martedì 6 gennaio 2015

Jung Chang e Jon Halliday, "Mao- La storia sconosciuta" ed. 2006

                                                Voci da mondi diversi. Cina
                                                 il libro ritrovato



INTERVISTA A JUNG CHANG e a JON HALLIDAY, autori di “Mao”

  Il sottotitolo della biografia di Mao scritta da Jung Chang (nata in Cina nel 1952 e trasferitasi nel 1978 in Gran Bretagna con una borsa di studio) e dal marito, lo storico inglese Jon Halliday, è “La storia sconosciuta”, perché l’immagine che balza fuori da queste pagine non concorda affatto con quella del mitizzato Presidente la cui gigantografia campeggia ancora nella Piazza Tienanmen a Pechino. Ne abbiamo parlato con i due autori.

Nel settembre di quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Mao: qual è stata la sua prima reazione, signora Chang, quando ha sentito la notizia della sua morte?
    Ricordo che ero all’università e ci hanno chiamato fuori per sentire l’annuncio. Quando ho sentito la notizia la mia reazione è stata di sollievo e poi di euforia. Ecco, mi sono smarrita in questa sensazione di enorme euforia. Poi mi sono accorta che tutti piangevano intorno a me- eravamo tutti allineati nel cortile- e ho pensato che non fosse saggio restare ad occhi asciutti. Allora ho appoggiato la testa sulla schiena della persona che era davanti a me e ho fatto finta di piangere. Non era gioia, quello che ho provato, ma un tremendo senso di sollievo.

Leggendo entrambi i suoi libri, “Cigni selvatici” e la biografia di Mao, avvertiamo un cambiamento di tono: abbiamo l’impressione che in “Cigni selvatici” prevalesse un sentimento di sofferenza e di dolore, mentre nella biografia si percepisce la rabbia e l’odio per Mao.

    Non userei la parola “odio” perché ha un forte connotato negativo. Piuttosto “sdegno”. Ed è vero che c’è stato questo cambiamento nei miei sentimenti, ho provato rabbia e sdegno e sono stata scioccata: è un cambiamento che è sopravvenuto in me nei dieci anni di ricerca, perché mio marito ed io abbiamo scoperto tante cose che non sapevo quando ho scritto “Cigni selvatici”. Allora sapevo che Mao era cattivo ma non che fosse così cattivo. Per quello che riguarda la carestia, ad esempio: siamo venuti a conoscenza delle frasi orrende che diceva sapendo della gente che moriva- che i morti fertilizzano il terreno…Questo libro riflette il trauma che ho provato quando sono venuta a conoscenza di tutti questi particolari.

Mentre scriveva “Cigni selvatici” pensava già di scrivere, dopo, la biografia del presidente?

     No, ma è stata una scelta ovvia, quella di scrivere la biografia di Mao, quando ho iniziato a pensare di scrivere un altro libro dopo “Cigni selvatici”. Dopotutto, in “Cigni selvatici” Mao era la figura dominante, come lo era stato nella mia vita, era l’uomo più importante della Cina e il mondo non sapeva molto di lui. Entrambi, mio marito ed io, volevamo scrivere di Mao.

Questa biografia è stata possibile dopo l’apertura degli archivi e, per quello che riguarda le testimonianze- qual è stato l’atteggiamento delle persone che avete intervistato? Erano tutte disposte a parlare?

    L’apertura degli archivi russi è stata fondamentale e, oltre agli archivi di Stato e a quelli del Ministero degli Affari Esteri, abbiamo avuto a disposizione anche dei documenti di grande importanza: una serie di studi fatti dalla leadership sovietica e dall’Intelligence che avevano accesso  agli archivi quando erano ancora chiusi. Inoltre abbiamo intervistato circa 150 persone nella cerchia vicino a Mao: la gente desiderava parlare. Non è che dovessero parlare, lo volevano. Alcuni erano stati messi in guardia dal governo, diffidati dal cooperare. Alcuni si rifiutarono ma molti parlarono proprio perché erano stati diffidati dal farlo. Sapevano che il nostro libro non avrebbe seguito la “linea ufficiale” e volevano che si sapesse la verità. Molti aspettavano da anni di poter parlare: il loro desiderio ci ha toccato. Naturalmente si sono aperti solo in parte, e noi non facevamo domande generiche su che cosa pensassero di Mao. Facevamo domande specifiche di informazione. Era come avere delle tessere di un puzzle che, prese singolarmente, non avevano senso. Il nostro lavoro era mettere assieme le tessere del puzzle per formare il disegno.

C’è un periodo della vita di Mao per cui è stato più difficile fare le ricerche o ottenere informazioni?

     La parte più difficile è stata fare ricerche sulla prima parte della sua vita perché c’erano meno documenti di quel periodo, meno persone ancora vive. Ma era anche la parte meno importante della  vita di Mao che ha raggiunto la maturità politica nel 1927. Per quello che riguarda la Lunga Marcia, le fonti principali si trovano nei molti volumi che raccolgono lo scambio di telegrammi dei nazionalisti. E’ da questi che abbiamo scoperto che Chiang Kai Chek ha lasciato passare Mao. C’è poi il diario di Chiang e la cronologia fatta dagli storici di Mao, un resoconto giornaliero dei suoi spostamenti. Così abbiamo saputo che i suoi compagni volevano espellerlo nel 1932, prima della Lunga Marcia, perché era impossibile trattare con lui, perché non cooperava in una leadership collegiale. Mao rimase grazie solo all’intervento di Stalin. Mao non ebbe alcuna parte nel pianificare la Lunga Marcia. Erano cose che sapevamo solo in parte, ora avevamo trovato i documenti.

Come è stato possibile che Edgar Snow, che con “Autobiografia di Mao” e “Stella rossa sulla Cina” contribuì a diffondere in Occidente un’immagine interamente positiva del Presidente, sia stato così acritico? Era in buona fede?

   Negli anni ‘30 si sapeva già qualcosa delle purghe, ma si trattava di purghe in una Cina che non era certo un paradiso, si sapeva che in Cina succedevano cose terribili. Snow era di sinistra, era ben disposto nei confronti di Mao, voleva credere e ha creduto alla versione che gli è stata data. E’ anche vero che le cose peggiori della dittatura di Mao avvennero dopo che Snow scrisse le sue opere. Non biasimerei Snow per l’immagine che ha diffuso di Mao in Occidente. Mao sembrava offrire delle alternative alla situazione. E poi a favore di Mao giocavano le apparenze: non amava il lusso, non aveva un modo di fare burocratico. Era un bravo attore, un newspaper-man, l’uomo giusto per i giornali, sapeva essere simpatico. Snow è stato ingannato. D’altra parte pure i miei genitori sono diventati comunisti dopo Snow: volevano tutti credere in qualcosa. Di recente sono state pubblicate le interviste che Mao ha concesso a Snow: Snow chiese a Mao se era vera la voce che avesse ucciso tante persone. Mao diede una risposta evasiva, dicendo che era propaganda nazionalista e che i suoi uomini si sfogavano facendo sport. I comunisti hanno preparato con estrema cura la visita di Snow e lui entrava in una situazione che non conosceva. Dopotutto Mao è stato l’unico leader comunista che abbia concesso un’intervista ad un giornalista occidentale. E’ stato furbo, ha funzionato. Mao si è accorto che poteva farlo una sola volta e poi non lo ha più fatto. Il libro di Snow era proibito in Cina, anche se era a favore, perché qualunque informazione può essere pericolosa. Io stessa ho visto il libro quando era ancora underground e Mao era già morto.

Lei era nelle Guardie Rosse, signora Chang, e può dire qualcosa “dall’interno”: che cosa risvegliava Mao nei giovani per farli eseguire ciecamente i suoi ordini? Lei stessa sottolinea spesso che Mao non aveva carisma…


     Mao si inseriva nella tradizione degli imperatori che non si facevano vedere, operavano dietro porte chiuse. Parte del potere di Mao derivava dunque da quella tradizione: era una figura divina. All’epoca delle Guardie Rosse avevo 14 anni, ero nata nella Cina di Mao: Mao era dappertutto, come Dio. Non si poteva pensare di sfidare Mao, si dava per scontato che fosse dio. Per assicurare che si stava dicendo la verità, si diceva “Giuro su Mao”. Mao ha diretto questo culto della personalità, ha instillato nel nostro sangue l’obbedienza. Al punto che chi non era stato ammesso a far parte delle Guardie Rosse ha formato dei propri gruppi di sua iniziativa.

Signor Halliday, si può veramente paragonare il complotto contro Mao di Tigre, il figlio di Lin Biao, a quello di von Stauffenberg contro Hitler?

     Non interamente, prima di tutto perché ci fu, dopo l’attentato a Hitler, una versione ufficiale accurata e aperta a tutti di quanto era successo, mentre in Cina le notizie erano estremamente confuse, pochi sapevano. Inoltre in Germania la valutazione del complotto di von Stauffenberg contro Hitler è positiva, mentre in Cina è tuttora considerato terribile che Tigre abbia cercato di uccidere Mao. Si ha ancora paura di Mao, tutto quello che riguarda Mao è ancora fonte di sentimenti complessi e imbrogliati. La gente condanna ancora Tigre. Eppure mi ha colpito che sia stato l’unico a vedere attraverso Mao.
Lin Biao
E poi dietro l’azione di von Stauffenberg c’era anche un programma per un nuovo governo, mentre Tigre non aveva nulla in mente. Ma non era colpa sua: sarebbe stato impossibile pianificare altro durante il regime di Mao. A differenza di von Stauffenberg, Tigre non si è neppure avvicinato a Mao. E dopo l’incidente di Lin Biao, nessuno fu perseguito: questo la dice lunga sull’insicurezza di Mao.

Come mai tante persone ogni giorno visitano il mausoleo di Mao in piazza Tienanmen?

     Anche io mi sono messa in coda per visitare il mausoleo, ma questo non significa che amo Mao. Molte delle persone sono turisti che vengono da tutte le parti della Cina, proprio come a Mosca fanno la coda fuori del mausoleo di Lenin e non vuole dire che amino tutti Lenin. Io so che chiunque abbia vissuto sotto la dittatura di Mao non vorrebbe vivere di nuovo sotto un governo simile. Mao, però, è morto 30 anni fa e la generazione dei giovani non sa neppure come fosse vivere allora e molti lo ritengono un eroe. Il lavaggio del cervello continua ancora. Mao è nella costituzione della Cina come una forza trainante: il ritratto di Mao è tuttora in piazza Tienanmen, il suo viso è sulle banconote e i libri come il nostro o come “Cigni selvatici” non sono in circolazione in Cina. La gente non conosce queste cose, non sente la voce critica sulla storia. E’ molto difficile uscire dal condizionamento, io stessa l’ho sperimentato- vedevo Mao come un dio e, pur essendo testimone delle cose terribili che accadevano durante la Rivoluzione Culturale, non riuscivo ad attribuirne la responsabilità a Mao. Accusavo la moglie, gli altri, ma non lui.
Mausoleo di Mao

Signor Halliday, perché non si può rivelare la verità su Mao in Cina? Perché in Cina non si può correre il rischio di rivedere la figura di Mao, di esporne i vizi e la crudeltà?

     In Cina, nonostante tutto, si vive ancora sotto una dittatura e la popolazione cinese non è stata consultata sulla necessità di rivedere la figura di Mao. La decisione fu presa dai leader cinesi alla fine degli anni ‘70, prima del crollo dell’Unione Sovietica, prima che ci si rendesse conto delle conseguenze di aver messo in discussione la figura di Stalin. All’epoca era diffusa la volontà di denunciare la Rivoluzione Culturale, ma Deng Xiaoping, che pure aveva sofferto durante la Rivoluzione Culturale, decise di non fare nulla per evitare problemi al Partito Comunista. Mao equivaleva al Partito Comunista, se respingevi Mao respingevi il Partito. Volendo mantenere il monopolio del potere per il Partito Comunista, Deng Xiaoping non poteva denunciare Mao. Adesso la realtà è che non si vuole smitizzare Mao perché, nonostante ci siano stati tanti cambiamenti, le chiavi del potere istituito da Mao- il controllo delle informazioni, ad esempio, e altre rigide forme di controllo della società- rimangono le stesse.

                                                                                            
l'intervista è stata pubblicata sulla rivista Stilos       





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