giovedì 13 maggio 2021

Jumoke Verissimo, “Memoria e desiderio” ed. 2021

                                            Voci da mondi diversi. Nigeria


Jumoke Verissimo, “Memoria e desiderio”

Ed. Brioschi, trad. Gioia Guerzoni, pagg. 280, Euro 18,00

 

   Lagos, Nigeria. Al governo si sono succeduti generali che hanno usato la forza e la corruzione per esercitare il potere. Dopo Buhari, Babangida, Abacha, uno peggiore dell’altro, poi Obasanjo che inaugurò nel 1999 la Quarta Repubblica di Nigeria e fu rieletto per un secondo mandato nel 2003. È grazie ad una sua amnistia che Eniolorunda Durotimi Akanni è uscito di prigione.

      Lo chiamano Prof. Era professore universitario. Ha passato dieci anni in carcere. È un uomo distrutto. Alla madre e all’amico che lo attendono fuori dai cancelli chiede solo di essere portato nella casa che era di suo padre. Dopo non vuole più vederli. Si chiude in quella casa che gli ha lasciato in eredità un padre che si è rifiutato di riconoscerlo e ne esce per brevi passeggiate solo alla sera, quando la notte cala su Lagos. Prof vive nel buio in una città che è già buia di per sé, perché, paradossalmente per la capitale di uno stato che ha grossi giacimenti di petrolio, la luce va e viene. Prof non vuole vedere nessuno e non apre la porta a nessuno, nemmeno alla madre che gli lascia da mangiare fuori della porta.


    Finché una sera apre la porta a Desire, studentessa universitaria per cui lui, Prof è un mito. Lei era una bambina quando, durante una manifestazione di protesta nella baraccopoli di Moroko, lui si era commosso davanti a quella bimba, l’aveva presa in braccio, le aveva detto parole che lei non aveva ben afferrato, che era per lei che questa protesta veniva fatta, le aveva regalato un libro. E Desire era diventata una appassionata lettrice, rubando libri per poter leggere, riuscendo infine ad iscriversi all’università, spesata da una donna che le aveva chiesto di aiutare sua figlia a studiare.

    Sera dopo sera Desire va a trovare Prof. Sera dopo sera lui la aspetta, non può più fare a meno della sua compagnia, delle loro parole, dello scambio di confidenze. A mezzanotte, come Cenerentola, Desire se ne va, Lagos è una città pericolosa. All’università, negli incontri di discussione politica, Desire conosce un ragazzo che assomiglia al Prof in maniera impressionante. Lo chiamano ‘Gandhi’.


     Un uomo colto, che ha superato la quarantina. Una ragazza giovane il cui vero nome è Undesired perché il padre voleva un maschio e che invece la madre ha chiamato Desire, Desiderio, per farla sentire amata. Desiderio di che? Di libertà, di giustizia, di amore. L’uomo che era un faro per i nigeriani e che, dopo le torture e il buio della cella, non sopporta più la luce. E questo buio che li avvolge diventa il protagonista del romanzo, diventa una metafora del buio che avvolge la Nigeria, della violenza bruta, della mancanza di speranza, così come lei, Desire, è il desiderio di uscire da questa condizione.

     Non succede niente, nella casa al buio. Quello che succede è fuori, nella luce, nel rumore, nella sporcizia, nella folla colorata per le strade di Lagos, tra gli studenti che si raccolgono intorno a ‘Gandhi’ proprio come un tempo si raccoglievano intorno a Prof, nella stanza in affitto che Desire condivide con l’amica.


    Le storie personali di Prof, di Desire e della sua amica, del giovane che assomiglia a Prof (potrebbe essere suo figlio?) si incrociano e quello che osserviamo è un’assenza generale di padri o, se ci sono, sono padri violenti e ubriaconi e questi sono tutti figli allevati soltanto dalle madri.

C’è poi un altro personaggio su cui non voglio dire molto, un personaggio che è soltanto una voce che parla a Prof, che è la sua consolazione, una voce femminile di qualcuno che lui chiama Desanya…(provate a pronunciarlo, si capirà chi è e a che cosa si ricollega in un destino comune).

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martedì 11 maggio 2021

John Banville, “Delitto d’inverno” ed. 2021

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

John Banville, “Delitto d’inverno”

Ed. Guanda, trad. Irene A. Piccinini, pagg.336, Euro 19,00

 

     1957. Contea di Wexford, Irlanda. Due giorni prima di Natale. Nevica. Un prete viene trovato assassinato nella biblioteca di Ballyglass House, dimora degli Osborne, antica casata protestante. Da Dublino arriva ad indagare l’ispettore Strafford, protestante anche lui, un’eccezione nelle forze della polizia.

    Questo non è un solito ‘giallo’, ma è un giallo d’autore e lo si avverte dal tono narrativo delle prime pagine: John Banville, uno dei maggiori scrittori irlandesi viventi, aveva iniziato a scrivere romanzi con delitto sotto lo pseudonimo di Benjamin Black, ora abbandonato. Non è solo la data in cui si svolge la vicenda a farci respirare un’atmosfera d’epoca. È l’eleganza dello stile, l’assenza del sensazionale, l’importanza data agli elementi sottotestuali.

    La trama gialla non ha niente di speciale, anzi. Dalla domanda, come mai un sacerdote cattolico era un assiduo frequentatore di una casa di protestanti?, dalle allusioni a quanto poco ortodosso fosse il comportamento di padre Tom, da frasi smozzicate dette dall’uno o dall’altro, intuiamo subito il motivo del delitto. Non ci voleva molto, dopo aver letto nelle prime pagine il dettaglio che padre Tom è stato evirato con precisione chirurgica. Chi è stato, però, ad ucciderlo? Una o più persone? Appare chiaro che deve essere stato qualcuno che era presente in casa oppure che è stato fatto entrare da un complice, nonostante che il generale Osborne, eroe di Dunkerque, attribuisca la colpa ai soliti zingari che si aggirano nella zona.


    È una famiglia strana, quella degli Osborne. Lui è sposato con una donna molto più giovane che la figliastra chiama il Topo Bianco e che si aggira insonne di notte per la casa. La prima moglie era alcolizzata ed è morta cadendo dalle scale (le stesse scale da cui è caduto, secondo la dichiarazione ufficiale, anche il prete). Il figlio Dominic studia medicina, se ne sta sulle sue. Lettie, la figlia diciottenne, ha un atteggiamento provocatorio, si è fatta espellere da scuola. Strafford si sente attratto dal Topo Bianco, ma anche da Lettie e poi dalla procace cameriera con i capelli rossi della locanda.

    La storia di padre Tom, raccontata prima dalla sorella e  poi in un flashback ambientato nel 1947, apre uno squarcio su ricordi ancora vivi, della guerra per l’indipendenza seguita dalla guerra civile- lo spietato e opportunista padre del sacerdote ucciso era tra i sostenitori del mitico Michael Collins, la via del sacerdozio era stata per il figlio una fuga dal padre.

Michael Collins

Non aveva fatto qualcosa di simile anche Strafford, entrando nel corpo di polizia contro la volontà paterna che avrebbe desiderato che lui diventasse avvocato? Non cercano di sottrarsi al padre anche Dominic e Lettie Osborne? Il contrasto sociale e religioso è fortissimo, sottolineato di continuo da differenze di accento, di comportamento, di vestiario- perfino il preferire il tè scuro e senza zucchero indica l’appartenenza ad una classe più elevata.

    La religione, infine. Il cattolicesimo in Irlanda ha una cupa accezione che non troviamo neppure nella già rigida Italia cattolica. I preti sono intoccabili. Qualunque cosa facciano, di qualunque colpa si macchino, tutto viene insabbiato, il prete colpevole è semplicemente spostato e può continuare a fare danni altrove. Quando l’arcivescovo McQuaid dalla faccia di ghiaccio manda a chiamare Strafford, il messaggio neppur troppo velato è intimidatorio. Padre Tom è morto per un incidente. Punto. I dettagli scabrosi non devono trapelare. Punto. Strafford vuole fare carriera, no?


    E intanto la neve cade su tutta l’Irlanda, sui vivi e sui morti- e il richiamo alla novella “I morti” di Joyce è palese. Lo è pure il significato di questa neve che ammanta di purezza i crimini del passato e del presente. E così anche il ghiaccio a cui bisogna fare attenzione per non scivolare, e l’incidente di Strafford, che finisce fuori strada mentre si reca all’appuntamento con l’arcivescovo, è indicativo.

    Il colpo di scena finale, a dieci anni di distanza dai fatti, è magistrale.

Leggere il romanzo giallo di Banville è come entrare in un negozio di antiquariato pieno di piccoli pezzi preziosi, come bere del buon vino pregiato.

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la recensione sarà pubblicata su www.Stradanove.it



 

domenica 9 maggio 2021

Alka Joshi, “L’arte dell’henné a Jaipur” ed. 2021

                                                        Voci da mondi diversi. India


Alka Joshi, “L’arte dell’henné a Jaipur”

Ed. Neri Pozza. Trad. F. Oddera, pagg. 304, Euro 18,00

   1955. Jaipur, in India. La città rosa, la città del magico palazzo dei venti con la facciata che sembra il favo di un alveare e le 953 finestre da cui le donne potevano, non viste, guardare fuori.

     A Jaipur Lakshmi Shastra, quasi trentenne, è arrivata una decina di anni prima, in fuga da un marito che era stata obbligata a sposare e che la picchiava perché lei non gli dava figli. Erano state le prostitute di Agra ad insegnare a Lakshmi l’arte dell’henné, ma lei aveva superato le maestre. I disegni che lei tracciava su mani, piedi e altre parti del corpo erano fantasiosi e stupendi, e poi si era diffusa la voce che, in qualche modo, contribuissero a realizzare i desideri delle donne che richiedevano i suoi servigi, sia che si trattasse di riconquistare un marito o di restare incinta o di avere un figlio maschio. Lakshmi aveva anche un altro dono, e questo lo aveva imparato dalla suocera: era capace di curare con le erbe,


preparava lei stessa le misture per alleviare i dolori, per lenire sfoghi cutanei, per abbattere le febbri, per non restare incinta e per sbarazzarsi di bambini non voluti. Ha fatto fortuna, Lakshmi. Indebitandosi è riuscita a comperare una casa. Poi succede l’imprevisto. Arriva sua sorella Rhada.

    Lakshmi non sapeva neppure dell’esistenza di questa sorella di tredici anni, nata dopo la sua fuga che aveva disonorato la famiglia- una donna doveva restare a fianco del marito. Rhada è piccola, magra, sporca, si comporta come una selvaggia. Per Lakshmi è un peso, Lakshmi non cerca né di capirla né di mostrarle affetto, pensa solo che vuole darle quello che lei non ha mai avuto, un’istruzione prima di tutto.


    La trama de “L’arte dell’henné a Jaipur” segue il modello dei romanzi rosa, un storia di amore e lacrime, di sogni infranti e speranze disilluse, di tradimenti e gelosie, di ambizioni e pregiudizi. Non sappiamo quanto sia realistica la volontà di indipendenza di una donna in India a neppure dieci anni dall’indipendenza, e tuttavia ammiriamo la caparbia volontà di Lakshmi di uscire dal ruolo inconfessabile di donna separata, di godere di una pallida imitazione dello sfarzo delle donne di alto rango a cui colora le estremità con l’henné, di risollevarsi e inventarsi un’altra vita lontano da Jaipur dopo essere stata boicottata dalle stesse donne che una volta la cercavano.

Lakshmi non ha tempo per l’amore e non si accorge della storia che sta vivendo Radha finché non è troppo tardi. Perché pensa che Radha sia una bambina, che dovrebbe esserle grata ed essere felice di quello che ha progettato per lei, senza accorgersi di quanto, invece, Radha si debba sentire discriminata nella scuola frequentata da ragazze di un’altra casta e di un’altra classe sociale, di come questa solitudine e infelicità possano spingerla ad imitare le attrici che recitano nei film che va a vedere con l’amica-cliente di Lakshmi. La conclusione è un dramma che però si risolve per il meglio- c’è chi soffre e chi trova una compensazione per quanto ha già sofferto.


    Lo stile del romanzo è di quelli che tengono legati alle pagine. Chiunque ami la letteratura di evasione o ami l’India, leggerà con piacere un libro che trasporta in luoghi lontani e troverà particolarmente intriganti i dettagli con cui viene spiegata l’arte di usare l’henné, si sorprenderà ad annusare l’aria in cerca dei profumi di spezie (alcune stuzzicanti ricette sono pubblicate a fine libro), si delizierà gli occhi entrando nella casa della maharani. Chi è stato in India, chi la conosce da altre letture, resta, però, con il dubbio sul realismo del quadro che pare segnato da un certo stereotipato romanticismo.

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venerdì 7 maggio 2021

Journal-Gywa Ma Ma Lay, “La promessa di Yumi” ed. 2021

                                                        Voci da mondi diversi. Birmania

Journal-Gywa Ma Ma Lay, “La promessa di Yumi”

Ed. ObarraO, trad. Giulia Masperi, pagg. 240, Euro 16,00

     La Birmania ha sempre avuto una posizione strategica importante in Asia. È facile capire perché i giapponesi la considerassero una conquista ambita, era un’ottima base per attaccare dal sud la Cina di Chiang Kai Shek e, successivamente, l’India britannica. Nel marzo 1942 i giapponesi arrivavano alla capitale Rangoon e, fino alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, la Birmania fu possedimento giapponese. E accadde in Birmania quello che è sempre accaduto nei paesi occupati- non tutti gli odiati conquistatori erano spregevoli, capitava che nascessero delle storie d’amore e tuttavia, sempre ed ovunque, le donne colpevoli di essersi innamorate del nemico erano, sempre e comunque, disprezzate come traditrici.

      Questo è l’antefatto storico del romanzo “La promessa di Yumi” della scrittrice birmana Ma Ma Lay di cui la casa editrice ObarraO, con il suo occhio attento all’Oriente, ci ha già fatto conoscere “La sposa birmana”.

Ad anni di distanza dalla fine della guerra la giapponese Yumi viene a sapere dal padre morente che ha un altro figlio in Birmania. La madre di Yumi era morta dandola alla luce e lui, un ufficiale dell’esercito nipponico di stanza in Birmania, si era risposato laggiù ma non aveva neppure potuto conoscere il bambino che era nato da quell’unione. Era stato preso prigioniero e, quando era stato rilasciato, il suo fisico era gravemente provato- non era mai potuto partire per andarlo a cercare, lasciava questo incarico a Yumi. E Yumi parte, con tanto entusiasmo e affetto per un fratello di cui non sa nulla, pronta ad amarlo incondizionatamente. È riuscita ad avere un incarico di docente di giapponese all’università di Mandalay, con molta fortuna rintraccia il fratello che, dopo un’infanzia infelice, è stato preso sotto la protezione di un professore universitario che lo considera il suo fratello minore. Ora sta frequentando l’accademia militare, vuole diventare un soldato per essere pronto a combattere nel caso la Birmania sia di nuovo invasa dai giapponesi.


     Questo è il chiodo fisso del ragazzo, Maung Maung. Ed è comprensibile- è stato sempre vittima di scherno e di pesanti offese, rivolte non solo a lui ma anche a sua madre. La sua reazione nei confronti di Yumi non poteva essere diversa- Maung Maung nutre un odio viscerale verso il Giappone, i giapponesi e tutto quello che è giapponese.

    “La promessa di Yumi” è un romanzo per certi versi meno riuscito de “La sposa birmana” e per altri, invece, ancora più interessante. La strategia psicologica impiegata da Yumi per conquistarsi l’affetto del fratello ci pare ingenua e palesemente destinata all’insuccesso. La reazione del giovane davanti alle attenzioni esagerate di Yumi è un rifiuto categorico. Se già era maldisposto verso i giapponesi, colpevoli di aver usato violenza non solo a quello che per lui è il suo paese ma anche alla madre di cui non ha memoria nella persona dell’uomo  che lo ha generato, adesso, oggetto di quello che pare essere un corteggiamento piuttosto goffo e per lui inspiegabile, è più che mai astioso e apertamente maleducato e offensivo nei confronti di Yumi.


    Se le pagine che raccontano i tentativi di Yumi di modificare l’atteggiamento di Maung Maung, che sono anche uno sforzo per considerare il passato da un’altra prospettiva, possono essere perfino irritanti, ben diverse sono quelle che ci conducono con Yumi e il ‘fratello maggiore’ di Maung Maung alla scoperta della  Birmania e della sua cultura, ascoltando miti, apprezzando la cucina, gli abiti, i colori, visitando gli strabilianti templi di Bagan, guardando le statue del Budda ricoperte da lamine d’oro, prestando attenzione alle dottrine del Budda- un invito alla tolleranza, all’altruismo e alla compassione, che è poi il messaggio importante del libro.

    Con l’instaurarsi della nuova dittatura questo non è il momento migliore per progettare un viaggio in Birmania, ma la lettura del romanzo di Ma Ma Lay è una preparazione illuminante per una possibile visita alla Terra d’Oro.

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martedì 4 maggio 2021

Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te” ed. 2021

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       distopia

Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te”

Ed. La nave di Teseo, trad. Tiziana Lo Porto, pagg. 304, Euro 19,00

    Marito, moglie e due figli adolescenti. Hanno programmato una settimana di vacanza in una casa che hanno affittato ad una estremità di Long Island. Sarà una meraviglia, lontano da New York, dalla folla, dal martellare delle notizie. Sul sito dove hanno prenotato si sottolineava proprio la quiete e l’isolamento di quell’abitazione.

    La vacanza inizia nel migliore dei modi. La casa corrisponde alle loro aspettative. È veramente bella, ben attrezzata, c’è anche la piscina dove i due ragazzi, Archie e Rose, si precipitano. Non c’è la connessione internet, erano preparati a questo e, tutto sommato, non gli dispiace cercare di perdere l’abitudine di guardare di continuo lo schermo del cellulare.

    Colpo di scena la sera stessa del loro arrivo. Si presenta alla porta una coppia di colore- dicono di essere i proprietari, e sì, sanno di avere affittato la casa, ma sono fuggiti da New York a causa di un gigantesco black-out, gli rimborseranno metà della cifra pagata. Si vede che sono benestanti e colti. Lui si chiama George Washington, come il primo Presidente degli Stati Uniti, l’emblema della Carta dei Diritti dell’Uomo che recita, Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Clay ed Amanda sono spaventati, diffidenti e perplessi, ma non possono fare a meno di accoglierli. In realtà, in seguito sarà perfino un conforto essere in quattro.


     Da questo momento in poi la situazione precipita. Clay ed Amanda verificano che c’è in corso un blackout a New York, ma riescono a leggere solo una notifica sul cellulare. Da che cosa è stato causato? Le ipotesi sono tantissime e, intanto, il narratore lascia cadere accenni, in frasi lapidarie, sulle conseguenze di quel blackout di corrente- vanno dalle più banali a quelle più gravi e mortali, di gente intrappolata in ascensori e culle termiche che cessano di mantenere in vita i neonati. E poi succedono altre cose più che inquietanti- si avvistano migliaia di cervi che stanno trasmigrando, un imponente stormo di fenicotteri rosa che passa sopra la casa (un peccato che la magia dello spettacolo sia guastata dall’apprensione), per ben due volte si sente un rumore fortissimo come un tuono, così forte da incrinare i vetri delle finestre. Peggio di tutto: Archie sta male, quello che gli succede è al di là di ogni spiegazione e comprensione.

    “Il mondo dietro di te” è un romanzo distopico la cui atmosfera è in sintonia con quella della realtà in cui stiamo vivendo, traboccante di paure più o meno confuse, nell’oscura consapevolezza della fine di un mondo e dell’inizio di un altro dal profilo incerto. Anche noi, come Clay ed Amanda, siamo precipitati senza preavviso dalla sicurezza di una routine nota alla totale incertezza- l’episodio del tentativo di Clay di andare in città, baldanzoso all’inizio, poi preoccupato perché non riesce ad orizzontarsi, poi spaventato perché si è perso, privo di ogni empatia nei confronti della donna estranea che piange e forse chiede aiuto, sollevato quando finalmente riesce a tornare a casa, esprime meglio di tutto la trasformazione che si opera nell’individuo davanti ad un pericolo ignoto che non sa come fronteggiare.


    C’è molto di ‘già letto’ e ‘già visto’ nel romanzo dello scrittore americano di origine bengalese Rumaan Alam. Dall’attesa di Estragon e Vladimir in Beckett, a “Mara e Dann” della Lessing che vagano in un paesaggio stravolto dai cambiamenti climatici, a “La strada” di McCarthy, ai romanzi di Maja Lunde e altri, così numerosi che è difficile ricordarli, abbiamo già letto pagine con funeste previsioni per il futuro che stiamo follemente preparando e, oltre all’inserimento ‘politically correct’ della coppia di colore- con qualche nota ironica nell’osservazione discriminante che non sembrano i tipi da possedere una casa del genere, non riusciamo a trovare novità in questo romanzo.



lunedì 3 maggio 2021

Filippo Boni, “Muoio per te. Cavriglia, 4 luglio 1944” ed. 2021

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

   seconda guerra mondiale

Filippo Boni, “Muoio per te. Cavriglia, 4 luglio 1944”

Ed. Longanesi, pagg. 372, Euro 19,00

     Luglio 1944. La guerra è nella sua fase conclusiva. Lo sperano tutti. Lo spera l’esercito italiano allo sbando dopo l’armistizio del settembre 1943, lo spera la gente comune estenuata dalla fame, dalla paura, dalle bombe, dalle fucilazioni dei nazisti incarogniti, furiosi nei confronti degli ex-alleati traditori. Gli Alleati sono sbarcati ad Anzio a gennaio e stanno incalzando i tedeschi in ritirata. Per questi è di primaria importanza ritardare l’avanzata degli Alleati, bloccarli al di qua della Linea Gotica che corre dal fiume Magra a Pesaro. E, oltre a difendere le loro postazioni, si trovano a dover fronteggiare gli attacchi dei partigiani, sempre più numerosi sull’Apennino toscano.

    Il 5 luglio 1944 191 uomini, di un’età compresa tra i quattordici e gli ottantacinque anni, furono rastrellati, mitragliati e bruciati in cinque frazioni del comune di Cavriglia, in provincia di Arezzo- un massacro, un’azione preventiva, un’intimidazione, una rappresaglia.


     Filippo Boni, giovane giornalista e studioso di Storia del Novecento, ci consegna la ricostruzione di quel giorno in cui fu l’innocenza a morire insieme a quei 191 che non erano stati neppure interrogati, semplicemente uccisi senza discernimento, perché abitavano lì, nei pressi di quelle montagne, covo di quelli che per i tedeschi erano terroristi oppure, per italiani e Alleati, patrioti che difendevano la patria dall’invasore. Filippo Boni ha una forte motivazione per scrivere del massacro- nel 1996 suo nonno, 72 anni, prima di morire di cancro gli aveva consegnato dei fogli con degli appunti. Perché suo nonno Giuseppe era là, quel 5 luglio. Aveva vent’anni, era scampato all’eccidio. Il padre di Giuseppe, il macellaio Annibale, era morto- dapprima era riuscito a nascondersi, poi, quando una voce errata gli aveva detto che il figlio era tra le vittime, si era consegnato ai tedeschi. Gli era impossibile continuare a vivere se il figlio minore era stato ucciso.

    È questa la storia che Filippo Boni racconta, dei cinque paesini, di povera gente, lavoratori della miniera, contadini, della macelleria del bisnonno, della numerosa famiglia Boni composta da otto figli. Giuseppe, suo nonno, era il più piccolo e soffriva perché gli sembrava di non riuscire mai a parlare con suo padre. Avrebbe voluto dirgli che lui, Giuseppe, pensava fosse giusto raggiungere i partigiani sui monti- la loro lotta era anche la sua. E tuttavia perfino il sacerdote del paese gli aveva fatto notare che il suo posto era al lavoro accanto al padre, che il suo compito era quello di fornire il cibo ai compaesani e ai combattenti.

    In qualche maniera arcana si avvertiva il peso incombente della minaccia tedesca sul comune di Cavriglia. Già avevano reclamato un quadro prezioso del Beato Angelico per quell’avido collezionista di Goering (e per fortuna era stato nascosto). E tuttavia, quando i camion con i soldati arrivarono, di prima mattina, colsero la gente di sorpresa. Filippo Boni ci aveva fatto conoscere gli abitanti delle frazioni, le donne, gli uomini e i bambini. Ci aveva presentato anche i sacerdoti a cui andrà la nostra ammirazione per il loro coraggio. E, quando il peggio succede, quando iniziano i rallestramenti, quando le donne e i bambini vengono allontanati, non sono più degli estranei per noi. Non sono personaggi di carta, ma persone vere quelle che pensano che si tratti di un controllo di routine- dopotutto loro non hanno fatto niente-, quelle che verranno falciate dalle mitragliatrici dell’Unità Hermann Goering sotto i gelidi occhi spietati del comandante Wolf che ascoltava Mozart mentre la gente moriva, che ordinava l’esecuzione del soldato che si era rifiutato di sparare su gente inerme. Per poi ordinare di dare tutto alle fiamme.


     Qualcuno si era salvato- il marito di una sorella di Giuseppe si era travestito da donna, un altro si era nascosto in un grande tino, altri si erano gettati nel vuoto al di là di un muretto rotolando per una scarpata. Si erano salvati per ricordare, per testimoniare, per portare il lutto per sempre, per cercare giustizia per un crimine di guerra che rimase impunito.

   Tredicimila pagine, oltre novecento fascicoli che contenevano la storia tragica di oltre quindicimila persone coinvolte nei crimini di guerra commessi durante l’occupazione nazifascista in Italia sono rimasti nascosti fino al 1994 in quello che è stato chiamato l’Armadio della Vergogna. Le motivazioni per questo occultamento, per quanto sotto un’apparente giustificazione razionale dettata dalla politica del tempo, sono altrettanto vergognose quanto i delitti che avrebbero dovuto essere perseguiti. Ecco perché il libro di Filippo Boni è importante. Per fare giustizia almeno sulla carta. Per preservare la memoria.

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sabato 1 maggio 2021

Anna Hope, “Le nostre speranze” ed. 2021

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

     amicizia nel romanzo

Anna Hope, “Le nostre speranze”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. M. Piumini, pagg. 336, Euro 13,70

    “Le nostre speranze”, “Expectation” il titolo in inglese del nuovo romanzo di Anna Hope. Aspettative- chi di noi non ricorda quella fase della vita in cui tutte le possibilità erano aperte, tutti i sogni potevano realizzarsi, il futuro era un viale senza fine bordeggiato di fiori, l’arcobaleno si arcuava nel cielo con mille promesse. Che cosa rimane delle nostre speranze a distanza di anni? Facciamo i conti con la realtà. Che cosa abbiamo raggiunto? Che cosa abbiamo perso di vista? Dove abbiamo fallito? Dove ci siamo accontentate di qualcosa di diverso?

Con grande delicatezza e con brio, Anna Hope ci parla di questo. Ci parla di tre ragazze che diventano donne e ci parla di noi.

     Hannah, Lissa, Cate.

Hannah, la donna in carriera che non riesce ad avere figli. Lissa, l’aspirante attrice, libera come l’aria. Cate, così brillante negli studi, che è rimasta incinta di un uomo conosciuto tramite internet e che si trova legata in un matrimonio che la deprime.

       Avanti e indietro nel tempo, con un ultimo capitolo in un presente che è il 2018, quando le tre amiche sono alla soglia della quarantina, mentre tutto quello che di importante succede è ambientato nel 2011 o poco prima, con dei flash-back più indietro ancora, quando il mondo era ancora spensierato e colorato di rosa, o addirittura al tempo in cui Hannah e Cate erano dodicenni, compagne di classe e rivali nei risultati scolastici ,e Lissa era una bambina che si sentiva non desiderata e un fardello per la madre, artista, insegnante, impegnata politicamente.


      Quello che succede alle tre amiche è la vita, è quello che succede a noi lettrici o che è successo a qualche nostra amica. Perché la vita delle donne di oggi si è fatta più complessa, ruota sempre intorno all’amore e ai figli ma anche all’amicizia e alla realizzazione di sé nel lavoro.

     L’amore: come si sopravvive al tradimento di un marito? Come si può mantenere l’amicizia con chi ci ha inferto un colpo basso da lasciarci tramortite? Come si costruisce un legame nato per caso e che ci ha intrappolate?

    I figli: non sono più un obbligo, non sono più necessari perché una donna si senta completa, c’ è possibilità di scelta. A volte arrivano per caso, li si ama ma possono essere un peso; a volte li si cerca con disperazione, diventano un’ossessione, l’atto d’amore perde significato, l’uomo che ci è accanto diventa uno strumento; a volte, infine, si rifiuta di portare avanti una gravidanza non desiderata- e se poi ci si pente, se si rimpiange un figlio mai nato?

     Quanto al lavoro- è diventato un problema. Nessuno ha mai chiesto ad un uomo di ridimensionare il suo desiderio di carriera per la famiglia. Alle donne viene chiesto di continuo. E se una donna decide che per lei il sogno del suo lavoro è più importante di tutto?

     L’amicizia, infine. Le vere amiche su cui si può contare in qualunque momento,  quelle che sanno di noi più ancora che i nostri genitori o il compagno della nostra vita- parla soprattutto di amicizia il romanzo di Anna Hope. Con un finale che fa riflettere, riconsiderando un doppio tradimento a distanza di tempo.


     La mia titubanza iniziale, quando ho preso in mano “Le nostre speranze”, ha lasciato il posto al piacere della lettura, dopo le prime pagine. Se temevo che fosse l’ennesimo romanzo su donne-amiche pieno di banalità, ho dovuto ricredermi. Forse non c’è niente di straordinario, di certo non è un libro che regalerei ad un uomo, ma il garbo con cui è scritto, una certa poesia- come nel leit-motiv ‘è la fine della primavera, o l’inizio dell’estate. È metà maggio…’ che punteggia il passare del tempo-, la veridicità mai esasperata delle situazioni, la sottigliezza psicologica, la simpatia che proviamo per i personaggi, ne fanno una lettura che consiglio a tutte.

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