Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
Maggie O’Farrell, “Land”
Ed.
Guanda, trad. Stefania De Franco, pagg.434, Euro 19,00
An Gorta Mór, The
Great Famine, la Grande Carestia in Irlanda che, tra il 1845 e il 1852,
causò la morte di circa un milione di persone, una catastrofe umanitaria causata
dal fungo parassita che per anni consecutivi distrusse il raccolto di patate. E
gli irlandesi vivevano di patate. All’Inghilterra, sotto il cui dominio
l’Irlanda sottostava dal secolo XII, faceva comodo che i contadini irlandesi
dipendessero dalla monocultura delle patate, un tubero ad alto apporto calorico
che cresce anche in terreni poveri, perché così le terre migliori venivano
usate per coltivare grano, orzo e allevare bestiame destinati al mercato britannico. Se la
malattia delle patate fu la causa scatenante della carestia, il governo
britannico, con la sua politica del laissez-faire
e la scarsità di aiuti, fu altamente responsabile per l’immane tragedia. Al
milione di morti si aggiunse il milione o i due milioni di coloro che
emigrarono, spesso sulle famigerate navi-bara che neppure arrivavano al di là
dell’Atlantico (pensiamo ai barconi di emigranti sul Mediterraneo, non c’è mai
niente di nuovo sotto il sole)- la demografia dell’isola era interamente
cambiata, l’odio per gli inglesi era più che mai radicato.
memoriale della Grande Carestia
È il 1865 quando inizia il nuovo romanzo di Maggie O’Farrell, c’è ancora grande povertà nel paese. La famiglia di Tomàs è composta da lui, dalla moglie Phina e i figli, Liam, Enda, Rose e Eugene, il piccolo di famiglia che non parla anche se capisce tutto e si fa intendere. Tomàs lavora per le ‘giubbe rosse’, gli inglesi. È un cartografo e, secondo le direttive che ha ricevuto, deve mappare una penisola costiera. Mappare significa non soltanto che deve tracciare sulla carta corsi d’acqua, boschi, colline, confini tra appezzamenti, ma anche sostituire il nome originale dei luoghi, in quell’impronunciabile gaelico, con nomi inglesi. È una violenza culturale e psicologica inaudita. È defraudare un paese e un popolo della sua identità.
Ma lo spettro della carestia è ancora vivo nei ricordi, Tomàs deve pensare alla famiglia e il decenne Liam deve aiutarlo, anche se è riluttante. C’è un punto di svolta che sembra sfiorare il realismo magico- un bosco, un pozzo, un cambiamento totale della personalità di Tomàs, un rifiuto di assoggettarsi agli inglesi e di continuare il lavoro. Ed entra in campo l’influenza di padre Joseph (ci sarebbe tanto da dire e da ridire sull’operato della Chiesa cattolica in Irlanda) che manipola Liam sostituendosi alla figura paterna e convincendolo ad entrare in seminario.
La storia della famiglia proseguirà tra Irlanda, Roma, Québec, il Kerala in un intreccio temporale di presente che si srotola nel futuro e passato, il passato della grande carestia che sia Tomàs sia Phina hanno vissuto e di cui serbano ricordi in parte confusi, in parte chiarissimi di quando entrambi si erano conosciuti nell’orfanotrofio da cui poi erano fuggiti.
Ci sono perfino troppi avvenimenti tragici
che colpiscono la famiglia, ci sono alcune fughe nel realismo magico che non
convincono, c’è l’episodio di Eugene che trova, perfettamente mantenuto nella
torba, il corpo della ragazzina uccisa per un sacrificio di cui abbiamo letto
nelle prime pagine, che lascia piuttosto perplessi, e, se cercavamo il fascino
che abbiamo trovato negli altri romanzi di Maggie O’Farrell, restiamo un poco delusi.
E tuttavia la bellezza verdeggiante dell’Isola di Smeraldo e la resilienza
della sua gente sono sempre lì ad attirarci con il suono del violino che la
ribelle Enda ha imparato a suonare da sola.




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