venerdì 20 agosto 2021

Laura Imai Messina, “Le vite nascoste dei colori” ed. 2021

                                        Voci da mondi diversi. Giappone

            Casa Nostra. Qui Italia
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Laura Imai Messina, “Le vite nascoste dei colori”

Ed. Einaudi, pagg. 328, Euro 18,50

   Giappone.

   Lei si chiama Mio. Ha un dono, senza sapere di averlo. Per lei un colore non è un solo colore, sono mille sfumature di quel colore. Per lei una persona non ha un nome e un cognome, ha un colore che la identifica.

   Lui si chiama Aoi. Gestisce un’agenzia di pompe funebri. Non ha paura della morte. Il suo lavoro è accompagnare con dolcezza, rispetto ed empatia un defunto alla soglia dell’aldilà. È cercare di rendere più tollerabile la perdita per chi resta. Non è un lavoro che ha scelto, lo faceva suo padre che glielo ha insegnato.

    La madre di Mio era preoccupata per quella bambina che aveva iniziato tardi a parlare e che poi, quando doveva dire il colore di qualcosa, non diceva mai una sola parola, ma, ad esempio, ‘arancione come il tramonto alle sei di sera’. D’altra parte lo stesso colore bianco dei kimono da sposa preparati e venduti dal laboratorio della madre e della nonna di Mio era un bianco fatto di diversi bianchi. E il matrimonio, quella tappa così ambita, era, in fin dei conti, una piccola morte- la donna abbandonava il suo sé precedente, lasciava anche il suo cognome per prendere quello del marito.


    Quando Aoi si rivolge alla ditta Pigment presso cui lavora Mio in cerca di una consulenza per cambiare l’aspetto e i colori degli ambienti della sua agenzia, sappiamo già che tra i due scoccherà la scintilla, che c’è un destino che unisce loro due, pur così diversi. Perché quello che importa, nell’amore, non sono le uguaglianze o le differenze, è il nuovo a cui si riesce a dare vita, non sono più i due colori con cui Mio può identificare Aoi e se stessa, ma il nuovo colore generato da entrambi. E quella che ci racconta Laura Imai Messina è una storia bellissima, di gioia e di dolore, che parla tanto di vita e anche tanto di morte, che ci insegna a guardare la morte senza paura, come un passaggio obbligato.


 L’incanto della visione del mondo dai mille colori con nomi così poetici di Mio (e quanto ci dispiace non avere neppure i rudimenti del giapponese per capire la sottigliezza dei diversi ideogrammi) si accompagna all’incredibile bellezza della descrizione dei riti funebri in Giappone, le usanze della cerimonia delle nozze, le storie private delle spose che sono andate nell’atelier della madre di Mio, la complicata vestizione dello shiromoku (il fastoso kimono da sposa), hanno il loro riscontro nelle usanze funebri, nelle richieste più o meno singolari dei parenti dei defunti (straordinaria la delicatezza dei figli che interpretano il segreto desiderio del padre di essere vestito da donna per il suo ultimo viaggio), nella preparazione di una vecchina che indosserà da morta lo shiromoku che non ha fatto a tempo a mettersi in vita.

manjushage, il fiore dei morti

    Non è solo la realtà che ci circonda ad essere ricca di colori, lo è anche la vita. Non è in bianco e nero, la vita. Solo ora che i suoi genitori sono morti Mio scopre il grande segreto di sua madre e riesce, forse, a capirla di più. Di certo capisce che neppure l’amore è monocolore, che c’è l’amore fatto di pienezza ma anche quello che si manifesta nella rinuncia, quello che parla e quello che tace. C’è infine l’amore che insegna i colori a chi non li vede ma è pronto ad immaginarli con le parole dell’altro.

     Delicato, poetico, struggente e rasserenante. Con gli occhi del Giappone Laura Ima Messina ci insegna che l’inizio di tutto contiene anche la sua fine e che ogni paura non è giustificata. Bellissimo.

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giovedì 19 agosto 2021

Ragnar Jónasson, “Notturno islandese” ed. 2021

                                                 Voci da mondi diversi. Islanda

                                                  cento sfumature di giallo


Ragnar Jónasson, “Notturno islandese”

Ed. Marsilio, trad. Silvia Cosimini, pagg.230, Euro 17,00

 

   “Notturno islandese”. Un titolo perfetto per questo romanzo di Ragnar Jónasson, perché suggerisce l’immagine di un paese che per due mesi interi non vede la luce del sole, perché ci anticipa che quello che leggeremo è un noir, perché, in qualche maniera, ci comunica un leggero disagio, una tristezza per ora inspiegabile e che la trama del libro servirà a giustificare. Perché “Notturno islandese” è un libro molto triste, che porta alla luce- ma sì, giochiamo su questo contrasto di luce e buio del paesaggio islandese- i lati oscuri della personalità di molti di noi.

   È inverno. Fa molto freddo. Herjólfur, nuovo ispettore a capo della polizia di Siglufjörður, viene ucciso mentre si appresta ad entrare in una casa fatiscente sul limitare della città. Che venga ammazzato un poliziotto è una notizia sensazionale. Che cosa ci facesse lui là, da solo, nessuno lo sa. Sulla porta di una casa abbandonata su cui circolavano molte voci, di fatti lontani e vicini. Di un uomo caduto dal terrazzo tantissimi anni prima, alla presenza del fratello gemello e di un amico, e di un commercio di droga in tempi più recenti.


    Ari Þór è incaricato delle indagini. Non ha ancora acquistato confidenza con il suo nuovo superiore ed è contento che arrivi da Reykjavic l’ispettore che aveva preceduto Herjólfur per affiancarlo. La procedura è la solita- si parla con la moglie e il figlio (è da lui che veniamo a sapere del traffico di droga), si tracciano le telefonate, si cerca l’arma del delitto. Ci sono poche speranze che Herjólfur riprenda conoscenza e dica qualcosa, però  si scopre che aveva parlato spesso con il sindaco e che è scomparso un fucile dalla rimessa di un insegnante locale.

   La trama del romanzo suscita ben pochi brividi  (che non siano per il freddo polare) ed è tutta giocata sui segreti, su quello che ognuno nasconde o tace. Come se ogni persona racchiudesse in sé la doppia personalità di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, a diversi livelli di male. Ad iniziare da Ari Þór che cerca di scacciare il pensiero che la morte di Herjólfur gli sgombrerebbe la strada per essere nominato ispettore capo, alla moglie che è tentata di tradirlo, alla sorella dell’amico del gemello morto nella casa dei fantasmi, al sindaco e alla sua vice, a Herjólfur stesso, infine, da cui proprio non ci saremmo aspettati quello che apprendiamo.


E, con la rivelazione finale in cui tutto si spiega, comprendiamo anche il diario, scritto in corsivo, che intervalla la narrazione e che raddoppia, se possibile, la nostra tristezza. È difficile distinguere chi sia colpevole e chi sia vittima. Difficile non chiedersi che cosa contribuisca a certi comportamenti- quanto sia eredità genetica, quanto l’esempio assimilato pur inconsciamente, quanto una debolezza caratteriale o una superficialità etica. E, se non sapessimo che, purtroppo, gli stessi crimini vengono commessi ovunque, saremmo tentati di attribuirne la colpa al clima, al freddo e al buio, come recita la frase conclusiva delle note dell’autore, tratta da un articolo del nonno suo omonimo, quando dice che, al ritorno dei mesi estivi senza notte, tutti i mali dell’inverno vengono allora spazzati via.

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lunedì 16 agosto 2021

Peter May, “The noble path”

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

il libro dimenticato

in altre lingue

Peter May, “The noble path”

Ed. Quercus, pagg. 532, Euro 8,38

     1978. La scena che apre il libro è a Belfast. Intorno ad un tavolo dove c’è la fotografia di un uomo con una cicatrice sulla guancia, tre uomini ne sentenziano la morte in quanto responsabile dell’uccisione di compagni membri dell’IRA. L’uomo che deve morire è Jack Elliot, un mercenario, un soldato a pagamento.

      Nella seconda scena si sta svolgendo un funerale. Ci sono pochissime persone ad assistere. È morta la madre della giovanissima ragazza che è lì presente, accompagnata dal suo corteggiatore. Lisa Robinson ha la visione fuggevole di un uomo in piedi, un po’ discosto. Ha una cicatrice sulla guancia.

    Il nuovo incarico affidato a Jack Elliot prevede che vada in Cambogia- Ang Yuon offre un compenso altissimo perché Elliot trovi sua moglie e i suoi due figli e li porti fuori dalla Cambogia. Se sono ancora vivi. Quando Pol Pot aveva preso il potere con i suoi Khmer Rossi, nel 1976, Ang Yuon era fuggito abbandonando moglie e figli. La loro sorte era stata quella degli altri cambogiani- no, forse erano stati più fortunati. Perché, nonostante il duro lavoro nei campi, nonostante la fame cronica e le malattie, nonostante che la figlia avesse dovuto soggiacere alle voglie di un sorvegliante del campo dove vivevano in baracche, nonostante- e questo è ancora più straziante- al figlio, un bambino di dodici anni, fosse stato fatto imbracciare un fucile con l’ordine di uccidere, erano sopravvissuti.


    La trama del romanzo (insolito per Peter May, al di fuori delle serie con Lewis e Enzo) segue una duplice traccia ed entrambe le tracce mirano ad un ricongiungimento famigliare. Perché Lisa, in Inghilterra, ha scoperto, frugando tra le carte della madre, che suo padre non è morto come lei le aveva fatto credere. Ha anche scoperto il perché di questa damnatio memoriae e, da una vecchia foto, riconosce suo padre nel misterioso spettatore al cimitero: Jack Elliot. Si mette in cerca di lui, non può attendere, prende un volo per Bangkok per scoprire, laggiù, che lui è partito per la Cambogia.

    L’operazione di Jack in Cambogia è pericolosa ed inizia male, con un tradimento da parte del tailandese che avrebbe dovuto essere di aiuto. Jack ha ‘arruolato’ due vecchi commilitoni, senza sapere che uno non ha paura di morire perché sta già morendo per tumore, e l’altro (piccolo e magro, esperto della guerra nei cunicoli sotterranei dei nordvietnamiti) vuole assolutamente vivere per far crescere il figlio in America.


    Entrambi i filoni sono ricchi di suspense e di orrore. Quello che Jack vedrà nella cosiddetta Kampuchea Democratica è pari agli orrori commessi dai nazisti. Crudeltà allo stato puro. Morte e distruzione. Phnom Penh, la Perla dell’Asia, deserta e in rovine. Il fatto che la famiglia di Ang Yuon sia viva, e che Jack riesca a ritrovarli, è miracoloso. Il tempo stringe, i Vietnamiti stanno per invadere la Cambogia, il ritorno via terra è precluso. Non vi anticipo altro, e però non posso tacere che i fuggitivi giungono in vista degli splendidi templi di Angkor, le vestigia di un passato grandioso in brutale contrasto con il presente.

    Lisa Robinson, che ora ha preso il cognome di Elliott, arriva in Thailandia con la baldanza e la sprovvedutezza dei suoi 18 anni. Anzi, la sua fiducia mal riposta nel prossimo ci sembra sconfinare nella stupidità che neppure la sua giovane età riesce a giustificare. Lisa si fida di tutti. Del tassista che le fa da guida, del marpione che la ospita dicendo che è amico del padre, della bellissima donna che le fa indossare un abito audace per una cena durante la quale Lisa accetta il garbato corteggiamento di un generale che finge un atteggiamento di protezione paterna. Possibile che Lisa sia così ingenua? Possibile che salga in auto con sconosciuti che hanno in mente trame obbrobriose? Siamo in Thailandia…


    Il finale ci riserba un’ultima sorpresa.

Un romanzo che non è dello stesso livello della trilogia dell’ “Uomo di Lewis”, perché i cenni storici e le descrizioni della Cambogia dei Khmer Rossi sembrano essere presi in prestito, e tuttavia ha una sua attrattiva, soprattutto per la tematica dell’innocenza violata- dei due figli di Ang  Yuon e della figlia di Elliot. Sembra quasi che i figli debbano scontare le colpe dei padri. 


 

domenica 15 agosto 2021

Jean Luc Bannalec, “Oro bretone” ed. 2021

                                  Voci da mondi diversi. Area germanica

cento sfumature di giallo

Jean Luc Bannalec, “Oro bretone”

Ed. Neri Pozza, trad. Giulia Cervo, pagg. 269, Euro 18,00

 

     È il sale, l’oro bretone. Candido e non giallo ma prezioso come l’oro, da sempre. E- diciamolo subito- se non fosse per tutte le restrizioni del momento, partirei immediatamente per la Terra Bianca, o Gwenn Rand, come in lingua bretone viene chiamata la distesa salina del territorio della Guérande. Perché le descrizioni di Jean-Luc Bannalec (pseudonimo di uno scrittore tedesco) nel romanzo “Oro bretone”, terzo della serie che ha per protagonista il commissario Dupin, ne fanno un paesaggio magico, soprattutto quando l’estate sembra non voler morire mai e i colori dei riquadri di terra sono di un bianco latteo che pare riflettere il cielo. È più quello che non si vede che quello che si vede, dice la gente di laggiù, alludendo a folletti o ad altri personaggi di miti e leggende. Quando poi  a queste presenze elusive si aggiunge, come nei giorni dell’indagine di Dupin, un canguro- sì, proprio un canguro australiano-, c’è qualcosa di veramente surreale nell’atmosfera.


     È stata la giornalista Lilou Breval a suggerire a Georges Dupin di andare a dare un’occhiata alle saline per cercare delle botti di plastica blu. A quanto pare, botti di questo tipo sono molto comuni e anche molto usate per molteplici scopi. La loro caratteristica è che sono fatte di un materiale che, dopo l’uso, difficilmente serba traccia del contenuto. E però qualcuno spara a Dupin, che si aggira incantato nelle saline. Si rifugia in un capanno, quel ‘qualcuno’ gli blocca la porta dall’esterno, il suo cellulare non ha campo…

     Questo l’avvio del romanzo. Se Dupin pensava che la giornalista lo avesse mandato a fare un’ispezione inutile, la sparatoria prova che i suoi sospetti hanno delle fondamenta. Nessuno spara ad un commissario se non ha nulla da nascondere. Seguiranno altri morti…e intanto noi, insieme a Dupin, scopriamo molte cose, alcune che spiegano quello che sta accadendo e sono collegate all’economia del sale bretone- rivalità tra diversi produttori e conflitti di interesse nello sforzo di sfruttare al massimo le potenzialità dell’oro bianco che viene reclamizzato come unico nella sua purezza- e altre che solleticano la nostra curiosità, su usanze e specialità culinarie, sull’unicità della salsiccia bretone, modi di dire e costumi locali, sull’orgoglio dell’appartenenza celtica.


     Una bella ambientazione, dunque, una trama che, dopo tutto, ‘si svolge’ in Bretagna ma, per le motivazioni che portano ai delitti, potrebbe svolgersi ovunque nel nostro mondo che ha perso la coscienza etica del bene comune e suscita in noi un certo disagio, un timore che cerchiamo di sopprimere, e infine due personaggi accattivanti, uno il doppio dell’altro- il commissario Georges Dupin e la sua omologa, Sylvaine Rose, commissario della Guérande. Lui parigino, lei bretone. Sembra quasi che lo scrittore inverta di proposito le caratteristiche che, in maniera stereotipata, si attribuiscono al genere maschile e femminile. Lui viene ferito, lei ha una forte attitudine al comando, lui deve accettare un ruolo subordinato, lei ha una guida spericolata e un piglio deciso, ci sono parentesi amorose per lui, mentre della vita privata di lei sappiamo poco o nulla. E tutto è spruzzato di una leggera ironia.

      Un bel thriller per l’estate, tenendo in mente il proverbio bretone: Prima di arrivare a conoscersi, bisogna consumare insieme sette sacchi di sale.

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venerdì 13 agosto 2021

Guillermo Martínez, “I delitti di Alice” ed. 2021

 

                        Voci da mondi diversi. America Latina

cento sfumature di giallo

Guillermo Martínez, “I delitti di Alice”

Ed. Marsilio, trads. Valeria Raimondi, pagg.264, Euro 17,00

 

    1994. Oxford. Il protagonista e io narrante de “I delitti di Alice”, terzo volume della saga poliziesca “La serie di Oxford” dello scrittore e matematico argentino Guillermo Martínez, si trova da due anni nella cittadina universitaria inglese per seguire un corso di logica matematica. È argentino e ha un nome impronunciabile che, perciò, non viene mai detto. Il fatto che il narratore sia uno straniero ha la sua importanza- del famoso ospite di Oxford, Lewis Carroll il cui vero nome era Charles Dodgson, che aveva insegnato matematica oltre ad essere ministro della chiesa anglicana, lui sa poco, ha letto solo “Alice nel paese delle meraviglie” e un’altra opera minore, della sua vita privata non si è mai interessato. Adesso apprende che manca una pagina nel diario di Carroll del 1863 e che si è speculato molto sul possibile contenuto di quella pagina che doveva essere scottante, se qualcuno si è preso la briga di strapparla- c’era qualche compromettente riferimento alla ‘passione’ di Carroll per Alice Liddell che aveva undici anni all’epoca?

Alice Liddell

    La confraternita intitolata a Lewis Carroll si appresta a pubblicare un’edizione critica dei diari ed ha incaricato una giovane dottoranda di fare un lavoro di revisione di tutte le pagine conservate nella casa dello scrittore a Guildford, diventata ora un piccolo museo. Scatta qui la trama ‘gialla’ di questo appassionante romanzo che si svolge lungo un duplice mystery da scoprire: chi è pronto a commettere dei delitti perché non si sappia quale confessione contenga la pagina strappata e casualmente ritrovata dalla dottoranda e che cosa mai sarebbe il ‘segreto’ di Lewis Carroll?

    

Lewis Carroll

Incidenti che non sono banali incidenti anche se, purtroppo, hanno un esito quasi mortale, morti giustificate da condizioni fisiche non ottimali e che, tuttavia, qualcuno ha fatto accelerare, e poi, a ben guardare, tutti gli ‘attentati’ seguono il modello di episodi del capolavoro di Lewis Carroll, si riferiscono tutti a qualcosa che accade ad Alice. Una sequenza che fa pensare al famoso giallo di Agatha Christie, “E poi non rimase nessuno”, in cui era sufficiente interpretare bene ogni verso della filastrocca per capire come l’assassino avrebbe congegnato il delitto della vittima seguente.

     Oltre a questo riferimento letterario del tutto pertinente (viene voglia di rileggere “Alice nel paese delle meraviglie” che credo nessuno di noi abbia più affrontato dopo l’infanzia quando neppure lo aveva capito bene), ce ne sono altri, tutti intriganti, così come ci sono dettagli di nuove tecniche di indagine- una, in particolare, riguarda i suoni: se di un’automobile viene registrato il rumore di una frenata o di un’accelerata, il significato implicito per un investimento avvenuto subito dopo è ben diverso. E così pure il canto degli uccelli, sorpresi da un altro rumore.


    Se il narratore argentino è un protagonista con il ruolo di indagare nei delitti con una obiettività maggiore degli altri membri della confraternita, il vero personaggio sotto indagine, più dell’ignoto assassino, è Lewis Carroll su cui si imparano molte cose. Una personalità complessa e sfaccettata con una sessualità dubbia- oggigiorno lo liquideremmo come un pedofilo tout court  e- confessiamolo- proviamo disgusto per questo uomo che venne considerato come il migliore fotografo dell’età vittoriana. Scattava foto di bambine (dopo i dodici anni non gli interessavano più e diceva che i maschietti non lo attraevano affatto), per lo più vestite ma ci sono anche foto di bambine nude, sia le une sia le altre in pose e con espressioni che turbano, che lasciano pensare alla mancanza di innocenza negli occhi di chi le guarda e le fissa su pellicola. Eppure i genitori di quella ‘strana’ epoca vittoriana in cui si coprivano le gambe dei tavoli lo lasciavano fare (anche se i Liddell, genitori di Alice, ad un certo punto gli avevano impedito di vedere le bambine).

    E poi c’è lo sfondo di Oxford, con le sue guglie, i college gotici, i prati verdeggianti, il fiume. Quanta pace per una storia torbida.

     Un giallo ‘nuovo’, da leggere.

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mercoledì 11 agosto 2021

Georgette Heyer, “La vedova riluttante” ed. 2021

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

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Georgette Heyer, “La vedova riluttante”

Ed. Astoria, trad. A.L. Zazo, C.M. Vallardi, pagg. 288, Euro 18,00

 

    Non provo neppure a contare il numero di romanzi scritti da Georgette Heyer, nata nel 1902 e morta nel 1974. Dire che fu una scrittrice prolifica è dire tutto e troppo poco. In genere si diffida di chi annovera così tante opere e per me la lettura de “La vedova riluttante” è stato il primo approccio- ero curiosa, avevo appena terminato un libro impegnativo, ero pronta a lasciarmi coinvolgere in qualcosa di più ‘leggero’ e…ho fatto una bella scoperta.

       Elinor, più vicina ai trenta che ai vent’anni, sta recandosi a prendere servizio come governante nella dimora di una signora con cui ha sostenuto un colloquio. Quando scende dalla diligenza e sale sulla carrozza in attesa, solo all’arrivo si accorge che evidentemente ha fatto un errore: l’uomo che la accoglie, Lord Carlyon, pensava che lei fosse la sconosciuta che aveva ingaggiato per farla sposare a suo cugino. Il quale è un caso disperato, debosciato, alcolizzato, non vivrà a lungo. Tutto sommato, anche Elinor può andar bene per il suo scopo, anzi, sarebbe molto vantaggioso per lei. Va da sé che Elinor è indignata da una simile proposta. Non che la attiri fare la governante e men che mai presso la signora che l’ha assunta, però sposare un uomo che non ha mai visto e che le viene descritto in quei termini, è ancora peggio.


      E poi, e poi, e poi…Preparatevi a sospendere il vostro senso di realtà, preparatevi ad accettare tutti gli eventi incredibili, tutte le coincidenze, tutti i sotterfugi che sarebbero illegali per noi, e godetevi questa comedy of manners che si trasforma in un mystery per colorarsi infine di rosa.

    


Il romanzo, come tantissimi altri di Georgette Heyer, è ambientato nell’epoca della Reggenza di Giorgio IV, nei primi anni dell’800 segnati dalle guerre napoleoniche (Bonaparte è ‘il nemico’ a cui spesso si allude nel libro, i ‘franciosi’ sono apertamente disprezzati), da lussi e vizi dell’aristocrazia, da un abbigliamento e uno stile di vita definito ‘dandysmo’ (esemplificato dal sovrano stesso), da una vivace attività letteraria (i poeti romantici, Keats, Byron, Shelley, scrissero durante gli anni della Reggenza, così come Jane Austen e Sir Walter Scott). I personaggi di Georgette Heyer sono tutti un poco sopra le righe, un poco esagerati nel bene e nel male, immensamente godibili, però. Lord Carlyon è il prototipo di tutti gli eroi affascinanti, tra Rochester e Heathcliff e Darcy, il cugino effeminato e svenevole anticipa Oscar Wilde, il fratellino di Lord Carlyon è il buffone di turno che ci ricorda i ragazzini pestiferi de “Il fantasma di Canterville”. Quanto a Elinor, che ha il nome di una eroina di Jane Austen (“Elinor e Marianne”) ha il piglio battagliero di Elizabeth Bennett e di Jane Eyre, la più famosa governante della storia della letteratura. A fine libro non dice, “L’ho sposato, lettore mio”, ma ci va vicino.

     La narrativa è vivace e incalzante, con colpi di scena, passaggi segreti, spie e traditori, medici che minacciano salassi, un’eroina coraggiosa che rischia la vita, un fulgido eroe che ha sempre un rimedio per tutto. Il rischio di scivolare nel mieloso è sempre in agguato, ma c’è un’autoironia che impedisce la caduta. Abbiamo la sensazione che la scrittrice sappia benissimo che cosa sta facendo e dove ci vuole condurre- a leggere con piacere, stupendoci un poco ma raddrizzando subito il tiro prima di esagerare.

    E poi c’è un cane che conquisterà tutti i lettori, sia quelli che stravedono per i cani sia quelli che ne diffidano.

    Un romanzo perfetto da leggere sotto l’ombrellone (o in casa con l’aria condizionata).

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domenica 8 agosto 2021

Antonio Manzini, “Vecchie conoscenze” ed. 2021

                                                                         Casa Nostra. Qui Italia

    cento sfumature di giallo

Antonio Manzini, “Vecchie conoscenze”

Ed. Sellerio, pagg. 405, Euro 15,00

  

    È un piacere tutto particolare, quello che si prova quando si legge il nuovo romanzo di un autore di cui abbiamo letto tutti i libri precedenti e si teme possa deluderci, possa stancarci con la sua ripetitività. Non ci delude la nostra ‘vecchia conoscenza’, Antonio Manzini, con “Vecchie conoscenze”.

    Ad Aosta fa freddo e nevica, come al solito. C’è aria di cambiamenti. Gabriele e sua madre partono per Milano, lasciando la casa di Rocco Schiavone che li ha ospitati. Gabriele è infelice, Rocco ammette che gli mancherà, gli suggerisce di non ascoltare i consigli dei vecchi, semmai di fare il contrario di quello che gli dicono, perché- ‘mi sembra che qui il risultato sia disastroso’ e che il mondo che i vecchi lasciano ai giovani sia pieno di monnezza. Il compagno dell’agente Deruta gli propone di andare a vivere insieme, ma Michele Deruta rifiuta- ha paura di quello che si dirà in giro, paura di perdere il lavoro. La giornalista Sandra Buccellato propone a Rocco di andare con lei a cena da una cugina. Il rifiuto di Rocco supera la sua abituale sgarbatezza, è di una rudezza e maleducazione tale da ferire Sandra che, dopo avergli dato dello stronzo, lo pianta in asso. E Rocco si conferma come il più antipatico tra i personaggi che amiamo.


    A tutto questo si aggiunge un’altra delle catalogate rompiture di coglioni per Rocco. Sofia Martinet, un’anziana professoressa, molto nota nell’ambiente accademico, insignita di premi per i suoi studi su Leonardo, è stata assassinata nel suo appartamento stracolmo di libri. Un furto? Non pare, anche se sul dito c’è il segno di un anello che è scomparso. I sospetti cadranno sul figlio che aveva bisogno di soldi. Perché la Martinet dava tanta importanza alla data di pubblicazione di un suo studio rivoluzionario su Leonardo?

     Non è questa l’unica trama ‘gialla’ del romanzo. Questa è quella più tradizionale, sia nel movente sia nella modalità dell’assassinio. Ed è anche quella in cui Rocco, pur essendo sempre turbato dalla morte violenta, riesce a mantenere un maggiore distacco. L’altra trama, di pari rilievo, si aggancia al passato di Rocco, alla vicenda in cui era stato dolorosamente coinvolto per l’omicidio di sua moglie (quella Marina con cui ancora parla come se fosse presente) e poi per quello della compagna del carissimo amico Sebastiano.

    Ecco, si fa vivo Sebastiano, diretto in Svizzera per regolare i conti con Enzo Baiocchi- vecchie conoscenze. Rocco è disposto a tutto per Sebastiano, anche a sottrarre un passaporto in questura, per fornirgli un’altra identità. Sebastiano è ‘l’amicizia’ suggellata da un patto di sangue infantile, ben diversa da quella che Rocco sperava di instaurare con l’agente Italo Pierron che continua a deluderlo, perso ormai nella sua dipendenza dal gioco.


    E poi Sebastiano scompare. L’azione si fa convulsa, la rivelazione dei retroscena ribalta quella che si pensava fosse la verità ed è sconvolgente. Rocco è ferito, è il suo mondo che vacilla.

   Eppure non tutto è nero, non tutto è negativo e senza speranza nel nuovo romanzo di Antonio Manzini. C’è un barlume di autocritica in Rocco, e, se l’amicizia delude, c’è però l’amore che fa capolino, nelle situazioni più inattese (Gabriele a Milano), nelle forme meno usuali (l’agente Deruta che trova il coraggio di fare coming out ), perfino nei personaggi a quattro zampe. C’è anche il ritorno di Caterina: si era sbagliato su di lei, Rocco? E si è fatto finalmente una ragione, Rocco, di essere in questa città dove il suo loden non lo difende dal freddo e le sue amate Clarks sono sempre infradiciate? La confessione finale ai ‘suoi’ uomini sa di amarezza ma anche di una nuova consapevolezza.

 “Non siamo amici, non lo siamo mai stati, e forse non lo saremo mai….Ma la sapete la cosa strana? Mi siete rimasti solo voi. Per quanto sia dura e difficile ammetterlo, non ho altri che voi…”.

    Leggetelo.

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La recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it