domenica 22 marzo 2020

Levi Henriksen, “Il lungo inverno di Dan Kaspersen” ed. 2020


                                                               vento del Nord
             romanzo di formazione
             cento sfumature di giallo

Levi Henriksen, “Il lungo inverno di Dan Kaspersen”
Ed. Iperborea, trad. A. Berardini, pagg. 352, Euro 17,50

     Sono andata a cercare su Google dove fosse Skogli, la cittadina (poco più di un paesino, in realtà) dove è ambientato il romanzo “Il lungo inverno di Dan Kaspersen” di Levi Henriksen. Un puntino segna la posizione, in Norvegia vicino al confine con la Svezia, il colore verde della mappa deve indicare che è isolato in mezzo ai boschi. È come immaginavo: leggendo il libro, mi sembrava si adattasse nordicamente al nostro “Cristo si è fermato a Eboli”, senza sole, purtroppo, in un paesaggio di neve che fiocca, con temperature che superano i 20 gradi sotto zero e gelano il corpo e l’anima. Un paesaggio di bianca solitudine che è quella del protagonista, Dan Kaspersen, che ritorna a Skogli poco prima di Natale: ha lasciato passare alcuni giorni dopo essere uscito di prigione, dove ha scontato due anni per spaccio di droga, prima di tornare a casa, dal fratello. Per scoprire che il fratello si è suicidato, senza lasciare nessun messaggio. E Dan Kaspersen non riesce neppure a restare in chiesa fino alla fine della cerimonia funebre. Inizia per lui quello che sembra essere un lunghissimo inverno e invece è il suo tempo interiore che si dilata in un dolore infinito.

       Dan e Jakob, sembravano gemelli, anche se uno era bruno e uno biondo, anche se c’erano due anni di differenza tra di loro. I genitori erano morti in un incidente  e loro due erano sempre insieme, Jakob adorante nei confronti del fratello maggiore. Jakob era quello a cui piaceva il ritmo tranquillo della vita di campagna, badare alla fattoria e all’allevamento di maiali. Dan era quello scalpitante che voleva andarsene da lì, senza sapere dove o a fare che cosa. E poi era stato incastrato da Kristian Thrane che gli aveva affidato il ‘lavoretto’ di consegnare della droga. Dan era finito in prigione- non solo, ormai aveva addosso l’etichetta dello spacciatore, era nel mirino dell’ispettore del corpo di polizia di Skogli che aveva un figlio tossicodipendente. Perciò, quando qualcuno irrompe nella casa dei Thrane e il vecchio nonno di Kristian viene selvaggiamente picchiato, è Dan che è automaticamente sospettato.
      Levi Henriksen ha scritto un romanzo di cui è difficile definire il genere. Perché è un mix di generi diversi- e la sua attrattiva è proprio in questo. Uno dei filoni da seguire è quello dell’indagine poliziesca. È chiaro che Dan è una vittima e possiamo anche immaginare chi ce l’abbia con lui, chi voglia farlo rinchiudere un’altra volta. Non è solo il vecchio Thrane ad essere aggredito, lo sarà anche Dan e scamperà per un soffio alla morte. E il suicidio del fratello? Difficile si fosse ucciso per una delusione d’amore, era da qualche mese che aveva lasciato la gemella di Kristian Thrane con cui era fidanzato (Jakob, fidanzato?). Un’altra narrativa è il filone ‘rosa’- Dan si sente attratto dalla ragazza madre che cerca di riinserirlo nella vita fuori dalle sbarre, ma non sa se abbandonarsi a questo sentimento (e se il padre del figlio di lei fosse Kristian Thrane?).

     Soprattutto, però, il romanzo è un’elegia dell’amore fraterno. Dan ricorda, Dan rimette insieme le memorie del passato, gli tornano in mente episodi dell’infanzia sua e di Jakob, e perfino la comunità pentecostale guidata da suo padre appare in una luce velata di nostalgia.
E in questa narrativa, che è l’autoanalisi di un uomo di trentasette anni che arriva a capire che non si può fuggire sempre, come sarebbe tentato di fare, ha un ruolo importante il personaggio dello zio, un uomo che ha perso entrambe le gambe ma non la voglia di vivere e il senso dell’humour. Un messaggio di positività per tutti.

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giovedì 19 marzo 2020

Dean Koontz, “The Eyes of Darkness”


                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   cento sfumature di giallo

Dean Koontz, “The Eyes of Darkness”
Ed. Headline, pagg. 388, formato Kindle Euro 3,49 (solo 1,99 quando io l’ho comprato. No comment)

      Il romanzo di Dean Koontz, pubblicato per la prima volta nel 1981, dovrebbe uscire in italiano il 20 di marzo con il titolo “Abisso”, pubblicato da Time Crime. Chissà. Forse uscirà prima in ebook. In questi giorni drammatici di pandemia da coronavirus, in cui ogni notiziario è un bollettino di guerra e la sirena delle ambulanze significa soltanto una cosa, mi ha incuriosito questo libro di cui una pagina è circolata in rete- parla di un medico cinese che ha defezionato, fuggendo dalla Cina negli Stati Uniti con l’esemplare di un virus sviluppato nei laboratori di Wuhan. Un’arma perfetta che colpisce solo gli esseri umani. È stato profetico, Dean Koontz?

      Quello del bioterrorismo non è un discorso nuovo e non intendo darvi qui informazioni che si possono trovare in internet. È sempre di internet la notizia che Dean Koontz ha apportato modifiche al suo libro dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nel 1996.
Mentre in clima di Guerra Fredda il nemico era la Russia, la versione originale del romanzo collocava in una cittadina chiamata Gorki Leninskie il laboratorio in cui veniva creato il virus Gorki-400, letale al 100% e dopo solo quattro ore di incubazione. Dopotutto non è una coincidenza che, rimaneggiando la trama, Dean Koontz abbia sostituito Gorki con Wuhan: dal 1951 c’è a Wuhan il maggior istituto di virologia cinese. Dovremmo piuttosto domandarci se è una coincidenza che l’epidemia che doveva trasformarsi in pandemia oggi, nel 2020, abbia avuto inizio a Wuhan e non, per dire, a Shanghai o a Calcutta o a Mogadiscio.
Ho comprato il libro perché mi incuriosiva e costava pochissimo in inglese. E meno male perché, al di là di questo riferimento che ci tocca in modo particolare, non è un grande romanzo e, tutto sommato, la trama è banale e piuttosto prevedibile, sulla scia dei romanzi horror e con fenomeni parapsichici spinti veramente al di là del credibile anche per chi ci crede.
Istituto di virologia di Wuhan
      Tina Evans ha perso il suo bambino due anni prima- un incidente durante una gita con gli scout. Non le avevano lasciato vedere il corpo, le avevano detto che per lei era meglio così. Ora Tina ha la sensazione che Danny sia ancora vivo. Fa dei sogni raccapriccianti, nella stanza di Danny accadono cose che solo la presenza di un Poltergeist potrebbe spiegare. E se fosse che il bambino vuole farle arrivare dei messaggi? Se fosse che vuole farle sapere che è vivo e che ha bisogno di aiuto? Se fosse che la sta chiamando a sé?

     Tina, che si è separata dal marito dopo la morte di Danny, incontra un nuovo amore, un uomo che fa l’avvocato e che era, in passato, nei Servizi. Insieme si metteranno in cerca della verità sull’incidente in cui morirono tutti i ragazzini e i loro accompagnatori. Ovvio che sia una ricerca piena di pericoli perché nessuno deve sapere del laboratorio nascosto nella montagna dove si sperimenta il virus Wuhan-400. Ovvio che Tina e Elliot si lascino qualche morto alle spalle. Ma c’è il piccolo Danny che, in una maniera tutta sua e che Tina riesce ad interpretare, li protegge e li guida.
     Un libro da leggere per curiosità. In un altro momento non lo avrei letto.

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martedì 17 marzo 2020

Daniel Mason, “Soldato d’inverno” ed. 2020


                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                     prima guerra mondiale

Daniel Mason, “Soldato d’inverno”
Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, Euro 18,00, ed. Kindle 9,99

     Febbraio 1915. Lucius è l’unico passeggero a scendere dal treno in una stazioncina semisepolta dalla neve a cinque ore a est di Debrecen, in Ungheria. Un ussaro lo aspetta, con due cavalli. Si avviano verso nord, con la neve che fiocca. “Da qualche parte, laggiù, c’erano Lemnowice e l’ospedale di reggimento della Terza armata nel quale avrebbe prestato servizio.”
      Questo l’inizio del romanzo- stupendo- di Daniel Mason, “Soldato d’inverno”.
Lucius, ventidue anni, è il sesto figlio (quello nato per sbaglio) di una ricca e nobile famiglia polacca che abita a Vienna. Lui si vergogna un poco delle sue origini che cerca di nascondere e, tra lo sconcerto dei genitori, ha scelto di studiare medicina- la sua passione. Allo scoppio della guerra Lucius non è ancora laureato ma si arruola, rendendo felice il padre, che è stato ferito a Custoza e parla di vecchie glorie, e la madre, che è contenta di trincerarsi dietro quel figlio che combatte per l’Impero mentre la loro famiglia si arricchirà durante la guerra con i proventi delle miniere.

     Dire che c’è un ospedale a Lemnowice è un’esagerazione. C’è una chiesa convertita in ospedale, con un grande foro nel soffitto e un cratere nel pavimento. C’è un tavolo operatorio formato da due panche accostate. Una suora (l’ultima infermiera rimasta) lo riceve con un fucile in mano. C’era un dottore, forse è impazzito e comunque è scappato. Nessun libro di testo aveva preparato Lucius a quello che lo aspetta, tanto più che l’unica volta che aveva messo le mani su un paziente era stato per levargli un enorme tappo di cerume da un orecchio. Arti da amputare, mandibole mancanti, ossa craniche spaccate- per elencare alcuni casi. Oltre a quel male che verrà poi chiamato Stress Post Traumatico, che rendeva i soldati catatonici, che li faceva urlare in preda agli incubi nella notte. Era una fortuna che Lucius si fosse fratturato un polso alla partenza, anche se allora aveva maledetto la sua caduta sul ghiaccio. Così poteva affiancare Sorella Margarete e imparare da lei che chissà da chi aveva imparato. Sembrava sapere tutto, era capace di fare tutto, segare e amputare, ricucire e diagnosticare, sempre presente, infaticabile, serena e perfino allegra, energica e dolce. Combattono insieme, Margarete e Lucius, la loro guerra contro la Grande Mietritrice che può nascondersi anche sotto l’aspetto dei temutissimi pidocchi o dei ratti. Strappano alla morte i soldati che continuano ad essere scaricati in quella chiesa-ospedale per poi assistere impotenti a vederseli portare via per essere rimandati al fronte, ad una seconda morte. E c’è un soldato che Lucius si rifiuta di consegnare. Doveva aver subito qualche indicibile trauma, a giudicare dalle condizioni in cui era arrivato. Aveva fatto il suo bene, Lucius, a trattenerlo? È questo un punto chiave della trama, quello che dà una svolta al romanzo, insieme al prevedibile cambiamento nei rapporti tra Lucius e Margarete.

       Ogni pagina, ogni parola del “Soldato in inverno” è puro piacere. L’ambiente elegante della Vienna asburgica, così come l’approccio antiquato alla medicina del vecchio professore di Lucius sono descritti con lieve ironia; il viaggio dell’inesperto Lucius prima e quello di un paio d’anni più tardi sembrano uscire da un libro di avventure, scritto però da qualcuno che ha l’occhio del poeta o dell’artista nel vedere i colori del bosco o i voli del corvo o nel sentire il rumore della neve che cade; l’empatia di Lucius nei confronti dei soldati feriti, la leggerezza delle sue mani sul loro corpo, la dedizione con cui si prende cura di Margarete dopo la sceneggiata da lei fatta per impedire un altro rastrellamento di soldati, fanno di lui un personaggio che amiamo e che vorremmo vedere felice. Quanto a Margarete- è indimenticabile, è unica, capace di imbracciare il fucile e di incredibile dolcezza. E ci riserba delle sorprese, compresa quella del finale che riequilibra tutto, che porta la pace interiore in un mondo che sta gustando la pace dopo quattro anni di guerra.

      Un libro bellissimo. Un romanzo di formazione in cui il rito di passaggio all’età adulta non è una sola morte ma una carneficina, una storia di guerra e una grande storia d’amore. Di Amore vero.

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la recensione sarà pubblicata sul sito www.stradanove.it



lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus 2020


                                                   Emergency


Khajuraho 16 marzo 2019
La foto è dello scorso anno. Non ho voluto mettere una foto di Milano, tristissima e vuota. Ho fatto ricorso a quello che Wordsworth definiva "that inward eye which is the bliss of solitude"- quell'occhio interiore che è la benedizione della solitudine. Benedetta sia la memoria delle cose belle.

     Non mi piace mettere dei post personali su questo, che è un blog in cui si parla di libri. Ma è un momento speciale, un momento che si è dilatato nel tempo e che ci ha fatto perdere la nozione del tempo interrompendo ogni nostra routine.
   È più di una settimana che non metto piede fuori casa, dovrei avere tanto tempo libero per leggere e aggiornare il blog. Invece non l’ho fatto e volevo chiedere ai miei lettori di pazientare se non lo farò con regolarità. Ho la strana sensazione di stare vivendo dentro il peggiore romanzo distopico che abbia mai letto ed è questo romanzo che mi distrae.
    Peraltro combatto come posso questa guerra dove il nemico è invisibile. Sono convinta che ci voglia un’autodisciplina giornaliera per non lasciarsi andare alla deriva. Forse manco di concentrazione ma la mia giornata inizia con esercizi di ginnastica, prosegue con lavarsi e vestirsi di tutto punto, con collana e orecchini come se dovessi incontrare qualcuno, per dedicarmi poi a rispolverare il tedesco (la lingua straniera che so meno) prima di proseguire con le letture dei libri di cui vi parlerò. Il pomeriggio è dedicato a seguire online i nipotini, uno dopo l’altro- e sono cinque in età scolare-, aiutandoli con i compiti e le lezioni, sostituendomi agli insegnanti che, purtroppo, non fanno quello che dovrebbero.
    Termino con parole di augurio per tutti. Perché usciamo rafforzati da questa prova. Perché sia occasione di riflessione. E cercherò di essere più puntuale nel proporvi suggerimenti di lettura.
   

sabato 14 marzo 2020

Katharine Burdekin, “La notte della svastica” ed. 2020


                                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                      distopia


Katharine Burdekin, “La notte della svastica”
Ed. Sellerio, trad. Alfonso Geraci, pagg. 323, Euro 15,00

      No, questo non è semplicemente ‘un altro’ romanzo distopico sul nazismo, ‘un altro’ libro che prospetta un mondo in cui la Germania ha vinto la guerra- e il nostro primo pensiero va alla “La svastica sul sole” di Philip Dick. La singolarità de “La notte della svastica” è, prima di tutto, nel fatto che è stato scritto nel 1937, precedendo di ben due anni la prima mossa aggressiva dell’esercito nazista. E, secondariamente, nel fatto che sia stato scritto da una donna che ha pubblicato a lungo le sue opere sotto lo pseudonimo maschile di Murray Constantine e che ha dato un’impronta decisamente femminile alla sua distopia, in un’anticipazione della prospettiva da cui Margaret Atwood ha scritto “Il racconto dell’ancella”.
     È il 720 dopo Hitler. Dopo la vittoria sugli alleati, Germania e Giappone si sono spartite il mondo- alla Germania l’Europa e l’Africa, al Giappone l’Asia e l’America. Una nuova teologia impone di credere in Hitler che non è ‘nato’ come tutti i mortali ma è ‘esploso’e in una divinità chiamata il Tonitruante. La Storia è stata ritoccata (come nell’altro regime totalitario in “1984” di Orwell) perfino in quello che sembrerebbe un dettaglio irrilevante- alla statura di Hitler sono stati aggiunti una cinquantina di centimetri: poteva un semidio essere piccolo e insignificante?

    L’inizio è una cerimonia della nuova religione in cui si recita la nuova versione del Credo (in Dio il Tonitruante…e nel Suo Figlio, il nostro Sacro Adolf Hitler…) e si elencano le leggi che stabiliscono una graduatoria, Come un uomo è superiore alla donna, così un nazista è superiore a ogni hitleriano straniero…I nazisti, dunque sono la razza eletta in questa nuova società, i Cavalieri sono i loro ‘capi’, gli inglesi vengono dopo, i cristiani sono ghettizzati come lo erano gli ebrei durante il nazismo- gli ebrei sono scomparsi, si dice che siano stati assimilati dalle altre nazioni dove non sia stata fatta ‘piazza pulita’- e in fondo, ma proprio in fondo, ci sono le donne che stanno solo uno scalino sopra ai vermi. Disprezzate perché prive di intelligenza e pronte ad adattarsi a qualunque volontà maschile, vivono in un enorme recinto e servono solo a fare figli che non possono neppure veder crescere: a diciotto mesi i maschietti vengono loro sottratti, soltanto le femminucce- una vergogna- restano con loro.
    
Ad un inglese intelligente che ha avuto il permesso di compiere un pellegrinaggio in Terra Santa (la Germania, dove la Mecca è l’Aeroplano Sacro) spetta il ruolo del rivoluzionario che programma di distruggere la Società Hitleriana. È a lui che un Cavaliere affiderà un testo tramandato da padre in figlio nella sua famiglia, un libro scritto in segreto dal Cavaliere von Hess (ha lo stesso nome del molto discusso Rudolf Hess che volò in Scozia per proporre un armistizio) in cui c’è l’intera vera Storia ricostruita a memoria prima che se ne perdesse ogni ricordo dopo il rogo di tutti i libri. È in questo libro, che l’inglese dovrà nascondere e custodire, che si può apprendere l’origine della trasformazione delle donne- è incredibile, le donne che sono adesso così brutte, mortificate in rozzi abiti marrone, una volta lavoravano perfino, abitavano insieme ai ‘mariti’ e ai figli, erano gloriosamente belle come la ragazza bionda con le trecce che appare accanto a Hitler in una foto preziosa conservata nel libro.
Rudolf Hess

     È un romanzo che anticipa i temi di molti libri, “La notte della svastica”, che stupisce per la perspicacia con cui la scrittrice ha visto il rapporto tra violenza e sessualità, ha capito il ruolo di ‘fattrice’ che nazismo e fascismo avrebbero riservato alle donne, ha messo in guardia dal pericolo di sottomissione adorante.
Se il libro ha un difetto, è quello di aver affidato il suo messaggio, più che al comportamento dei personaggi, a lunghi dialoghi tra il Cavaliere che potrebbe essere accusato di tradimento e l’inglese che trama il tradimento e la ribellione.

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venerdì 6 marzo 2020

Florencia Etcheves, “Scomparsa” ed. 2020


                                                    Voci da mondi diversi. Argentina
                                                           cento sfumature di giallo


Florencia Etcheves, “Scomparsa”
Ed. Marsilio, trad. Valeria Raimondi, pagg. 318, Euro 18,00

    Un inizio che ci sconcerta. Sembra essere incongruente, tranne che per il dettaglio che ha a che fare con la morte: una donna con l’hobby dei necrologi ne legge uno che colpisce la sua attenzione. Aveva dimenticato che era il 15 di aprile: da dieci anni, quel giorno, compariva un necrologio in memoria di una ragazza che era scomparsa. Cornelia Villalba, la metà della tua assenza è amore- dicono le righe pubblicate quel giorno. E la donna, che ritaglia il necrologio per metterlo nella scatola dove raccoglie la sua collezione, andrà alla messa funebre in memoria di Cornelia.
     Dieci anni prima la quindicenne Cornelia Villalba era scomparsa durante una gita scolastica in Patagonia. Erano con lei un’insegnante e altre quattro ragazze della scuola molto esclusiva che frequentava. Ora, durante la messa in sua memoria, le ragazze che ormai sono delle donne sono tutte presenti- una fa la psicologa, un’altra è giornalista, una è sposata e ha un bambino, una è nella squadra omicidi. La madre di Cornelia non si è mai rassegnata- è convinta che sua figlia sia ancora viva. Al centro della chiesa un grande ritratto di Cornelia. Sappiamo presto tre cose che mettono in moto la trama- che non è stata la famiglia a mettere in mostra la foto di Cornelia in chiesa e tantomeno a pubblicare ogni anno il necrologio. E succede che viene ucciso il prete che ha officiato la messa e con cui aveva parlato Manuela (l’agente di polizia che le compagne chiamavano Pipa al tempo della gita) dopo che la madre di Cornelia l’aveva incaricata di riprendere in mano il caso.

    La storia della ragazza scomparsa si srotola tra il passato e il presente, tra il racconto degli antefatti- la gita, le scaramucce tra le compagne, la descrizione della locanda in cui erano alloggiate e della famigliola che le aveva accolte (la madre, un figlio dal bel fisico aitante e una ragazzina ritardata), la serata fatale in cui erano tornate in quattro dal bar dove erano andate all’insaputa della professoressa- e il presente dove molti nuovi personaggi vengono introdotti. Sono uomini senza scrupoli comandati da un uomo conosciuto con il nome de ‘l’Egiziano’ (perché mettere uno straniero arabo a capo della banda?- è uno dei dettagli poco credibili di questo libro) che guida un traffico di droga e di tratta delle donne.
    
Il ritmo del romanzo è serratissimo- è un vero page-turner anche se non ci riserba molte sorprese perché sono tanti gli indizi disseminati lungo la trama per capire che cosa è successo e per indovinare l’identità di un personaggio misterioso che vediamo, di sfuggita, in chiesa, all’inizio. E, nonostante i difetti di alcuni dettagli piuttosto incredibili, “Scomparsa” (da cui è stato tratto un film, “Perdida”- un titolo perfino migliore perché implica molto di più riguardo a Cornelia) è romanzo di genere allo stesso tempo bello e terribile. Bello perché ha le caratteristiche che richiediamo ad un thriller- incluso la forte tensione quando temiamo per la vita della poliziotta Manuela, nelle mani di gente per cui la vita non ha assolutamente alcun valore- e terribile perché fa luce su una delle orrende piaghe della nostra società, senza lasciarci nessuna illusione riguardo ai metodi che vengono usati con le donne rapite e trasformate in schiave del sesso in un processo di sottomissione fisica e psicologica.
Ci piacerebbe poter dire, ‘ma è solo un romanzo, non è possibile che queste cose succedano veramente’. Florencia Etcheves, però, è giornalista di cronaca nera e penso che, purtroppo, abbia conoscenza di prima mano dell’argomento di cui ci parla.


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martedì 3 marzo 2020

Igiaba Scego, “La linea del colore” ed. 2020


                                                          Casa Nostra. Qui Italia
                                                           biografia romanzata
  la Storia nel romanzo

Igiaba Scego, “La linea del colore”
Ed. Bompiani, pagg. 384, Euro 19,00

     Roma, 1 febbraio 1887. Arriva la notizia dei 500 italiani morti a Dogali, in Africa Orientale. La gente neppure sapeva dove fosse Dogali e che cosa ci facessero lì gli italiani. E però sapevano che erano stati dei negri a massacrarli- neppure li sfiorava l’idea che quei negri fossero dei patrioti che difendevano la loro terra.
      Quel primo di febbraio Lafanu Brown, pittrice americana con madre chippewa e padre haitiano, si era trovata  a passare per caso da piazza Colonna dove era stata presa di mira da una folla in cerca di un capro espiatorio. Non era la prima volta che Lafanu era vittima di un attacco razzista. Più di vent’anni prima, in America, era andata all’Opera con le compagne della scuola che frequentava- il ricordo della notte che era seguita e della violenza subita era indelebile nella sua memoria. Ed ora tutto si ripeteva. A Roma. La città che era stata la meta dei suoi sogni. Città d’arte idealizzata dove la bellezza si rivelava ad ogni sguardo.
Sarah Parker
      In una seconda narrativa che si alterna alla prima in cui Lafanu racconta la sua vita all’uomo che l’ha portata in salvo da piazza Colonna, la protagonista e voce narrante è una ragazza dei nostri giorni. Si chiama Leila, figlia di una coppia somala fuggita a Roma dalla dittatura di Mogadiscio, insofferente nei confronti dei genitori sempre disponibili ad ospitare i profughi dalla Somalia. Finché un giorno, ospite di un’amica che l’ha invitata per la sagra dell’uva a Marino, vede la fontana in piazza Matteotti, quella dei quattro mori incatenati. E, nell’allegria generale, Leila ha una sorta di epifania. Non riesce a staccare gli occhi da quelle statue che hanno la pelle nera come la sua, dalle due donne che hanno i capelli ricci e intrecciati come i suoi. E che stanno soffrendo, hanno paura, sembrano chiedere il suo aiuto. È in quel momento che decide che diventerà curatrice d’arte, per aiutare gli altri a ‘vedere’ quello che il mondo ha da offrire.

     Un filone nell’800 e uno a noi contemporaneo, due donne di colore ognuna con la loro storia. Lafanu ci parla di umiliazioni continue, della gratitudine dovuta alla benefattrice che si era presa cura di lei, dell’abolizionismo in America, dell’amore per un grande leader dalla pelle scura come la sua, della sua arte che non era disposta a sacrificare neppure in nome dell’amore. Dell’Europa infine. E dell’Italia, di Roma conosciuta attraverso i libri. Da Leila apprendiamo invece la straziante vicenda della cugina che aveva cercato di fuggire dalla Somalia, che sperava ingenuamente che i soldi le potessero comprare un passaggio per la libertà, che era tornata spezzata da un’esperienza per il cui orrore non c’erano parole.
     
Edmonia Lewis
Igiaba Scego intreccia queste due storie di cui la prima è la più valida e interessante. Una postfazione ci illumina sul retroscena del romanzo- era chiaro che la cittadina di Salenia in cui è cresciuta Lafanu rispecchiava Salem nel Massachussets, famosa per i processi alle streghe del 1692 nonché per essere l’ambientazione de “La lettera scarlatta” di Hawthorne. Non conoscevamo invece le due donne che hanno ispirato il personaggio di Lafanu Brown- l’ostetrica nera Sarah Parker Remond, attivista per i diritti umani, nata a Salem e morta a Roma nel 1894, e la scultrice Edmonia Lewis, nata a New York e morta a Londra nel 1907. Forse Sarah e Edmonia si erano conosciute, chissà. Di certo la loro Roma non era quella di Leila. L’Italia non aveva ancora sperimentato l’arrivo di massa dei migranti, non si era ancora irrigidita nel razzismo. Che è sempre stato latente- i quattro mori incatenati ai piedi del granduca di Toscana nel monumento di Livorno, gli altri quattro della fontana indicata da Leila a Marino, le figure di negretti spaventati che appaiono in tanti quadri, ne sono la prova.
      Bello anche il titolo del romanzo, “La linea del colore” che è quella segnata dal pennello della protagonista ma è anche la linea di demarcazione tra bianchi e neri.

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