sabato 15 giugno 2024

Catherine Bardon, “Flor de Oro. La figlia del tiranno” ed. 2024

                                                        Voci da mondi diversi. Francia

         biografia romanzata

Catherine Bardon, “Flor de Oro. La figlia del tiranno”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 373, Euro 19,50

 

    Flor de Oro. Era stato suo padre a scegliere di chiamarla così e, con questo nome che dà l’idea di bellezza, delicatezza, preziosità, ci si immagina un padre che avrebbe circondato la figlia di cure e di affetto. Niente affatto. Suo padre era Rafael Trujillo, il sanguinario dittatore di Santo Domingo, il Jefe, ‘l’Orco dei Caraibi’. Si potrebbe pensare che suo padre avesse due facce e riserbasse a Flor de Oro quella amorevole. Niente affatto. In tutta la sua vita Flor de Oro avrebbe cercato di adeguarsi a quello che il padre voleva da lei, proprio per conquistare la sua benevolenza, e invece i momenti di ‘grazia’ erano stati rarissimi.

  Nelle note finali Catherine Bardon ci dice come sia arrivata a scrivere questo romanzo, perché si sa pochissimo della figlia di Trujillo. Doveva scrivere una guida turistica dei dominicani celebri e uno dei nomi era quello di Porfirio Rubirosa- chi non conosce l’affascinante playboy, giocatore di polo, diplomatico e spia, che ha ispirato il personaggio di James Bond e che è morto schiantandosi con la sua Ferrari contro un albero del Bois de Boulogne alle prime ore del mattino dopo una notte di bisboccia?


‘Rubi’ aveva avuto molte mogli, anche la famosa attrice francese Danielle Darrieux, ma la prima era stata Flor de Oro Trujillo, appena diciassettenne. Non è stato facile per Catherine Bardon trovare notizie di questa donna nata nel 1915 e morta nel 1968. E scrivere la storia della sua vita ha richiesto calarsi nel personaggio e immaginare i suoi sentimenti, le sue reazioni. D’altra parte, come dice la stessa scrittrice, la vita di Flor de Oro “ha avuto più immaginazione del più creativo dei romanzieri”.

    Era bella, Flor de Oro, anche se di certo al padre non doveva piacere che il colore della sua pelle, i capelli scuri e ricci, quegli occhi di un nero profondo, rivelassero la goccia di sangue nero, haitiano, che era in lui (il Jefe si incipriava per schiarire il suo colorito). Aveva un sorriso luminoso e smagliante che era parte del suo fascino. Sua madre era l’unica vera moglie di Trujillo, l’unica sposata in chiesa, poi soppiantata da altre mogli sposate con rito civile e da schiere di amanti che gli avrebbero dato figli bastardi (una di queste era la più cara amica di Flor, sua coetanea).

Flor de Oro con Rubi

    Il primo trauma di Flor era stato l’allontanamento dalla madre- era stata mandata in Francia a studiare quando era ancora una bambina. Possiamo immaginare la solitudine e la difficoltà ad ambientarsi in un paese freddo dove veniva guardata con un certo disprezzo, dove le compagne del collegio non sapevano neppure dove fosse la sua isola.

   La narrativa di Caherine Bardon è vivida e vivace e, se ha molto del feuilleton, è perché la vita stessa di Flor de Oro fu una vita da feuilleton, che sarebbe incredibile se non fosse vera. Ad iniziare dai nove- sì, nove- mariti. Quello per Porfirio Rubirosa era stato veramente un grande amore, il colpo di fulmine della giovinezza. Lei sapeva che lui la tradiva, sapeva della sua esistenza dissoluta, eppure, anche dopo il divorzio, avrebbe continuato ad amarlo. Aveva amato qualcun altro, veramente, dopo quell’uomo che la chiamava Fleur? Forse il medico che l’aveva tirata fuori dalle sue dipendenze, dall’alcolismo, dai disturbi alimentari, dalla depressione. Da questo marito non aveva divorziato- era morto in un incendio. E gli altri? C’era sempre il padre dietro gli altri. Anzi, c’era il dittatore che non tollerava offese al suo onore, non accettava da lei comportamenti disdicevoli a cui l’unico rimedio era il matrimonio. E molto spesso c’era un tornaconto economico o politico dietro quei matrimoni.

Rafael Trujillo

  E poi era stato uno shock per Flor de Oro scoprire chi fosse veramente suo padre. Era possibile scindere la persona del padre a cui la legava un rapporto complesso da quella che affogava nel sangue il suo paese, che aveva un ego smisurato, che coltivava il culto della personalità, che aveva costantemente umiliato sua madre e lei?

    Non si può fare un paragone tra “Flor de Oro” di Catherine Bardon e “La festa del caprone” di Mario Vargas Llosa. Il romanzo di Vargas Llosa è un capolavoro, opera di un gigante della letteratura, ma il romanzo di Catherine Bardon illumina la sofferenza di una donna vittima di un rapporto malsano con un padre dominatore- nella bella copertina la luce è su di lei, Flor, con il suo viso aperto e il sorriso che conquista, lasciando nell’ombra la buia figura de ‘l’orco dei Caraibi’.



giovedì 13 giugno 2024

Gianni Dubbini Venier e Giovanni Fantoni Modena ed. 2024

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia

   seconda guerra mondiale

Gianni Dubbini Venier e Giovanni Fantoni Modena

Ed. Neri Pozza, pagg. 224, Euro 18,05

 

    Singapore, Singapura, ‘la città del leone’ in malese, situata sull’estrema punta della penisola malese, su una delle 58 isole che formano un arcipelago.

   Singapore oggi, città stato, quarto principale centro finanziario del mondo, città cosmopolita, secondo paese più densamente popolato del mondo, con un porto che è tra i primi cinque per attività e traffico mondiale.

   Singapore nel passato. Città contesa dalle potenze europee per la sua strategica posizione geografica, passata e ripassata di mano dagli olandesi agli inglesi finché nel 1824 il trattato anglo-olandese accordava ai britannici il controllo di Malacca e Singapore e in cambio gli olandesi ottennevano l’evacuazione britannica di Sumatra, Giava e isole vicine. La Compagnia inglese delle Indie Orientali assumeva dunque il controllo amministrativo di Singapore. Alla fine della prima guerra mondiale gli inglesi realizzarono la grande base navale di Singapore- doveva essere il baluardo contro una possibile invasione giapponese. Singapore sarebbe stata imprendibile.


    E invece Gianni Dubbini Venier, nel suo libro scritto con Giovanni Fantoni Modena, ci racconta quello che accadde alla città imprendibile in cui, nel febbraio del 1942, entrò vittorioso l’esercito giapponese, arrivato da terra e non dal mare verso cui era puntata tutta la difesa- sei giorni di combattimento e poi la resa. Winston Churchill l’avrebbe definita come ‘il peggior disastro e la più grande capitolazione della storia inglese’.

  “Fuga dalla fortezza celeste” ha il fascino del romanzo che è una storia vera, una storia personale con un protagonista ‘vero’ che si muove nella grande Storia e ne porta le cicatrici nel corpo e nell’anima, che è, nello stesso tempo, un grande romanzo di avventura con qualcosa di salgariano nelle descrizioni dello stentato avanzare del gruppo di soldati fuggiaschi nella giungla.


    Si chiama Charles McCormac l’eroe del romanzo e definirlo ‘eroe’ non è solo perché ricopre il ruolo di protagonista delle vicenda, ma perché lo fu veramente- gli fu conferita una medaglia al valore alla fine della guerra. McCormac era un ufficiale della RAF, era già scampato una volta alla morte quando il biplano sul quale volava era precipitato in mare per un guasto, a Singapore aveva sposato una ragazza euroasiatica che era in attesa del loro primo figlio quando i giapponesi conquistarono la città. Lui fece a tempo a farla imbarcare in fretta e furia su una nave affollata di civili in fuga prima che succedesse il peggio. Perché sappiamo la violenza e l’indiscriminata crudeltà dei soldati nipponici che facevano rotolare teste per terra con le loro katane. Charles fu preso prigioniero e internato nel campo di Pasir Pajang dove capì presto che sarebbe morto se non avesse tentato la fuga. Meglio morire fuggendo che sotto le indescrivibili torture che aveva assaggiato. Furono in diciassette a tentare la fuga e solo due di loro dovevano farcela in quei disperati cinque mesi attraverso la giungla indonesiana e poi l’ancora più disperato tentativo di raggiungere l’Australia in una imbarcazione di fortuna.

le singolari case di Minangkabau in cui si imbatterono i fuggitivi

Furono aiutati, a rischio della vita, da indigeni locali ma non furono risparmiati da fame, sete, febbri, malaria, punture di insetti. In realtà un altro di loro sopravvisse e la sua è una piccola storia insolita dentro quella principale- era un donnaiolo, si era innamorato di una ragazza del villaggio che aveva offerto loro ospitalità e non era voluto ripartire. Anni più tardi, a guerra terminata da un pezzo, Charles avrà notizie di lui…
Giovanni Fantoni Modena

   Leilani McCormac Stafford, una delle figlie di Charles McCormac, ha messo l’archivio di famiglia a disposizione degli autori per questo romanzo che termina con un’interessante e intrigante considerazione sulla Singapore di oggi, vista come un ‘assaggio del nostro futuro’, perché ‘un processo di singaporizzazione è in atto in tutti i continenti’. Con questo termine coniato apposta, Gianni Dubbini Venier intende quella morte dello spirito ‘in favore del Leviatano tecnologico’ profetizzata da Spengler. La caduta di Singapore non è stata soltanto l’inizio della fine del colonialismo ma anche la morte del mondo di ieri che ormai non esiste più. “A Singapore abbiamo smarrito la nostra identità”, dice lo scrittore. Ci siamo omologati, grazie alle, o a causa delle, nuove tecnologie.

    Interessante, appassionante, documentato, coinvolgente. Da leggere.



   

 

lunedì 10 giugno 2024

Cédric Gras, “Gli alpinisti di Mao” ed. 2024

                                                          Voci da mondi diversi. Francia



Cédric Gras, “Gli alpinisti di Mao”

Ed. Corbaccio, trad. Barbara Ponti, pagg. 240, Euro 20,90

 

   Se la lettura de “Gli alpinisti di Stalin” era stata una lettura appassionante  per chi ama la sfida della montagna, lo sarà ancora di più quella de “Gli alpinisti di Mao”, il nuovo libro di Cédric Gras, perché ancora più sfaccettato del precedente, perché parlare di ‘alpinisti di Mao’ ha qualcosa dell’incredibile, perché i risvolti politici della conquista delle vette acquistano la massima importanza.

  Puntualizziamo subito che, agli albori dell’alpinismo cinese, c’è una sola montagna che interessa- l’Everest con i suoi 8849 metri di altezza, si trova nella catena dell’Himalaya, al confine tra Cina e Nepal. Alla vetta si sale o da sud-est in Nepal o dal nord in Tibet. Per i tibetani il Chomolungma (‘madre dell’universo’) è un monte sacro, cercare di raggiungere la cima è un sacrilegio. Erano opposizioni ridicole per la Cina di Mao che aveva abolito qualunque religione e che mirava all’annessione del Tibet ‘cinesizzandolo’. La conquista dell’Everest era per i cinesi qualcosa di totalmente diverso da come l’avevano intesa Mallory e Irvine quando erano saliti dalla cresta Nord nel 1924 morendo nell’impresa (probabilmente ne lui né Irvine erano riusciti ad arrivare alla vetta, erano scomparsi e solo il cadavere di Mallory fu trovato 75 anni dopo), o Hillary e Tenzing che erano stati i primi a documentare il loro successo nel 1953, salendo dalla cresta Sud. A questo punto per i cinesi era una questione di onore, per loro era una sfida, non potevano essere da meno dell’Occidente capitalista. L’alpinismo cinese nasce dal dovere e non dalla passione- negli anni ‘50 in Cina non c’è neppure un alpinista.

Hillary e Tenzing

    Ed ecco che Xu Jing si trova a Mosca nel 1955 per imparare questo strano sport, l’alpinismo- non ha mai visto una parete in vita sua. Lui e altri sono stati scelti in base a criteri disparati, la loro fedeltà politica, l’avere attitudini sportive. Nel 1960 Xu Jing, insieme a Wang Fuzhou e Liu Lianman, tenteranno la scalata- devono piantare sulla vetta la bandiera cinese e lasciare lassù un busto del presidente Mao.

    Non c’è niente di certo nei resoconti delle scalate cinesi, come, del resto, per qualunque notizia giunga dalla Cina dove tutto viene piegato per aderire alla visione del partito. Quella che è certa è la diversa impostazione delle imprese- il grande numero di partecipanti perché l’alpinismo non deve essere per una élite, la mancanza di una preparazione adeguata e l’attrezzatura a dir poco ridicola. Ma tutto si fa in nome di Mao, Mao supplisce ad ogni mancanza, slogan maoisti vengono gridati dalla montagna, poco importa il numero dei morti per embolia, le dita dei piedi o delle mani amputate. Sarà vero che, durante una scalata, per superare il secondo o il terzo gradino della parete, è stata fatta una scala umana sulle spalle di Liu Lianman? La volta seguente fu portata sul posto una scala di metallo.


    C’è una foto della spedizione del 1960 in cui due cinesi e un tibetano raggiunsero la vetta- almeno questa volta ce l’avevano fatta. Perché c’erano anche altre difficoltà, oltre a quelle tecniche, ed in parte a questo è dovuto il fascino del libro di Cédric Gras, nel tracciare un quadro storico di quegli anni, con l’usurpazione del Tibet da parte della Cina, la fuga del Dalai Lama, l’assassinio di monaci, lo snaturamento dei templi, in primis quello di Rongbuk a 5154 metri di altezza, la Rivoluzione Culturale e i laogai (campi di rieducazione attraverso il lavoro forzato), la tremenda carestia che causò la morte di un numero di persone dai 20 ai 40 milioni. Neppure gli alpinisti che avevano contribuito alla gloria della Cina furono risparmiati dalle purghe.

Monastero di Rongbuk

    Il libro di Cédric Gras nasce da accurate e difficoltose ricerche ed è una narrazione avvincente, spruzzata di humour e di pietas nei confronti di uomini strumentalizzati e mandati allo sbaraglio- impossibile non fare un confronto con l’impresa ricordata del nostro Messner che il 20 agosto 1980 salì sulla cima dell’Everest da solo e senza ossigeno.



domenica 9 giugno 2024

Paul Auster, “Nel paese delle ultime cose” prima edizione 1996

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       distopia

Paul Auster, “Nel paese delle ultime cose”

Ed. Einaudi, trad. Monica Sperandini, pagg. 170, Euro 10,92

 

  Queste sono le ultime cose. Ad una ad una scompaiono e non riappaiono.

Addirittura- viene scritto in quella che è una lunga lettera ad un’amica- una casa è lì un giorno e il giorno dopo è scomparsa. Oppure una strada che hai percorso ieri, oggi non c’è più.

La ragazza- sapremo che si chiama Anna- era partita (da dove? Non è mai detto) per andare a cercare il fratello William, giornalista, che era stato inviato per scoprire che cosa mai stesse accadendo. L’amica l’aveva avvisata, che non lo avrebbe mai ritrovato, ma a lei, Anna, non importava. E adesso non sa neppure quanto tempo sia passato, è affamata, si aggira in una città spettrale che si sta disintegrando.

   L’immagine che ci introduce a questa ‘città di distruzione’ (Nathaniel Hawthorne la chiama così nell’esergo) è dantesca- il vento sospinge chi si aggira per le strade, spesso si vedono intere famiglie legate insieme per non farsi sollevare in aria. Ci saranno altre immagini dantesche- a che altro si può ricorrere, in questa città infernale?, ma anche orwelliane e swiftiane, così come le orrende condizioni di vita richiamano alla mente i campi di concentramento dove ogni minima cosa che verrebbe scartata come immondizia in un mondo normale, viene invece tesorizzata, perché può tornare utile, può servire da merce di scambio.


Tutto viene usato- proibito seppellire i morti perché i loro corpi servono come combustibile, le deiezioni vengono raccolte- questi sono gli esempi estremi. La vita è così impossibile che si cerca la morte- ci sono i Saltatori (che si buttano giù da un tetto), i Corridori (corrono fino a crollare), le cliniche per l’eutanasia, il viaggio delle Meraviglie (una serie di iniezioni che fanno sentire euforici e felici prima di quella finale), la Crociera del Piacere (un brevissimo paragrafo che può essere stato lo spunto per il romanzo “Sea Paradise” di Eleonora Lombardo).

    In questa città di distruzione dove si cerca di sopravvivere con i pochi ‘lavori’ che si possono fare, come andare in cerca di qualunque oggetto o indumento o suppellettile avanzato, dove ci sono degli Agenti della Resurrezione a cui tali oggetti possono essere venduti per essere trasformati in qualcosa da mettere sul mercato, dove è proibito ricordare, dove scompaiono interi gruppi di persone (gli ebrei, gli intellettuali- e ci paiono le famose purghe staliniste), restano ancora frammenti di umanità. 

La diciannovenne Anna incontra tre persone che la aiuteranno, che le daranno affetto e manterranno viva la speranza. La vecchia Isabel le offrirà alloggio nella sua casa, salvandola dai rigori di un inverno che sembra quello di Leningrado assediata e arrivando a compiere un atto estremo per amore suo; avrà un figlio dall’uomo che aveva conosciuto suo fratello e che ora vive nella biblioteca scrivendo un libro che dovrebbe restare a testimonianza, e infine incontrerà Victoria che gestisce una sorta di casa-ricovero dove accoglie gente disperata e si prende cura di loro, nutrendoli e dando loro nuovi abiti prima di mandarli via per fare entrare altre persone. Victoria salverà anche Anna…


    Il finale è aperto. La lettera si conclude con la frase: questa è Anna Blume, la tua vecchia amica da un altro mondo. Quando arriveremo dove siamo diretti, cercherò di scriverti ancora, prometto.

   C’è una cosa da ricordare, se, rileggendo ora il romanzo distopico di Paul Auster, abbiamo l’impressione di ‘già letto’. Il romanzo fu pubblicato per la prima volta da Guanda nel 1996 ed altri dello stesso genere, come “La strada” di Cormack McCarthy che vinse il premio Pulitzer nel 2007, sono stati scritti dopo, quasi che la paura per un mondo che si autodistrugge fosse contagiosa.

    De “Nel paese delle ultime cose” ammiriamo l’inventiva fantastica nel portare certe situazioni all’estremo e i continui rimandi letterari a grandi opere del passato che, in qualche maniera, conferiscono un che di poetico al testo, anche se non riusciamo ad appassionarci ai personaggi, grigi anche loro come la tremenda grigia città di distruzione.



giovedì 6 giugno 2024

Ann Patchett, “Tom Lake” ed. 2024

                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       love story

Ann Patchett, “Tom Lake”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. Michele Piumini e Valeria Gorla,  pagg. 384, Euro 17,10

 

      Un romanzo affascinante. Un romanzo che vi avvolge nella nuvola dei fiori di ciliegio (del Michigan, il Giappone non ha l’esclusiva dei ciliegi in fiore). Un romanzo che parla d’amore giovanile, d’amore collaudato da un lungo matrimonio, di uno stretto legame famigliare. Un romanzo che parla di scelte di vita. Un romanzo che vi spingerà, dopo averlo finito, a leggere o rileggere quel testo teatrale, “La nostra città” di Thornton Wilder, un piccolo capolavoro che è il canovaccio su cui si intrecciano le storie di “Tom Lake”.

     L’inizio è nel passato- tutto il libro sarà un contrapporsi di capitoli delle vicende nel passato e quelli nel presente in cui la famiglia Nelson è reclusa nella fattoria a causa della pandemia. Lei- la narratrice che ora è felicemente sposata a Joe e ha tre figlie- si chiamava Laura prima di togliere la u dal suo nome per diventare Lara come l’eroina del “Dottor Ẑivago”. E deve aiutare a registrare i nomi degli aspiranti attori nell’opera che deve andare in scena, “La nostra città” per l’appunto. Finirà che sarà proprio lei, Lara, a recitare la parte di Emily, perfetta per lei perché lei è Emily, e però non sarà mai altrettanto brava in nessun altro ruolo, nonostante venga chiamata addirittura a Hollywood. Il personaggio chiave del romanzo, il mitico e fascinoso attore Peter Duke, appartiene al passato, anche se sarà continuamente ricordato nel presente. Con lui Lara aveva avuto una torrida storia d’amore che era durata finché…finché lei si era rotta il tendine di Achille giocando a tennis e la sua amica aveva preso il suo posto sulla scena e nel letto di Peter Duke.


    Fine della storia. Di questa storia, almeno. È la storia che Lara racconta alle figlie nell’isolamento tra i ciliegi- loro la conoscono a grandi linee ma non se ne stancano mai, adorano sentire che la loro madre aveva conosciuto, più che conosciuto, un attore di cui avevano visto e rivisto i film. La storia d’amore della giovinezza della madre prende il posto della favola della buona notte, suscita domande, soprattutto quelle della figlia maggiore Emily (come altro poteva chiamarsi?) che si è messa in testa che suo padre sia Peter Duke, di assomigliare a lui. I tempi, però, non corrispondono e poi Emily ha ereditato da Joe l’amore viscerale per la fattoria che da generazioni appartiene alla famiglia Nelson.

La nostra città

    Peter Duke è il personaggio che noi conosciamo attraverso gli occhi e le parole di Emily, bello con i suoi denti storti (se li sarebbe fatti aggiustare), egocentrico (Lara se ne accorge tardi), con la capacità di far sentire Lara eccezionale (finché non farà sentire eccezionale un’altra). Abbiamo sentore di quella che sarà la sua fine all’inizio di quella che è in definitiva una storia tristissima- quando, per recitare in maniera realistica, beve tequila (invece di acqua) tutto il tempo. Gli effetti e le conseguenze si possono immaginare. Peter Duke ha il fascino del negativo, le sue scelte di vita sono opposte a quelle di Lara. È un ripiego, quello di Lara, di fare la cucitrice? O è una presa di coscienza dei suoi limiti che lascia spazio ad altre scelte che includeranno poi un amore più maturo per un uomo già conosciuto al tempo delle follie con Duke?

    Insieme al racconto di Lara, Ann Patchett ci fa leggere e rileggere “La nostra città”, tracciando un sottile parallelismo, e ci fa addentrare nelle dinamiche famigliari con le diverse inclinazioni delle tre figlie di Lara (e qui la citazione di Cechov è d’obbligo). Sullo sfondo la pandemia che ha interrotto lo scorrere normale della vita, ma non quello della natura, con le ciliegie e le amarene da raccogliere, e poi dopo le mele, proprio ora che non possono contare sulla mano d’opera esterna.


    La fattoria dei Nelson. Chiunque vorrebbe aver passato i tremendi mesi del Covid nella fattoria dei Nelson. È una di quelle case che vivono nei romanzi come i personaggi, che sono esse stesse un personaggio. Con la nuvola dei ciliegi in fiore, con i rami dei peri che incutono paura ai bambini, con mucche e cani da curare che richiedono l’aiuto della seconda figlia. Solo per la figlia minore la fattoria è una prigione- vuole fare l’attrice.

    Ann Patchett non delude. Leggetelo.




   

mercoledì 5 giugno 2024

Viola Ardone, “Il treno dei bambini” ed. 2019

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

  la Storia nel romanzo

Viola Ardone, “Il treno dei bambini”

Ed. Einaudi 2019, pagg. 200, Euro 16,62

 

     Li chiamavano ‘i treni della felicità’, quelli che, tra il 1945 e il 1947, trasportarono oltre 70.000 bambini dal Centro e dal Sud Italia al Nord, dove sarebbero stati ospitati da famiglie generose. Dopo qualche mese o anche un paio di anni i bambini sarebbero tornati a casa- alcuni restarono per sempre con le famiglie ‘adottive’, i più restarono in contatto con loro. Era un’iniziativa comunista e la Chiesa aveva cercato di scoraggiarla, mettendo in giro voci che i bambini sarebbero stati portati in Unione Sovietica, magari anche in Siberia.

   Erano veramente ‘i treni della felicità’? ci voleva coraggio e tanto amore da parte delle madri per separarsi dai figli, si doveva credere che era per il bene dei bambini che al Sud, dopo la guerra, non avevano di che sfamarsi e di che vestirsi. Quanto ai bambini, molti affrontavano la partenza piangendo, ma erano in tanti e, una volta che il treno era uscito dalla stazione, il viaggio diventava una grande avventura- dopotutto non erano mai saliti su un treno. E poi erano tutti vestiti a nuovo, con abiti pesanti per in freddo del Nord, avevano perfino le scarpe ai piedi.


    Si chiama Amerigo e ha sette anni, il protagonista del romanzo di Viola Ardone. Sua mamma è Antonietta che, nel basso dove abitano, ogni tanto si ritira nella sua stanza quando Capa e’fierro viene in visita. Vanno a faticare- dicono ad Amerigo. Lui non ha mai conosciuto il padre, la mamma gli ha detto che è partito per l’America, per questo si chiama così. Amerigo è un ragazzino sveglio, è uno degli ‘scugnizzi’ di Napoli per cui la strada è scuola di vita e arrangiarsi è un’arte- memorabile è la scena in cui si mette a piovere sulla bancarella dove lui e l’amico Tommasino vendono topi ‘pittati’ per farli sembrare criceti e la pioggia li smaschera.

   Quando arrivano a Bologna, per un contrattempo Amerigo resta l’ultimo ad essere prelevato e poi segue a casa una signorina che non ha alcuna dimestichezza con i bambini. Tuttavia sua sorella ha una famiglia numerosa e un cuore grande e i figli di questa diventeranno come fratelli per Amerigo.

La prima metà del libro ci racconta la storia di una separazione e la scoperta di un’altra realtà- ad Amerigo non pare vero mangiare tre pasti al giorno (il primo assaggio della mortadella è una scena molto buffa), lavorare a fianco dell’uomo che impara a chiamare ‘babbo’ (gli suona strano, ma si abitua), imparare a suonare il violino. La voce narrante di questo bambino ci diverte, ci fa tenerezza. Ha la spontaneità dell’infanzia, la saggezza del popolo, l’umorismo di chi affronta le difficoltà con spavalderia. È inevitabile che Amerigo cambi, che si senta quanto mai lontano- e non solo geograficamente- da Napoli, che, nonostante tutto, si senta più amato nella nuova famiglia che dalla mamma. E, insieme a lui, cambia anche la signorina che lo ospita, che aveva avuto un grande dolore e si ammorbidisce prendendosi cura di Amerigo.


     Poi c’è il ritorno. C’è lo sguardo nuovo sulle vecchie cose. C’è la gelosia della mamma. C’è quello che Amerigo sente come un tradimento. C’è la fuga e un altro ritorno, questa volta a Nord. Della vita seguente di Amerigo sapremo in una seconda parte del libro che chiude idealmente il cerchio iniziato nel 1946. Lo chiude con una morte, con un altro bambino che è figlio di un fratello mai conosciuto, con un disgelo del cuore di Amerigo che ripete, in altra chiave, quello della signorina che lo aveva accolto tanti anni prima nella sua casa.

    È un po’ scolorita, questa ultima parte del romanzo. Ci manca la vivacità e l’immediatezza della voce del bambino di sette anni, non siamo neppure certi che ci piaccia, questo nuovo Amerigo che ha cambiato il suo cognome. E tuttavia “Il treno dei bambini” si legge con grande piacere e ha il grande pregio di riportare alla luce un fatto poco noto che apriva un nuovo periodo della Storia d’Italia, dopo gli anni dolorosi della guerra.

   Da questo libro il film diretto da Cristina Comencini.



  

domenica 2 giugno 2024

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti” ed. 2024

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

          anni di piombo

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti”

Ed. Manni, pagg. 336, Euro 18,05

 

    Fabrizio Martini. Vive a Torino, ha poco più di trent’anni. Ha sempre voluto fare il magistrato e adesso sosterrà l’esame a cui si è preparato con una compagna di università che è diventata la sua ragazza. Inspiegabilmente sua madre lo osteggia- è solo perché vuole che lui lavori insieme a lei nel suo studio di avvocato?

    Poi succede l’imprevisto. Durante una gita in montagna suo padre scivola lungo un dirupo e muore. O forse sarebbe meglio dire che il marito di sua madre muore, perché viene fuori che è stato impossibile fargli una tempestiva trasfusione per via di un gruppo sanguigno raro. Quindi quell’uomo buono che era sempre stato un sostegno per lui, che gli aveva sempre dato affetto quasi a colmare il vuoto di quello che non gli dava sua madre, non poteva essere suo padre. Chi era, allora il vero padre biologico?

Tribunale di Torino

   La madre finirà per dirglielo, tra improperi e insulti rivolti sia a Fabrizio sia a Matteo Lorusso, il marito di cui era stata dichiarata la morte presunta. Era stato un magistrato negli anni ’70 e ’80, aveva esercitato a Torino e in Calabria, poi era scomparso. Si era suicidato? Il corpo non era mai stato trovato. Possibilissimo che fosse ancora vivo. All’epoca della scomparsa non sapeva neppure che la moglie fosse incinta, Fabrizio era nato alla fine del 1989 senza che il padre sapesse alcunché di lui.

    Il romanzo di Ennio Tomaselli (laureato in Giurisprudenza, giudice del tribunale per minorenni di Torino e pubblico ministero presso tale ufficio) prende l’avvio da qui in una sorta di romanzo di formazione tardiva che è nello stesso tempo la storia della ricerca di un padre, sia come figura fisica sia- e forse ancora di più- come ‘persona’, e la storia d’Italia attraverso la storia della magistratura in anni violenti e oltremodo difficili in cui molto si nascondeva dietro una verità apparente ed era meglio non fidarsi di nessuno. Se ti fidavi, venivi colpito alle spalle.

    Quello che compie Fabrizio è un percorso doloroso. Intanto supera gli scritti del concorso a cui teneva molto e questo incide, paradossalmente sulla sua vita sentimentale che è quasi una storia parallela. Perché la fidanzata, influenzata dalla famiglia della borghesia bene di Torino, non vede di buon occhio la ricerca di un padre che sembra essere stato un magistrato ambiguo (era stato in collusione con i terroristi, forse?), e Fabrizio è attratto da una estroversa ragazza siciliana conosciuta all’esame, l’esatto opposto delle nordica fidanzata o ex-fidanzata. Fabrizio incontrerà molte persone che hanno conosciuto suo padre, ex magistrati, avvocati, poliziotti.

la Sila

Andrà in Calabria seguendo le tracce- molto labili, a dire il vero- del padre di cui gli viene consegnato un diario e un racconto. Fabrizio è sempre più confuso e perplesso, le pagine del diario rivelano un uomo che non è affatto ‘uno come tanti’. Anzi, è un uomo di grande integrità e dirittura morale. La sua fede nella giustizia non poteva che scontrarsi con la giustizia rimaneggiata che a volte è costretto ad accettare. È un uomo che si schiera con le vittime di sentenze ingiuste, che è capace di giudicare innocente un camorrista dall’accusa di qualcosa per cui non è colpevole. E che cosa voleva dire con quel racconto che palesemente non è solo una composizione narrativa? Solo alla fine lo sapremo.

    “Uno come tanti” è un romanzo che sentiamo ‘nostro’, che ci appartiene rivelandoci i retroscena di una realtà che tendiamo a idealizzare (dopotutto, dobbiamo credere nella giustizia, giusto?). C’è forse qualche lungaggine e il personaggio della madre nella sua cattiveria è forse troppo estremo e calcato, ma la trama ci coinvolge con una suspense ben calibrata e con un buon miscuglio di pubblico e privato.