sabato 13 dicembre 2014

Arnaldur Indriđason, "La voce" ed. 2008

                                                            vento del Nord
                                                            cento sfumature di giallo
 il libro ritrovato


 Arnaldur  Indriđason, “La voce”
Ed. Guanda, trad. Silvia Cosimini, pagg. 316, Euro 16,00
Titolo originale, Röddin



    “Non è successo niente” tagliò corto il vecchio. “Perse la voce. Si sviluppò precocemente e cambiò voce a dodici anni, ecco perché finì tutto.”
   “Non ha più potuto cantare, dopo?” domandò Elinborg.
  “Gli venne una voce sgraziata” si rammaricò il vecchio. “Era impossibile insegnargli alcunché. Ed era impossibile da gestire. Si rifiutò di cantare. La rabbia e la ribellione si impadronirono di lui e si mise contro tutti. Contro di me. Contro sua sorella, che cercava di fare quello che poteva per lui. Si infuriò con me, incolpandomi di ogni cosa.”

    Uccidere Babbo Natale: si può immaginare qualcosa che, al pari di questa, significhi in maniera così brutale e violenta l’uccisione dell’infanzia? Perché Babbo Natale, con il suo vestito rosso, la grande barba bianca e gli occhi che non possono essere altro che azzurro cielo sopra i baffoni, è la ricompensa per la bontà, è il personaggio magico che i bambini attendono tutto l’anno con la gerla di regali per chi è stato buono. Se Babbo Natale muore, muore anche la candida innocenza infantile. E allora non è un caso che un uomo vestito da Babbo Natale sia la vittima al centro delle indagini affidate al commissario Erlendur, nel romanzo “La voce” dello scrittore islandese Arnaldur Indriđason. Non ci sembra neppure di grande importanza il dettaglio che l’uomo- lo chiamavano Gulli, il suo nome era Guđlaugur Egilsson - venga ritrovato con i pantaloni abbassati. Colto dalla morte durante il piacere, seduto sul letto nel misero stanzino in cui viveva, nello scantinato dell’albergo in cui faceva il portiere. Vestendosi da Babbo Natale sotto le feste, per la gioia dei bambini. Perché tutti concordano nel dire che era un uomo dolce e gentile, quasi un bambino cresciuto. Anzi, diventato grande all’improvviso e davanti ad un microfono, quando gli era cambiata la voce: una catastrofe per lui che era una delle voci bianche più belle che si fossero mai sentite, sogni infranti per suo padre che si aspettava la gloria per il figlio, una sottile soddisfazione per la sorellina che era sempre vissuta alla sua ombra. La violenza finale subita da Gulli ormai oltre la mezza età arriva come un drammatico completamento dell’altra violenza più subdola e camuffata da amore paterno che lui aveva subito tanto tempo prima. Costringendolo ad esercitarsi, privandolo dei giochi con i compagni di scuola, facendogli subire le umiliazioni di soprannomi oltraggiosi. Come si esercita il ruolo di genitore? Mettere al mondo un figlio significa essere padrone della sua vita? La risposta sembra essere ovviamente no, eppure…

     Il caso del Babbo Natale ucciso su cui indaga il commissario Erlendur, che già conosciamo dai due romanzi precedenti, è la trama principale, sorretta e ampliata da almeno un paio di trame secondarie, secondo lo stile tipico di Indriđason. La rivista tedesca “Die Welt” accosta il nome di Indriđason a quello di un altro scrittore nordico, lo svedese Mankell, paragone più che giustificato se ci si riferisce alla grandezza di entrambi, o all’essere ognuno dei due la penna espressiva del loro paese. Ma se dovessimo fare un riferimento, accosteremmo di più i romanzi di Indriđason a quelli della coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö (pubblicati in Italia da Sellerio) che lo scrittore stesso cita come i suoi maestri. Perché i romanzi di Indriđason sono thriller dell’anima, indagini psicologiche oltre ad essere indagini poliziesche. E allora per il personaggio tormentato e triste Erlendur ogni caso diventa occasione per indagare anche in se stesso- sarebbe diverso il comportamento dei suoi due figli se lui avesse continuato ad occuparsi di loro dopo la separazione dalla loro madre? E lui, Erlendur, come sarebbe stata la sua vita se non si fosse sempre arrovellato sulla scomparsa del fratellino nella tormenta di neve? Se almeno fosse riuscito a parlare con qualcuno del suo senso di colpa?
  Indriđason intreccia le storie, collega le riflessioni- da un senso di colpa all’altro, da una violenza all’altra, da un padre all’altro: quello di Gulli finito su una sedia a rotelle (era stato proprio un incidente?), quello del bambino che è in ospedale con lividi e fratture, il padre dello stesso Erlendur che si era portato fuori i figli nel maltempo, contro la volontà della mamma.
   Erlendur scoprirà chi ha ucciso Babbo Natale- e altro ancora- mentre il direttore dell’albergo si preoccupa che i turisti non sappiano nulla, che nulla turbi le loro vacanze nel paese dalle notti lunghe e dall’aria gelida, esotico per loro quanto un’isola dei Caraibi.


 la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

                                                                                 

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