lunedì 15 aprile 2024

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente

                                           romanzo autobiografico

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 201, Euro 15,67

     Mai abbiamo sentito parlare tanto di Gaza come negli ultimi mesi. Gaza, come appare nelle pagine del libro “La ribelle di Gaza”, è una città senza pace, ma non è la città di macerie di adesso. È una città in cui la vita sembra ‘quasi’ normale e che Asmaa Alghoul ama, anche se poi deve allontanarsene. “La ribelle di Gaza” è lei, giornalista palestinese che, nei suoi articoli per il quotidiano Al-Ayam, documenta ‘la corruzione di Al- Fatah e il terrorismo di Hamas’. Nata nel 1982 a Rafah, un campo profughi nel sud della striscia di Gaza confinante con l’Egitto, Asmaa ha sposato un poeta egiziano nel 2003, lo ha seguito ad Abu Dhabi per poi divorziare da lui e ritornare a Gaza con il figlio. Non ha mai avuto paura di denunciare la violazione dei diritti umani, ha preso parte a manifestazioni, ha sfidato le autorità islamiche rifiutando di coprirsi i capelli e sfoggiando un abbigliamento occidentale come i jeans, è stata più volte minacciata e arrestata. Attualmente vive in Francia ed è lì che ha chiesto la collaborazione di Sélim Nassib per scrivere “La ribelle di Gaza”.


    Questo è un romanzo autobiografico scritto a due mani, un libro che racconta, in un linguaggio parlato e molto vivace, della numerosa famiglia di Asmaa, soprattutto di un padre musulmano ‘illuminato’ che ama la letteratura ed è di ampie vedute e di uno zio che è un importante dirigente dei servizi di sicurezza di Hamas. Le tensioni in famiglia sono all’ordine del giorno, proprio come quelle nelle strade di Gaza. Asmaa denuncia a voce alta le violenze e gli estremismi di Fatah e soprattutto di Hamas, ma anche le incursioni israeliane nottetempo, i bombardamenti del 2008-2009 che causarono la morte di 1400 palestinesi. Non può essere considerata che una ribelle, Asmaa Alghoul, perché non accetta la discriminazione femminile imposta da Hamas, respinge l’obbligo di coprirsi il capo e di non avvicinarsi agli uomini neppure per una semplice conversazione, si fa gioco dei guardiani della morale.

   “Da bambini giocavamo molto ad “arabi ed ebrei”, gli uni si nascondevano, gli altri li cercavano. In genere i maschi facevano gli ebrei e noi femmine gli arabi, perché gli ebrei sono più forti e brutali. Nessuno ragionava su cosa volesse dire, non facevamo politica, l’importante era divertirci.”


Inizia così questo libro autobiografico che ci rivela molto della quotidianità in Gaza e che ci piace per la sua immediatezza e per la passione che rivela. Ad iniziare da questo gioco che ci colpisce e ci fa male, perché sostituisce il ‘guardie e ladri’ che tutti noi abbiamo giocato, perché indica una paura recondita che cerca di sfogarsi nel gioco, perché sotto la forma del divertimento mette in scena la guerra continua. Ecco, se c’è una osservazione che farei riguardo a questo libro è che, pur non lesinando- anzi!- le critiche ad Hamas, si dà risalto agli attacchi violenti degli israeliani, senza però fare cenno a quello che li può avere provocati, senza dire se sono stati sferrati come ritorsione ad una impresa di Hamas.

    Tante cose sono cambiate, molto è peggiorato da quando Asmaa Alghoul ha scritto questo libro insieme a Sélim Nassib, ma questo è il documento di una donna che parla in nome della libertà e vale la pena di leggerlo.

Asmaa Alghoul è stata la prima Palestinese a vincere il premio Coraggio nel Giornalismo.



domenica 14 aprile 2024

Ragnar Jónasson, “Il sogno di Unnur” ed. 2024

                                                     Voci da mondi diversi. Islanda

cento sfumature di giallo

Ragnar Jónasson, “Il sogno di Unnur”

Ed. Marsilio, trad. Valeria Raimondi, pagg. 219, Euro 18,00

 

      Sono i giorni che precedono il Natale. Giorni che sembrano notti senza fine in Islanda, serrata nella morsa del buio e del gelo invernali.

In una fattoria nel nulla, nell’Est dell’Islanda, vivono Erla e Einar. Quella era la fattoria della famiglia di Einar, lui non la lascerebbe mai, lei si è adattata per amor suo, Erla sperava che la loro figlia restasse nella capitale, dopo avervi studiato e invece era tornata. Aveva ereditato la passione del padre per quella terra selvaggia. Non c’è nulla da fare a dicembre, nella fattoria. Soltanto dar da mangiare alle capre, e lo fa Einar. Erla passa il suo tempo leggendo, fa sempre una buona scorta di libri della biblioteca. E sa che sotto l’albero di Natale troverà un libro: in Islanda è una tradizione, regalare un libro con cui passare la notte di Natale.

   Le pagine di apertura del romanzo, quelle che descrivono l’atmosfera in quella zona, sono cariche di una minaccia incombente- il buio, la neve che cade, il silenzio ovattato, la consapevolezza di non poter andare da nessuna parte e che nessuno possa giungere alla fattoria per alleviare la solitudine: è difficile dire da dove esattamene ci giunga questa percezione di pericolo, ma cresce in noi la sensazione che qualcosa debba accadere.


E infatti si sente bussare alla porta. Einar va ad aprire, è lui il primo a stupirsi. C’è un uomo che dice di essersi perso mentre era a caccia con degli amici. Che cosa, in lui, suscita la diffidenza di Einar ed Erla? È soprattutto Erla ad essere diffidente, a pensare che l’uomo stia mentendo, le pare ci siano incongruenze nella storia che racconta. Dopotutto alla radio non hanno sentito la notizia di un uomo che si è smarrito. La bufera di neve aumenta di intensità, la linea del telefono è interrotta (strano, non era mai successo), salta anche l’elettricità, ma a questo sono abituati, hanno sempre scorta di candele. Si può forse rifiutare ospitalità a qualcuno, con queste condizioni atmosferiche? Poi, durante la notte, Erla sente che l’ospite indesiderato sale in soffitta. Che cosa cerca? Non dico altro, ma nel capitolo iniziale, quando a Hulda Hermansdottir, ispettore di polizia di Reykiavik, viene chiesto (è già febbraio) di andare ad Est per svolgere un’indagine, le viene detto che è una brutta storia, “non stiamo parlando di un solo corpo”. Quella notte, che doveva essere il preludio a giorni di pace e di serenità, è successo qualcosa.

   C’è un’altra storia drammatica, però, nel romanzo, anzi ce ne sono altre due o forse tre, tutte che riguardano dei genitori e delle figlie. Una di queste riguarda proprio Hulda, incaricata di questa indagine proprio quando lei stessa potrebbe essere oggetto di indagine, perché la tragedia peggiore che possa accadere ad una madre è successa nella sua casa. Di nuovo, nei capitoli che riguardano la vita privata di Hulda, quando entriamo con lei nella sua casa, siamo presi dall’ansia, proprio come lo è lei. Hulda ha una figlia adolescente, con tutta la comprensione per le problematiche umorali degli adolescenti Hulda è inquieta, è troppo strano che la figlia se ne stia chiusa nella sua stanza, che si rifiuti di festeggiare il Natale insieme a lei e al marito. Si sentirà in colpa, dopo, si chiederà che cosa non aveva visto, che cosa avrebbe dovuto fare, come sarebbe dovuta intervenire.

    La trama corre veloce sul ghiaccio, la soluzione ci sorprende un poco. Quello che resta indimenticabile è il personaggio dell’Islanda che domina su tutte le storie. L’Islanda che è un paesaggio in bianco e nero in cui perfino il silenzio ha una sua voce, l’Islanda in cui ci si può perdere nella tormenta ma anche in se stessi.



giovedì 11 aprile 2024

Elena Rausa, “Le invisibili” ed. 2024

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

              guerra d'Africa

Elena Rausa, “Le invisibili”

Ed. Neri Pozza, pagg. 267, Euro 19,00

   Sono le donne che sono invisibili, come è chiaro dal titolo del romanzo di Elena Rausa, con quell’articolo femminile plurale che non lascia dubbi.

Nicoletta, la fidanzata che parte per l’Africa perché non si rassegna alla lettera d’addio di Vittorio, Ekelé, la donna etiope per cui Vittorio aveva preferito mentire piuttosto che essere accusato di una colpa peggiore di quella di averla posseduta, Lilit, soprattutto Lilit, amata da Arturo, il figlio di Vittorio, che ora solo lui vede come fosse un fantasma, Fatima, la donna eritrea che si prende cura dell’anziano Arturo a rischio che le sue intenzioni vengano fraintese. E poi tutte le altre donne che non hanno né un nome né una voce, le belle abissine delle canzoni fasciste, rappresentate come oggetti di lussuria nelle cartoline di quegli anni.


 Mentre la trama si sviluppa tra un passato vecchio di quasi 70 anni e il presente, ritorniamo in Africa con Vittorio che nel 1932 parte per quelle terre al sole che promettevano un guadagno facile, nonostante l’opposizione della famiglia, nonostante la delusione e l’amarezza della fidanzata. Vittorio si illude di poter restare fuori dalla violenza, fa l’autista di camion, ha la dirittura morale dell’uomo semplice. Il capitolo che apre il libro è uno dei più cruenti, grondante di sangue. A seguito dell’attentato al viceré e governatore Graziani il 19 febbraio 1937, la rappresaglia punitiva fu di una violenza senza pari. Alcune cifre di questa caccia al moro: una cifra non precisa ma superiore ai 1400 morti uccisi dalle squadre d’azione nei primi tre giorni, 2500 gli etiopi fucilati dai carabinieri, 297 monaci, accusati di aver protetto i terroristi, uccisi nella città conventuale di Debrà Libanos (in realtà in totale i morti furono in totale 1400). Vittorio è testimone, raccapricciato. È anche testimone di un altro atto di violenza- su una donna, compiuto da un uomo che conosce- l’occasione sembra autorizzare lo sfogo di tutti gli istinti peggiori. Vittorio è un uomo semplice, già si è posto domande sulla differenza tra ‘terroristi’ e ‘patrioti’, ora non può restare a guardare. Porterà per tutta la vita il peso della sua azione.


   Nel 2018 troviamo un Arturo anziano a Milano. Abbiamo seguito la sua vita ad Addis Abeba, i suoi studi, poi il suo ritorno in Italia. Ora è solo e ipovedente dopo uno strano incidente automobilistico. Vede, non vede, Arturo? Di certo vede l’amata e perduta Lilit, le parla e lei diventa una voce narrante della sua storia. E qui la vita di Arturo si intreccia con quella di Tobia e di sua madre Agata. Dai servizi sociali al sedicenne Tobia è stato affidato il compito di essere di aiuto ad Arturo, dopo essere stato arrestato dalla polizia per aver commesso degli atti vandalici. Dietro Tobia c’è tutta un’altra storia che verrà fuori a poco a poco, così come a poco a poco Arturo racconterà al ragazzo di quegli anni di suo padre in Etiopia, delle colpe degli italiani. Tobia si interessa, inizia a fare ricerche. Ma quello è proprio l’ambito di studio di sua madre Agata e questa è ancora un’altra storia, con il riaffiorare alla luce dei documenti su suo nonno che era partito per l’Africa Orientale nel 1934, in forza al Plotone chimico del Regio Esercito Italiano.


    “E di tutto quel dolore ereditato che cosa si fa?”, chiede Agata a Fatima, un’altra donna che ha sofferto molto. “Io so quel che il mio popolo sa da sempre: ci sono persone che per mestiere cantano le storie.” È una maniera per conservare le memorie in modo poetico, “grazie al canto, chi ascolta non è più obbligato a sentire la colpa di qualcuno che è venuto prima o serbare rancore”.

    È quello che fa un libro, è quello che fa Elena Rausa nel raccontare una Storia che i più preferirebbero dimenticare ma che non deve essere dimenticata- sarebbe un oltraggio per i morti.



martedì 9 aprile 2024

Paul Lynch, “Il canto del profeta” ed. 2024

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                    distopia

      Booker Prize 2023

Paul Lynch, “Il canto del profeta”

Ed. 66thand2nd, trad. Riccardo Duranti, pagg. 288, Euro 17,10

 

    Dublino. La famiglia Stack, padre, madre, quattro figli. Lei, Eilish, è una scienziata e ha appena ripreso il lavoro dopo il congedo per maternità. Il marito è un sindacalista. Il figlio maggiore ha sedici anni, poi c’è una ragazzina di 14, un altro maschietto di 12 e il neonato.

   È già buio quando bussano alla porta. Sono due uomini che vogliono interrogare Larry, il marito. Si sta preparando una manifestazione a sostegno degli insegnanti che chiedono un aumento di stipendio. L’atmosfera è intimidatoria- il nuovo governo di estrema destra della repubblica irlandese non tollererà né proteste né scioperi. Gli Stack pensano che siano minacce vuote anche se c’è una certa inquietudine che gira, riguardo alle posizioni estremiste del partito di Alleanza Nazionale.

Già questa scena di apertura ci introduce ad uno scenario fin troppo noto- da sempre, da sempre, c’è da temere quando uomini del potere bussano di notte alla porta di una casa. Succede sempre di notte, come se si volessero cancellare le tracce. E anche tutto quello che succede dopo ci è noto, da quanto è successo in altri paesi e in altri tempi. Come dire che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole.


    La manifestazione si tiene, Larry viene arrestato, Larry scompare. A nulla serve ingaggiare un avvocato. A nulla serve cercare di rassicurarsi pensando che è impossibile che nella verde Irlanda succedano queste cose. Diamine, è un paese democratico, i cittadini hanno dei diritti, c’è l’habeas corpus. C’è  l’habeas corpus? È una situazione di emergenza, si giustifica il governo imponendo il coprifuoco.

   Molti se ne sono già andati, hanno chiuso la casa e hanno fatto fagotto. La sorella di Eilish vive in Canada, è da tempo che la incita a raggiungerla con marito e figli, almeno con i figli, adesso. E le ricorda che la storia è piena di gente che ha indugiato, pensando ‘non è possibile’. Non è possibile che si arrivi al peggio, non è possibile andarsene adesso (e se Larry tornasse e non trovasse nessuno?), non è possibile per Eilish abbandonare suo padre che dà segni di demenza.

    C’è un crescendo di buio nell’aria. Un costante peggiorare della situazione. Il figlio maggiore viene arruolato (ma come? ha appena compiuto 17 anni) e poi scompare (si è unito ai ribelli?), non c’è più l’elettricità, gli scaffali dei negozi sono vuoti, dai rubinetti scende acqua, si intensificano gli scontri tra forze governative e ribelli, aumentano i posti di blocco. È guerra.

    Che ne sarà della famiglia Stack? Che cosa dovranno sopportare prima di riuscire a prendere decisioni sofferte, pericolose, faticose?


     “Il canto del profeta” (vincitore del Booker Prize 2023) è un romanzo distopico, il partito che è dietro questa prospettiva di un futuro possibile non è lo stesso del “1984” di Orwell, ma i metodi, però, sono gli stessi (con l’aggiornamento delle nuove tecnologie), le scene descritte ci fanno pensare alla Germania nazista, all’Argentina dei ‘desaparecidos’. E se abbiamo una sensazione di irrealtà, se anche noi ci diciamo ‘non è possibile’, è perché il romanzo è ambientato in Irlanda che, nell’immaginario collettivo, dopo la fine dei ‘troubles’, è l’isola di smeraldo dove la gente è cordiale, beve birra nelle strade, canta canzoni folk. Le barricate nelle strade e i cecchini possono risvegliare in noi i ricordi di quella che fu, in definitiva, una guerra civile- quel tempo ormai è lontano e, paradossalmente, è proprio nell’Ulster che gli irlandesi della repubblica possono trovare la salvezza.

    Si legge bene, “Il canto del profeta”, ma non possiamo non avvertire un che di ‘già letto’.






 

 

 

 

 

domenica 7 aprile 2024

Joël Dicker, “Un animale selvaggio” ed. 2024

                                                        Voci da mondi diversi. Svizzera

cento sfumature di giallo

Joël Dicker, “Un animale selvaggio”

Ed. La Nave di Teseo, trad.  , pagg. 448, Euro 20,90

 

    Quando si dice ‘una coppia perfetta’…- tutto è perfetto nella vita dei due protagonisti di “Un animale selvaggio”, il nuovo romanzo di Joël Dicker. Loro due sono perfetti, prima di tutto. Bellissimi entrambi, Sophie e Arpad, e innamorati. Con lavori di prestigio- Sophie è avvocato e Arpad è un banchiere. Sono nel fiore degli anni- all’inizio del romanzo Sophie compirà quarant’anni a giorni. Hanno due bambini, maschietto e femminuccia. Abitano a Ginevra in una stupenda casa di vetro circondata dal verde, sul limitare di una foresta.

   Un’altra coppia fa da contrappunto a questa. Non sono perfetti, non sono ricchi, non hanno lavori di prestigio, non abitano in una casa di vetro ma in una villetta in una zona chiamata ‘l’Obbrobrio’, il che dice tutto. Lui fa parte di un corpo speciale di polizia, lei è commessa in un negozio. Hanno anche loro due bambini ed è tramite i bambini, compagni di giochi, che le due coppie si incontrano e iniziano a frequentarsi, con conseguenze imprevedibili. Perché l’ammirazione di lei per questa coppia perfetta diventa invidia, mentre lui, folgorato dalla bellezza di Sophie, diventa un voyeur- che cosa c’è di più facile, con il pretesto di portare a spasso il cane, che spiare qualcuno che abita in una casa di vetro? Già questo è grave per un poliziotto, il fatto è che, in questa ossessione, lui si spinge oltre, rischiando parecchio sia professionalmente sia nel suo legame coniugale.


    La costruzione del romanzo si sposta su più piani temporali, tra il presente, nel 2022 e un passato di quindici anni prima, mentre tutta l’azione converge verso la data della rapina, il 2 luglio 2022, in un count-down che tiene il fiato in sospeso. Ci sono accenni e poi chiarificazioni ai trascorsi di Arpad (tenuti ben segreti) e a quelli di Sophie (tenuti ancora più segreti), compare sulla scena un altro personaggio che sta alle costole di Sophie prima di venire allo scoperto, c’è un leit-motiv il cui significato scopriamo solo alla fine e che spiega il titolo- una pantera tatuata sulla coscia di Sophie. Non è solo un vezzo che attrae e incuriosisce aumentando il suo fascino, e c’è un’altra persona che si è fatta tatuare lo stesso felino come pegno d’amore.


Che cosa succede, poi, il fatidico giorno della rapina? Il lettore non se lo aspetta e resta sorpreso.

    A poco a poco, scena dopo scena, tre dei quattro personaggi perdono la loro aura, due di loro perdono anche ogni ammirazione possiamo aver provato nei loro confronti e il sentimento di invidia di una si svuota trasformandosi in delusione e amarezza. Non è tutto oro quel che luccica, come si suol dire. I colpi di scena si susseguono, la situazione viene ribaltata più di una volta e il finale è imprevedibile e rocambolesco.

    Il romanzo di Joël Dicker è destinato a diventare un best-seller perché ha tutte le caratteristiche ‘giuste’, e potrebbe anche servire come esempio in una scuola di scrittura. Lo stile è perfin troppo scarno ma facile da seguire, le sorprese e i segreti sono ben calibrati, c’è un mix di amore, sesso, scene idilliache, oggetti simbolici e iconici (l’anello pantera di Cartier, la casa di vetro che dovrebbe ospitare persone che non hanno niente da nascondere), le false piste sono intriganti. Di certo piacerà a molti.



 

venerdì 5 aprile 2024

Abraham Verghese, “La porta delle lacrime” ed. 2024

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       romanzo epico

Abraham Verghese, “La porta delle lacrime”

Ed. Neri Pozza, trad. Silvia Pareschi, pagg. 640, Euro 22,00

 

   È successo di nuovo. Sentirsi presi dallo sconfortante sentimento di abbandono perché il libro che leggevamo è finito.

    È triste lasciare dei personaggi con cui abbiamo vissuto per più di 600 pagine, sapendo che il resto della loro vita resterà un’incognita per noi.

    È bellissimo che un romanzo abbia avuto il potere di coinvolgerci così tanto, di appassionarci, di emozionarci. Vuol dire che il romanzo è vivo, che la letteratura può ancora incantarci e ,sì, ispirarci, servirci da esempio.

    Metà degli anni ’50 del ‘900 ad Addis Abeba, Etiopia. Un ospedale il cui nome originario ‘Mission Hospital’ è stato in qualche modo trasformato in ‘Missing Hospital’. Suor Mary Joseph Praise è arrivata a lavorare lì come infermiera dal Kerala, è diventata il ‘braccio destro’ del chirurgo inglese Thomas Stone. Lei giovane e molto bella, lui scontroso e solitario. È naturale che nasca un sentimento profondo tra di loro, che va al di là della stima e del perfetto accordo nati in sala operatoria. Nessuno però si aspetta che Sorella Mary Joseph sia incinta, né la direttrice dell’ospedale, né la ginecologa Hema, né l’altro chirurgo, l’indiano Ghosh, né, tantomeno, il presunto padre, Thomas Stone. Il parto è difficile, nascono due gemelli, anzi due gemelli siamesi uniti per la testa e subito separati, Sorella Mary Joseph muore, Thomas Stone impazzisce dal dolore e fugge via- lo rivedremo solo alla fine.

Hailé Selassié

    Questo l’inizio del romanzo straordinario di Abraham Verghese (il primo dello scrittore nato ad Addis Abeba da genitori indiani), di cui abbiamo già letto “Il patto dell’acqua” lo scorso anno. È un romanzo epico che segue per cinque decenni le vicende dei personaggi- i due gemelli Shiva e Marion, anzi ShivaMarion perché sono tutt’uno, pur se diversissimi come carattere, Ghosh e Hema, che diventano i loro genitori adottivi, una miriade di altri personaggi minori ma perfettamente individuati, come la bambina, figlia della ‘tata’ dei gemelli che cresce come una sorella insieme a loro- e quelle dell’ospedale e quelle dell’Etiopia sotto il regno di Hailé Selassié a cui segue il fallito colpo di Stato e poi la guerra civile e la dittatura del temuto Menghistu.

    Non vi rovinerò il piacere di leggere “La porta delle lacrime”, anticipo solo che sia Shiva sia Marion diventeranno chirurghi eccellenti in campi molto diversi (poteva essere altrimenti con due genitori ‘illuminati’ come Hema e Ghosh?),

Meskel

che saranno entrambi legati alla stessa donna che sarà la causa della loro rovina, che Shiva resterà a lavorare a Missing (la sua foto apparirà sul New York Times per un metodo di intervento innovativo) mentre Marion, in fuga dalla dittatura, terminerà gli studi in America. Ma noi non amiamo solo Shiva e Marion (è quest’ultimo la voce narrante del romanzo), amiamo tutti i personaggi, tutti loro hanno qualcosa da dirci, e poi- è vero- ci piacciono i personaggi che hanno degli ideali, che vivono per dare il meglio di se stessi nel loro lavoro e nel rapporto con gli altri. Sono così Shiva e Marion e lo sono pure Hema e Ghosh che lasceranno un’impronta indelebile sui due ragazzi che non sentiranno mai la mancanza dei genitori biologici.

   E poi c’è la parte medica del romanzo, quella che si svolge nella sala operatoria, così piena di dettagli minuziosi che abbiamo l’impressione di essere testimoni muti degli interventi. Abraham Verghese è medico lui stesso- non potrebbe essere altrimenti- e riesce a rendere avvincenti anche le descrizioni più drammatiche, fatte di bisturi e sangue, di carne, muscoli e fili di sutura. Ghosh, Hema, Shiva, Marion, il dottor Deepak in America, Thomas Stone, tutti loro amano quello che stanno facendo, non sentono la stanchezza, non si risparmiano. Soprattutto credono che il segreto per curare un paziente sia aver cura di lui, sanno che il paziente ha bisogno di essere rassicurato, di essere trattato come una ‘persona’ e non un caso clinico.

Addis Abeba oggi

   Per finire, l’ambientazione di Addis Abeba rivela la conoscenza dello scrittore che, come Marion, dovette abbandonare la città e terminare gli studi altrove a causa della situazione politica. Al lettore sembra di vedere quello che resta degli anni di colonizzazione italiana, il giallo dei fiori di meskel e gli alberi di eucalipto, di sentire il profumo della injera e del wot, di ascoltare la musica di quella canzone che è il leit motiv del romanzo, Tizita, che vuol dire ‘nostalgia’.

    Ho nostalgia di questo romanzo, di questi personaggi, di questi luoghi, adesso che ho terminato di leggere “La porta delle lacrime”. Potrei iniziarlo da capo per ritrovarli.

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mercoledì 3 aprile 2024

Dido Michielsen, “Figlia di due mondi” ed. 2024

                                 Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

Voci da mondi diversi. Indonesia

Dido Michielsen, “Figlia di due mondi”

Ed. Nord, trad. Alessandro Storti, pagg. 273, Euro 18,05

 

Sono in giro col lanternino, in cerca di me stessa.

Sono i versi di Emily Dickinson, che già dicono tutto sul romanzo della scrittrice olandese Dido Michielsen che ritorna a raccontarci una storia che la riguarda da vicino, della sua antenata indo-europeaan, per completare quella iniziata con “L’isola della memoria” che abbiamo letto lo scorso anno. È la storia di una donna nata a Giava, quando l’isola era una colonia olandese, una donna che non ha mai conosciuto i suoi veri genitori ed è in cerca della madre e di se stessa. Perché solo sapendo chi era sua madre può trovare se stessa, può sapere dove affondano le sue radici, può finalmente accettare di conciliare i due mondi tra cui è divisa. Il destino di Louisa (l’io narrante e protagonista) è quello di tutti i mezzosangue, guardata con disprezzo dai belanda (come vengono chiamati i bianchi olandesi) e non riconosciuta come uno dei loro dagli indisch. Louisa ha ricevuto un’educazione come se fosse olandese, indossa abiti europei, rispetta le regole del galateo occidentale, ma non è olandese, non sarà mai considerata alla pari degli europei. E la sua vita è una doppia ricerca, con il dolore di un’assenza che l’ha resa incapace di amare i suoi figli come avrebbe dovuto.


    È il 1895 quando muore l’uomo che Louisa e sua sorella hanno sempre chiamato zio- le ha adottate quando erano bambine. Era sempre stato un uomo affettuoso, al contrario della moglie. Ormai resta solo la zia a serbare il segreto sull’identità della madre delle due figlie adottive. Perché si chiude in un mutismo ad ogni domanda? Perché gli zii avevano fatto sposare Louisa quando questa aveva solo tredici anni? lei non glielo perdonerà mai. Aveva fatto un buon matrimonio, il marito era olandese, anche se nato e cresciuto a Giava. Avevano fatto cinque figli insieme ma lei non lo amava e non lo avrebbe mai amato, anzi la irritava, la disgustava.

    L’incontro con una signora cinese che commercia in batik artigianale cambia la vita di Louisa. Il primo cambiamento è proprio nel continuare a frequentarla nonostante la proibizione del marito e i consigli intimidatori di un’amica- nella complicata scala sociale di quella che oggi è l’Indonesia i cinesi immigrati stanno ancora più in basso degli indisch. Yu Leng è un esempio per Louisa- non è sposata per scelta, è indipendente, fa un lavoro che l’appassiona, non si lascia toccare dalle chiacchiere intorno al bel giovane indigeno che è per lei una sorta di segretario. Per Louisa si apre un nuovo mondo, la strada che inizia a percorrere la porterà lontano, scoprirà che l’amore come è descritto nei libri è possibile, che una donna può farcela anche senza un uomo accanto. E riuscirà anche a scoprire quello che non aveva mai sospettato, in tutti quegli anni in cui aveva pensato che lo zio potesse essere suo padre.


    Nel finale del libro incontriamo nuovamente dei personaggi che avevamo conosciuto nel romanzo precedente, tutto si spiega, nessuno deve permettersi di giudicare quello che è stato.

“Figlia di due mondi” è più romanzi insieme- romanzo storico del periodo coloniale e delle distorsioni conseguenti all’occupazione delle isole indonesiane, romanzo singolare di formazione, romanzo d’amore, quello grandissimo e pronto al sacrificio di una madre per le figlie e quello dei nativi per il loro paese. Sullo sfondo, la natura lussureggiante dell’Indonesia.