venerdì 5 febbraio 2016

Natasha Radojčić, "Domicilio sconosciuto" ed. 2004

                                                 Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
               il libro ritrovato
               autobiografia
               intervista

 Natasha Radojčić, "Domicilio sconosciuto"
Ed. Adelphi, pagg. 185, Euro 14,00

     Il libro precedente di Natasha Radojčić, “Ritorno a casa”, aveva segnato l’esordio brillante della scrittrice nata a Belgrado e residente ora in America, un romanzo forte e drammatico, una storia di amore e di morte in un paese distrutto dalla guerra. “Domicilio sconosciuto”, appena pubblicato sempre da Adelphi, è scritto nello stesso stile secco, quasi brusco, distaccato, come a voler evitare sentimentalismi e autocommiserazione. Un romanzo in gran parte autobiografico che ha per protagonista una ragazzina di quattordici anni, Saša, ricoverata in un istituto psichiatrico all’inizio del libro. Non è matta, Saša, è solo scappata di casa. Ha una madre bellissima, bianca e bionda, che fa la professoressa e ha grandi ambizioni per lei; lo zio è un alto funzionario del governo di Tito; suo padre è per metà zingaro, ma lei non lo ha mai conosciuto, sa solo che raccontava un sacco di fandonie e che lei ha preso da lui la carnagione scura, il colore dei capelli e degli occhi. Saša dimostra più anni di quelli che ha ed è stato un cugino dai riccioli biondi e dall’aspetto angelico ad iniziarla al sesso. La famiglia della madre teme gli scandali, Saša viene mandata prima dalla nonna arteriosclerotica in Bosnia- altro scandalo, se l’intende con un poliziotto; gli zii la mandano a Cuba dove c’è un altro zio ambasciatore…e un bel negretto con cui fare l’amore sulla spiaggia. Quando rientrano a Belgrado e la mamma si ammala di cancro, la vita di Saša incomincia  a rotolare, ogni scalino è una discesa sempre più in basso, ogni esperienza un tentativo per riempire il cuore, per dimenticare la mamma distesa nel letto, per fuggire.
Belgrado
Da Belgrado ad Atene, dove il padre vive con un nuovo amore e un nuovo figlio- ma a suo padre importa solo che lei non gli chieda soldi e lo lasci tranquillo. Dal bere a fumare hashish, a spacciare, a farsi di roba più pesante, il passo è breve. E poi la mamma muore. Non ci sono lacrime quando la disperazione è totale,
Saša non vuole restare in una famiglia in cui lo zio dice di lei, “è una mela marcia”. Falsifica il diploma, falsifica la data di nascita e il conto in banca per ottenere un visto per l’America. Il degrado della zona di New York in cui va ad abitare non è molto diverso da quello del paese che ha lasciato- Saša precipita per la via in discesa, lavora in un sexy-shop, balla in locali equivoci, è sempre fatta, insieme al suo nuovo amichetto o con un’amica e il ragazzo di questa, in giochi di sesso a tre, a quattro. Finché un uomo “dalla camicia più bianca e più pulita che abbia mai visto” si interessa a lei, anche lui è un pusher- ma l’aiuta a tirarsi fuori. Non è la prima storia del genere che leggiamo, ma c’è qualcosa di diverso nel tono di Saša, qualcosa della ribellione femminile di certe eroine dei romanzi secenteschi inglesi nel sarcasmo con cui Saša sferza l’ipocrita perbenismo della famiglia, quella che sembra spavalderia è una fragilità dolorosa, quella che sembra voglia di essere grande e di bruciare le tappe a rischio di bruciarsi la vita è la voglia di mostrare a chi ci rifiuta che ce la facciamo da soli, che noi siamo noi. E l’indifferenza davanti alla morte della mamma è la maniera per vincere la morte, per mantenere la mamma sempre giovane nel ricordo. Sullo sfondo, nella tensione che si avverte tra cattolici e musulmani, in certi brevi flash sul destino degli amici di Saša, intravediamo il futuro della guerra in Jugoslavia. Stilos ha parlato con Natasha Radojčić dei suoi due romanzi.



INTERVISTA A Natasha Radojčić

Il suo secondo libro è molto diverso dal primo e tuttavia in entrambi c’è una guerra, una guerra interiore in questo caso- la vita è una guerra?
     Sì, è vero, il mio personaggio affronta tutta una serie di lotte psicologiche e sì, immagino che la vita sia una guerra. Parte della vita è lotta, fa parte della condizione umana, in un certo senso è il prezzo più o meno caro da pagare per raggiungere la felicità, anche se non è necessariamente così per tutti.
 
E in entrambi i titoli c’è un riferimento alla casa, “Ritorno a casa” e “Domicilio sconosciuto”- nel primo c’era un soldato che ritornava a una casa che non era più la stessa e in questo c’è la perdita della casa: dove è “casa” per lei?
    Da nessuna parte. Non sono mai a mio agio da nessuna parte, per questo mi sposto di continuo, per questo amo il romanzo di Kerouac “Sulla strada”. Mi sento una zingara, sempre in giro. Non mi ricordo neppure che cosa voglia dire avere una casa, ma non ne sento la mancanza, forse proprio perché non ne ho memoria. E poi nel movimento c’è libertà, ed è stata una mia scelta.

 In genere un libro autobiografico viene scritto per primo da un autore, come una liberazione- come mai, invece, lei lo ha scritto per secondo?
    Dirò invece perché ho scritto prima “Ritorno a casa”: era morto l’uomo con cui stavo, in un incidente di moto. Era di Sarajevo, non aveva voglia di vivere, non trovava un senso nella vita. E il libro l’ho dedicato a lui e a mia madre. Anche “Ritorno a casa” è autobiografico, anche se in un senso meno ovvio, è un libro intorno a tutto quello che ho perso, mia madre e lui, che aveva solo 34 anni e voleva morire, perché era ubriaco e nessuno è così pazzo da guidare una moto da ubriaco, meno che mai a New York.


Saša dice “Qualche mese prima non esistevo. Non esisteva niente di me”. Quando ha iniziato a “esistere”?
    Saša incomincia a esistere quando scappa. Lei sentiva il carico delle aspettative della sua famiglia e avrebbe voluto renderli felici, contenti di lei, voleva la loro approvazione, ma non può essere quello che non è. E’ nella fuga che trova se stessa e continua a fuggire.

Saša dice, “avevo sete, avevo sempre avuto sete”- sete di che cosa? Sete d’amore?
    Sete di vita, penso. Anche se devo dire che solo ora capisco che cosa è la vita, che le cose più importante nella vita sono la bontà e l’amore che ci si può dare l’uno all’altro- è questo di cui ho sete nella vita.

Saša dice di aver paura di portare sfortuna, perché la sfortuna le sta appiccicata addosso. Eppure noi abbiamo l’impressione che la vita in cui si getta non sia sfortuna e che sia fortunata ad essere sopravvissuta alle sue esperienze.
   Quando ho scritto il libro, l’ho scritto dal punto di vista di Saša; non ero ancora consapevole, non avevo ancora una visione retrospettiva della mia vita, non sapevo quanto fossi stata fortunata finché non ho finito di scrivere. E’ Saša che si sente sola e sfortunata e io sento, noi sentiamo che è fortunata alla fine del libro.

E’ cresciuta con una mamma musulmana e un padre cattolico:  significa qualcosa la religione per lei?

    Non la religione intesa come pratiche religiose, non la religione che porta all’intolleranza. Ma l’amore per Dio è molto importante per me, lo spirito religioso è importante. La religione di per sé può essere molto pericolosa, la pratica della religione è pericolosa. C’è troppa gente che muore per la religione e anche violentemente- e questo è intollerabile.

Il padre di Saša- suo padre- è in parte di sangue zingaro, c’è una tradizionale diffidenza verso gli zingari, i bambini vengono minacciati che verrà lo zingaro a portarli via se non fanno i bravi. Che cosa vuol dire per lei essere in parte zingara?
    Siamo diffidenti verso gli zingari perché siamo razzisti, anche se in America non si parla neppure degli zingari- loro hanno i neri verso cui essere razzisti. Essere in parte zingara mi ha dato l’orecchio per la musica e per le lingue. Però la cultura serba è diversa dalle altre culture, è una cultura guerriera. Da noi non si insegna ad aver paura di nessuno, da noi si insegna ad attaccare.

 Nel libro ci sono come delle anticipazioni sulla guerra a venire: lei era lontana quando scoppiò la guerra, vero? Come l’ha vissuta?
     Ero lontana quando è scoppiata, invece ero là quando andò al potere Milosevic e quando sono iniziati i problemi con il Kosovo. Quando c’era la guerra ed ero in America, ho vissuto nel buio. Non funzionavano i telefoni e non sapevamo niente, chi fosse in vita e chi fosse morto. Solo ogni tanto filtrava qualche notizia: è stato un periodo orrendo.
Milosevic


Il libro è dedicato alla sua mamma, “perché non si preoccupi”. Come sarebbe stata la sua vita se sua mamma fosse vissuta?
    Non riesco neppure a immaginarlo. Sono ancora, sempre, così “innamorata” di mia madre. La sua perdita è stata…impossibile a dirlo…enorme, devastante. No, non riesco a immaginare la mia vita, se lei non fosse morta.




                                                                            


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