martedì 17 gennaio 2023

Amira Ghenim, “La casa dei notabili” ed. 2023

                                         Voci da mondi diversi. Tunisia

storia di famiglia

Amira Ghenim, “La casa dei notabili”

Ed. e/o, trad. Barbara Teresi, pagg. 416, Euro 19,00

   Undici persone che raccontano questa storia. Un caleidoscopio di uomini e donne, un alternarsi di voci diverse in un tempo che va da un fatidico giorno del dicembre del 1935 ai nostri giorni per una storia atavica…zeppa di intrighi, rancori, insolenza e presunzione, traboccante di amori soffocati, embrioni assassinato e letti segreti. E sono le parole di Hind, la nipote di Zubaida, il personaggio principale, quella che introduce e termina il racconto di questo libro, bello, insolito, per molti versi affascinante.

     Tunisi, dicembre 1935. Zubaida. Taher al Haddad (veramente esistito). Un biglietto nascosto nel pane. La catastrofe. Perché il biglietto finisce nelle mani del cognato di Zubaida, un uomo corpulento che deve tenere nascosta la sua omosessualità, geloso del fratello. Ed è lui che strepita, rivelandone il contenuto e il mittente, dando origine allo scandalo, alle accuse, a quella che sarà una punizione a vita per Zubaida. Ma è affidabile? Dice la verità? Sapremo la verità sulle parole del biglietto (e molto di più) soltanto verso la fine.

Taher al-Haddad

    Questo è il nocciolo del romanzo che, però, è un vasto affresco della Tunisia, colonia francese, percorsa da fremiti di rivolta, da desideri di indipendenza, da un soffio di modernità che riguarda soprattutto la condizione femminile. Questo contrasto, tra tradizione e innovazione, è rispecchiato nelle due famiglie- gli en-Neifer, dalla mentalità conservatrice e patriarcale, e gli ar-Rassa, liberali e progressisti. Ali ar-Rassa ha mandato le figlie a studiare dalle suore (ragazze musulmane che vanno a scuola dalle suore, già questo è un affronto) e poi ha fatto venire in casa un insegnante per loro, proprio quel Tahir al-Haddad che pubblicherà un libro sulla necessità dell’emancipazione per le donne. Othman en-Neifer pensa che le donne non debbano studiare affatto, che possano sbirciare il mondo esterno solo attraverso le grate delle finestre. Ma suo figlio ha voluto a tutti i costi sposare Zubaida ar-Rassa e la porta a teatro e ai concerti, con il viso scoperto. Che cosa succede quel giorno di dicembre, quando Zubaida ha dato alla luce il suo secondogenito da pochi giorni? Che il biglietto sia stato scritto da Tahir, è chiaro. Una ridda di ipotesi si sussegue sul contenuto. Il cognato di Zubaida lascia intendere che si trattasse di un appuntamento d’amore. Segue una zuffa tra fratelli, un accapigliarsi tra Zubaida e il cognato, una tragedia su cui mai verrà detta la verità e che avrà conseguenze per sempre.


    Le due serve, le due madri, i due padri, il fratello gemello di Zubaida, la moglie del cognato di Zubaida (era andata gioiosa al matrimonio, che brutta sorpresa la aspettava), il cognato di Zubaida (un infelice le cui tendenze sessuali erano state deviate da una traumatizzante esperienza infantile) e il marito stesso (resteremo stupiti dalla svolta che aveva dato alla sua vita) ci parlano di quel dicembre, in tempi diversi, in contemporanea con i fatti e molti anni dopo quando gli anni dovrebbero avere smorzato i sentimenti (ma non è così e si ha l’impressione di vite sprecate in una paralisi affettiva), e nello stesso tempo si srotola la storia della Tunisia attraverso la seconda guerra mondiale seguita dalla lotta per l’indipendenza e dal governo di Bourghiba, fondatore della Tunisia moderna. Intanto Taher al-Haddad, morto proprio il giorno in cui il suo biglietto veniva consegnato, il grande assente sempre presente in tutte le versioni dell’accaduto, assurge al ruolo di martire- un uomo lungimirante, in anticipo sui suoi tempi, un uomo di cultura, un poeta, un innamorato infelice a cui il padre di Zubaida, con tutto il suo progressismo, aveva riso in faccia quando gli aveva chiesto la figlia in moglie.


    Quando la nipote Hind trova nello scantinato della vecchia casa una borsa il cui contenuto farà luce su quella storia atavica, capirà anche le parole della nonna che si compiaceva della sua bravura nello scrivere. Perché non sono solo le case dei romanzi inglesi ad animarsi e a parlare, parlano anche le case in Tunisia, parla la casa dei nonni che Hind ha voluto acquistare, anche se è in rovina.

    “La casa dei notabili” di Amina Ghenim è stato finalista al prestigioso International Prize for Arabic Fiction. Leggetelo. 

 

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lunedì 16 gennaio 2023

Sujata Massey, “Il principe di Bombay” ed. 2022

                                                      Voci da mondi diversi. India

  cento sfumature di giallo

Sujata Massey, “Il principe di Bombay”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 378, Euro 20,00

 

   Ritorna Perveen Mistry, prima donna avvocato di Bombay che esercita la sua professione con orgoglio sotto l’ala paterna- le sarebbe impossibile aprire uno studio per conto suo, è già abbastanza difficile fare fronte alla diffidenza e allo scherno di cui è oggetto in quanto donna. E un suggerimento, prima di iniziare il libro: non leggetelo aspettandovi un thriller perché sì, c’è un delitto che Perveen dovrà risolvere, anche perché aveva conosciuto la vittima che si era rivolta a lei per un’indicazione proprio il giorno prima di essere uccisa, ma nessun brivido. “Il principe di Bombay” è il ritratto di un’India in fermento un quarto di secolo prima dell’Indipendenza e in un momento delicato- il titolo del libro è ironico perché gran parte della popolazione è ostile alla corona inglese e non è affatto ben disposta nei confronti del principe ereditario Edoardo (passato nell’immaginario come il principe romantico che ha abdicato per amore) che sta per arrivare in visita a Bombay. Edoardo è il Principe del Galles e non il Principe di Bombay.


    È proprio questo il motivo per cui Freny Cuttingmaster, studentessa diciottenne del Woodburn College, si era rivolta a Perveen: ci sarebbero state conseguenze legali se gli studenti del college avessero boicottato la parata in onore del Principe? Ci potevano essere, sì, e Perveen aveva suggerito una facile soluzione: fingersi ammalati e non andare a lezione per non dover assistere al corteo. E poi succede di tutto. Uno studente viene arrestato, divampa la rivolta, i ribelli attaccano chiunque si mostri favorevole alla corona (Perveen stessa viene molestata), E Freny Cuttingmaster viene trovata morta nel giardino del College. È possibile che sia caduta accidentalmente dal balcone? Oppure qualcuno l’ha spinta per farla precipitare?

    La soluzione del mystery intorno a questo delitto ci sarà solo alla fine e lo svolgimento del filone ‘giallo’ è piuttosto lento. L’attenzione della scrittrice è rivolta piuttosto verso la realtà indiana negli anni ‘20 del secolo scorso- l’isolamento della comunità parsi, prima di tutto, con i loro usi e costumi in ogni ricorrenza, la discriminazione culturale delle donne, i forti pregiudizi che impediscono i matrimoni tra uomini e donne appartenenti a caste diverse, per non parlare poi della quasi impossibilità di una unione fra un inglese e una donna indiana (è il caso di Perveen).


Grande importanza viene poi data al filone politico, al messaggio della non-violenza di Gandhi, al sopruso del colonialismo pur riconoscendo quanto di positivo gli inglesi hanno fatto in India, al ribollire della protesta che esplode a tratti sotto un’ apparenza di calma- bisognerà arrivare al 15 agosto 1947 perché l’India acquisti l’indipendenza.

   Un libro che piacerà agli amanti dell’India, da leggere, però, solo se si è interessati a tutte le tematiche che lo rendono diverso dagli altri ‘romanzi con delitto’.






sabato 14 gennaio 2023

Peter Englund, “La svolta” ed. 2022

                                                             vento del Nord

seconda guerra mondiale

Peter Englund, “La svolta”

Ed. Marsilio, trad. Andrea Mazza, pagg. 611, Euro 24,00

 

   1939-1945. Sei anni di guerra. La seconda guerra mondiale, dopo quella che sarebbe dovuta essere l’ultima guerra. “Mondiale”: mai come leggendo “La svolta” dello storico e giornalista svedese Peter Englund ci siamo resi conto di quanto letterale fosse quel ‘mondiale’ che aggiungiamo sempre al termine ‘guerra’. Perché ne “La svolta” trentanove personaggi- tutti veri, alcuni famosi, i più sconosciuti- combattono o ‘vivono’ la guerra su uno scenario letteralmente mondiale, come mostrano le due mappe con le due metà del mondo ad inizio e fine libro in cui un riquadro con un nome e una freccia indica ‘dove’ si trovavano quei trentanove uomini e donne che impareremo a conoscere  in queste pagine, ritornando spesso a guardare le piccole foto che li ritraggono, sempre a inizio libro, per imprimerceli nella memoria.

    Trentanove vite in un mese, novembre, in un anno, il 1942- trenta giorni che ‘cambiarono il destino del mondo’, come dice il sottotitolo, e la chiave di tutto era forse nel rovesciamento della situazione a Stalingrado, mentre Hitler ordinava di continuare a combattere, nonostante le truppe tedesche fossero state accerchiate ed era chiaro che non c’era più niente da fare.


Non sono tutti combattenti i personaggi di cui leggiamo le testimonianze, negli stralci di diari, nelle lettere, nelle poesie, nei resoconti di guerra. Nella nostra metà del mondo c’è il soldato semplice di fanteria a Stalingrado (19 anni!) e la studentessa universitaria ebrea che vive a Parigi, lo scrittore francese Camus e un bombardiere inglese, un maggiore dei paracadutisti italiano che combatte in Africa, una profuga polacca e un ebreo deportato a Treblinka che si salva spacciandosi prima per barbiere e poi per dentista (dentista dei morti, con un raccapricciante compito macabro).


Se questo scenario ci è più familiare, quello dell’altra metà del mondo lo è di meno e ancora una volta ci è utile la mappa per trovare dove si svolse la battaglia di Guadalcanal e dove combatterono il giapponese tenente di fanteria e il sottotenente inglese di solo 22 anni, dove la schiava del sesso coreana lavorava in un bordello per soldati giapponesi in Birmania (nell’appendice sui destini successivi alla guerra apprendiamo che si sposò, non ebbe figli, soffrì di vergogna per tutta la vita e suo marito si suicidò), dove il medico militare inglese, prigioniero di guerra a Giava, si prodigò a salvare molte vite, anche quando finì a lavorare alla ‘ferrovia della morte’ in Thailandia (diecimila persone presenziarono al suo funerale nel 1993). Non manca neppure lo scenario artico per completare il quadro, con le angoscianti battaglie che implicarono sottomarini e siluri e affondamenti e naufragi (Poon Lim, 24 anni, attendente a bordo di un mercantile britannico, rimase per più di tre mesi su una zattera prima di essere tratto in salvo).

    Quello di Englund è un libro unico nel suo genere, proprio perché ci fa vivere la guerra come fatti e come sentimenti, nella reazione di persone che potrebbero essere qualcuno che conosciamo o noi stessi, nei quesiti etici che prima o poi tutti finiscono per chiedersi, dando ognuno una risposta diversa.

In una poesia uno di loro scrive, Ho sparato a milioni di nemici,/ saccheggiato ogni campo, distrutto chiese,/ devastato anime,/ fatto versare lacrime e sangue a ogni madre./ Ho fatto tutto questo.- Non ho fatto nulla./ Del resto ero un soldato.

Un altro, invece, sotto shock dopo aver ucciso per la prima volta, scrive: Sopravvivere in quell’inferno non sarebbe stato facile, ma rimanere umani era cento volte più difficile.

   E poi c’è il vecchio beduino incontrato nel deserto dall’italiano Caccia Dominioni (rientrato in Italia si unì alla Resistenza). Alla domanda di che cosa pensi di quello che sta accadendo, risponde con una parola: takfir, espiazione. E su Caccia Dominioni si abbatte tutto il peso di quella parola che significa masse di innocenti sacrificate ‘alla volontà, all’ambizione, all’interesse di pochi, in questa guerra, in tutte le guerre, come una maledizione’.

   C’è qualcosa di universale, nel libro di Peter Englund, nell’epopea dei trentanove personaggi in un novembre di un anno lontano che potrebbe essere il novembre appena trascorso, con una guerra che solo in apparenza non  è mondiale. Dovremmo imparare dalla lezione della Storia ma non è così.

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mercoledì 11 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, "L'avventuriero" Intervista 2023

 

                                          copyright A. Kaufmann

     Un libro di viaggio ha sempre un fascino tutto suo, sia che faccia tornare alla mente paesaggi visti durante un nostro viaggio o che faccia sognare di scenari e paesi che abbiamo sempre desiderato vedere. Il libro “L’avventuriero” di Gianni Dubbini Venier ha un doppio fascino, perché ci parla di un viaggio nel presente che però segue le tracce di quello fatto da un ragazzo veneziano nel secolo diciassettesimo. Ne parliamo con lo scrittore.

All’inizio del libro racconta come si è imbattuto in Nicolò Manucci e come ha iniziato le ricerche su di lui. Be’, poteva finire lì, poteva pensare ‘che tosto questo ragazzino’. E invece si è letteralmente messo sulle sue tracce. Che cosa lo ha spinto?

    Ottima domanda. Mi ha spinto il desiderio di ripercorrere l’itinerario di un mio conterraneo e poi volevo allinearmi con una tradizione che non è propria del nostro paese, quella della letteratura di viaggio. Ho avuto la fortuna di avere come maestro William Dalrymple- lo conosco dal 2012- e ho avuto un percorso di formazione in Inghilterra, dove mi sono specializzato in archeologia orientale alla SOAS- School of Oriental and African Studies- dell’Università di Londra. Volevo seguire la tradizione del mondo anglosassone seguendo le tracce di qualcuno, ma pensando ad un viaggio nel presente in luoghi caldi del mondo- era il momento della guerra in Siria-, volevo guardare con occhi del presente quello che un viaggiatore vedeva nel passato.

Con la debita differenza di età, si è sentito ‘il doppio’ di Nicolò durante questa esperienza?

    Nicolò aveva quattordici anni, io ero il suo ‘doppio’ e tuttavia non è che io fossi lui o qualcosa del genere, non mi sono immedesimato in lui. Era una guida che andava ricontestualizzata, era un viaggio da adattare al mondo contemporaneo. Per tutti e tre- per Nicolò, per Angelica, la fotografa che mi accompagnava, e per me- è stato un viaggio di formazione. Dobbiamo pensare che nel ‘600 a 14 anni si era già uomini. La carriera del mozzo, del midshipman, iniziava ad un’età molto giovane. In quel senso io, a 27 anni, ero ancora un ragazzino.

È stato un viaggio avventuroso e affascinante su cui ora Le farò una serie di domande:

   qual è stato- se c’è stato- il momento in cui ha avuto più paura per se stesso?


   In Turchia, quando ci fu una serie di attentati dal 27 luglio del 2015 all’agosto dello stesso anno. Il presidente Erdoğan aveva riaperto il conflitto con i curdi e noi stavamo vivendo un momento storico, attraversavamo regioni in un periodo di cambiamenti epocali. Il 4 agosto i guerriglieri curdi del PKK fecero saltare in aria la caserma turca di Doğubayazit. A seguito di questo furono chiuse le frontiere con l’Iran, noi ci trovavamo nella zona orientale e molte strade di quell’area furono fatte saltare, un autobus di turisti fu preso in ostaggio in un posto non lontano da dove ci trovavamo noi- tutto sempre per mano dei guerriglieri curdi. Ci furono poi anche attentati dell’Isis a Sud e altri ancora a Istanbul…

 Qual è stato il tratto più difficile del percorso?

    Per i nervi, il tratto più difficile è stato quello turco dove eravamo esposti ad eventi di un’attualità dirompente. Per il nostro fisico, invece, è stato l’attraversamento della frontiera tra Armenia e Iran. C’era stato l’incidente sul fiume Aras, avevamo dovuto attraversare la frontiera a piedi, con una temperatura di 50 gradi.

 Lo spettacolo che più lo ha emozionato?


    Il monte Ararat, visto dal monastero di Khor Virap, perché quello era finalmente il luogo dove ci ricollegavamo all’itinerario di Manucci. Ce la stavamo facendo, dopo la deviazione causata dai confini blindati tra Armenia e Turchia per le relazioni compromesse dalla questione del genocidio armeno non riconosciuto dai turchi in quanto tale. Un’emozione metafisica causata dal paesaggio, la cima innevata che si stagliava contro il cielo e poi l’euforia di essere vicini al successo del viaggio- non avevamo affatto avuto la sicurezza di poter uscire dalla Turchia.

L’esperienza più ‘strana’ o insolita che ha vissuto?

     La fortuna di vedere gli atleti iraniani che ci hanno concesso di assistere agli allenamenti della loro ginnastica tradizionale, lo zurkaneh, una specie di arte marziale che proviene dal sufi. È stata un’esperienza unica, anche perché, oltretutto, le donne non sono ammesse ed è stata fatta un’eccezione per Angelica.


Di tutte le conoscenze fatte, quale la più memorabile e significativa?

    Il libraio di Isfahan, Iman. Mi ha dato lui stesso il permesso di fare il suo nome, perché racconta la sua esperienza di vendere titoli difficili da reperire in Iran, sottoposti a censura. Non posso dimenticare la sua ospitalità, come gestisce la libreria, con edizioni in farsi di libri come il ‘Candide’ di Voltaire- qualcosa di inimmaginabile, trovare la traduzione in farsi di libri come questo. Certo, c’è anche il Corano tra i libri che vende, ma sta accanto a Woody Allen, al Decamerone di Boccaccio. Non dimenticherò le nostre discussioni, il nostro parlare di quello che succede in Iran. E parlo tuttora con lui. È un’emozione capire meglio quello che succede tramite qualcuno che vive queste esperienze. Non riusciamo neppure ad immaginare che cosa voglia dire essere sempre a rischio di arresto e di tortura per quello che si fa o si dice. Non nei nostri tempi, almeno.

Il luogo dove tornerebbe subito, se potesse?

    Isfahan. Tornerei ad Isfahan, andrei a trovare il mio amico, andrei a rivedere la piazza- Meidan Naqsh-e-jahan in persiano, cioè ‘l’immagine del mondo’, la seconda piazza più grande del mondo, con quella splendida cupola azzurra, e il Chehel Sotoun, il palazzo per ricevere gli ambasciatori stranieri, il bazar…

Chehel Sotoun. il Palazzo delle Quaranta Colonne

Ha qualche rimpianto per qualcosa che non è riuscito a fare?

   No, sinceramente no. Anche la scelta di fare il viaggio in due pezzi ha un suo perché: siamo ripartiti dallo stesso punto. Vorrei ancora andare in India, spero di farlo quest’anno.

Ecco, a proposito di un viaggio in India- ha in programma un altro libro?

     Sì, come ho scritto nel poscritto del libro, vorrei continuare l’itinerario di Manucci nel subcontinente indiano. Lui ha vissuto in un tempo in cui non c’erano ancora le divisioni create dalla colonizzazione con le loro disastrose conseguenze. Io vorrei andare nell’India come l’aveva vista Manucci, senza tener conto delle frontiere, vorrei andare nel subcontinente indiano, nell’India come entità geografica e culturale che nel mondo Mogul di Manucci si estendeva da Kabul al Sud includendo Dacca e Lahore.



martedì 10 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, “L’avventuriero” ed. 2022

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

             romanzo di viaggio

romanzo di formazione

Gianni Dubbini Venier, “L’avventuriero”

Ed. Neri Pozza, pagg. 224, Euro22,00

    Essendo io di poca età e desiderando grandemente di vedere il mondo, poiché i miei genitori non me lo volevano concedere, mi risolsi di partire in qualunque modo che fosse. Perciò sapendo che stava per far vela una tartana, benché no sapessi in qual parte fosse diretta, fattomi animo vi entrai.

Lui, il ragazzino di poca età (14 anni), che scappò di casa per vedere il mondo, si chiamava Nicolò Manucci, era di un’umile famiglia veneziana e correva l’anno 1653. Un paragone con i nostri tempi è impensabile. Di certo ci sono ragazzini che scappano di casa, ma per lo più non sono spinti dal desiderio di vedere il mondo. E’ questa curiosità che ci affascina nell’avventura che ci accingiamo a leggere- perché il significato della parola nel titolo del libro di Gianni Dubbini Venier è il primo riportato dai dizionari della lingua, quello di ‘giramondo’, e non il secondo, di ‘imbroglione, impostore, mercenario’. Così come ci affascina l’impresa del giovane scrittore veneziano che diventa il suo doppio, mettendosi sulle sue tracce e ripercorrendo il suo cammino.

     Gianni Dubbini Venier si è imbattuto per caso in Nicolò Manucci: un giorno di pioggia a Venezia, il riparo dentro il Palazzo Ducale, le grandi mappe geografiche nella sala dello Scudo, i nomi dei viaggiatori del passato in un cartiglio. Ecco Nicolaus Manutius. Le ricerche di Dubbini Venier partono da qui per poi trovare un manoscritto nella Biblioteca Marciana e prendere quindi la decisione di partire. Se ci era riuscito un quattordicenne nel 1653 ad arrivare da Venezia in India, poteva farcela anche lui.


   Nicolò Manucci aveva avuto la fortuna di essere stato preso sotto l’ala protettrice di un aristocratico inglese, Lord Bellomont, la cui meta era la Persia per assicurarsi un appoggio economico in sostegno della monarchia inglese sbalzata dal trono da Oliver Cromwell, nominato Lord Protettore. Neppure Gianni Dubbini Venier viaggerà da solo nel 2015. Lo accompagna la fotografa Angelica Kaufman e ci saranno risvolti da commedia in questa soluzione- sono amici ma dovranno fingere di essere una coppia, forse dovranno infilarsi al dito le fedi nuziali che lo scrittore si è procurato per ogni evenienza, per evitare le accuse di immoralità possibili in un paese teocratico come la Persia e le pene conseguenti. Il programma prevede la partenza da Venezia con una prima tappa a Smirne, per poi proseguire verso lo stretto di Hormuz. Su una cosa Dubbini Venier è determinato- andranno via terra, non ricorreranno a facili soluzioni per aggirare le frontiere prendendo un aereo, si faranno 5000 avventurosi chilometri. E forse era stato più facile viaggiare ai tempi di Nicolò Manucci, perché nel 2015 la Turchia è una polveriera, i nostri due avventurieri moderni devono spesso cambiare programma per evitare i luoghi pericolosi dove ci sono stati scontri o attentati.


    C’è una trepidazione intensa nel rivivere le esperienze del giovane Manucci, nella consapevolezza che alcune cose non sono cambiate affatto in tre secoli, nel restare a corto di soldi proprio come era successo a Manucci e a Bellomont, nel venire derubati proprio come era accaduto a loro, nel posare gli occhi sulla bellezza stupefacente delle cupole di Isfahan, nisf-i-jahan, la metà del mondo, o nel sentirsi travolti dall’emozione sulla pianura di Persepolis, sentendosi sprofondare nella voragine del tempo.


     In realtà non sono in due a compiere il viaggio verso ‘la metà del mondo’ nel 2015. Sono in quattro, perché il ricordo di Nicolò Manucci è sempre con Gianni Dubbini Venier che ne ha studiato il percorso negli archivi di mezza Europa e affianca spesso le sue proprie osservazioni a quelle del ragazzo che lo ha preceduto. E allora il romanzo è un duplice romanzo di formazione, il viaggio ha una duplice valenza per i due avventurieri e trasforma una narrativa aneddotica di avventura in un romanzo storico ricco di informazioni e dettagli che ci fanno rivivere un tempo scomparso mettendolo a confronto con quello di oggi.

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a breve seguirà l'intervista con lo scrittore



venerdì 6 gennaio 2023

Stefan Hertmans, “L’ascesa” ed. 2022

                                  Voci da mondi diversi. Area germanica

                                                              biografia romanzata

seconda guerra mondiale

Stefan Hertmans, “L’ascesa”

Ed. Marsilio, trad. Laura Pignatti, pagg. 374, Euro 19,00

 

      Le case parlano. Le case, come le persone, hanno storie da raccontare, basta saperle ascoltare. E sì, ci si può innamorare di una casa, proprio come ci si innamora di un uomo o di una donna con un ‘colpo di fulmine’, per un dettaglio, per un ‘qualcosa’ che ci fa tremare il cuore.

     È di una casa di Gand che lo scrittore Stefan Hertmans (nato a Gand, nelle Fiandre orientali nel 1951) si innamora, nel 1979. Un glicine che si arrampica sulla recinzione serve come la madeleine di Proust per riportare Hertmans alla sua infanzia e farlo decidere di acquistare quella casa, nonostante sia quasi fatiscente. E ci abiterà per vent’anni prima di scoprirne la storia, insieme a quella di chi l’aveva abitata. Niente meno che un collaborazionista del Terzo Reich, un membro del braccio fiammingo delle SS.

    Si chiamava Willem Verhulst quel vecchio proprietario della casa in cui ora abitava lo scrittore e, per una di quelle strane coincidenze del caso, lui aveva avuto il figlio di Willem, Adrian Verhulst, come professore all’università.


Uno strano personaggio, questo Willem Verhulst sulle cui tracce si mette Stefan Hertmans ricostruendone la vita, tra documentazioni, testimonianze delle figlie e di altri che lo avevano conosciuto, e invenzione letteraria. In seguito ad un attacco epilettico avuto da bambino Willem Verhulst aveva perso la vista da un occhio e portava degli occhiali con le lenti spesse. Doveva esercitare un certo fascino sulle donne perché ebbe tre mogli, dalla seconda delle quali, Mientje, erano nati tre figli. Un uomo inaffidabile come marito e come padre, verrebbe da dire che nascondesse la sua vera vita dietro quelle lenti opache. Perché era stato un acceso nazionalista, difensore della causa dell’indipendenza delle Fiandre, prima di collaborare con i nazisti. Per lui valeva il detto ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, senza alcuna distinzione. A niente era valsa la resistenza fatta dalla dolce Mientje a tutta la prosopopea del nazismo che Willem portava in casa- l’odiata divisa, il saluto a braccio teso, il busto di gesso di Hitler. Mientje sapeva così poco di quello che lui faceva, di come o dove passava le notti quando non rientrava a casa. Poteva solo sospettare con orrore che cosa fossero quelle lunghe liste che il marito compilava o quale fosse la provenienza di tutti quei soldi che lui maneggiava con disinvoltura. Mientje andava in chiesa e pregava per lui, anche quando diventò chiaro che Willem aveva un’amante.


In città Willem era odiato e temuto. A guerra finita Willem Verhulst fu processato e condannato a carcere a vita, anche se poi la pena gli fu accorciata per buona condotta.

    Nel libro di Hertmans la seconda guerra mondiale è vista da una prospettiva diversa dal solito, da un piccolo stato fagocitato subito dalla grande Germania, già diviso internamente tra fiamminghi e valloni, tra chi si era illuso in un appoggio da parte del Reich e chi invece si schierava dalla parte del Belgio. E Willem Verhulst è un ometto preso in un grande ingranaggio. Dopo averlo conosciuto lo disprezziamo, sia per la sua posizione politica, sia per il suo comportamento come uomo, marito e padre. I suoi figli avevano molto sofferto, Adrian (il professore) aveva scritto un libro in cui parlava di lui, “Figlio di un fiammingo ‘sbagliato’”. Una delle due figlie, invece, aveva scritto un libro sulla madre, “Figlia di una madre fantastica”


Perché il personaggio veramente bello del libro è lei, la dolce Mientje, che continua ad essere fedele ad un uomo che non la merita, che si prende sulle spalle il fardello della famiglia, che, poco prima di morire, scrive una preghiera bellissima- Concedimi sufficiente misericordia per ascoltare le sofferenze degli altri./ Cucimi le labbra sulle mie sofferenze anche se il desiderio di elencarle diventa sempre più forte.- scrive, tra le altre suppliche, tutte espressione di un animo generoso.

    “L’ascesa” è il romanzo di un luogo della memoria, un frammento della sofferta storia d’Europa, una storia d’amore.   


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mercoledì 4 gennaio 2023

Zora del Buono, “La marescialla” ed. 2022

                                        biografia romanzata, storia di famiglia


Zora del Buono, “La marescialla”

Ed. Keller, trad. Domenico Mugnolo, pagg. 374, Euro 18,50

 

    Un personaggio indimenticabile. Una donna indimenticabile. E se qualcuno aveva pensato che ben le si addiceva il titolo ‘la Marescialla’, il riferimento al Maresciallo Tito (che lei ammirava) era chiaro.

   Si chiamava Zora del Buono nata Otan, con un nome che rivelava la sua origine slovena, un cognome da ragazza che ricordava gli antenati arrivati dal Friuli, e il cognome da sposata che era quello del marito siciliano, Pietro del Buono (che ad un certo punto avrebbero scritto con Del maiuscolo, rinnegando la piccola nobiltà indicata dalla lettera minuscola), ed era la nonna della scrittrice che ne ha ereditato il nome.

    La storia di famiglia che Zora del Buono ci racconta prende l’avvio dagli inizi del secolo scorso, quando Zora, di soli otto anni, si fa carico dei 3 fratelli minori perché la mamma è scappata di casa. Sarebbe tornata incinta di un quarto fratellino che ovviamente non aveva lo stesso loro padre e, dopo, avrebbe avuto ancora un bambino che Zora avrebbe sentito più come un suo figlio che non un fratello. E tanto più grande sarebbe stata la delusione quando, proprio questo fratello, sarebbe andato a combattere le guerre di Mussolini, in Africa prima di tutto, dove gli italiani avrebbero usato i gas, proprio come gli odiati tedeschi avevano fatto nell’alto Isonzo durante la prima guerra mondiale.


Era stato allora, alla fine di quella guerra, che Zora aveva conosciuto il medico Pietro del Buono dai capelli rossi come tutti i discendenti dei normanni in Sicilia, lo aveva sposato e lo aveva seguito a Bari. Pietro del Buono sognava in grande, era radiologo e mirava ad aprire la prima clinica radiologica al Sud e aveva bisogno di una donna come Zora, che non aveva studiato ma era intelligente, curiosa, aperta alle nuove idee, comunista come lui. E bella di una bellezza tutta sua, con quei tratti quasi scolpiti. Affascinante e carismatica. Quando- molto, molto tempo dopo- uno dei figli la sentirà parlare ad un comizio, non potrà fare a meno di ammirarla, inchiodato ad ascoltarla come tutti quelli che si erano radunati nella piazza di Bari.

   Zora amava il bello, aveva curato nei minimi particolari la costruzione della casa di Bari, amava i bei vestiti, essere servita dalle domestiche, ma erano entrambi, lei e il marito, di una generosità senza pari, pronti ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. E non c’era contrasto, per quanto potesse apparire così, tra questo suo circondarsi di cose belle e il comunismo. Perché comunismo per lei non era un livellamento al basso, ma l’aristocrazia alla portata di tutti.


   Zora non aveva mai dimenticato di essere slovena, era riuscita a far avere armi ai partigiani sui monti di Slovenia, Tito in persona l’aveva abbracciata. E poi Pietro del Buono aveva salvato il maresciallo in più di una occasione. Se era dispotica, Zora, se aveva imposto ai figli di non sposarsi prima dei 40 anni (non le avevano ubbidito), se aveva reso impossibile la vita delle nuore, se l’amato fratello minore era dovuto scappare in America per sfuggirle, se solo il marito (che peraltro l’aveva tradita) riusciva a sopportarla- be’, che cosa ci si poteva aspettare dalla ‘marescialla’? Non si saprà mai fino a che punto si nasca con un carattere o siano i casi della vita a foggiare il carattere.

    La parte finale del romanzo è tristissima- Zora del Buono in una casa di riposo è ancora battagliera, non ha perso niente della sua grinta. Ci dà gli ultimi frammenti di ricordi, ci aggiorna sulla sua famiglia e sul marito, enumera i morti- che strana, quella serie di incidenti automobilistici, che dolore immenso che i figli muoiano prima dei genitori. E’ forse una maledizione? Una colpa da espiare? E comunque il 1980 è la fine di tutta un’epoca, è morto Tito, muoiono Zora e Pietro, restano i nipoti, due di loro hanno il nome della nonna.

    Splendida storia di una famiglia e di un secolo di storia d’Italia e della vicina Jugoslavia (mi riesce difficile chiamarla altrimenti), raccontata con vivacità e con salti temporali che impediscono un calo dell’attenzione.

 Non potremo dimenticare la Marescialla. Da leggere.

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