sabato 23 agosto 2014

Marisha Pessl, "Teoria e pratica di ogni cosa" ed. 2006


Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
 il libro ritrovato     

Marisha Pessl, “Teoria e pratica di ogni cosa”
Ed. Bompiani, trad. Carlo Prosperi, pagg. 693, Euro 21,00

La sedicenne Blue van Meer ha perso la mamma quando aveva 5 anni. Da allora è in viaggio per gli Stati Uniti insieme al padre, professore universitario, gran seduttore, gran parlatore che ha sempre la sua da dire, su tutto. Mentre Blue frequenta l’ultimo anno di college e per la prima volta riesce ad avere qualche amicizia inserendosi in un gruppo di cinque studenti, l’enigmatica insegnante che affascina tutti loro muore in maniera misteriosa. E Blue sente che deve scoprire che cosa è successo.


INTERVISTA A MARISHA PESSL, autrice di “Teoria e pratica di ogni cosa”

    Al posto dell’indice (all’inizio del libro, secondo l’uso inglese) un Piano di Studi di letture obbligatorie, come ultimo capitolo un Esame Finale di verifica su quanto abbiamo compreso della vicenda narrata, con quesiti a cui bisogna rispondere Vero o Falso, altri a risposta multipla e un componimento libero ad illustrare la tesi che tutto quanto si è letto o si è visto al cinema non può sostituire l’esperienza. Basta questo per capire l’originalità di questo sorprendente esordio narrativo della giovane americana Marisha Pessl.

 “Teoria e pratica di ogni cosa” è un romanzo di formazione “on the road”, storia di un legame tra padre e figlia che ricorda- senza il risvolto del sesso- quello di Humbert Humbert e Lolita, thriller alla Chandler de “Il grande sonno”, in cui non è la soluzione del mistero quello che importa ma il modo dell’indagine, copione che ha qualcosa in comune con il film “Picnic a Hanging Rock” di Peter Weir nella vicenda centrale dell’escursione dei sei studenti che finisce male. Molto male, perché se è vero che è una morte a segnare l’ingresso di un ragazzo nell’età adulta, è certamente la morte dell’insegnante Hannah Schneider che cambierà per sempre la vita della sedicenne Blue van Meer, già provata da quella della madre quando era bambina. Perché Blue non si accontenta del verdetto di suicidio emesso dalla polizia, Blue crede che Hannah abbia voluto lasciarle delle indicazioni con il video del film “L’avventura” di Antonioni, Blue fa ricerche in rete, rintraccia la sorella di un uomo morto annegato (era ubriaco, un incidente?) nella piscina di Hannah, mette insieme le fila con una teoria che sembra strampalata, così inverosimile che deve essere vera.
    Ma il corpo di Hannah penzolante da un albero viene ritrovato a pagina 450 di questo libro di quasi 700 pagine che si leggono d’un fiato ( e non per modo di dire). Prima, in quei capitoli ognuno intitolato come una delle letture obbligatorie a riflettere in nuce la vicenda del romanzo, ascoltiamo dalla voce di Blue (“ho gli occhi azzurri, le lentiggini e arrivo a un metro e sessanta circa, con i calzini”) la storia della sua vita. Alla sua voce si sovrappone di continuo quella del padre Gareth, presenza costante e influenza determinante nella vita di Blue, perché forse l’unica cosa che la madre le ha lasciato è proprio solo il nome stravagante, preso da quello dell’esemplare preferito delle farfalle che amava collezionare. Gareth van Meer cita gli altri e cita se stesso, non c’è attimo in cui non impartisca una goccia di lezione alla figlia- su tutti gli argomenti, usando ogni genere di supporto, libri, film, musica, audiocassette, video. E’ sempre presente, ingombrante ma carismatico, possiamo sospettare che sia un cialtrone ma è sempre molto affettuoso- impossibile dubitare che, come dice un’amica citandolo, la figlia sia stata “la cosa più bella” che gli sia capitata nella vita. Sono tante le amiche di Gareth- nel lessico familiare di Blue sono le “scarabee”- che si avvicendano al suo fianco, usate e poi scartate. Sul mistero del perché Gareth non presti la minima attenzione a Hannah Schneider (figura carismatica quanto lui, che ci ricorda la Miss Brodie di Muriel Spark) non possiamo dire nulla, perché fa parte del filone “thriller” del romanzo.
    “Io e papà eravamo come gli alisei,” scrive Blue, “ovunque andassimo, spazzavamo le città lasciandoci alle spalle una greve aridità.” Anche da Stockton se ne andranno nella stessa maniera, e se Blue citasse qualcuno, sarebbero le parole finali del Vecchio Marinaio di Coleridge, anche lei è diventata più vecchia e più saggia. Sta a noi lettori decidere la fine che vogliamo, come sta a noi distinguere le vere dalle false nell’incredibile ricchezza di citazioni attraverso cui parla Blue, che affermano e negano, ribadiscono e controbattono. Stilos ha intervistato la giovanissima scrittrice americana.

Perdoni la curiosità: il suo nome, Marisha, sembra polacco e non riesco ad indovinare la provenienza del suo cognome, Pessl. Da dove viene la sua famiglia?
   Mio padre è austriaco, la sua famiglia è di Vienna e prima ancora credo venisse dalla Germania. Quanto a Marisha, penso che abbia ragione, penso che sia polacco, una volta ho letto un libro russo con un personaggio con questo nome. In realtà mia madre mi ha dato il nome della sua migliore amica.

Parlando di famiglia: Gareth van Meer, il padre della protagonista del suo romanzo, è un padre ingombrante, anche se affascinante, il tipo di padre che forse sarebbe meglio fosse il padre di qualcun altro piuttosto che il proprio. Com’è suo padre?
   Mio padre è del tutto diverso, ho inventato il personaggio di Gareth, l’ho modellato su delle persone che ho incontrato in università. Mio padre è un ingegnere meccanico e non sono cresciuta con lui: i miei genitori hanno divorziato quando avevo tre anni, perciò il nostro rapporto è stato a distanza, conversazioni telefoniche, lettere, e poi andavo a stare da lui due o tre volte all’anno.

I nomi: ha giocato di proposito sui due nomi di Blue, che, messi insieme, sono “blu del mare”?


     Quando do un nome ad un mio personaggio cerco di non pensare ad altro che ad accordare il nome con la sua personalità. Per Blue avevo pensato a parecchi nomi e poi quello è venuto fuori dagli studi che sua madre faceva sulle farfalle e la Cassius Blue era la farfalla che poteva prendere più spesso. Ma c’è anche una bellezza nel nome Blue, il colore stesso può essere dolente e triste e bello e…penso che la rappresenti molto bene.

Nel romanzo sono citati molti libri e film. Prima una domanda sui libri: è chiaro che lei ama i libri, ha letto così tanto come Blue? Se dovesse fare il nome del suo scrittore preferito del tempo passato e dello scrittore contemporaneo che ama di più, chi le verrebbe in mente?
     Sono cresciuta in una famiglia che amava molto i libri e mia sorella ed io abbiamo avuto a disposizione tantissimi libri- ricordo la lettura de “Il buio oltre la siepe” e “Le avventure di Huckleberry Finn”: leggevamo ad alta voce e i libri hanno fatto parte della mia infanzia come di quella di Blue. I miei autori preferiti del passato? Amo Nabokov, Jane Austen, Dickens e poi i russi, Tolstoj e Dostojevskji. Tra gli autori contemporanei mi piacciono Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides e Calvino.

Anche il cinema ha un ruolo importante nel romanzo. Sono citati molti film italiani, mentre c’è un solo libro italiano nel Piano di Studi, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Gadda: pensa che il cinema italiano abbia avuto un ruolo più rilevante, o più innovatore,  nella cultura, rispetto alla letteratura?   

    No, no, il fatto è che il cinema italiano è una passione mia oltre che di Blue. Sono cresciuta guardando i film di Fellini e di Antonioni e mi parevano- mi sembrano tuttora- così innovatori. Mi piacciono moltissimo e ho prestato il mio amore a Blue.

Perché Blue ha così spesso la necessità di citare suo padre o frasi prese da libri o da film?
    Perché conduce questa vita itinerante, viaggiando con il padre per dieci anni attraverso gli Stati Uniti, e questo l’ha isolata. Faceva parte della sua caratterizzazione il fatto che i rapporti importanti della sua vita siano con suo padre e con i libri che legge. Così, all’inizio del libro è naturale che interpreti il mondo attraverso questi libri e poi, nel corso del romanzo, a mano a mano che incomincia a vivere delle sue esperienze invece che di quelle fittizie dei libri, queste citazioni diminuiscono. E questo è uno dei temi del romanzo: che alla fine devi smettere di leggere e devi vivere la tua vita.

Nella ricchezza delle citazioni lei mescola in maniera perfetta quelle vere e quelle inventate: come è riuscita a farlo?
    Tutto è iniziato perché cercavo una citazione particolare da un libro che non ero neppure certa esistesse. Dopo una settimana di ricerche, consultando testi, enciclopedie, libri di citazioni, senza trovare quello che mi serviva- o che serviva a Blue- ho deciso che questa era per me un’altra sfida, inventare questi libri e tutte queste altre voci, così diverse, perché alcune erano del secolo XVIII e altre del secolo XIX e alcune erano straniere. Era una sfida per me come scrittrice, renderle credibili e fare sì che il lettore si domandasse quali fossero vere e quali fossero false. Che poi è un’altra cosa fantastica del leggere libri: sfidare le voci che stai leggendo e decidere che cosa sia importante o no, e se si debba accettare quello che si sta leggendo.

I Nightwatchmen: questa parte della trama mi ha molto incuriosito. Da dove li ha “presi”?
    Il nome Nightwatchmen viene da un gruppo radicale americano che ha operato fino alla fine degli anni ‘60, inizi degli anni ‘70, gli anni delle Pantere Nere, dell’Esercito di Liberazione Simbionese, tutti gruppi che si formarono come conseguenza del coinvolgimento americano in Vietnam. Ho fatto un parallelo tra l’atmosfera politica di quel tempo e quella del nostro tempo: ho scritto il libro cinque anni fa e la politica americana e il punto di vista nazionale sono cambiati parecchio come risultato della guerra in Iraq. Penso che il porre delle domande su dove si stia andando faccia parte del compito di uno scrittore e credo che gli americani siano preoccupati per quello che accadrà al paese come risultato dell’imperialismo. E questa è una delle domande che volevo mettere nel libro.

Ci sono molte possibili soluzioni per il finale o c’è solo una risposta giusta e noi lettori dovremmo essere in grado di collegare tutte le fila e capire quale sia?
     I test dell’esame finale hanno delle risposte giuste e voglio che il lettore abbia una parte attiva nel rispondere, perché Blue non è un narratore affidabile: il lettore ha un ruolo importante quanto quello di Blue nel giudicare la storia. Ci sono, dunque, delle risposte giuste, e si deve leggere con attenzione per trovarle.

Penso che il suo libro sia straordinario e lei è così giovane: quando ha iniziato a scriverlo? Quanto tempo ha impiegato? E com’è “nato”?
    Ho iniziato a scriverlo nel 2000 quando lavoravo come consulente finanziaria. Avevo già scritto due romanzi che non furono pubblicati, mentre ero al college, perciò avevo già fatto l’esperienza di lavori lunghi e sapevo l’impegno e il tempo che avrebbe richiesto un romanzo. Già negli altri due romanzi c’erano i personaggi di Blue e Gareth, c’era questo legame fantastico tra padre e figlia e già avevo in mente le ultime venti pagine del libro e sapevo come era il loro rapporto. Dovevo elaborare la parte centrale della storia. Sapevo che avevo bisogno di motivi straordinari per arrivare a quel punto finale. Sapevo anche che, quando scrivi, devi entrare in quella storia; sapevo che uno scrittore deve lasciarsi coinvolgere dai suoi personaggi e che avrei vissuto con loro per i tre anni in cui avrei scritto il romanzo.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                                                                            

Nessun commento:

Posta un commento