mercoledì 17 aprile 2019

Carmen Korn, “E’ tempo di ricominciare” ed. 2019


                                       Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                       saga


Carmen Korn, “E’ tempo di ricominciare”
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 563, Euro 17,00

     Amburgo. Käthe, Henny, Ida, Lina. E’ il 1949. Non è solo la città che deve risorgere dalle macerie e mettersi alle spalle la guerra, con tutti i suoi orrori, le sofferenze, le perdite, le colpe. Anche le quattro protagoniste della trilogia di Carmen Korn, iniziata con “Figlie di una nuova era”, devono tirare le somme, benedire la buona sorte che le ha tenute in vita e decidere del loro futuro. Quella che ha sofferto di più è Käthe- lei e la madre sono state arrestate per una delazione, la madre non è sopravvissuta al campo di concentramento, Käthe forse sì, forse è tornata, Henny è sicura di averla vista, di sfuggita. Quanto a Rudi, il marito di Käthe, di lui non si sa nulla, nonostante le ricerche fatte fare tramite la Croce Rossa dal padre, diplomatico italiano. Si sa che era in un campo negli Urali, ma se ne sono perse le tracce. Henny si è separata dal marito che ha reagito malissimo quando il figlio ha detto loro che gli piacevano i ragazzi. E però può contare sull’amore costante del dottor Unger. Ida e l’amore della sua vita, il cinese Tian sposato in seconde nozze, hanno una bambina, la bellissima Florentine dal fascino esotico che diventerà poi modella. E Lina fa coppia fissa con Louise: apriranno una libreria a cui daranno il nome del grande amico ebreo, l’indimenticabile dottor Landmann che si è suicidato.
    Questi sono i protagonisti principali, ma se ne aggiungono altri che non erano presenti nel primo volume della saga: un giovane musicista con una malattia autoimmune che diventerà il compagno di Klaus, figlio di Henny; un altro uomo aitante, nonostante abbia perso un occhio nella campagna di Russia, che intreccerà una relazione con Florentine. E naturalmente è vero che Käthe è ancora viva e riabbraccerà il suo Rudi.

    Una saga si basa sui personaggi e sulle storie che li collegano, che si srotolano nel tempo e che li coinvolgono- alti e bassi del lavoro, soddisfazioni e frustrazioni, amicizie, problemi psicologici (Rudi non riesce a dimenticare gli anni in Russia, il compagno di Klaus non si perdona di aver abbandonato la famiglia, morta durante un bombardamento, per andarsene in America) e di salute fisica, e amore, naturalmente. C’è tanto di tutto questo, nel romanzo di Carmen Korn. La scrittrice ha un’inventiva straordinaria nell’aggiungere piccoli e grandi fatti alla vita di ogni personaggio. Ci potrebbe stancare un poco, a volte ci pare che non ci sia molto spessore nei protagonisti, ci sembra che tutto sia suffuso di una luce troppo rosata, perché anche i contrasti occasionali vengono risolti con pacatezza, senza drammi. Gli amori sono per sempre, le amicizie pure. 

E tuttavia c’è qualcosa che ci piace molto in questo romanzo ed è la tela di fondo, il passare del tempo- i salti temporali sono di due anni in due anni- che è segnato da titoli di film, da canzoni, da grandi fatti che ricordiamo. Sinatra e poi i Beatles, Marilyn Monroe e Kennedy. I carri armati in Ungheria e la guerra fredda. Il muro di Berlino. Mary Quant e la pillola. La crisi di Cuba e l’inizio della guerra in Vietnam. Lo sbarco sulla luna e le rivolte studentesche del ‘68. Ho ritrovato perfino il piccolissimo dettaglio del nome di un negozio di Sanremo dove si vestiva la società ricca della Liguria e dove fa acquisti il padre di Rudi. 
E’ questo sfondo che aggiunge qualcosa di molto valido al romanzo. E’ come vedere un cortometraggio in bianco e nero degli anni tra il dopoguerra e il boom economico.

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domenica 14 aprile 2019

INTERVISTA A DRAGO HEDL, autore de “Il segreto di Maša” ed. 2019


                                      Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                      cento sfumature di giallo


     E’ tornato Drago Hedl, il cavaliere che combatte il drago dalle mille teste, lo scrittore croato che denuncia nei suoi romanzi la corruzione degli uomini politici, della magistratura, della polizia. E’ tornato con il secondo romanzo della trilogia che ci porta nel cuore nero delle alte sfere croate. E parliamo ancora con lui, in attesa del terzo libro conclusivo, l’affondo che ristabilirà ‘l’ordine’ (almeno sulla carta).

Dopo aver letto il secondo libro della Sua trilogia, ho avuto l’impressione che il primo, “Silenzio elettorale”, fosse una sorta di introduzione a quello che intendeva dire, e che il secondo, “Il segreto di Maša”, ci porti nel ‘cuore delle cose’. Il terzo sarà quello decisivo che risolve tutte le domande e porta i colpevoli allo scoperto?
     Ho immaginato la trilogia proprio come ha detto Lei: nella terza parte che sto terminando ora tutto troverà una soluzione. E accadrà a Kiev, in Ucraina. Ma naturalmente non Le dirò come. Se lo facessi, sarebbe come in una vecchia barzelletta. Un tizio era arrivato in ritardo al cinema, il film era già iniziato, così la maschera lo aveva aiutato a trovare un posto al buio. Si aspettava una mancia, ma lui non le aveva dato nulla. Allora lei, arrabbiata, gli aveva detto: ‘Voglio che Lei lo sappia, l’assassino è il giardiniere.’

Confesso la mia ignoranza di politica croata e non sono in grado di capire ciò a cui Lei accenna- sotto i nomi falsi che Lei dà loro nei suoi romanzi, ha in mente delle persone ben precise? Voglio dire, c’è una persona vera dietro Horvatić e Bagarić e Babić?
      Horvatić, Bagarić e Babić, i personaggi negativi nei miei tre romanzi, assomigliano molto ad alcuni uomini politici in Croazia. Comunque, descrivendoli, non avevo in mente nessun uomo politico in particolare. Tuttavia alcuni fatti nel romanzo, specialmente nel primo, “Silenzio elettorale”, sono accaduti realmente. Le ragazzine minorenni dell’orfanotrofio di Osijek, la città in cui abito, sono state coinvolte in una catena di prostituzione, e fra i clienti c’erano alcuni uomini politici. Ne ho scritto in quanto giornalista. Purtroppo il crimine e la corruzione non sono rari fra i politici croati. Il fatto che l’ex primo ministro sia attualmente in prigione, e che alcuni ministri e parlamentari siano pure stati in prigione, ne è una conferma.
Osijek

In “Silenzio elettorale” il palcoscenico dell’azione era diviso tra Osijek e Zagabria, qui Lei allarga lo sfondo e c’è uno spostamento continuo tra Osijek e Belgrado, tra Croazia e Serbia. Ho la sensazione che Lei voglia dire qualcosa ai lettori- il legame fra le due nazioni è strano: i ricordi del passato sono stati sostituiti da nuovi interessi?
     Sì, la situazione è piuttosto paradossale. Anche se è passato un quarto di secolo dalla guerra, i rapporti politici tra la Croazia e la Serbia sono ancora molto tesi. Si potrebbe perfino dire che sono ostili. Ma la mafia di entrambi i paesi, invece, coopera molto bene. E la collaborazione è iniziata subito dopo la guerra. Le due mafie sono state le prime a stabilirla. E’ risaputo che alcuni noti membri della mafia serba avevano passaporti croati. Li comperavano nel consolato croato a Mostar, in Bosnia Erzegovina. Alcuni famosi criminali serbi si sono nascosti in Croazia. Anche se molti fatti nel romanzo sono frutto di invenzione, la loro collaborazione è reale.

Ci sono due filoni da seguire ne “Il segreto di Maša”. Uno è, per così dire, più privato perché riguarda i misfatti di un personaggio, il secondo ha un campo d’azione più ampio perché porta al traffico d’armi. Come sono collegati questi due filoni? E il traffico di droga è diventato meno importante di quello d’armi? 
      In apparenza queste due storie sono separate. Ma nel romanzo si fondono in una sola storia. L’ascesa politica di Ivan Horvatić (il personaggio negativo principale) sarà collegata al traffico d’armi. In questo commercio, quello del contrabbando di armi, sono molto spesso coinvolti uomini politici. Con le droghe ci vanno più piano. Ma il traffico d’armi non è meno redditizio di quello della droga. Il personaggio negativo principale del romanzo, Horvatić, raggiunge la posizione di Ministro degl Interni nel terzo libro della trilogia. Questo gli permette due cose: impedire un’inchiesta sui crimini da lui commessi e intraprendere il lavoro remunerativo del traffico d’armi. Una faccenda di contrabbando di armi lo porta in Ucraina dove accadranno delle cose che gli costeranno la carriera politica e lo faranno finire in prigione. In Croazia non sarebbe mai stato possible, neppure in un romanzo: chi può arrestare il Ministro degli Interni?
Belgrado

    La mafia serba e quella croata sembrano essere molto forti nei suoi romanzi. Stanno soppiantando la mafia italiana? Sono forse collegate anche alla mafia italiana? Si sono divise i campi di interesse?
      La mafia serba e quella croata non sono collegate solo nel mio romanzo. Lo sono anche, e strettamente, nella realtà. Non voglio sottostimare la mafia italiana, ma penso che i vostri criminali potrebbero imparare molto dai nostri. Nel romanzo non c’è alcuna cooperazione tra le mafie croata e serba e quella italiana, ma naturalmente ciò non significa che tale cooperazione non esista. Ho letto proprio adesso che il vostro ex ministro Giancarlo Galan lavava denaro in Croazia. I suoi soldi sono stati trovati in una banca croata. Se si facessero ricerche negli affari delle banche in Italia, chissà, forse verrebbe fuori che qualche ministro croato ha ripulito soldi in Italia. Forse Ivan Horvatić, perchè no?

Il sistema della ‘vostra’ mafia è lo stesso di quella italiana? Hanno gli stessi metodi?

   Sembra che le due mafie, la ‘vostra’ e la ‘nostra’, siano simili, perché sia in Italia sia in Croazia, a volte non è facile trovare la linea di separazione tra criminali e alcuni uomini politici. ‘La mafia classica’ è fuori moda. Il furto in banca vecchio stile è stato superato dai tempi. I metodi della ‘nuova’ mafia sono sofisticati. Perché affrontare i pericoli di una rapina classica a mano armata, quando ci sono dei metodi più facili ed efficaci? La politica apre le porte e la mafia entra. Senza sparare, senza morti, senza auto della polizia. Alla fine si condivide il bottino e sono tutti soddisfatti.


Nel romanzo sembra che la vita sia molto pericolosa per un giornalista di inchiesta. E’ questa la Sua esperienza personale? Ha avuto problemi da quando ha pubblicato i suoi romanzi?
      Sono stato per due volte sotto protezione della polizia, quando mi sono occupato di inchieste pericolose. Hanno giudicato che la mia vita fosse in pericolo a causa delle minacce che avevo ricevuto. Però non ho avuto problemi con la pubblicazione dei miei romanzi criminali. Se io avessi fatto il vero nome di Ivan Horvatić, l’uomo politico associato alla mafia, mi sarei potuto aspettare dei guai. Ma a chi interessa Ivan Horvatić, uomo politico di un romanzo, frutto della mia immaginazione? Forse qualcuno si è riconosciuto nei personaggi dei miei romanzi, forse i lettori hanno pensato: ehi, ma io so chi è quel Horvatić! Ma il vero Ivan Horvatić se ne starà zitto, naturalmente. Non dirà mai che Drago Hedl ha pensato a lui quando scriveva I suoi romanzi. I tipi come lui sono furbi. Più furbi di tutti noi.

Mi incuriosisce il titolo del terzo romanzo, “Pollo alla Kiev”, che- come mi ha detto nella intervista precedente- non ha nulla a che fare con una ricetta culinaria. Senza rivelare nulla, mi può dire in breve perché porta l’azione in Ucraina? Mi stuzzica l’idea di un altro scenario doppio.
Kiev
      All’inizio del romanzo “Pollo alla Kiev” c’è un momento in cui l’ispettore di polizia Vladimir Kovač e la sua collega e compagna Vesna Horak, esperta forense, si divertono a preparare un piatto chiamato Pollo alla Kiev. Naturalmente questo non è il motivo per cui ho intitolato il romanzo “Pollo alla Kiev”. Come ho già detto l’uomo politico Ivan Horvatić verrà a Kiev per incominciare un commercio di contrabbando d’armi con nuovi soci in Ucraina. Ma, come sappiamo dai due precedenti romanzi, ha un’ossessione per le ragazze giovani. Ne incontrerà alcune a Kiev. Mi spiace ma, a questo punto, non posso dire altro.

la recensione e l'intervista saranno pubblicate anche su www.stradanove.it
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sabato 13 aprile 2019

Drago Hedl, “Il segreto di Maša” ed. 2019


                                            Voci da mondi diversi. Penisola balcanica        
                                                       cento sfumature di giallo


Drago Hedl, “Il segreto di Maša”
Ed. Marsilio, trad. Estera Miočić, pagg. 276, Euro 17,00
    
     Osijek, capitale storica e culturale della Slavonia, quarta città della Croazia. Ci siamo già stati, nel precedente romanzo di Drago Hedl, “Silenzio elettorale”. Ricordiamo l’ispettore Vladimir Kovač e il suo ‘doppio’, il giovane giornalista d’inchiesta Stribor Kralj. L’ispettore incorruttibile e il giornalista che sfiora la morte nella sua passione per la verità. “Silenzio elettorale” era il primo di una trilogia di romanzi, una sorta di introduzione a quella che si rivela sempre più voler essere una denuncia, nascosta (e neppure tanto) sotto forma di romanzo, del sistema di corruzione malavitosa in tutte le sfere del potere.
    Un uomo, chiaramente con disturbi mentali, tiene d’occhio una bella ragazza bionda che corre ogni sera lungo l’argine del fiume.
    Vladimir Kovač riprende servizio dopo essere stato in pericolo di vita (gli avevano sparato durante l’indagine precedentemente in corso), ma il nuovo capo della polizia non se ne rallegra affatto.
   Stribor Kralj, che sta per diventare padre, vuole scoprire chi ci fosse dietro il suo rapimento quando cercava di appurare la ‘vera’ verità sulle ragazzine uccise (il caso di “Silenzio elettorale”)- le tracce lo portano a Belgrado e gli rivelano un grosso traffico d’armi.
    La bella ragazza bionda viene ritrovata morta. In apparenza è stata investita da un’auto mentre faceva jogging. Fin da subito né Kovač né Stribor credono a questa versione dei fatti.
    E c’è un nome che ritorna sempre, quello di Horvatić, l’uomo politico che era stato incriminato per l’assassinio delle due ragazze in “Silenzio elettorale” e che ora esce di prigione- recita la parte della vittima, Horvatić: è stato accusato ingiustamente (il suo avvocato è il padre di Maša, la jogger bionda), la sua candidatura alla carica di Ministro degli Interni è inamovibile (la gente dimentica in fretta, si sa), mentre l’avvocato punta alla nomina di Presidente della Corte Suprema.
Osijek
   E poi il voyeur, l’uomo a cui piaceva guardare Maša correre e che aveva iniziato a mandarle messaggi erotici sul cellulare, si impicca nella sua cucina. O meglio, viene trovato impiccato. Il colpevole è servito su un vassoio d’argento. Perché mai Kovač  si intestardisce a proseguire le indagini e va a interrogare un sacerdote a cui Maša  avrebbe confessato un segreto, ricattandolo con la minaccia di dar seguito ad un’inchiesta su presunte molestie in sacrestia da parte dell’anziano sacerdote su minori?
     Lo stile di Drago Hedl è asciutto, quasi semplice- si è tentati di darne la colpa alla traduzione o alla diversità della lingua. Ma questo è lo stile del giornalista più che del romanziere, e in tutto il libro si avverte l’urgenza di voler dire qualcosa, di denunciare, di puntare il dito contro la collusione fra uomini politici, magistrati e polizia, di smascherare chi si nasconde dietro l’immunità parlamentare, di mettere in guardia dai sodalizi delle mafie serbe e croate, dal nuovo redditizio traffico d’armi che sta sostituendo o affiancando quello di droga e di essere umani.
Belgrado
     Se la scena d’azione di “Silenzio elettorale” si alternava tra Osijek e Zagabria, qui si sposta tra Osijek e Belgrado- ancora un contrasto, ancora un doppio, con fantasmi della guerra che zoppicano sulla gamba sola di Badža Millepiedi, il boss che fornisce informazioni sull’impresa ‘di facciata e rifinitura’ (splendida perifrasi) che si è occupata del rapimento di Stribor.
     Pensiamo sempre più a “Millennium” del peraltro insuperabile Stieg Larsson, leggendo “Il segreto di Maša”. Stieg Larsson a cui, tuttavia, lo scrittore croato non vuole essere paragonato (come mi ha detto nell’intervista del 2017)- Drago Hedl non ci tiene a morire giovane come l’autore della trilogia svedese. “Il segreto di Maša” termina lasciando molte questioni in sospeso: attendiamo con ansia e curiosità il terzo libro della serie. Quelli di Drago Hedl non sono thriller banali, non possono neppure definirsi propriamente thriller, né semplicemente polizieschi. Sono romanzi-inchiesta, romanzi-denuncia. Per aprirci gli occhi.

la recensione, come l'intervista che seguirà a breve, sarà pubblicata su www.stradanove.it

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troverete la recensione di "Silenzio elettorale" (e l'intervista allo scrittore) sotto l'etichetta "Voci da mondi diversi. Penisola balcanica" in data 5 e 6/11/2017


    

mercoledì 10 aprile 2019

Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Israele


Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda”
Ed. Giuntina, trad. Raffaella Scardi, pagg. 257, Euro 17,00


       “Bugiarda”, ovvero la banalità della menzogna. Forse la primissima bugia era stata quella dei genitori che avevano dato il nome di Nufar alla bimba appena nata. Avrebbe mantenuto la promessa di quel nome che significa ‘ninfea’ e include la bellezza in sé? No, Nufar non era propriamente bella. Non lo era accanto alla sorella minore Maya con cui non poteva assolutamente competere. E non c’è niente di peggio, a diciassette anni, di sentirsi trasparente, di non far parte di nessun gruppo a scuola, di essere stata abbandonata perfino dalla compagna di banco di sempre.
Quando il cantante una volta famoso ed ora sul viale del tramonto entra nella gelateria dove Nufar lavora nelle ore libere e sfoga su di lei la sua frustrazione insultandola con parole offensive e ingiuriose, Nufar abbandona il banco dei gelati e fugge nel cortile sul retro urlando. Si raduna della gente attorno a lei. Arriva la polizia. Che cosa è successo? L’ha molestata, quell’uomo? E’ quello che tutti danno per scontato, in una situazione del genere. Risponde di sì, Nufar? Fa un cenno affermativo con la testa? In quel momento, per lei, le parole crudeli e immotivate dell’ex cantante famoso equivalgono ad uno stupro. E’ fatta. La menzogna farà il suo corso.
Nufar non può neppure immaginare dove la porterà. Da una parte otterrà finalmente l’attenzione che non ha mai avuto- servizi televisivi, campagne contro la violenza sulle donne, il suo viso diventerà noto in tutto il paese, i compagni di scuola la ricolmeranno di attenzioni. Dall’altra parte, a mano a mano che la situazione le sfugge di mano e si profila all’orizzonte una sentenza di cinque anni di prigione per il cantante (che cerca di suicidarsi), Nufar è dilaniata dai sensi di colpa. Prova anche a ritrattare, ma la sovrintendente del corpo di polizia la fraintende, la rassicura, la rimanda a casa. E poi c’è qualcuno che sa, che ha visto che non è successo niente. Uno è Lavì Maimon (eccone un altro con un nome menzognero il cui significato, ‘leoncino’, non si addice affatto al pavido ed esile Lavì) che approfitta di quello che ha visto per ricattare Nufar- ma alla timida Nufar non dispiace essere forzata ad accettare di diventare la sua ragazza. L’altro è un mendicante, finto sordomuto, che si mette a biascicare ‘non è successo’ all’angolo dell’edificio degli uffici della polizia, ma chi dà retta a quest’uomo che vive su una perenne menzogna?

     La banalità della menzogna- pensiamo a queste parole che potrebbero essere il sottotitolo del bel nuovo romanzo della scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen. Perché, mentre si ingigantisce, con effetto valanga, la conseguenza della bugia di Nufar, tanti altri episodi minori nella vita di altri personaggi portano alla luce bugie quotidiane di cui è intessuta la vita di ognuno. Dall’anziana Raymonde che resta invischiata in un malinteso, si spaccia per l’amica ormai defunta che era sopravvissuta alla Shoah e parla in sua vece senza essere mai stata internata a Theresienstadt, alla mamma di Nufar che darà il massimo dei voti ad uno studente per non dovergli dire che ha macchiato di caffè il suo compito. Da Levì che dice al padre che va a fare il test di selezione per i corpi speciali e invece passa quei giorni su una spiaggia, al padre di Nufar che giustifica con un ingorgo di traffico il ritardo con cui si presenteranno al corpo di polizia. E altre bugie ancora, disseminate come tanti sassolini lungo il romanzo, come nella nostra vita quotidiana. Più o meno grandi, più o meno nocive o innocue, più o meno coloriture del vero. Non ci facciamo neppure più caso, per lo più vogliamo credere che siano ‘white lies’, che non danneggino nessuno, però sono lì e, a volte, ci costringono a dirne altre. Alzi la mano chi non ha mai mentito.
     “Bugiarda” non è un’apologia della menzogna: il finale, per quanto sbrigativo, parla chiaro.

la scrittrice sarà presente al Salone del Libro di Torino e presenterà "Bugiarda" al Teatro Parenti di Milano il 13 maggio alle h.20

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lunedì 8 aprile 2019

Alessandro Robecchi, “I tempi nuovi” ed. 2019


                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
                                                                  cento sfumature di giallo


Alessandro Robecchi, “I tempi nuovi”
Ed. Sellerio, pagg. 428, Euro 15,00

     “Più di un ragazzino, meno di un uomo fatto”- Filippo Maria Gelsi, 23 anni, studente universitario con ottimi voti, viene ritrovato nella sua auto, seduto al posto di guida, pantaloni calati, mani legate al volante: gli hanno sparato alla tempia. Un’esecuzione? Del caso, brancolando nel buio, si occupa il sovrintendente Ghezzi (non riesce a togliersi dalla mente gli occhi della mamma del ragazzo ucciso, diventati opachi all’improvviso) con il suo aiuto Carella.
    Gloria Grechi, una bella donna sulla trentina, si presenta dall’investigatore privato Oscar Falcone con la richiesta di rintracciare il marito scomparso. No, è assolutamente impossibile che l’abbia piantata per un’altra donna. Il loro è più di un matrimonio, è un legame totale. Senza battere ciglio sgancia cinquemila euro di anticipo per il lavoro di Falcone, del suo amico Carlo Monterossi (autore televisivo di una trasmissione di enorme successo) e di Agatina Cirrielli, sovrintendente che si è presa una pausa dal lavoro di commissariato e si è unita, per il momento, a loro. Il marito di Gloria era professore di sociologia, Gloria (una laurea in lettere) aveva fatto l’impiegata. Poi una svolta di vita e i due- Gloria lo dice senza mezzi termini, pur con tutte le cose che invece non dirà affatto- erano diventati rapinatori. Bonnie & Clyde, insomma. Perché si meritavano di più, no, di quei quattro soldi da fame? Il marito di Gloria aveva avuto un ottimo maestro in segno di gratitudine- uno dei prigionieri del carcere di Bollate dove prestava volontariato. E’ andato storto qualcosa nell’ultima rapina? Potrebbe essere stato eliminato, il marito di Gloria? Anche la vita di Gloria è in pericolo?
   Una ragazzina quattordicenne, nipote di una vicina di casa di Tarcisio Ghezzi, è perseguitata da un bulletto della sua scuola che la minaccia di mettere in rete la foto delle sue tette, nonché di altro, compreso ammazzarla. La ragazzina è terrorizzata e la moglie del sovrintendente Ghezzi si impegna per aiutarla.

     Sono questi i tre filoni che si srotolano nella trama di “Tempi nuovi”, ultimo romanzo di Alessandro Robecchi, un nerissimo noir milanese che mette in scacco il lettore che manca dell’immaginazione di un Male così vasto e ramificato e perfetto. I primi due filoni- lo sospettiamo subito, poi ne abbiamo la conferma- sono collegati tra di loro anche se ci vuole tempo perché chi si occupa dei casi se ne renda conto (e Falcone e Cirriello hanno il vantaggio di sapere di più della polizia con l’apporto di Gloria), il terzo è a sé, ma solo in apparenza. In realtà è un corollario, un dettaglio del quadro che Robecchi vuole rappresentare, quello dei nuovi tempi (non è un caso che due dei personaggi si occupino di sociologia) in cui il ‘perché no’ non è più un rifiuto categorico davanti a qualcosa di eticamente inaccettabile, non è neppure una domanda retorica, ‘perché no?’, ma una condizione esistenziale. Perché no? Lo fanno tutti, perché non io? Se tutti si avvantaggiano di questo lassismo, se tutti hanno più soldi di me, perché no? Perché devo tirare la carretta e privarmi di quello che gli altri, chiudendo un occhio, riescono ad avere?
   Nello stesso quadro dei tempi nuovi, tempi di nuove tecnologie, di fame di notorietà purchèssia, di desiderio di mettersi in mostra, si inserisce la sottotrama della ragazzina molestata dal bulletto- controparte minore del tipo di trasmissione televisiva ideata da Carlo Monterossi. In questo caso c’è anche un padre eminente professore che difende a spada tratta il figlio: futuri delinquenti crescono, con l’appoggio dei genitori che non sono più capaci di fare i genitori.

     I tempi nuovi sono i protagonisti del bel romanzo di Alessandro Robecchi, scritto con la sua usuale ironia leggera. I personaggi veri e propri sono defilati, descritti magari con un solo tocco che li rappresenta e ce li fa ricordare. Ci commuove il lato umano dell’ottimo Ghezzi che si investe della responsabilità di padre (lui che non ha figli) ed è disposto ad uscire dai binari delle norme per tutelare la ragazzina. I tempi nuovi richiedono anche questo, quando ci vuole, ci vuole.

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domenica 7 aprile 2019

Julian Barnes, “Guardando il sole” ed. 2019


                                   Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Julian Barnes, “Guardando il sole”
Ed. Einaudi, trad. D. Fargione, pagg. 232, Euro 19,50

        Non è il protagonista, il pilota di aerei Thomas Prosser che appare nelle prime pagine del libro di Julian Barnes “Guardando il sole”, pubblicato per la prima volta nel 1986. E tuttavia riapparirà più volte nei ricordi di Jean Serjeant, la vera protagonista del libro che aveva conosciuto Prosser nel 1941, quando questi era stato ospite in casa loro, congedato dall’esercito. Il suo soprannome era Alba Due Prosser- e perché lo chiamassero così è uno dei fili conduttori del libro. Di ritorno da una missione notturna Prosser aveva visto il sole sorgere dal mare e poi, scendendo a quota 8000 metri, aveva visto una seconda alba, lo stesso sole sorgere una seconda volta. Ecco, può succedere anche questo, la perfezione si può ripetere, la magia può entrare nelle nostre vite anche con qualcosa che accade ogni giorno. Basta guardare in alto e semmai sbirciare il sole tra le dita.
     Dal 1941, quando Jean è giovane, con dei flash back di lei bambina insieme allo zio mattacchione Leslie, ad un futuro in cui Jean è centenaria e abita insieme al figlio, seguiamo la sua vita, un’esistenza del tutto normale di una persona normale, quasi scialba, che però è curiosa e non cessa mai di farsi domande. Da quelle più assurde, come- che ne è stato dei panini che Lindbergh non ha mangiato durante il volo transatlantico?, esiste un museo del panino?, oppure, perché i visoni lottano strenuamente contro la morte?-, ad altre che riguardano la sua vita di donna (‘e se fossi tu, ad essere difettoso?’, chiede al marito) e poi, con il passare degli anni, le domande diventano esistenziali, sulla morte, sull’aldilà, sull’esistenza di Dio. Non ci sono risposte- la vita è così, enigmatica, e però è importante continuare a chiedersi i perché, anche se nessuna risposta ci viene data.

     Jean non è bella, è ingenua, ignora tutto del sesso di cui cerca di imparare i segreti leggendo un manuale che le viene regalato e che la lascia perfino più perplessa con le sue buffe circonlocuzioni. Si sposa con il primo uomo che la corteggia e che lei pensa di amare (che cosa è l’amore?), i suoi goffi tentativi di inserirsi un diaframma ci fanno sorridere con una stretta al cuore e, quando il marito le attribuisce la colpa per un figlio che non arriva, la misura è colma. Il matrimonio infelice di Jean dura vent’anni. E poi questa donna ‘senza qualità’ decide che ne ha avuto abbastanza. Lascia il marito e crescerò da sola il bambino arrivato quando ormai sembrava impossibile.
      Ci piace la scansione della vita di Jean nel romanzo di Julian Barnes- la fanciullezza e l’adorazione per uno zio che si rivela un bluff, il matrimonio (grandi speranze e delusione), gli anni centrali della lotta per tirare su un figlio come madre single, la maturità con lo spalancarsi delle porte dei viaggi alla scoperta delle sette meraviglie del mondo (e ad altre domande senza risposta) e il ventilarsi della possibilità di un amore diverso, con una donna, ed infine la vecchiaia con una completa lucidità (per sua fortuna). Curiosa, questa parte finale (anche se un poco appesantita dalla ricerca delle prove dell’esistenza di Dio) in cui si anticipa la presenza di un Uomo Memoria (il moderno computer) a cui si possono rivolgere tutte le domande. Che però restano spesso, ugualmente, senza risposta.

      “Guardando il sole” non raggiunge la perfezione dei romanzi più recenti di Julian Barnes, dello splendido “Il senso di una fine” o dell’altrettanto splendido “Il rumore del tempo”, e tuttavia è un libro che si legge d’un fiato perché Jean (interessante che sia la ‘creatura’ di uno scrittore uomo) ci fa tenerezza con le sue incertezze e la sua scarsa fiducia in se stessa, ci piace per la sua pacata combattività in una società ancora molto maschilista, per come riesce ad affermarsi ‘crescendo’ in tutti i sensi.

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martedì 2 aprile 2019

Majgull Axelsson, “La tua vita e la mia” ed. 2019


                                                        vento del Nord


Majgull Axelsson, “La tua vita e la mia”
Ed. Iperborea, trad. Laura Cangemi, pagg. 343, Euro 18,50

       Una famiglia disfunzionale. E’ così che l’amica Kajsa definisce la famiglia di Mägrit. Kajsa che finirà per sposare Jonas, il gemello di Mägrit, che ha una famiglia che non è neppure disfunzionale, semplicemente non esiste, visto che non si sa chi sia suo padre e sua madre entra ed esce dall’ospedale psichiatrico. Mägrit, invece, vive con i genitori, i nonni e i due fratelli. Ma. Il fratello maggiore è chiamato con scherno ‘Lars lo Zoppo’ (non era zoppo per niente), lo Svitato, lo Sgorbio- oggi sarebbe riconosciuto come autistico. Perfino i nonni si rivolgono a lui con pesante disprezzo. D’altra parte la nonna ha occhi solo per Jonas, Mägrit è la preferita del padre, solo la mamma ha a cuore la sorte del figlio infelice, ha tempo solo per lui, per gestire le sue urla che esprimono necessità che soltanto lei capisce. Il nonno, infine, è un bifolco spadroneggiante che non è capace di infilare tre parole senza che una sia un’imprecazione. Quando la mamma muore all’improvviso per un aneurisma, è la fine. Come si fa a far capire a Lars che la mamma non c’è più? il nonno è capace solamente di chiudere il nipote nel gabinetto. Finché viene portato via a forza. Dove? Nessuno parla più di lui in casa, vietato fare il suo nome. La vita va avanti come se Lars non fosse mai esistito.

      Dopo “Io non mi chiamo Miriam” in cui la protagonista di etnia rom aveva vissuto con un’altra identità dopo essere sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, Majgull Axelsson ci regala un altro bellissimo romanzo con personaggi indimenticabili, affrontando un problema di cui si preferisce non parlare, scoperchiando i segreti neri della società svedese ritenuta una utopistica società di uguaglianza e benessere generalizzato. E invece, negli anni ‘60 esistevano ancora posti come Vipeholm (vogliamo chiamarli manicomi?) dove gli internati, persone con disturbi della personalità di vario livello, erano trattati con metodi coercitivi e disumani, su di loro venivano fatti esperimenti medici di gravità solo di poco inferiore a quelli tristemente noti dei nazisti, e i loro cadaveri, infine, offrivano materiale per le prove di dissezionamento degli studenti di medicina. Chi mai avrebbe protestato per conto loro? Questo è il nodo centrale del libro, la denuncia dolorosa che sottende il testo narrativo in cui Mägrit, ex giornalista di successo, vedova, con una figlia e una nipotina, ritorna a casa, a Norrköping, per festeggiare il settantesimo compleanno suo e del gemello Jonas. In realtà i gemelli erano tre, c’era anche l’Altra, nata con il cordone ombelicale attorno al collo e morta subito. Colpa di Jonas, prepotente prima di nascere, prepotente e crudele dopo. Mentre l’Altra diventa un singolare espediente narrativo per sdoppiare Mägrit- dell’Altra è la seconda voce che ironizza, controbatte, ricorda quando Mägrit vorrebbe sottrarsi ai ricordi, accusa, costringe Mägrit ad essere onesta con se stessa quando Mägrit vorrebbe accusare l’Altra per azioni commesse, per la Grande Colpa di cui condivide il segreto con Kajsa e di cui non hanno mai parlato. E neppure ne parleranno ora dopo cinquantun anni.

     “Sono una giovane persona anziana che non diventerà una vecchia persona anziana prima di altri dieci anni”, dice Mägrit di se stessa, mentre il tempo si alterna tra passato e presente, quale esperienza traumatizzante l’abbia fatta rinunciare agli studi di medicina e, prima ancora, la morte della mamma, la festa del diploma e quello che era successo subito dopo (con un Jonas che aveva assistito impassibile), la ricerca di Lars, lo sconvolgimento provato quando lo aveva trovato e quello ancora maggiore quando si era resa conto che le sue condizioni non interessavano a nessuno in famiglia, neppure a quel debole di suo padre che ormai viveva compiangendosi nel ricordo della moglie. Oggi, quando Mägrit, mentre sta andando a Norrköping per la festa di compleanno, scende dal treno a Lund e si fa portare  a Vipeholm, tutto è cambiato, c’è una scuola dove una volta c’era il manicomio, una fossa comune per i disgraziati che sono morti. Il passato è stato cancellato.
      Un libro doloroso che ci tocca nel profondo, perché quel passato è ancora nel presente che viviamo, forse non nelle stesse forme crude ma nella discriminazione attuata verso chi è ‘diverso’, nella mancanza di comprensione verso chi elabora i dati della realtà in modo differente, nella chiusura sociale nei confronti di chi ha bisogno di aiuto.
Da leggere.

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