mercoledì 20 settembre 2017

Stefan Merrill Block, "Io non ricordo" 2008- Intervista

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                            Intervista


Se ancora abbiamo l’idea che uno scrittore debba avere un fisico che in qualche modo rifletta le ore passate a macinare idee e parole, ebbene il giovane Stefan Merrill Block (nato nel 1982, cresciuto a Plano, in Texas, una laurea alla Washington University di St.Louis nel 2004) la smentisce immediatamente: un viso aperto, un bel sorriso, spalle larghe da ragazzo che ha fatto sport. Stefan Merrill Block è in Italia per partecipare alla serata degli esordienti del Festival delle Letteratura di Massenzio, condividendo l’attenzione del pubblico con il nostro Paolo Giordano, autore de “La solitudine dei numeri primi”. E, in qualche modo che non vogliamo indagare ma che certamente ha a che fare con il tema del suo libro, ci commuove sentirlo dire che anche la sua mamma arriverà dagli Stati Uniti per assistere all’evento.

26 anni, un libro pubblicato: se Le chiedo quando ha iniziato a scrivere, mi risponderà che ha iniziato da bambino? E come ha fatto a trovare chi le pubblicasse il libro, in questi tempi difficili in cui ci sono tanti aspiranti scrittori?
     E’ proprio così, ho iniziato a scrivere quando ero bambino. Per me scrivere è sempre stato un impulso irresistibile; mi sembra di perdere tempo se non scrivo, anzi qualunque cosa faccia mi sembra una perdita di tempo al confronto dello scrivere. Forse ha a che fare con il fatto che ho studiato a casa e non ho frequentato una scuola. Non avevo un programma preciso, era mia madre- che è un’insegnante- che seguiva i miei studi e assecondava i miei interessi o cercava di stimolarli. E io leggevo e scrivevo sempre.

Come mai la sua famiglia ha fatto questa scelta per Lei?

    Mia madre pensava che la scuola pubblica non fosse abbastanza creativa per me, facevano fare un sacco di lavoro scritto, e poi avevo un’insegnante che usava le punizioni corporali sugli studenti- so che dopo fu anche incriminata per quello. Studiare a casa per me volle dire godere un tempo libero disciplinato. In casa mia si poteva iniziare, per esempio, a colazione, con una conversazione sull’impressionismo francese. Il mio rapporto con l’imparare è un rapporto di passione. E poi sapevamo che ad un certo punto sarei tornato a scuola: ho studiato a casa dagli otto ai quindici anni. Come dicevo prima, fin da piccolo volevo scrivere- passavo molto tempo da solo e pensavo a che cosa avrei scritto.

La seconda parte della prima domanda era su come abbia fatto a trovare chi la pubblicasse: come ha fatto?
    Sono stato fortunato anche senza rendermene conto. Avevo lavorato come cameraman in India, poi sono tornato e ho scritto per un anno  e mezzo, vivendo alle spalle della mia ragazza che ad un certo punto si è stufata di mantenermi. Ho cercato un agente online, ho scritto ad un nome che pareva essere piuttosto famoso, lui ha letto la mia mail- ne riceve chissà quante ma sembra che le legga tutte prima di cestinarle. Non so che cosa lo abbia colpito nella mia, fatto sta che gli ho mandato il manoscritto: era un venerdì, il lunedì seguente mi ha contattato. Gli sono molto grato: è stato un lettore appassionato del mio libro ed è stato anche un grande aiuto.

Ci sono tante cose insolite nel suo romanzo: l’argomento, prima di tutto. E’ un libro sulla memoria e sulla dimenticanza, sull’Alzheimer e- come scrive Lei stesso- sulle soffitte colme di ricordi. Che cosa l’interessava di più? Il ricordo o la dimenticanza?

     Immagino che mi interessasse l’interazione delle due, memoria e dimenticanza. Le storie che ci diciamo sono fatte sia da quello che ricordiamo sia da quello che dimentichiamo. Le storie che ci raccontiamo per vivere hanno un senso non solo per quello che ricordiamo ma anche per quello che dimentichiamo. Nel mio libro c’è questo fascino del raccontare storie, cose che ricordo della mia infanzia; molte di queste cose sono sulla malattia di Alzheimer che ha perseguitato la mia famiglia per generazioni. Andavo ancora a scuola quando mia nonna è morta di Alzheimer, o, se non di quello, era comunque ammalata di Alzheimer. E so che l’argomento del mio libro è una scelta inusuale, ma c’è tanto nel libro che è analogo alla mia esperienza durante l’infanzia, e poi c’è il Texas- sono nato e cresciuto in Texas- e i problemi dell’adolescenza: anche io- come Seth- mi sono sentito rifiutato dalle ragazze…

Allora c’è qualcosa di Lei nel personaggio di Seth?
    C’è molto di più di qualcosa. La biografia di Seth è come la mia, tante cose che racconto di lui sono di me, tranne la scena in cui si guarda nudo nello specchio. Ai giovani scrittori si dice sempre che devono scrivere di quello che sanno. Per me non è vero, devi scrivere di quello che ti importa di più. E non potrei scrivere un romanzo biografico perché un biografo deve attenersi alla verità, mentre io parto dalla mia esperienza ma trasformo in una sorta di mito tutto quello che racconto. Seth è me stesso trasformato in finzione narrativa, perché mi sentivo limitato dalla verità. Essere un narratore significa tessere menzogne.


Oltre all’argomento, anche i personaggi del romanzo sono insoliti: il vecchio che aveva un gemello e il ragazzo. Aveva bisogno di due estremi per fissare quello che voleva dire sulla memoria?
   Sono spesso i lettori che pensano che uno scrittore abbia messo di proposito qualcosa nei suoi libri…Le voci di Abel e di Seth sono emerse in me in maniera del tutto inconsapevole, sapevo che erano necessari ma non ne sapevo il perché. Le mie storie si svolgono in luoghi che hanno qualcosa di mitico, do ai miei personaggi nomi presi dalla Bibbia, attribuisco loro caratteristiche estreme, come la gobba di Abel, perché tutto questo comunica un senso del mito e contribuisce a creare l’atmosfera.

Quali dei due personaggi ha amato di più? E di quale dei due ha trovato più facile scrivere?
    Ho trovato più facile amare Abel, ero ossessionato dalla sua voce. Perché Seth è troppo vicino a me, c’è troppo che Seth condivide con me. E’ come quando ti innamori di qualcuno e lo puoi amare totalmente subito perché non lo consoci ancora. Così è stato per me e Abel: mi è stato più facile scrivere come Abel. Tanto facile che continuo a sentire la voce di Abel: anche nel secondo libro mi è difficile mettere Abel da parte…


Perché il ragazzo Seth si riferisce a se stesso come al ‘Maestro del Nulla’?
    Perché è un poco quello che è successo a me: nel libro c’è il tema della dimenticanza, sia biologica sia volontaria; all’epoca in cui andavo a scuola io volevo solo scomparire, finire in un luogo in cui non potevo essere visto. E’ quello che mi piacerebbe, essere Maestro del Nulla- essere presente solo per osservare senza essere coinvolto, vorrei non essere imbarazzato dalla mia vita. Essere Maestro del Nulla è tutto questo…

 Anche la struttura del libro è insolita, specialmente le due narrative a fianco di quelle principali, in un diverso registro: quello pseudo-scientifico e quello mitologico. E’ la terza opposizione di estremi che troviamo nel romanzo: è stata una sfida per Lei scrivere in questi stili diversi?
   No, non l’ho vissuto come una sfida. Anche la professoressa che avevo all’università, a cui ho mandato il libro, ha osservato che è un libro di estremi, che questi estremi, una sorta di punto e contrappunto, si trovano dappertutto nel mio romanzo, anche nel linguaggio. E in effetti, ci sono due Jamie, due fratelli, anche la famiglia che arriva dall’Inghilterra viene rispecchiata da Seth e dalla madre: è come se la mia maniera di dire storie richiedesse questo gioco di giustapposizione. Forse il fatto che la mia generazione sia cresciuta con Internet ha una relazione con questo. Io ho ricevuto molta istruzione online; se, ad esempio, studiavo Van Gogh, facevo ricerche su Wikipedia e poi su un altro sito…Quello che so di Van Gogh viene da parti diverse e così la mia storia si basa su fonti diverse. Direi che la parte più facile è stata scrivere con voci diverse, quella difficile è stata far funzionare tutto insieme.

Dapprima ho pensato che il tipo di Alzheimer che descrive fosse veramente provato, poi ho letto nella sua nota che non lo è: aveva bisogno per la trama di questo tipo di Alzheimer ereditario?

    In parte tutto quello che scrivo su questa forma di Alzheimer è vero. Come ho già detto, c’è molto di autobiografico nel romanzo. E ci sono tre forme di Alzheimer: una forma normale che si manifesta tra i 70 e gli 80 anni e ha una leggera componente genetica; una seconda forma che si manifesta prima, tra i 60 e i 70 anni ed è dovuta ad un amalgama di geni; e infine la terza forma, estremamente precoce, perché si manifesta tra i 30 e i 40 anni, ed è ereditaria, del tutto genetica. Quello che volevo esprimere nel libro era la mia esperienza del terrore, del dolore causato, quando ero bambino, dalla perdita della nonna. Era stata ammalata per tre anni ed è morta cadendo delle scale, quando era in stato confusionale, un po’ come succede a Jamie nel libro. Il libro è disseminato di elementi che derivano dalla mia infanzia, che sono penetrati dentro di me e ne escono trasformati: quasi in ogni pagina c’è qualcosa che mi è successo, ma trasformato. E’ una forma narrativa di realismo. Mio fratello mi ha detto di essersi commosso nel leggere delle scene che riflettevano quelle che avevamo vissuto, anche se io, mentre scrivevo, non ero del tutto consapevole di quello che stava filtrando attraverso la mia memoria.

Isidora: qual è il ruolo del regno di Isidora?
   Isidora è il mio tentativo di cercare di capire dove vadano gli ammalati di Alzheimer. Voglio dire, dove vada la loro mente. Forse vanno ad Isidora: è la mia speranza, pensarlo mi dà pace, come deve darla a loro. In realtà avevo già scritto la storia della terra di Isidora tanto tempo fa, quando ero più giovane, sotto l’influenza delle “Città Invisibili” di Calvino, soprattutto, e di Borges.

Sta già lavorando ad un secondo romanzo? Forse l’ha già anche terminato?
    Uno l’ho già finito e l’ho cacciato subito via. E ora ne sto scrivendo un altro. Ogni volta che inizio a scrivere qualcosa, dapprima è sempre una storia che ha del fantastico, del liberatorio, come una fuga. Poi la vicenda diventa sempre più buia. Avevo bisogno, dopo “Io non ricordo”, di una storia che mi facesse fuggire con la mente, ed è quella che ho cacciato via, ora sto scrivendo un romanzo su mio nonno, ricoverato in un ospedale per malattie mentali: era afflitto da depressione bipolare. E’ un romanzo per metà finzione letteraria e per metà libro di memorie, perché cerco di ricreare i diari che scrisse mentre era in ospedale e che mia nonna ha bruciato, insieme a tante altre cose di lui. Che, peraltro, morì in una maniera che, a mio parere, significa che si è suicidato.

l'intervista e la recensione sono state pubblicate su www.wuz.it





martedì 19 settembre 2017

Stefan Merrill Block, “Io non ricordo” ed. 2008

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                               il libro ritrovato

Stefan Merrill Block, “Io non ricordo”
Ed. Neri Pozza, trad. Stefano Bortolussi, pagg. 345, Euro 17,00

Titolo originale: The Story of Forgetting

     A mano a mano che io crescevo, mia madre regrediva.
   Da piccolo pensavo che smemorata e impulsiva fossero sempre stati i modi di essere di mia madre. Sempre a una certa distanza, sospesa, fra le nuvole, non badava mai a cose come la posizione delle chiavi in casa, o della sua auto nel parcheggio, o al fatto che i fornelli fossero ancora accesi. Contava sempre sugli altri, nello specifico su mio padre, perché si occupasse delle mille piccole necessità della giornata.

   Il sedicenne Seth. Il vecchio Abel. Tra di loro Jamie, l’ancora giovane madre di Seth che ha un nome maschile. Uno in cerca di ricordi, l’altro che ricorda. Tra di loro la donna che sta perdendo la memoria. Seth vive con la madre e il padre a Westrock, nel Connecticut , la vecchia casa fatiscente di Abel è a High Plains, nel Texas. Nel mezzo, in un fantastico non-luogo a cui sembra si possa accedere da parecchi punti della Terra- da sotto la Sfinge, o da Stonehenge, o dall’Acropoli, o dall’Empire State Building. Si tratta del regno di Isidora, una terra senza memoria, “dove ogni bisogno è esaudito e ogni tristezza è dimenticata”.

Sono quindi due le storie che ci accingiamo a leggere in questo bel primo romanzo del giovane Stefan Merrill Block (è nato nel 1982 a Plano, in Texas), o almeno due sono le storie in prima persona: quella di Seth, che inizia con la frase, nella primavera del 1998 era diventato ormai innegabile, e poco più avanti sua madre gli chiede, Da quanto ci conosciamo?, e quella di Abel, che risale a quarant’anni prima, con la confessione, Ero innamorato della moglie di mio fratello. Ma entrambe contengono un’altra storia ancora, della madre di Seth, colpita da una forma di Alzheimer famigliare o a “esordio precoce”. Le due storie principali si collegheranno alla fine del romanzo, e intanto sono affiancate da altre due narrative, una storia genetica in cinque parti e il mito del regno di Isidora. Perché Seth decide che diventerà un esperto del cervello umano, quando apprende della malattia della madre, e incomincia le ricerche sulla EOA-23, una fittizia variante dell’Alzheimer causata da un singolo gene. Ma, se in qualche modo c’è un nodo di parentela tra i pazienti afflitti dalla EOA-23, allora l’indagine di Seth alla ricerca del passato della mamma può anche seguire la pista del fantastico mito della terra dell’oro o dell’eterna dimenticanza in cui esiste solo la felicità del momento, con tutte quelle storie arrivate a Seth attraverso le voci di generazioni che le arricchivano a mano a mano che le tramandavano. E che noi ora leggiamo, scritte in un corsivo aereo, ad alleviarci la pena delle due storie principali.
     Saremmo tentati di interpretare la vita di Abel iniziando dal suo nome, perché Abel ha un fratello gemello Paul a cui è legato da amore e invidia: perché Abel ha una malformazione nella spina dorsale e una gobba sulla schiena, perché è Paul che sposa Mae, anche se (e Abel non ne capisce il motivo, quando li spia da un albero) si gira dall’altra parte nel letto, perché è Paul che la piccola Jamie chiama “papà”, anche se è quasi certo che sia figlia di Abel. Ma, a tragedia compiuta, dovremo concludere che questa non è una versione della storia di Caino e Abele: è un dramma cupo, questa storia di fratelli colpiti da due mali diversi e che si aggrappano a memorie diverse, a ricordi proibiti per motivi differenti. E se per Paul la morte è pietosa perché cancella l’ultimo brandello di un ricordo tormentoso che diventa imbarazzante, Abel diventa, invece, il custode della memoria, mantenendo in piedi la vecchia casa tra i nuovi edifici che sorgono come funghi. Per poter essere ritrovato, perché forse un cervello che si sbriciola conserva le tracce di un cancello con l’insegna arrugginita a cui manca una lettera.

     Quanto a Seth- Seth dalla straordinaria intelligenza matematica, Seth tormentato dall’acne, innamorato della sciocca compagna di scuola, colpito al cuore dalla malattia della mamma-, Seth non avrà pace finché non saprà la storia di cui la madre non ha mai parlato. Quella che forse celava dietro la fiaba serale, Accanto a questo mondo ce n’è un altro. Vi sono punti in cui si può sconfinare…
    Splendidamente costruito, “Io non ricordo” è un romanzo che ricorderemo a lungo, che ha in sé la tragedia di un malattia inesorabile che fa più male a chi è vicino alla persona che ne soffre che non a questa. Un libro dolente eppure poetico, profondo e con la lievità della fiaba, a tratti perfino divertente- ed è un sollievo- nella goffaggine adolescenziale del giovane protagonista che soffre della perdita di una mamma che ha smarrito la consapevolezza di vivere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



      

lunedì 18 settembre 2017

Jan Brokken, “Bagliori a San Pietroburgo” ed. 2017

                                                            vento del Nord
         la Storia nel romanzo
         FRESCO DI LETTURA 

Jan Brokken, “Bagliori a San Pietroburgo”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pagg. 211, Euro 17,00

     Che città grandiosa e tragica e poetica, San Pietroburgo! Per chi ci è nato e ci vive, è semplicemente, affettuosamente, Piter, come fosse un amico. Nel corso della storia ha cambiato nome più volte. Dall’originale Sankt Piter burkh, in olandese perché lo zar Pietro il Grande, il suo fondatore, aveva studiato in Olanda ed era un ammiratore dei Paesi Bassi, a Pietrogrado e poi Leningrado, per tornare ad essere trionfalmente San Pietroburgo tranne che un giorno all’anno, il 9 di maggio, in cui è di nuovo Leningrado per ricordare il tremendo assedio durato 29 mesi durante la seconda guerra mondiale.
E’ San Pietroburgo la protagonista assoluta del bel libro dell’olandese Jan Brokken intitolato “Bagliori a San Pietroburgo”. Un bel titolo. Con quel ‘bagliori’ che ci fa pensare alle luci stregate dell’aurora boreale, ai riflessi dei lampioni sulla Neva ghiacciata, a tutti i grandi scrittori, poeti, musicisti, compositori a cui la città meno russa della Russia ha dato i natali. Jan Brokken era già stato nel 1975 a Leningrado, una città diversa da quella di oggi, e i paragoni sono inevitabili. Nel 1975 era impossibile aggirarsi liberamente, si era guardinghi nel fare domande, le risposte potevano non essere mai complete o soddisfacenti. E tuttavia l’atmosfera era ancora pallidamente simile a quella in cui avevano respirato i grandi sulle cui tracce si mette lo scrittore olandese. E, ancor prima di terminare la lettura del libro, ci chiediamo che cosa ci sia nell’aria di San Pietroburgo per averci regalato un numero così alto di geni. Ci viene perfino il dubbio che c’entri la Storia, che- è triste dirlo- dittature, precarietà della vita, l’ombra degli arresti e delle torture, le privazioni e la fame, non solo temprino l’anima ma anche offrano l’arte come sfogo e sostegno, come ‘bagliore’ che illumini la via, mentre benessere, ricchezza e abbondanza paradossalmente spengano le luci e appiattiscano le menti.

    I nomi da citare sarebbero troppi- il primo è quello della poetessa Anna Achmatova, l’ultimo quello di Nina Berberova. Fra i due ce ne sono altri- giganteggiano Dostojevskij e Turgenev, ma anche Solzhenitsyn e Nabokov, Esenin e la moglie di Osip Mandel’štam, e poi i musicisti (di quanta musica echeggia la città!), Rachmaninov e Šostakovič, Rimskij Korsakov e Stravinskij e la pianista Marija Judina. Tutti rivivono nelle pagine di questo libro, come nei versi di Osip Mandel’stam, Noi ci rincontreremo a Pietroburgo, quasi avessimo lì sepolto il sole, Jan Brokken segue i loro passi, ci porta nelle loro case, ammira la statua dell’uno o dell’altra, il ritratto che lascia indovinare il carattere, ci racconta un qualche dettaglio della loro vita. Passioni, amori, amicizie, arresti e sofferenze, virtù e vizi. Cita versi che vanno dritti al cuore del lettore, che ce li fanno ricordare, che ci invogliano a scoprire altro su di loro. Jan Brokken è parco con le sue storie, non ci lascia mai sazi. Ci fa notare quanti di questi grandi nomi siano stati costretti all’esilio- ‘Con pochissime eccezioni, scrisse Nabokov in “Parla, ricordo”, tutte le energie creative di orientamento liberale avevano lasciato la Russia di Lenin e di Stalin’. E tuttavia ‘andarsene da San Pietroburgo per molti significava: non essere più a casa da nessuna parte’.
Anna Achmatova
    Un personaggio famoso che fuggì all’estero è anomalo tra gli altri- si tratta del principe Jusupov, l’uomo che uccise  Rasputin. La sua vita è tratteggiata in un capitolo breve e illuminante- due ritratti che ce ne fanno ammirare la bellezza, in uno è con la moglie che suscitò le voglie di Rasputin e scatenò il desiderio di vendetta di Feliks Jusupov, un accenno veloce al monaco barbuto e lussurioso che teneva in scacco lo zar Nicola e la zarina Alexandra promettendo la salute del piccolo Aleksej (malato di emofilia), la scena del crimine, il dettaglio piccante dell’organo sessuale di Rasputin conservato in formalina ed esposto al Museo dell’Erotismo.

   Le parole di Jan Brokken nel finale del libro esprimono quello che ogni lettore deve aver pensato, ammaliato da questa città. Tutto qui predispone a riflettere, osservare, ricordare; tutto spinge quasi impercettibilmente a una sconsolata malinconia. Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre.



per contattarmi: picconem@yahoo.com

trovate le recensioni degli altri libri di Jan Brokken in post precedenti: "Anime baltiche" in quello dell'1/12/2014 e "Il giardino dei cosacchi" in quello del 29/12/2016

domenica 17 settembre 2017

Simon Montefiore, “L’amore ai tempi della neve” ed. 2013

                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      la Storia nel romanzo
      love story
      il libro ritrovato

Simon Montefiore, “L’amore ai tempi della neve”
Ed. Corbaccio, trad. Silvia Bogliolo, pagg. 432, Euro 16,60
Titolo originale: One Night in Winter

Senka Dorov quel giorno fu il primo a essere condotto agli interrogatori. Malgrado avesse dieci anni e fosse perfino basso per la sua età, aveva trascorso la notte in una cella da adulti. A dodici anni si poteva essere condannati a morte, ma lui ne aveva meno, perciò non potevano sparargli…però forse la legge era cambiata e…

   Mosca, giugno 1945. Nel giorno della parata della Vittoria per festeggiare la sconfitta della Germania nazista, due liceali muoiono sul Ponte di Pietra che unisce il Cremlino all’altra sponda del fiume Moscova: è lui che ha sparato a lei e poi si è ucciso o viceversa? I due giovani non erano ragazzi qualunque, erano figli di persone che facevano parte della cerchia più vicino a Stalin, frequentavano la Scuola 801, quella dell’élite moscovita, la stessa frequentata da Svetlana, la figlia di Stalin. Fu un avvenimento piuttosto misterioso, i servizi segreti indagarono, i compagni dei due ragazzi furono detenuti nella famigerata Lubjanka per estenuanti interrogatori e alla fine condannati ad una pena non eccessiva- un periodo di ‘esilio’ nell’Asia centrale.

   Il soggetto dell’appassionante romanzo “L’amore ai tempi della neve” di Simon Montefiore non è nuovo. Ne avevamo letto un paio di anni fa ne “Il ponte di pietra” dello scrittore russo Aleksandr Terechov, ma l’approccio è diverso, l’omicidio-suicidio è un caso intrigante, il periodo storico quanto mai interessante- vale la pena di rileggere la storia dei due innamorati. La ricostruzione di Terechov, giornalista oltre che scrittore, era più storicamente accurata, il suo era un romanzo molto ‘russo’ con qualcosa della stravaganza di Bulgakov nel personaggio dei nostri tempi che indaga su quanto è accaduto servendosi della documentazione fornita dall’apertura degli archivi. Simon Montefiore ha romanzato la storia, ha cambiato i nomi, ha dipinto un vasto quadro dell’epoca- la vita nella scuola, nelle famiglie, sul fronte durante la guerra. Su tutti e su tutto, lo sguardo implacabile di Stalin che, per mostrare la sua equità, aveva strappato le mostrine al figlio (per poi riabilitarlo), che aveva spinto la seconda moglie al suicidio (Nadia aveva appena trentun anni, Stalin aveva pianto- in ritardo).
Nadezhda moglie di Stalin
Niente di strano, quindi, che alla Lubjanka fossero portati non solo gli amici diciottenni di Nikolaj e di Rosa, ma anche il fratello di uno di questi (dieci anni) e la sorellina di un altro, di appena sei anni. Perché il padre del decenne Senka era ministro del Controllo di Stato (aveva forse detto che c’era un difetto nella costruzione degli aerei che continuavano a cadere?) e quello della piccola Mariko era segretario del Comitato centrale (fu poi allontanato da Mosca): si voleva colpire i genitori attraverso i figli. In uno scenario politico così buio e terrificante, dove per evitare le microspie si va a parlare passeggiando nei giardini di Alessandro oppure si aprono i rubinetti in bagno perché il rumore dell’acqua copra le parole, dove si professa amore incondizionato per un leader d’acciaio che non può mai sbagliare e a cui si deve essere sempre e comunque grati perché ha sempre ragione, Montefiore sposta il fuoco del suo obiettivo sull’amore.
    Un insegnante della scuola (ci ricorda quello del film “L’attimo fuggente” di Peter Weir) fa appassionare gli studenti alla poesia di Puškin, tanto che questi fondano un club segreto il cui credo è borghese e antisovietico, “vogliamo vivere nell’amore e nel romanticismo. Se non possiamo vivere nell’amore, siamo pronti a scegliere la morte.”
L’amore come essenza della vita per sopravvivere in un mondo dominato dalla “fredda macchina della Storia”, l’amore ad ogni età anche se destinato a finire- paradossalmente- nella morte (come quello dei due giovani) e nella deportazione (come la ragazza che spera le venga permesso di seguire in America il diplomatico di cui si è innamorata, o come la bella dottoressa ebrea madre di uno dei ragazzi coinvolti nel caso), l’amore dei genitori per i figli (strazianti le scene in carcere degli incontri della bimba Mariko con la mamma) e quello, sublime, del professore che offre la sua vita mentendo per salvare i ragazzi a cui ha fatto amare Puškin.

Nel romanzo di Simon Montefiore l’amore è l’unica realtà- come auspicavano i soci del Club dei Romantici- in un mondo allucinato in cui la stupidità, la grettezza e l’ignoranza trasformano un gioco fantastico da ragazzi in una congiura di Stato.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 16 settembre 2017

Verna B. Carleton, “Ritorno a Berlino” ed. 2017

                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     la Storia nel romanzo
     FRESCO DI LETTURA

Verna B. Carleton, “Ritorno a Berlino”
Ed. Guanda, trad. A.I. Piccinini, pagg 339, Euro 14,25

   E’ il 1956. Su una nave che fa ritorno in Europa dal Sud America si incontrano un gruppo di persone- gli inglesi Eric e Nora Devon, la narratrice del romanzo (americana) che stringe amicizia con i Devon, Herr Grubach che chiaramente è tedesco. Eric Devon è reduce da un esaurimento nervoso, la moglie Nora è sempre sollecita, affettuosa, protettiva nei suoi confronti. E’ la presenza del tedesco Grubach che è disturbante: la guerra è finita da undici anni ma è difficile dimenticare, per chi l’ha vissuta. Come può comportarsi in questa maniera, Grubach, tronfio e orgoglioso, quasi che la Germania non abbia perso la guerra, non si sia macchiata di crimini orrendi di cui tutti i tedeschi sono responsabili? Come può non rendersi conto di quanto sia offensivo il tipico atteggiamento dei tedeschi del dopo guerra secondo cui nessuno sapeva che cosa stava succedendo e poi, in fin dei conti, avevano obbedito agli ordini, e magari quella dei campi era un’esagerazione degli Alleati? E comunque il passato è passato. Eric Devon si sente male fisicamente, davanti a Herr Grubach. Finché un giorno, facendolo ammutolire, gli dice che loro, gli ebrei tedeschi, non dimenticheranno mai. E glielo dice in tedesco.

    Il vero nome di Eric Devon è Erich Dalburg, nato e cresciuto a Berlino, fuggito dalla Germania nel 1934 (la sua vicenda verrà fuori a poco a poco), ha preso dimora a Londra, ha cancellato la sua esistenza precedente, cambiando cognome dopo la morte della madre. Lui, alto e biondo, che parlava un inglese perfetto perché aveva sempre avuto governanti inglesi, poteva benissimo far credere a tutti di essere inglese.
Eric Devon è un uomo tormentato che ha rinnegato il suo paese, la sua lingua e se stesso perché si vergognava di essere tedesco. Ora gli giungono da più parti sollecitazioni ad affrontare la Storia, a tornare a Berlino, a cercare i superstiti della sua famiglia- se ce ne sono. Ed Eric Devon parte per Berlino, con la moglie e con la narratrice che è diventata loro amica.
    Il tema del viaggio, comune a tanti romanzi, assume un risvolto diverso nel libro di Verna Carleton, nata in Inghilterra da madre inglese e padre tedesco. Anche questo è un viaggio di scoperta e di conoscenza, ma è come se Eric Devon riscoprisse quello che già sapeva e aveva rimosso dalla sua coscienza, oltre ad apprendere quello che invece non sapeva di parenti e amici- del padre che aveva scritto un diario in prigione, della madre che aveva avuto una sbandata amorosa quando lui era bambino, dell’amico Franz che era stato arrestato e mandato in un lager perché lui, Eric, non si era presentato ad un appuntamento. Incontrando persone che rispuntano fuori dal suo passato (come ha potuto lasciar passare tutti questi anni senza informarsi su di loro?), Eric è obbligato a farsi delle domande- è stato coraggioso a dissociarsi dalla politica tedesca fuggendo all’estero oppure è stato un vigliacco perché non si è opposto dall’interno al nazismo? E’ come quelli che dicevano che era impossibile opporsi al nazismo?

   Il viaggio mette Eric a confronto con una serie di persone diverse, tutte con un passato tragico a cui hanno dovuto in qualche maniera fare fronte: sono loro i veri eroi del romanzo. E lo stesso Herr Grubach, che Eric, Nora e la narratrice incontrano di nuovo in Germania, si sgonfia della sua boria, diventa una figura patetica e penosa, con quel suo figlio che ha ancora simpatie naziste. Perché la Germania divisa del 1956 è un paese confuso che vive nella paura della Guerra Fredda, che si trova i comunisti in casa, che è ancora antisemita e ancora non ammette la verità dei campi di concentramento (la visita a Bergen-Belsen dove è morto un cugino di Eric ne è la prova).


    Il punto di vista della narrazione- quello dell’amica- si colloca a metà tra la dolce Nora (l’inglese che cerca di dimenticare che i tedeschi erano nemici) e il tenebroso Eric, l’uomo fragile che nega il passato in una sua maniera personale. Un romanzo coinvolgente, profondo e diverso sulla guerra che ha lasciato una ferita insanabile in Europa.


per contattarmi: picconem@yahoo.com

giovedì 14 settembre 2017

Simon Montefiore, “Sašenka” ed. 2009

                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      la Storia nel romanzo
      love story
      il libro ritrovato

Simon Montefiore, “Sašenka”
Ed. Corbaccio, trad. Raffaella Asni, pagg. 617, Euro 19,00

Titolo originale: Sashenka

Non dovresti pensare a questi bolscevichi come a dei politici moderni. Erano dei fanatici religiosi. Il loro marxismo era fanatico, il loro fondamentalismo era totale, e si consideravano come appartenenti a un ordine militare-religioso, come i crociati del Medioevo o i cavalieri templari. Erano spietati, amorali e paranoici. Credevano che milioni di persone dovessero morire per creare il mondo perfetto. La famiglia, l’amore e l’amicizia non erano niente in confronto al santo Graal.

    Preparatevi. Preparatevi a viaggiare in tempi e luoghi lontani, perché il romanzo di Simon Montefiore, “Sašenka”, ruota intorno alla donna affascinante che dà il titolo al libro e inizia a San Pietroburgo, nel 1916, per spostarsi a Mosca, nel 1939, e infine concludersi tra il Caucaso, Londra e ancora Mosca nel 1994. Oppure il contrario: la primissima pagina del libro è un annuncio comparso nel marzo 1994 sul bollettino dell’università di Mosca, un’offerta di lavoro retribuita in dollari per un giovane storico esperto in ricerche negli archivi di stato russi. Si richiede una laurea con il massimo dei voti e si esige estrema discrezione: qualcuno vuole ricostruire la storia della sua famiglia, cercando ‘persone scomparse’. E Katinka Vinskij partirà per Londra dal suo sperduto villaggio nel Caucaso, convinta che siano i suoi meriti di studio ad averle aggiudicato quell’offerta straordinaria. Ma di lei leggeremo solo nella terza parte, quando tutti i segreti verranno svelati.
    Simon Montefiore percorre la storia travagliata della Russia nel secolo XX mettendo una famiglia in primo piano, quella del barone Zejtlin, ricco ebreo che frequenta l’alta nobiltà russa, sposato con una donna bella che è una ammiratrice di Rasputin, scompare ogni notte in letti altrui e ritorna a casa ubriaca e sfatta. Gli Zejtlin hanno un’unica figlia, Sašenka, studentessa nell’esclusiva scuola Smolnyi senza che ciò le impedisca di tramare la rivoluzione insieme allo zio materno.
cattedrale di Smolny
E infatti viene arrestata, prelevata proprio all’uscita della scuola. Naturalmente il padre riuscirà a farla rilasciare, ma le pagine del suo interrogatorio e della notte in prigione ci resteranno in mente, perché vent’anni dopo Sašenka sarà ancora arrestata, imprigionata, torturata- la famiglia dello zar è stata trucidata, la Russia è diventata l’Unione Sovietica, Stalin è il piccolo padre del popolo russo, il grande Terrore dovrebbe essere finito, eppure le persone scompaiono ancora.
    Ma non corriamo, perché le pagine del romanzo di Montefiore si gustano per la ricchezza dell’ambientazione e dobbiamo prima leggere della vita nello sfarzo della San Pietroburgo degli zar, con l’abbondanza di dettagli sparpagliati con leggerezza e riguardanti gli arredi, gli abiti, i negozi, le prelibatezze, ma anche l’Ochrana, la polizia segreta, con un personaggio che segue Sašenka come un’ombra.
E osserviamo come, quando il tempo fa un balzo in avanti di vent’anni e la scena si sposta a Mosca, il tenore di vita non sia molto cambiato per Sašenka, che ha sposato un compagno della rivoluzione, Vanja che faceva l’operaio e che ora ha fatto carriera, tanto che persino Stalin si autoinvita alla festa del primo maggio nella loro dacia. Vanja e Sašenka vivono in un appartamento in una zona esclusiva, lei dirige una rivista femminile (anche se i suoi abiti forse non sono proprio come quelli di cui suggerisce i modelli ‘fai-da-te’ sulle sue pagine) e preferisce non fare domande e non sapere quale sia il lavoro che tiene occupato il marito tutta notte. Se lo chiederà quando entrambi verranno travolti dal turbine, arrestati, rinchiusi nella Lubianka, torturati, costretti a confessare tutto, soprattutto quello che non hanno fatto. Perché Sašenka ha fatto un errore: si è innamorata.

     “Sašenka” è un romanzo d’amore in una splendida cornice storica: è un romanzo che parla dell’amore che può fiorire solo per due settimane e però far pensare che quelle siano le due uniche settimane che valeva la pena di vivere, ma parla anche dell’amore di una madre per i suoi due bambini (adorabile Neve, adorabile Carlo). Per salvarli, Sašenka accetta di allontanarli, permette che vengano separati e adottati da famiglie diverse. Parla dello strano amore di un marito (il barone Zeitljn) per una moglie che lo tradisce di continuo e poi di quello che lega lo stesso uomo alla governante inglese che aspetterà per anni il suo ritorno dai gulag della Siberia, di quello di Vanja per Sašenka che si trasforma in furibonda gelosia, di quello dell’amico di entrambi, che corre sul filo dell’ambiguità, tra la salvezza e la condanna.


    “Sašenka” è un romanzo che ricalca quelli della grande tradizione russa, affollato di personaggi- alcuni reali e altri fittizi- che ci sembra di conoscere da vicino, attraversato dalle ombre spettrali degli stessi personaggi dopo che la loro vita è stata spezzata perché “l’Ideale” potesse salvarsi. E’ un libro in bilico tra l’esaltazione e il terrore raggelante- peccato che abbia un finale un po’ troppo romantico, nel desiderio di riannodare le fila e di riunire i dispersi.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


mercoledì 13 settembre 2017

Aleksej Nikitin, “Istemi” ed. 2013

                                                          Voci da mondi diversi. Russia
                                                                        distopia
        satira
        il libro ritrovato

Aleksej Nikitin, “Istemi”
Ed. Voland, trad. Laura Pagliara, pagg. 131, Euro 13,00
Titolo originale: Istemi

   Mi interrogò dettagliatamente su Istemi, sulle relazioni tra l’imperatore Carlo e il presidente Betancourt, sulla storia della guerra tra il Khanato e i Califfati. Mi interrogò su molti punti e gli interessava tutto. Le sue domande spesso mi sbalordivano. E quando succedeva, cercavo di non darlo a vedere. Lui, invece, reagiva con fervore alle mie risposte, richiedeva e precisava la stessa cosa due o tre volte. E ascoltava sempre con grande attenzione.

      Diciamo subito chi è l’Istemi del titolo di questo romanzo ironico e divertente dello scrittore ucraino Aleksej Nikitin. Istemi è l’alter ego del protagonista Aleksandr Davydov, il nome da lui usato per crearsi l’indirizzo di posta elettronica, quello inventato, prima di tutto, per il gioco di ruolo fantastorico che aveva aiutato Aleksandr e altri quattro amici a superare la noia di un’estate. L’Istemi del gioco era stato l’ultimo signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e. Già, perché il gioco (qualcosa di simile al conosciutissimo Civilization) partiva da una supposta partizione dei territori dell’Unione Sovietica in un khanato, un califfato, un regno, una confederazione e un impero. I quali Stati si davano guerra, si vendevano armi, si battagliavano a parole in incontri/scontri.
   Tutto era iniziato nel settembre del 1984 (Konstantin Chernenko, stretto collaboratore di Brežhnev, era segretario del Comitato Centrale dell’URSS, da lì a cinque anni l’Unione Sovietica si sarebbe veramente disintegrata: l’aver scelto questa data, che ci ricorda inevitabilmente il titolo del romanzo di George Orwell, è un indice di lettura?). I cinque amici facevano parte di un gruppo di studenti mandati a raccogliere mele in campagna- sono pagine divertentissime, queste del preludio al dramma, un indizio ironico di come mal funzionino le cose nell’Unione Sovietica.
Perché le mele da raccogliere sono di due specie diverse che maturano le une in agosto e le altre in ottobre. Ma era stato concesso un solo invio di studenti per aiutare nella raccolta e non si poteva fare torto a nessuno. Quindi gli studenti erano arrivati in agosto, per non avere nulla da fare e annoiarsi all’infinito. E uno di loro aveva inventato il ‘gioco’, l’ultimo atto del quale era stato un ultimatum da parte di Carlo XX, imperatore del Sacro Romano Impero, a Stephane Betancourt, presidente della Confederazione Slovenorussa. C’era stata una delazione, gli amici erano stati arrestati e interrogati per due mesi nelle prigioni del KGB. Una volta rilasciati, erano stati espulsi dall’Università.
    Il tempo del romanzo di Nikitin si sposta tra il 1984 e il 2004, quando Davydov riceve una mail indirizzata a qualcuno che credeva fosse scomparso vent’anni prima, a Sua Altezza Khan del Khanato di Zaporož’e. In allegato alla mail c’è una copia del fatidico ultimatum- cambia solo l’anno della data, e l’ultimatum scade da lì a due giorni. Non può essere che uno scherzo. A che scopo? Urge mettersi in contatto con qualche altro membro del gruppo dei cinque, urge consultarsi.

   Aleksandr Nikitin non perde mai il tono giocoso nel raccontarci una storia che oscilla tra il grottesco e il tragico, rimanendo sempre divertente. E’ il divertimento di leggere tra le righe, di cogliere la pesante ironia di situazioni della cui assurdità i personaggi che le vivono non sembrano affatto rendersi conto. Che gli agenti del KGB prendano sul serio il ‘gioco’ è ridicolo, è un esempio che vuol essere paradossale dell’ottusità generalizzata, che poi ad un certo punto giochino pure loro è ancora più risibile. Non ci divertiamo più, tuttavia, anzi, avvertiamo tutta la nascosta tragicità dell’accaduto, quando leggiamo il prezzo in valuta di vita che gli studenti pagano, perché è esagerato, non è commisurato al ‘gioco’- in scala minore è come uno dei famigerati esili in Siberia per crimini inesistenti. Uno dei cinque muore, uno è ricoverato in manicomio, Istemi lavora (ironia, ancora ironia) per un’azienda americana che produce bibite gassate di color marrone, uno gestisce una rete di piccoli caffè. Solo uno di loro è arrivato al successo, addirittura nella carriera politica, ed è a lui che Davydov si rivolge, l’ingenuo Istemi che ancora crede nella lealtà e nell’amicizia.

    Ci sono un paio di sorprese nel finale, un paio di colpi di scena: delatori e traditori, affaristi, intrallazzatori, spie, doppiogiochisti, esistono e sono sempre esistiti, nell’Unione Sovietica e nella nuova Russia.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it