mercoledì 7 febbraio 2018

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno” ed. 2018

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                             cento sfumature di giallo
  FRESCO DI LETTURA

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno”
Ed. Longanesi, pagg.363, Euro 16,90

     Non scordare:/ noi camminiamo sopra l’inferno,/ guardando i fiori- dice l’haiku del poeta giapponese Kobayashi Issa all’inizio di”Fiori sopra l’inferno”, opera prima della giovane scrittrice Ilaria Tuti, di Gemona del Friuli.
E’ la terra della scrittrice stessa, di una bellezza aspra e cupa, a fare da sfondo alla vicenda del romanzo che inizia in una ‘Scuola’ che si rivela essere un orfanotrofio, in una zona dell’Austria al confine con l’Italia, nel 1978. Un edificio che mette i brividi, perché sospettiamo che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato in quei corridoi silenziosi dove si sente ululare il vento e nessuna vocetta di bambino filtra attraverso le porte chiuse. ‘Vedi, osserva, dimentica’, sono le parole d’ordine della Scuola, il silenzio delle infermiere è comprato.
Quando la scena si sposta al giorno d’oggi, troviamo quattro bambini che si incontrano nel bosco- hanno stretto una fratellanza di sangue, ognuno di loro dà agli altri il calore, l’affetto e la comprensione che non ricevono in famiglia. Si confidano i loro segreti- chi può sentirli tra quegli alberi fitti, con il rumore della cascata vicino? Chi potrebbe arrivare fin lì, sui sentieri scivolosi che fiancheggiano delle scarpate? Eppure tutti loro hanno idea che ci sia qualcuno che li osserva e li spia. Qualcuno che non vuol far loro del male, altrimenti ne avrebbe già approfittato.

    E poi viene ritrovato il primo morto, è il padre di uno dei bambini. Il modo in cui è stato ucciso fa pensare che l’assassino sia uno psicopatico, che stia collezionando parti di corpi, che abbia solo iniziato ad uccidere. E’ così, infatti.
   Delle indagini sono incaricati un commissario e un ispettore- il classico ‘doppio’, ma diciamo subito che l’ispettore Marini, belloccio, giovane e con poca esperienza, scompare a fianco del commissario Battaglia. Con quel cognome lì, l’ispettore Marini si aspetta di trovarsi davanti ad un uomo (ah, il solito maschilismo) e invece di nome fa Teresa, il commissario Battaglia. Ed è l’opposto delle più o meno fascinose Vittoria, Lolita, Imma, Alice che abbiamo incontrato negli altri romanzi di indagine poliziesca. E’ grossa e goffa, non è giovane, deve iniettarsi regolarmente l’insulina perché è diabetica, ha dei vuoti di memoria che la paralizzano terrorizzandola, perché sa fin troppo bene che cosa preannunciano. Non è simpatica, Teresa Battaglia. Non le interessa essere simpatica. E però tutti la stimano, ha l’intuito di un profiler e un’empatia che le permette di entrare in sintonia con chi le sta davanti indovinandone i pensieri e i sentimenti.

    Per una strana coincidenza, o perché viene sempre il tempo giusto per portare alla luce le brutture del passato- quell’inferno disseminato di fiori-, come in altri libri di recente pubblicati, la trama del romanzo di Ilaria Tuti affonda, in un qualche modo che non voglio precisare, nelle famigerate teorie naziste, negli esperimenti che venivano portati avanti sui più deboli in nome di uno sciagurato interesse scientifico. L’azione è serrata, il tempo incalza- incalza anche a livello personale per Teresa Battaglia che dimentica perché abbia scritto frettolosamente dei pro-memoria su dei foglietti. E intanto il paese di Travenì si chiude a guscio in una omertà collettiva. Niente deve insozzare la rispettabilità del paese e dei suoi abitanti, impossibile che il colpevole sia uno di loro, perfino il capo della polizia è reticente nel dare informazioni e il sindaco si rifiuta (nonostante la minaccia incombente) di lasciare accese le luci durante la notte di san Nicola- non sia mai che i turisti non possano godere appieno lo spettacolo della discesa dei Krampus, i diavoli caproni che scendevano dalla montagna a prendere i bambini cattivi.


    Non è cattivo il bambino che viene rapito, non è neppure un diavolo chi lo rapisce. A voi scoprirlo. Apprezzerete anche voi, una volta di più, la profonda umanità del commissario Battaglia di cui ci resta ancora tanto da sapere.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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martedì 6 febbraio 2018

Milly Johnson, "Veri amori, falsi amanti" - Intervista 2008

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                chick-lit


Ci saluta in italiano, la scrittrice inglese Milly Johnson, e ci dice subito che lo sta studiando, anche se ‘piano, piano’, perché ama molto l’Italia, ha anche studiato latino a scuola e viene spesso a passare le vacanze in Italia con i suoi bambini che vanno pazzi per il gelato italiano. E a noi viene in mente il delizioso bambino del suo romanzo, che fantastica di essere un eroe che si chiama Dannyman, e comprendiamo su chi abbia ricalcato la sua voce infantile. Abbiamo parlato con Lei del genere del romanzo rosa, di come ha iniziato a scrivere, di quale ruolo abbia il sesso nei suoi romanzi e se si diverte mentre scrive, così come ci siamo divertiti noi nella lettura.

Ci sono dei generi letterari che cambiano con i tempi, ci sono altri generi che nascono con i nuovi tempi e poi ci sono dei generi che restano più o meno inalterati: il romanzo rosa ha forse cambiato il nome, diventando chick-lit, ma è sempre lo stesso. Perché, secondo Lei? E perché è sempre così popolare?
     Penso che sia perché le donne amano leggere di donne che vivono delle storie come le loro. Penso anche che questo genere di libri possa essere di conforto e di aiuto quando si passa attraverso esperienze come quella della maternità, ad esempio: si riesce a guardare con una certa distanza come altre donne stanno vivendo la nostra stessa esperienza. La chick-lit è qualcosa di diverso e non credo di rientrare in quel genere: la chick-lit è un tipo di romanzo non molto profondo, è un po’ come un soufflé. A me piace riflettere anche sugli aspetti più scuri della vita, sul dolore della perdita di una persona cara…e non scrivere solo del lavoro e di uscire a bere con gli amici o a fare shopping. La mia intenzione è quella di offrire un quadro vero della vita di una donna tra i 30 e i 40 anni, che non è tutta rose e fiori. Ci sono i problemi del matrimonio e quelli dei bambini e quelli dei soldi che non bastano. Ecco, i miei romanzi non sono solo una lettura di evasione.


Nel suo romanzo accenna al disprezzo con cui viene considerato il romanzo femminile: le dà fastidio?
      Sono sincera: anche io, una volta, avevo questo atteggiamento dispregiativo nei confronti dei libri romantici. Anche io mi chiedevo se non fossero un tipo di letteratura inferiore. Poi ne ho letto uno: ero in vacanza con mia nonna, che ama questo genere e se ne era portata dietro parecchi da leggere. Ne ho preso uno a caso e mi è piaciuto: è un’evasione. E tutto sommato è anche più difficile scrivere seguendo una formula: ci sono dei parametri entro cui lavorare, e nello stesso tempo si deve scrivere una storia fresca.  Nel romanzo Adam fa quello che ho fatto io: si converte al genere, si accorge che aveva torto, trova simpatica la storia che legge, dopo aver iniziato. 

Tra l’altro, uno degli aspetti più piacevoli del suo romanzo è il gioco di specchi con cui Lei si prende gioco del romanzo sentimentale, sollevandosene al di sopra. Si diverte, quando scrive?
   Sì, e non riesco neppure a ricordare il tempo in cui non scrivevo. Anche se i primi libri non hanno trovato un editore, anche se mi sono stati rispediti indietro e io pensavo, ‘basta, non scrivo più’, poi tornavo a scrivere, semplicemente perché mi diverto. Non volevo proprio morire senza che mi pubblicassero un libro. E’ un’esperienza stupefacente, quella di scrivere, e spero che il mio divertimento si rifletta nelle mie storie. Sono felice quando scrivo: sì, amo il mio lavoro.


La coppia Jo-Matthew ha una storia che dipende molto dal sesso: quanto è importante il sesso nei suoi romanzi? O l’erotismo?
   Non sono il tipo di persona morbosamente interessata al sesso: penso che il sesso, almeno quello esplicito, non si addica alle mie storie. Il sesso esiste nei miei libri come parte dell’amore. Ma per me è sbagliato concentrarsi su quello, per Jo e Matthew il sesso è addirittura accecante nella loro storia. Non penso sia necessario, in genere c’è poco sesso tra i personaggi principali dei miei libri, ma si capisce che avranno un futuro fantastico anche dal punto di vista sessuale, perché sono felici insieme, e che anche quell’aspetto della loro vita sarà bello. Non mi sento a mio agio a mettere troppo sesso nei miei romanzi.

Come ha iniziato a scrivere? E come mai ha scelto di scrivere storie di donne e per le donne?
      Quando ero bambina mi piacevano le favole e, quando ho iniziato a scrivere, c’era sempre un po’ di magia nelle mie storie: d’altra parte penso che ci sia sempre della magia nella vita vera. All’inizio ho fatto un errore nel pensare che la gente volesse leggere qualcosa di grandioso, di viaggi, o trame eccitanti. Ma io non sapevo nulla della vita patinata, ecco perché i miei libri venivano rifiutati. Un giorno, al lavoro, qualcuno ha fatto un’osservazione sgradevole sulla città in cui vivo, che certamente non è bella, ma è ‘casa’- la città di Barnsley. Ho subito pensato che quando avrei scritto un libro, avrei fatto svolgere la storia a Barnsley, anche se non sapevo affatto di che cosa avrei scritto. Poi ero incinta e altre due mie amiche erano pure in attesa. Mesi dopo ci trovavamo insieme, con i bambini piccoli, e mi sono accorta che avrei dovuto scrivere di questo: della vita normale, con bambini e fidanzati o mariti o compagni. Dopotutto, questa è la sostanza della vita, accadono cose straordinarie fra amici o in una coppia, a volte dolorose e a volte felici. E quindi è stato per una coincidenza se ho trovato l’argomento: non avrei mai pensato di scrivere delle storie ordinarie su gente ordinaria. Forse c’è stata un po’ di magia che ha funzionato in tutto questo.
Barnsley
 C’è un forte elemento scozzese nel romanzo e anche molta simpatia per la Scozia: la sua famiglia ha origini scozzesi?
    La mia mamma era scozzese e quindi i miei nonni erano scozzesi. La nonna è morta prima che io nascessi e ho avuto due nonne surrogate nelle sue sorelle- le zie a cui dedico il libro. Da bambina passavo molto tempo in Scozia e mi sembrava un posto meravigliosamente amichevole, ricordo ancora il profumo dei biscotti in casa delle zie…Volevo una storia che celebrasse il paese che amo e che desse un’idea dei miei sentimenti. A proposito: se il mio primo amore è la Scozia, l’Italia viene subito dopo: a volte dico che in un’altra vita sono nata in Italia. Sto studiando l’italiano, passo qui le vacanze. Di più: se c’era un paese in cui tenevo che il mio libro fosse pubblicato, questo è l’Italia. Ho persino studiato il latino a scuola.


E che cosa significa nel 2008 essere scozzese e indossare il kilt?
     C’è un forte movimento nazionalista in Scozia, gli scozzesi sono un popolo orgoglioso e sono orgogliosi delle loro tradizioni e dei clan. Non è che indossino il kilt comunemente, anche se è vero che se ne vedono parecchi in giro. Soprattutto portano il kilt nelle feste, durante le cerimonie di matrimonio. Ammettiamolo: non c’è niente di più mascolino che un paio di gambe nude e forti che escono da un kilt. E riguardo ad Adam: volevo fare di lui un grande eroe romantico.


A parte Stevie, tutti gli altri personaggi sono, per così dire, più grandi del vero: Jo McLean è più che semplicemente cattiva, Matthew è più che stupido, e Adam è letteralmente un gigante. Gioca con le regole del genere, esagerando?
     Sì, proprio così, e nello stesso tempo volevo però che i miei personaggi fossero credibili. Non c’è speranza nella cattiveria di Jo, eppure è credibile. Matthew è un debole ma non volevo fare di lui un personaggio cattivo. E’ un egoista ma alla fine si rende conto che ha sbagliato. Ma esistono queste persone più grandi del vero: ho un amico di Newcastle che è un gigante. Sì, gioco col genere, ma spero che i miei personaggi siano credibili.

Mi è piaciuto molto ‘il libro dentro il libro’: perché lo ha messo nella trama? Per sottolineare la vicenda, per divertirsi, per giocare con i lettori…?
     Per giocare…Perché Stevie poteva scrivere della donna che era lei nel libro, e poteva anche vincere l’amore di lui, nel libro. Però, mentre lavora sulla trama, si rende conto che il suo personaggio riflette il vero Adam e si domanda se lei non stia facendo un errore di valutazione. Scrivere le serve per capire, ha dei pregiudizi. E’ stato divertente scrivere il libro dentro il libro.


Non ha mai la tentazione di scrivere un finale infelice per le sue storie?

     No, mai. Dai libri si può trarre cultura o senso del mistero, ma io voglio scrivere dei libri che lascino i lettori con il sorriso sulle labbra: magari qualcuno è depresso, legge e si solleva il morale. Sarebbe sleale se scrivessi un terzo libro con una fine infelice: chi mi legge sa che cosa aspettarsi dai miei libri. Quando ci aspettiamo certe cose, le vogliamo anche. In me c’è la ragazzina che vuole un ‘happy ending’, e il principe e la principessa che vissero felici e contenti. C’è chi si domanda che gusto ci sia a leggere un libro che si sa già come andrà a finire, ma ci sono anche quelli che lo sanno e vogliono leggere ‘come’ succederà tutto quanto, come si ritroveranno a vivere felici insieme. Sarebbe sleale da parte mia scrivere qualcosa di diverso: ho una responsabilità nei confronti dei miei lettori, non posso deluderli.

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it


Milly Johnson, “Veri amori, falsi amanti” ed. 2008

                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
         chick-lit
      il libro ritrovato

Milly Johnson, “Veri amori, falsi amanti”
Ed. Corbaccio, trad.Olivia Crosio, pagg. 450, Euro 18,60
 Titolo originale: The Birds and the Bees

Stevie si portò una mano sul cuore, chiedendosi come fosse riuscita a parlare con tanta freddezza mentre le faceva tutte quelle acrobazie nel petto. Era orgogliosa di se stessa. Matthew si era aspettato una scena isterica, invece lei lo aveva freddato. Questa piccola vittoria, tuttavia, non le impediva di sentirsi profondamente triste. Come era possibile che lei e Matthew fossero diventati di colpo due perfetti estranei, quando meno di tre settimane prima avevano fatto l’amore nel letto che lui ora divideva con un’altra?

   Stevie ama Matthew; Matthew pianta Stevie e si mette con Jo; per far ingelosire il suo ex, Stevie fa coppia con l’ex di Jo: come andrà a finire? Si accettano scommesse, tutte le possibilità sono aperte, perché questo è proprio l’elemento di forza dei romanzi sentimentali- il gioco su alcuni punti fissi, che sono i sentimenti e i rapporti di coppia, con tante possibili varianti, nonché finali. Persino il titolo, “Veri amori, falsi amanti”, non serve a mettere sulla traccia giusta, anche per quello potrebbero esserci varie interpretazioni. Del tipo: Matthew ha preso una sbandata e poi torna da Stevie, l’amore vero trionfa sempre. Oppure: Stevie l’ha scampata bella , meglio prima che dopo. Oppure: guarda un po’, uno scambio che funziona. Insomma, leggete il libro e lo scoprirete.
    Letteratura di genere, Chick lit, letteratura rosa, o sentimentale: c’è sempre un più o meno lieve disprezzo da parte dei critici, quando parlano dei libri per donne e scritti per lo più da donne. Ammesso che ne parlino affatto e non li ignorino del tutto. Eppure hanno sempre avuto successo- basta pensare al fenomeno di Liala, in Italia, o della Delly, pseudonimo di due fratelli francesi. Oppure persino alle pagine della rivista Grand Hotel in cui pure le immagini dei fotoromanzi si conformavano al sentimentalismo delle storie d’amore. Perché c’è sempre una storia d’amore nei romanzi di questa letteratura femminile. Pare che le donne non si stanchino mai di leggere storie d’amore in tutte le varianti, che non sono poi neppure molte.
Ma ci sono modi diversi di affrontare qualunque lettura, anche quella di un libro ‘rosa’, e peraltro sono tutti modi validissimi- forse qualcuno può essere più rischioso, se trasporta la lettrice in una bolla di sogno. Se, invece, si riesce a mantenere un certo distacco dalla vicenda, è come osservare attraverso una lente la commedia umana dei rapporti tra uomo e donna, cogliendone il lato buffo, o assurdo, o penoso. E allora la lettura può addirittura diventare terapeutica, è come un guardarsi allo specchio. Che è quello che fa la protagonista del romanzo di Milly Johnson, perché c’è proprio un gioco di specchi in “Veri amori, falsi amanti”. Due donne, una bionda e una bruna, la prima è l’eroina buona e la seconda è quella cattiva; due uomini, un affascinante dandy e un rude colosso scozzese, e va da sé che il bell’aspetto è ingannatore, mentre il gigante burbero ha il cuore d’oro. Fino a qui, tutto secondo i canoni.
Ma la bionda Stevie Honeywell, mamma single con un bimbetto adorabile di quattro anni, è anche scrittrice di romanzetti rosa della serie Moonlight Moon e la protagonista del libro su cui è al lavoro si chiama Evie Sweetwell, innamorata dello scozzese Damme MacQueen (con uno scoperto anagramma nonché gioco di nomi con la stessa Stevie e il suo finto nuovo partner Adam MacLean). E nella sufficienza con cui Adam guarda i romanzetti della collana Moonlight Moon sparsi per la casa, nell’adorazione con cui una segretaria riceve Stevie, quando questa si presenta con lo pseudonimo che usa per scrivere, troviamo i due atteggiamenti parimenti diffusi nei confronti della letteratura femminile.

     Il pregio del romanzo di Milly Johnson è nella veridicità assurda della storia e nella spontaneità così reale dei dialoghi- è sufficiente tendere l’orecchio sui mezzi pubblici ed ascoltare le confidenze che si scambiano le ragazze per sapere che una vicenda come quella di “Veri amori, falsi amanti”, magari con un pizzico di paradosso, può essere vera. Tanto da farci sorgere il dubbio: è il romanzo rosa a copiare la vita o il contrario?

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 4 febbraio 2018

Max Blecher, “Cuori cicatrizzati” ed. 2018

                                                 Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
          autobiografia
         romanzo di formazione
        FRESCO DI LETTURA

Max Blecher, “Cuori cicatrizzati”
Ed. Keller, trad. B. Mazzoni, pagg. 240, Euro 13,17
    
   Come tutti i libri che nascono dall’esperienza personale, “Cuori cicatrizzati” ha un’urgenza e un pathos speciali. C’è la voce di Max Blecher, scrittore rumeno morto  a soli ventinove anni di tubercolosi spinale, in quella del suo protagonista Emauel, studente di chimica a cui viene diagnosticata la stessa malattia con la prescrizione di recarsi per una cura in un sanatorio sul mare del Nord. E il lettore non riesce mai a dimenticare l’autenticità dell’esperienza che sta leggendo.
    La diagnosi era arrivata come un fulmine a ciel sereno. D’altra parte è proprio dei giovani credersi immortali come gli dei greci, esenti dal rischio di malattie. Se accadono, accadono agli altri. Emanuel parte per Berck e si rende subito conto che la sua visione del mondo cambierà del tutto, semplicemente perché anche lui, come gli altri pazienti, verrà ingessato e si sposterà su un lettino, restando sempre sdraiato.

Cambia la prospettiva da cui guarda quello che lo circonda e cambia anche quella della sua vita. Impossibile non porsi domande su quale sarà il decorso della malattia, se mai si tornerà a camminare eretti, se mai si riprenderà a camminare affatto. Ad Emanuel sembra di vivere in un altro mondo che nulla ha a che fare con quello di prima. E, con una tristezza infinita, si rende conto anche di come potrebbero apparire ridicole certe scene a degli estranei- tutti loro, pazienti del sanatorio, sembrano antichi romani che pranzano sdraiati sul triclinio o che praticano sport audaci quando corrono sulle dune della spiaggia con i mezzi specialmente adattati per loro.
   Emanuel diventa un esperto della tubercolosi- sono tutti degli esperti. Ogni paziente ha da raccontare una sua storia di sofferenza e di speranza. Perché la speranza è l’ultima a morire, anche se, per sperare, c’è chi beve troppo e chi si illude. C’è chi ricorda ‘come era’ guardando fotografie che sono testimonianze di forza, bellezza e virilità, ci sono giovani donne che, pur sdraiate e ingessate, ci tengono a essere vestite e truccate, fioriscono e sfioriscono di continuo gli amori tra i pazienti. Ci sono poi coloro che, come accade al protagonista de “La montagna incantata”, sono guariti ma non riescono ad allontanarsi- sono rimasti prigionieri, sono incapaci di riprendere in mano le fila della quotidianità.
dal film tratto dal libro
   Amicizie ed amori permettono agli ammalati di combattere la depressione della loro condizione. E anche Emanuel si innamora. Di una donna che ci ricorda volutamente il fascino di Madame Chauchat nel romanzo di Mann per gli zigomi alti e lo sguardo leggermente mongolo che attirano l’attenzione. Amore, desiderio e poi abitudine e voglia di solitudine e che tutto finisca. Ma dopo- sembra facile, dopotutto è quello che si sperava- si sarà capaci di riprendere a camminare eretti, di ricominciare a vivere?
   C’è aria col sapore di sale, in “Cuori cicatrizzati”, e non quella frizzante di e cristallina di Davos. C’è spesso foschia e grigiore di pioggia, come una cortina di lacrime sulla sorte dei ricoverati nel sanatorio. Quando Emanuel, dimesso, parte, guardando fuori dal finestrino vede “in lontananza, la città, simile a un vaporetto che affonda, scompariva nell’oscurità.”. Affondano tutte le brutture, il buio inghiotte i ricordi di quello che è stato, il treno della vita è ripartito.

    Il romanzo di Max Blecher è un Bildungsroman autobiografico nel microcosmo di un sanatorio- una sorta di limbo, terra di confine tra la vita e la morte dove l’inerzia obbligata porta alla riflessione. Non ha la grandiosità del capolavoro di Thomas Mann e neppure la ricchezza di approfondite disquisizioni che troviamo ne “La montagna incantata”, e però l’immediatezza della voce di Emanuel, dietro cui si nasconde lo stesso autore, con gli angoscianti quesiti repressi sull’equità della sorte, gli conferisce una qualità più umana e toccante.


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Alexis Salatko, “Horowitz e mio padre” ed. 2007

                                                          Voci da mondi diversi. Francia
                                                                      biografia romanzata
               il libro ritrovato

Alexis Salatko, “Horowitz e mio padre”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Francesco Bruno, pagg. 135, Euro 12,00

Gennaio 1953, Ambroise Radzanov accompagna il padre Dimitri a New York per ascoltare il concerto del grande pianista Horowitz in occasione del suo giubileo d’argento. Inizia così, raccontata dal figlio, la storia di Dimitri, che era stato compagno di studi di Horowitz al conservatorio di Kiev. Poi c’era stata la rivoluzione, Dimitri Radzanov era fuggito in Francia, aveva trovato un lavoro, si era sposato e aveva abbandonato il pianoforte. E Horowitz era diventato, invece, un gigante della musica.


INTERVISTA A ALEXIS SALATKO, autore di “Horowitz e mio padre”

    Il titolo del romanzo di Alexis Salato, “Horowitz e mio padre”, ci avverte che leggeremo una storia che riguarda il grande pianista russo e il padre dello scrittore. Meglio, forse, invertire l’ordine dei soggetti, “Mio padre e Horowitz”, perché questo è un libro d’amore per un padre. O, addirittura, aggiungere una parola, “La musica, mio padre e Horowitz”, perché, accanto a Dimitri Radzanov e a Vladimir Gorovitz (così era il suo nome in Russia), la musica è la grande protagonista del romanzo. Musica salvifica del corpo  e dell’anima, musica che tiene in vita e ragione di vita o essenza stessa della vita.
Horowitz
Quando i bolscevichi confiscarono i beni degli ebrei, in Russia, Vladimir Gorovitz dava concerti per sfamare la sua famiglia, suonava in cambio di cioccolata e salame (non mangerà più carne dopo l’emigrazione in America). Quando Dimitri Radzanov lavorava nella fabbrica di dischi in Francia, dove era riuscito a mettersi in salvo dopo aver combattuto nella Guardia Bianca, era la musica che riusciva a estrarre dal piccolo pianoforte a un quarto di coda che gli metteva le ali sui tetti di Parigi. Negli Stati Uniti Gorovitz/Horowitz suonava con accanimento e con disperazione: non poteva deludere il pubblico, non voleva correre il rischio di essere rimandato indietro e magari essere spedito come suo padre in Siberia, dove gli si sarebbero spaccate le dita per il gelo. A Parigi Dimitri tirava fuori dai tasti Mozart e Lizst e Beethoven, come se quelle note potessero prolungare la vita dell’amata moglie Violette, o almeno accompagnarla con dolcezza nel sonno della morte. Uno è famoso, l’altro è sconosciuto- ma qual è la relazione tra talento e successo? Quale dei due è stato più felice? Horowitz che è diventato un mito o l’oscuro Radzanov? La risposta la dà lo stesso Dimitri, quando spiega al figlio che la vita di un concertista “è come scalare in bici l’Alpe d’Huez tutti i giorni senza sellino. Lui l’ha fatto e credo che abbia soltanto sfiorato la vera vita, io ho scelto un’altra strada.”

     Che Dimitri Radzanov abbia scelto un’altra strada è fonte continua di delusione per Anastasie, madre del pianista mancato e di un altro figlio che amava invece la danza e che è morto di tifo in Russia, o almeno così pare, fino alla fine in cui vengono svelati parecchi segreti. Contro Anastasie, francese emigrata in Ucraina perché innamorata della Russia, madre con sogni di gloria per i figli, orgogliosa delle doti musicali del suo Dimitri (alla domanda stupita della nuora, “Conoscete Horowitz?”, Anastasie risponde, “No, signorina, è Horowitz che conosce noi”), ben poco può l’attrice di secondo piano Violette, che ha sposato Dimitri. A Violette Anastasie attribuisce la colpa che il figlio non abbia uguagliato Horowitz e si lancia nell’impresa di cercare di stimolare il senso di rivalità del figlio, strumentalizzando il nipotino che diventa portavoce delle tappe della carriera di Horowitz. E gli sconvolgimenti dell’Europa della fine degli anni ‘30 diventano poca cosa a confronto delle due guerre combattute in casa Radzanov, quella tra suocera e nuora e quella tra i due pianisti, con Dimitri che colpisce i tasti bianchi e neri per superare la musica suonata da Horowitz che esce dal grammofono: “Il grande perturbatore del pianeta non era Adolf Hitler, ma Vladimir Horowitz, un ebreo esiliato negli Stati Uniti di cui noi seguivamo le imprese dalla periferia parigina finita sotto lo stivale nazista”.

    Vera, falsa, immaginata, la competizione tra i due pianisti occupa le pagine di un libro pieno di avvenimenti drammatici perché erano drammatici gli anni in cui vissero i protagonisti, eppure Salatko ci fa sorridere con il brio del racconto, con la vivacità del lessico familiare- Horowitz è “Faccia di cavolo”, la nonna è “Caramia”, la poltrona presa da un vagone di treno in disuso è l’”Orient Express”-, e soprattutto ci comunica un messaggio che va controcorrente nei nostri tempi: l’importanza dell’essere al di là di tutto, al di là dell’avere e del venire riconosciuto per quello che si è. Stilos ha intervistato Alexis Salatko.

Romanziere, sceneggiatore cinematografico, scrittore di teatro. Che cosa hanno in comune e che cosa hanno di diverso queste maniere di esprimere se stesso?
      Certamente scrivere romanzi è quello che mi permette meglio di esprimere me stesso, anche perché spesso nei miei libri mi sono basato sulla storia della mia famiglia e su quello che mi è successo. Come sceneggiatore eseguo, invece, degli ordini e per quello che riguarda il teatro faccio degli adattamenti dei miei romanzi.

Se è vero il dettaglio che sua nonna faceva l’attrice, l’interesse per il cinema è un’eredità di famiglia?
     Il sogno di mio padre, che era medico, era di fare del teatro. Per lui fu terribile dover scegliere di studiare di medicina perché mio nonno lo aveva destinato a questa carriera. Voleva essere un artista come suo padre, come sua madre che aveva recitato anche con Jean Gabin. Mio padre scriveva dei brevi drammi teatrali e organizzava delle feste nella sua casa di Cherbourg in cui recitava lui stesso: da bambino pensavo che mio padre fosse un attore e ho iniziato la mia carriera di scrittore scrivendo opere per il teatro. Sì, esiste l’eredità di un interesse per la recitazione e io l’ho raccolta, anche se poi ho preferito scrivere romanzi. Prima di iniziare a scrivere “Horowitz e mio padre”, ho chiesto a mio padre il permesso di raccontare questa storia e mio padre non sa ancora che Alain Malraux, il figlio di André Malraux, ne sta preparando l’adattamento teatrale: sarà rappresentato nel teatro francese di New York che si trova nella Piccola Ucraina. E io penso di preparare una sorpresa per mio padre e portarlo a New York, proprio come lui ha portato suo padre a sentire Horowitz a New York. Così la vita copia il romanzo.
Horowitz

E non ha ereditato affatto il gene musicale dal nonno?
     No, io applico la musica alle parole. A casa mi servivo del vecchio pianoforte, che abbiamo tenuto, come per fare dello spiritismo e mettermi in contatto con  lo spirito del nonno. Il pianoforte era per me come la madeleine di Proust: tocco i tasti d’avorio per viaggiare nel tempo, perché non sono dotato per la musica.

Parlando ancora di “eredità”- Lei è nato e cresciuto in Francia, come suo padre del resto. Avverte però qualcosa di “russo” dentro di sé?

     Ho viaggiato spesso in Russia, siamo in quattro fratelli e due di loro vivono e lavorano in Russia. Quello che abita in Francia ha adottato una bambina russa e in casa sua si parla russo e francese. In un altro mio libro spiego meglio la mia “eredità” russa. Ho ereditato dal nonno qualcosa di radicale che c’è nel mio carattere: vedo in bianco e nero, passo dalla gioia alla malinconia, sono eccessivo in tutto. E poi c’è l’eredità letteraria: mia madre è insegnante di letteratura con un’attenzione particolare alla letteratura russa. Mia madre, che è francese, ha insegnato a mio padre, russo, ad amare la letteratura russa. Quando mia madre era incinta di me, leggeva Dostoevskij e per quello mi ha chiamato come il più piccola dei fratelli Karamazov, Aljoša. E abbiamo mantenuto tante usanze e abitudini russe in famiglia. Mio nonno è sepolto a Chatou e tutti gli anni a novembre andiamo a fare un picnic al cimitero, come si usa in Russia.

Ma non fa freddo per un picnic al cimitero nella Francia del Nord?
    Sì, ma ci scaldiamo con la vodka e intanto parliamo con il morto. E festeggiamo la Pasqua russa…La grande casa di Cherbourg è come un museo russo, ci sono samovar e mobili e altre cose che i miei sono riusciti a portare via dalla Russia. Ho sempre chiamato “dacia” la piccola casa nel giardino della grande casa dove mi rifugiavo a scrivere: senza elettricità e senza riscaldamento, ma l’ideale per restare “dentro” la scrittura.


Quanto c’è di vero e quanto c’è di fittizio nel romanzo “Horowitz e mio padre”?
      Sono un romanziere e ci sono delle cose che devono essere modificate in un romanzo, rispetto alla realtà. Ad esempio il personaggio del fratello del nonno, Fedor: la parte centrale della storia è vera ma ho dovuto modificare la fine, la maniera in cui lo abbiamo ritrovato, perché sarebbe stato troppo complicato raccontare la realtà. La maggior parte dei fatti narrati è vera: vera la nonna che odia la nuora e che si serve del nipotino per stimolare il figlio. Soprattutto è vera la storia di due amici separati dalla rivoluzione, uno è finito in una fabbrica di dischi e l’altro è diventato musicista famoso. Questo è il mio libro più autobiografico, è la storia della mia famiglia. Io non ho conosciuto il nonno che è morto prima della mia nascita e ho dovuto immaginare delle cose su di lui, la sua maniera di parlare.

“Il talento non ha nulla da spartire col successo”, viene detto nel romanzo. E, parlando dei professori del conservatorio, si dice che questi non capivano perché Dimitri “sperperasse” il suo talento. Fino a che punto però un talento viene sfruttato al massimo se non c’è riconoscimento altrui, se non c’è un successo?
    Penso che è la vita che ha scelto per Dimitri, è stata l’ironia della sorte, sono stati i casi della vita che hanno voluto che Dimitri fabbricasse dischi e l’altro suonasse. Oltre al talento ci vuole fortuna. Lou Reed dice che un artista non ha mai abbastanza fortuna. E’ la vita che distribuisce le carte, c’è a chi capita una bella mano e a chi no, e ognuno deve giocare con le carte che ha. Ma non è detto che chi ha una bella mano di carte abbia una vita più felice. Dimitri ha fatto delle cose belle, ha avuto una bella storia d’amore, un figlio di cui andava fiero, dei nipoti, anche se non l’ha saputo. E ha continuato a suonare per sé. Horowitz ha avuto la gloria, però era un virtuoso, il matrimonio con la figlia di Toscanini non è stato molto felice, sua figlia si è suicidata e lui non è neppure andato al funerale. Non l’ho scritto nel libro perché volevo che il concerto al Carnegie Hall dominasse la scena, ma Dimitri ha dato un solo concerto per gli operai della fabbrica di dischi- mio padre era presente e dice che è stato un successo.
Horowitz e Wanda Toscanini

Il divario tra talento e successo è, in certo qual modo, la stessa cosa del divario tra essere ed avere, come spiegava Erich Fromm?
     Sì, penso proprio si possa dire così: Dimitri ha capito che la vita del musicista richiedeva sacrificio e che lui non voleva fare la carriera del concertista. Quella non era la sua idea della musica: la musica per lui non era spettacolo, gli interessava la ricerca quotidiana di che cosa sia la musica. Come Rachmaninov disse a Horowitz: ‘ va bene, suoni le ottave più veloce di tutti, sei un virtuoso, ma questa non è musica.’ D’altra parte Horowitz stesso disse che nei tre periodi in cui ebbe una depressione nervosa si sentì più musicista che quando suonava in pubblico- ci fu un lunghissimo periodo di 12 anni in cui Horowitz non diede concerti. Fu allora che Horowitz si avvicinò alla visione che Dimitri aveva della musica.

La bisnonna Anastasie, pur con il suo carattere e i suoi pregiudizi, è un personaggio simpatico che ammiriamo: dopotutto non è un bene che i genitori siano ambiziosi per i propri figli e li spingano a dare il massimo di sé?
     Anastasie aveva due figli, uno che faceva il ballerino e l’altro il pianista. Il suo preferito era il primo, ma Fedor morì e le restava solo Dimitri. Fu allora che spostò tutto quello che aveva sognato per il primo figlio sul secondo, voleva che riuscisse. Se non ci fosse stata la Rivoluzione, se non avesse perso il marito e un figlio, forse Anastasie sarebbe stata meno ambiziosa: era un fardello troppo pesante per mio nonno Dimitri.

Pensando alla narrativa e alla produzione cinematografica sulla seconda guerra mondiale, ci sono due elementi ricorrenti: la musica e il gioco degli scacchi. Pur essendo così differenti, sono entrambi una maniera per sopravvivere?
     C’è anche la letteratura per sopravvivere, come per Walter Benjamin e Stephen Zweig, che hanno usato la letteratura come forma di resistenza. E’ vero quello che dice, perché, ad esempio, i tedeschi amavano la musica, la musica è una lingua che possono capire e rispettavano i musicisti. E il gioco degli scacchi è un gioco di intelligenza, qualcos’altro che va rispettato. Un artista con la sua arte può resistere al totalitarismo.


Per ultima la domanda che poteva essere fatta per prima: perché ha scritto adesso questo romanzo?
     Ho vissuto in tanti luoghi, a Chatou e poi a Cherbourg, a Parigi e di nuovo a Cherbourg. Infine ho trovato casa a Parigi e aprendo le finestre ho visto che davanti c’era il cimitero dove era sepolto mio nonno: questo ha fatto scattare la voglia di scrivere il libro. La seconda scintilla è stata la distruzione della fabbrica Pathé Marconi per cui aveva lavorato mio nonno. Oggi non ne resta più niente, e poi mio padre è ormai anziano e desiderava lui stesso scrivere questa storia. Io glielo avevo promesso già dieci anni fa, che l’avrei scritta, ma mi ci voleva una maturità letteraria per scriverla: non è facile mettersi nei panni del proprio padre, si avverte come una vertigine. Bisogna trovare la distanza giusta con il personaggio, era necessario che avessi vissuto io stesso delle cose come artista: non scrivo per guadagnare soldi ma perché i libri esistano di per se stessi. A vent’anni non avrei avuto l’esperienza per scrivere che cosa è l’arte e che cosa è il successo: non si poteva essere adolescenti e scrivere questo libro, era necessario diventare un adulto.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                                                                          


    
   

    

venerdì 2 febbraio 2018

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini” ed. 2018

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          love story   
       comedy of manners
        FRESCO DI LETTURA

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini”
Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 280, Euro 12,75

    Non mi stancherò mai di leggere i libri di Elizabeth von Arnim. Ogni volta che ne viene pubblicato uno nuovo o ripubblicato uno che ancora non conoscevo, mi accingo a leggerlo sapendo che passerò un paio di giorni immersa in una lettura molto piacevole, direi addirittura confortante. So che una delusione sarà impossibile, lo so e basta. E infatti “La fattoria dei gelsomini”, appena pubblicato dalla casa editrice Fazi, è delizioso. La specialità della von Arnim è quella di essere profonda con leggerezza, brillante e ricca di humour, saggia e divertente. I suoi romanzi sono una ‘comedy of manners’ che a volte ricordano Oscar Wilde per certe battute memorabili (“Adoro essere vedova. Non voglio altro dalla vita!”, dice una giovane protagonista de “La fattoria dei gelsomini”. “Ed è la cosa migliore che la vita può offrirti”, aggiunge la madre), a volte Jane Austen o perfino Thackeray nei ritratti femminili e nella descrizione dell’ambiente mondano.
    “La fattoria dei gelsomini” è un romanzo di contrasti. Inizia nella splendida dimora di Lady Midhurst (chiamiamola Daisy) e termina nella casa dei gelsomini, nel sud della Francia, “una bicocca”, la definisce Mumsie, ovvero Mrs. De Lacy, madre della bella e vacua Rosie il cui marito è Andrew Leigh, il non più giovane segretario di Lady Midhurst. Inizia con un fine settimana in grande stile e una ventina di invitati tra cui pochissimi sono i giovani e termina nella solitudine della fattoria che ha solo un paio di stanze per Daisy e sua figlia Terry. La signorilità, lo stile, l’eleganza e le buone maniere sono innate in Daisy, Mumsie vorrebbe imitarla ma ne è una copia grottesca, appariscente e volgare. Rosie è una piccola Becky Sharp senza però la sua furba intelligenza, ha un visino incantevole che ha fatto innamorare il pacato Andrew che si è subito disamorato, attira gli sguardi di tutti gli uomini, mentre Terry, con il suo fisico androgino e i capelli corti, sembrerebbe immune da ogni passione. E invece…

    Colpa di una partita a scacchi: Andrew Leigh è rimasto alzato fino a tardi a giocare a scacchi con un altro ospite, dopo la cena offerta da Lady Midhurst che ha irritato tutti per l’abbondanza di piatti a base di acidula uva spina. E come mai, di mattina presto, Terry era al corrente del fatto che Andrew avesse vinto? Scoppia uno scandalo. La scrittrice- lo indoviniamo- è dalla parte di Terry, ironizza pesantemente sulla morale e sui costumi vittoriani. Mrs. De Lacy prepara una vendetta con ricatto a nome della figlia, Daisy fugge nel sud della Francia, il suo aspetto impeccabile che la fa sembrare tanto più giovane si sfalda, lei incomincia a rivedere il suo passato con un marito affascinante che aveva iniziato presto a tradirla  e si pone delle domande- avrebbe cercato altre donne se lei, Daisy, avesse partecipato di più ai suoi slanci amorosi? E adesso, è giusto che lei si erga a giudice della figlia tanto amata? Sa così poco dell’amore, lei.
Statua ad Elizabeth von Arnim in Polonia
   Poi, come un turbine, arriva Mrs. De Lacy che non intende abbandonare la sua preda. Il contrasto tra le due donne non potrebbe essere più grande. Ma siamo sicuri, è sicura Daisy, di disprezzare questa donna che, pur nella sua volgarità, ha una forza vitale incredibile e un approccio spontaneamente sensuale nei confronti degli uomini? Nonostante tutto, forse è in parte grazie a lei che Daisy è pronta a riabbracciare la figlia quando appare fulgente come una Giovanna d’Arco che ha terminato di combattere contro una società nemica.
   Un romanzo da gustare in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni parola. Fa pensare, con il sorriso sulle labbra.

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giovedì 1 febbraio 2018

Natsuo Kirino, “Morbide guance” ed. 2004

                                               Voci da mondi diversi. Asia
       noir
    il libro ritrovato

Natsuo Kirino, “Morbide guance”
Ed. Neri Pozza, trad. A. Pastore, pagg. 609, Euro 9,35

   Di Natsuo Kirino abbiamo letto, lo scorso anno, “Le quattro casalinghe di Tokyo”, un noir truculento che sfiorava il grottesco. Diversissimo questo “Morbide guance” appena pubblicato, un raffinato noir psicologico in cui non viene versata neppure una goccia di sangue e che si sviluppa intorno ad un avvenimento riportato in un articolo di giornale all’inizio del libro: l’11 agosto 1994 Yuka, una bambina di cinque anni, è scomparsa in un luogo di villeggiatura in montagna nell’Hokkaido. Non è nuovo, il tema del bambino scomparso a cui segue la disperazione dei genitori, il senso di colpa, l’inutile ricerca almeno di un corpo prima di abbandonare ogni speranza. Ma la giapponese Natsuo Kirino riesce ad arricchire di complessità e sfumature questa trama di base, indagando nelle pieghe dell’animo umano, scavando nei ricordi dei personaggi, impiegando anche il sogno come strumento per vagliare le possibilità di quanto è successo, mettendoci in definitiva davanti ad un quesito senza risposta- quale morte è più difficile da affrontare, la propria o quella di chi ci è caro?
Due famiglie erano presenti nella casa di vacanza da dove Yuka è scomparsa: quella della bambina- la mamma Kasumi, il papà e una sorellina- e quella di Ishiyama, l’amante di Kasumi. Quella mattina la bambina era lì, e un attimo dopo non c’era più. Nessuno aveva visto niente, nessuno aveva sentito nessun rumore, nessuno aveva più visto la bambina. Che cosa succede dopo una tragedia del genere? E’ il dopo che interessa Natsuo Kirino, non tanto il dopo delle ricerche infruttuose, quanto il dopo dei giorni dell’assenza che scavano un solco dentro di ognuno, finché qualcosa si spezza e si va alla deriva. Colpisce tutti in maniera diversa, la scomparsa della bambina. Dalle figure marginali- Izumi finirà per suicidarsi, Mizushima (che ha dei precedenti di pedofilia) diventa l’amante dell’anziana signora Izumi, non concluderà nulla nella vita il figlio adolescente di un’altra famiglia presente sul posto- a quelle principali, che reagiscono ognuno a modo proprio. Gli amanti si lasciano, gli Ishiyama si separano e, quando Kasumi lo rincontra, quasi non riconosce l’uomo distinto e di successo che ora si veste con abiti di Versace e fa il mantenuto.
Lei, Kasumi, non riesce a dimenticare che, nell’ultima rubata notte d’amore, aveva pensato che avrebbe potuto abbandonare le sue figlie per quell’uomo. Il ricordo di Yuka non l’abbandonerà più, ogni 11 di ogni mese è come quell’11 di agosto, ogni 11 di agosto Kasumi ritorna sul luogo della scomparsa. Ma è a metà romanzo che compare uno dei personaggi più significativi del romanzo, un giovane ex-poliziotto che sta morendo di tumore e che si interessa del caso, per passare il tempo, per fare un’indagine in maniera diversa- ora che non ha più niente da perdere. E si forma una strana amicizia tra la donna che non vuole accettare la realtà della morte della figlia e l’uomo che non si rassegna a morire. Non sapremo mai che cosa è successo a Yuka: sfioriamo diverse ipotesi, alla fine tutti sono o potrebbero essere i colpevoli, nei fatti, o nelle intenzioni, o nei sentimenti.