Voci da mondi diversi. Penisola Balcanica
guerra dei Balcani
Nermin Kahriman, “Casa mia”
Ed.
La Carmelina, pagg. 86, Euro 11,40
Dovunque io vada, sei tu che sogno/ Le
strade mi riportano sempre da te/ Custodisci la mia giovinezza, il mio primo
amore/ Sarajevo, amore mio.
Sono dei versi di “Sarajevo Ljubavi moja”,
la canzone di Kemal Monteno che è un inno d’amore alla sua città. E lo stesso
amore per una città martoriata è nelle pagine di “Casa mia. Sarajevo vive e vivrà per sempre” di
Nerman Kahriman, giovane scrittore e guida turistica della capitale della Bosnia.
“Casa. Cos’è casa? Dov’è casa mia?”- è la domanda ricorrente in tutto il breve libro. Perché “una casa vera non è solo un luogo. È una promessa.” Perché ‘casa’ è dove va il cuore, dove sono i nostri ricordi. Perché ha una casa anche chi quella casa l’ha persa, perché è stata distrutta dai bombardamenti o perché ha dovuto abbandonarla lasciando indietro i ricordi tangibili della propria vita, conservandoli solo nella memoria.
5 aprile 1992- 29 febbraio 1996. Sono 4
anni, sono 1425 giorni. Tanto durò l’assedio di Sarajevo, il più lungo blocco
militare nella storia bellica europea moderna, più lungo di quello di
Leningrado, 872 giorni dal settembre 1941 al gennaio 1944. E poi la posizione
geografica di Sarajevo, in una conca circondata da montagne, la rendeva
tragicamente ideale per un assedio. Su quelle montagne si appostarono le forze
serbo-bosniache e l’Armata Popolare Jugoslava stringendo la città in una morsa
di ferro.
Il libro di Nermin Kahriman è a più voci, è come un coro che si leva dalla città e ogni voce ci racconta la sua esperienza, come ha vissuto l’inizio e poi i giorni della guerra e i giorni dopo la fine del conflitto, quelli del ritorno per chi era riuscito ad allontanarsi. Sono le voci senza nome del Guerriero, della Mamma, della Zia, di una Bambina e un Bambino. Il Guerriero parla di quel mattino in cui fu svegliato da una telefonata- la guerra? impossibile. Quale guerra? fra chi? Uno sparo, due corpi per terra, una vecchia conoscenza per cui all’improvviso lui, ateo, è diventato ‘musulmano’, segnano il brusco confronto con la realtà. Per la Mamma quel 7 di aprile aveva significato l’abbandono della casa, l’alloggio provvisorio e poi l’addio alla città con la speranza di tornare. Intanto quello che importava era portare in salvo i figli. Anche la Zia è colta di sorpresa dalla guerra- lavorerà come volontaria sfidando i cecchini.
A chi va oggi a Sarajevo sembra incredibile che la via Zmaja od Bosne, piena di negozi e caffè, fosse la Snajper Alea, il viale dei cecchini che offriva una visuale perfetta ai tiratori scelti delle forze serbo-bosniache piazzate sulle montagne circostanti. Su molti palazzi ci sono ancora i fori dei proiettili, si vede ancora qualche cartello con la scritta ‘Pazi Snajper’, ‘Attenzione, cecchino’. Circa un bambino su dieci tra i 1601che sono morti fu colpito direttamente da un cecchino e le voci dei due bambini sono quelle più toccanti, perché a loro è stata rubata l’infanzia. Entrambi vengono fatti uscire dalla città assediata, entrambi arrivano in Italia via Ancona, il maschietto finirà in Alto Adige, la bambina in Sardegna. Troveranno un’altra patria, impareranno un’altra lingua, avranno un’altra famiglia e altri amici, ma a che prezzo? La bambina, diventata grande e a sua volta mamma, capisce quello che deve aver provato la sua, di mamma, lo strazio della separazione e dell’allontanamento, con il pensiero, però, che l’autobus portava la sua bambina via dalle bombe, via dai cecchini, verso la salvezza.
Ogni personaggio- noi possiamo indovinare
che siano tutti molto vicini allo scrittore- ritorna in una seconda parte in un
‘dopo’, nel ritorno a guerra finita. Ma finisce mai la guerra? o la si porta
sempre dentro di sé, nelle menomazioni del corpo, come il Guerriero, nelle
ferite del’anima come la Mamma, la Zia, i bambini? Eppure si torna, perché il
richiamo della casa è forte, perché ‘dovunque
io vada, sei tu che sogno/ Le strade mi riportano sempre da te’.
Nermin Kahriman, che nelle pagine in cui è lui il protagonista ci dice di sé, di come sia nato a Bolzano, di come fosse il figlio che prendeva il posto di quello ucciso nei primi giorni di guerra, ci racconta la Storia di un paese, la Storia di una guerra, la Storia di una città attraverso le storie di persone che rappresentano tutti gli abitanti di Sarajevo.





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