulio Dacosta, pagg. 580

    Quando siamo delusi da tutte le novità impilate sui banchi delle librerie, quando non sembra più esserci nessun romanzo che non ci dia l’impressione di perdere tempo, prendiamo in mano un romanzo russo e sarà tutta un’altra storia. Forse è la storia travagliata e tragica della Russia, forse è il loro clima impietoso che costringe ad una vita che si chiude nell’interno della casa e nell’interno dell’anima portando alla riflessione- ci deve essere qualcosa che fa sì che i romanzi russi siano diversi, abbiano una pienezza che non ci stanca e non ci annoia, che regge anche ad una rilettura a distanza di anni.

     Avevo letto “Reparto C” di Aleksandr Solzenicyn nel 1969. L’ho riletto adesso: è sempre uno splendido romanzo. Scritto tra il 1963 e il 1967, il segretario dell’Unione degli Scrittori dell’URSS ne vietò la pubblicazione sulla rivista Novyi Mir anche se il libro era già circolato clandestinamente. All’insaputa dell’autore il romanzo fu pubblicato in Europa e la stampa russa iniziò una campagna denigratoria contro l’autore che nel 1969 fu espulso dall’Unione degli Scrittori. In Italia apparve dapprima, nel 1968, con il titolo di “Divisione Cancro” di ‘autore anonimo’ presso Il Saggiatore e dopo, con il titolo “Reparto C”, presso Einaudi e con il nome dell’autore.


    1955, due anni dopo la morte di Stalin. Una città mai nominata, presumibilmente Tashkent. Un ospedale per gli ammalati di cancro- Solzenicyn stesso fu ricoverato nell’ospedale oncologico della capitale uzbeca e molto di quello che leggiamo è la sua propria esperienza. Il  padiglione 13 (nella numerazione avrebbero dovuto saltare questo numero sfortunato) è un microcosmo, la controparte di quello rappresentato ne “L’arcipelago Gulag” che l’autore scrisse contemporaneamente. La morte è in attesa, sia per gli uomini del reparto C sia per i prigionieri nel Gulag, ma nell’ospedale si combatte per allontanare la morte curando gli ammalati, mentre nel Gulag si cerca di affrettarne la fine.

     Due gruppi di personaggi- gli ammalati- e sono uomini, i medici- e sono per lo più donne. Ad un certo punto compare, unica, una ragazzina spavalda, con i capelli gialli, che è ammalata ma si rifiuta anche solo di pensarlo e che fa amicizia con il giovane Demka. Lo compatisce, come farà a vivere, Demka, se gli amputano una gamba? Più tardi, lei che doveva fermarsi pochi giorni, piangerà sconsolata accanto al letto dell’amico- come potrà indossare un costume da bagno?

Tashkent

     I degenti vengono alla ribalta uno per volta, a poco a poco li conosciamo tutti e sappiamo tutto di loro. Uno, però, diventa il protagonista- l’alter ego dello scrittore. È Kostoglotov, ex topografo, ex combattente, ex deportato ed ora condannato al confino perpetuo. È colto, sa discutere con i medici sulle terapie a cui lo sottopongono, è un lottatore impavido che non si arrende. Ed è anche protagonista di una delle più belle storie d’amore della letteratura. Perché nel grigiore dell’ospedale, nell’ansia quotidiana dei controlli medici per vedere a che punto è il tumore dell’uno o dell’altro, fiorisce anche l’amore insieme alla speranza di poter godere ancora di un frammento di vita.

Di contro a Kostoglotov un altro personaggio deve essere citato. Rusanov è la controparte di Kostoglotov. Rusanov arriva altezzoso, pretenderebbe maggiore attenzione, non vorrebbe mescolarsi a questa gentaglia. E invece deve. Se Kostoglotov ha conosciuto il Gulag, in teoria Rusanov sarebbe potuto essere il suo delatore. È terrorizzato, Rusanov, quando la moglie gli dice che ‘stanno tornando’. Tornano i sopravvissuti alla deportazione- e se volessero vendicarsi?


    Eleggiamo anche tra i medici due protagoniste, due donne eccezionali- la Doncova, che si è prodigata oltre ogni limite, che ha fatto scuola a tutti gli altri medici, e che ora è ammalata anche lei. E Vera Gangart, anzi Vega, con il nomignolo che confida a Kostoglotov. Vega dall’iniziale del nome e cognome, Vega come la quinta stella più luminosa del cielo notturno. La dolcissima Vega, così paziente, così umana, che ha tempo per tutti gli ammalati, che ha una parola di conforto per ognuno. E’ di lei che Kostoglotov si innamora, ricambiato. Ma può avere un futuro questo amore?

    Come in quell’altro bellissimo romanzo che si svolge tra ammalati, “La montagna incantata” di Thomas Mann, anche qui ci sono discussioni politiche ed etiche tra i personaggi. E’ lo spettro della morte che invita a riflessioni su quale sia il senso della vita, è la fine di un’epoca (nel romanzo di Mann incombe la prima guerra mondiale e in quello di Solzenycin il rivolgimento del dopo-Stalin) che spinge a farsi domande sulle idee del passato e sul futuro.

     Aleksandr Solzenicyn vinse il premio Nobel nel 1970. Non andò a ritirarlo per timore che non gli venisse concesso di rientrare in patria. Testimone e vittima del regime comunista, questo scrittore- grande quanto Tolstoj e Dostojevskji- sembra essere stato dimenticato, messo da parte. C’è da chiedersi il perché.

    Leggete, o rileggete Solzenicyn. C’è un solo rischio: quello di non essere soddisfatti da qualunque altra lettura si inizi dopo di lui.



 

 

Off the main road

 

     


     È da un po’ di tempo che provo insoddisfazione nel dover seguire le novità letterarie che troppo spesso mi deludono. Ho deciso che è arrivato il momento di seguire il mio desiderio- tempus fugit, me ne resta poco e voglio fare anche letture ‘off the main road’ (per così dire), voglio rileggere libri che ho amato nella mia giovinezza e anche in tempi più recenti, voglio seguire la mia curiosità quando un romanzo mi rimanda ad un altro romanzo che forse non è neppure tradotto in italiano. E allora, sotto l’etichetta ‘Consigli per letture e riletture’, metterò degli appunti, sperando che possano interessare, o indicherò dove si può trovare sul blog la ‘vecchia’ recensione da rispolverare.

lunedì 6 gennaio 2025

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

                                               Voci da mondi diversi. Australia

guerra civile in Sri Lanka
in altre lingue

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

Ultimo Press, pagg. 368, Euro 11,24

   Cinammon Garden- un quartiere di Colombo, nello Sri Lanka, di cui ricordavamo il nome dopo aver letto il romanzo con questo titolo di Shyam Selvadurai.

Profumo di tè speziato, il chai che si beve in tutto l’Oriente asiatico.

Un titolo che sa di nostalgia, un titolo che trae in inganno, perché il romanzo di Shankara Chandran, vincitore del Miles Franklin Prize, il più prestigioso premio letterario australiano, è pieno di nostalgia ma anche di dolore, di umiliazione, di atrocità, di guerra.

   Cinammon Gardens è il nome di una casa di riposo per anziani nel quartiere di Westgrove, a Sydney, in Australia. Dagli anni ’80 del ‘900 i proprietari sono Maya e Zhakir Ali, fuggiti dallo Sri Lanka dopo che Zhakir, un archeologo di templi, era stato arrestato e pesantemente torturato nel corso della guerra civile insieme al padre di Maya, anche lui un famoso archeologo. Il padre di Maya era morto e Zhakir non sarebbe mai più stato lo stesso- era crollato sotto le torture, aveva ritrattato tutto, aveva giurato che avrebbe distrutto il libro scritto con il suocero in cui la scoperta di un tempio Tamil nel nord era la prova che i Tamil erano arrivati per primi sull’isola.


    La narrativa del romanzo- storia di una famiglia, storia dello Sri Lanka, storia dell’Australia- si sviluppa in un arco di tempo che va dagli anni ‘80 del secolo scorso ai giorni nostri, con cinque personaggi principali che si alternano alla ribalta. E l’inizio sembra idilliaco, con gli anziani ospiti di Cinammon Gardens che vengono trattati con affetto, viziati con i cibi che ricordino loro la vita passata, tempo trascorso in una stanza giochi, mentre noi veniamo introdotti a conoscere Maya (scrive romanzi seriali con una protagonista australiana sotto uno pseudonimo del tutto australiano dopo essersi vista rifiutare manoscritti giudicati troppo ‘etnici’), Zakhir che si sveglia ancora con gli incubi di notte e poi, ad un certo punto scompare e viene dato per morto, la loro figlia Anji che lavora come psichiatra nella casa di riposo, la sua amica bionda e australiana, Nikki, che è geriatra, Ruben, infine, uomo tuttofare a Cinammon Gardens, anche lui fuggito dalla guerra civile con il corpo segnato da cicatrici. C’è un’ombra pesante in questo quadro di persone che cercano di recuperare una qualche serenità, c’è il nome della bimba Florence, figlia di Nikki, una bimba di tre anni della cui morte sapremo i dettagli solo alla fine.


È un’ombra che ne introduce altre, come nubi oscure che si addensano su Cinammon Gardens. Ruben viene assalito e picchiato mentre ritorna dal lavoro (conosce dieci lingue, insegna Tamil), graffiti oltraggiosi appaiono sui muri della casa di riposo, il marito di Nikki, che sta per essere estromesso dal suo partito e abbandonato dalla moglie, cavalca l’onda del razzismo. Bastano poche parole che vengono stravolte e gonfiate a dismisura perché si accenda la discussione, volino accuse- le solite accuse che si rivolgono agli immigrati anche se hanno lavorato onestamente per anni nel paese che li ha accolti, anche se conoscono la storia di questo paese meglio degli indigeni.

    La Storia non insegna niente, tutto si ripete. Ad ogni episodio di violenza nella moderna Australia che sembra aver dimenticato le sue origini corrisponde la violenza perpetrata nel passato in un altro paese, il silenzio che l’Australia bianca ha imposto agli aborigeni è il silenzio a cui si vuol ridurre la cultura Tamil. E allora la voce di un libro deve essere salvata, si può morire per un libro, perché è il simbolo della libertà di pensiero, ci si può gettare nelle fiamme per salvare un libro, come fa Ruben nell’incendio finale che riduce tutto in cenere, un fuoco che aveva covato a lungo prima di divampare insieme alle passioni, all’odio, alla gelosia.


   Forse non è equanime la descrizione dei personaggi, forse la maggioranza dei personaggi australiani sono cattivi mentre gli indiani dello Sri Lanka sono grandiosi anche quando sono deboli come Zakhir e diventano degli eroi quando sono generosi come Ruben (solo nelle ultime pagine sappiamo quello che ha passato e come non sia arrivato per caso a Cinammon Gardens). E comunque sono tutti indimenticabili.