domenica 7 gennaio 2018

Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria” ed. 2009

                                                          Casa Nostra. Qui Italia
           prima guerra mondiale
           romanzo di formazione
           il libro dimenticato

Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria”
Ed. Santi Quaranta, pagg. 162, Euro 13,00

    Il Grappa non è una montagna. Meglio, non è soltanto una montagna. Al di là della retorica del ‘monte sacro alla Patria’, il Grappa è la nostra memoria collettiva, è un gigantesco tumulo mortuario, è guerra e sofferenza, coraggio e disperazione, altruismo e, sì, anche atti di umana vigliaccheria. Furono tre le grandi battaglie combattute sul Grappa, tra il novembre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, e l’ottobre dell’anno seguente- 12.615 i morti italiani, è il numero di quelli che hanno trovato eterno riposo nel Sacrario militare costruito negli anni ‘30. Di questi, 2.283 non sono stati identificati. Non c’è bisogno di spiegare il perché.

    “Primavera 1919. Si trattava di salire in Grappa, all’alba.” Non ha ancora compiuto undici anni il ragazzino protagonista e voce narrante di “Sul Grappa dopo la vittoria” di Paolo Malaguti. Non sale per un allegro pic nic, all’alba, poi. Lui e il padre andranno sul Grappa per fare quello che tutti fanno, in paese- per raccogliere quello che si può, ferro, rame, quello che è rimasto abbandonato lassù dall’esercito per poi venderlo. Se si trovassero anche delle scatolette di cibo, tanto meglio in tempi così difficili, a pochi mesi dalla fine della guerra. E la famiglia del ragazzo è fortunata, ci sono ancora tutti, il padre è tornato, magro, incupito, silenzioso, ma vivo. Il ragazzo è orgoglioso di aiutare, aveva guardato la guerra con gli occhi di un bambino, come qualcosa di eccitante a cui avrebbe voluto partecipare, finché, un giorno, aveva visto un corpo tranciato a metà da una granata. Era stato il suo primo sguardo sulla morte. Traumatico, ma niente al confronto di quello che lo aspetta sul Grappa. Perché suo padre, ad un certo punto, si era fermato e lo aveva mandato avanti da solo.
Anni dopo, quando il ragazzo faceva già il ginnasio (il primo a studiare in una famiglia di contadini) e avrebbe voluto sapere, il padre gli aveva detto, “dea guera no te digo gnent. Gnent. A ghe xe stata…no ghe xe stat gnent. Gò fat robe brute, brute”, e lui, il figlio, non aveva avuto bisogno di altre parole. Ricordava il miasma infernale che gli era venuto incontro mentre saliva in quella primavera del 1919. Ricordava i corpi o i miseri resti. Perché era stato un lungo, difficile e doloroso lavoro di risanazione, quello dell’esercito sul Grappa dopo la vittoria. Una vittoria costata una carneficina.
    Ogni volta che leggiamo un romanzo di formazione (‘forse tutti i romanzi sono, in qualche misura, dei romanzi di formazione’, mi ha detto di recente uno scrittore) ricordiamo che la tappa fondamentale di una crescita, la svolta nella vita che fa diventare grandi, è l’incontro con la morte. Il giovane narratore del romanzo di Malaguti non incontra semplicemente la morte, non passa accanto alla morte, ci piomba in mezzo. E non è la morte serena di chi termina l’esistenza nel proprio letto, è ben peggio anche della morte di chi, purtroppo, è irriconoscibile dopo lunga malattia. E’ una morte contro natura, è la morte inflitta da armi da fuoco, da granate che hanno straziato i corpi, è il dopo-morte dell’abbandono dei cadaveri a cielo aperto in attesa di bestie e uccelli che completino lo sfacelo. E’ sconvolgente. Adesso il ragazzo capisce suo padre che tace. Adesso c’è bisogno di andare avanti, di mettersi la guerra alle spalle. Il ragazzo proseguirà gli studi, frequenterà le scuole superiori a Bassano, un’inevitabile senso di estraneità lo separerà dal padre. Ci saranno gite in bicicletta con l’amico Guido e poi- altra grande tappa nei romanzi di crescita- la scoperta dell’amore.

    Romanzo d’esordio di Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria” anticipa alcuni temi  di “Prima dell’alba” (pubblicato lo scorso settembre), soprattutto rivela l’interesse dello scrittore per una guerra di cento anni fa di cui non si è ancora detto tutto.
 Lo sguardo del ragazzino sulla guerra è quello di un’infanzia che finisce bruscamente e c’è una sorta di pietas innocente negli occhi del protagonista che sale sul Grappa, un chiedere scusa ai morti, un inspiegabile senso di colpa collettivo per tutto quello che è accaduto.
E’ un libro da leggere e da far leggere nelle scuole, ai ragazzi che giocano alla guerra.


la recensione di "Prima dell'alba" di Paolo Malaguti è il post del 21/11/2017
      

Kanae Minato, “Confessione” ed. 2011

                                              Voci da mondi diversi. Asia
                                                  cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato

Kanae Minato, “Confessione”
Ed. Giano, trad. Gianluca Coci, pagg.268, Euro 17,50

          Manami, una bimba di quattro anni, viene ritrovata morta: è annegata nella piscina della scuola dove insegna sua madre. Voleva dare da mangiare al cane del giardino contiguo, deve essere scivolata in acqua. Ma quando la padrona del cane le consegna una borsettina a forma di coniglio che ha trovato nella cuccia, la professoressa Moriguchi capisce che la realtà è un’altra, ben più terribile: Manami è stata uccisa. E l’assassino- anzi gli assassini- sono due suoi alunni, entrambi tredicenni. Sarebbe inutile consegnare i colpevoli alla giustizia. Anche se è stata abbassata l’età in cui si può essere incriminati per legge, qualunque punizione o pena correttiva sarebbe irrilevante in confronto al delitto che hanno commesso. E così la professoressa Moriguchi, nella sua ultima lezione prima di abbandonare l’insegnamento quattro mesi dopo la morte della sua bambina, non solo rivela all’intera classe di quale colpa si siano macchiati due di loro, ma anche quale vendetta abbia escogitato come risarcimento personale- non è nulla di immediato, vuole che soffrano a lungo e abbiano il tempo di pensare. Forse anche di pentirsi.

     In sei capitoli e cinque spiegazioni, o confessioni, o punti di vista, veniamo a sapere i dettagli e il perché di quanto è successo, come due ragazzi di scuola media siano potuti arrivare a tanto. Le forme narrative dei capitoli sono diverse, in prima o in terza persona- una lettera, un diario, un blog. Sentiamo la voce della professoressa in classe- è un lungo discorso quello che fa e riesce a tenere l’attenzione perché, pur non chiamandoli mai per nome, rende perfettamente identificabili i due assassini. E’ gelida, la professoressa . Punta il dito contro le famiglie, contro certi sistemi educativi,  la scuola e la società. Contro il bisogno di emergere e imporsi all’attenzione e i video giochi che alterano il senso della realtà. Quasi a conferma di quanto dice, nel capitolo in cui è la sorella di uno dei ragazzi colpevoli a parlare, appare anche il diario della madre di questi- troppo condiscendente, sempre accusatoria nei confronti della scuola che, secondo lei, non sapeva valorizzare suo figlio. Per contro, la madre dell’altro piccolo criminale è scomparsa dalla vita del figlio quando questo era piccolo: il ragazzo farebbe qualunque cosa per attirare pubblicamente l’attenzione della madre e richiamarla a sé.

      Ad ogni modo, tra dubbi, smentite e conferme, il metodo di vendetta escogitato dalla professoressa Moriguchi ha dei risultati che vanno ben aldilà delle sue aspettative. Perché, se è pur vero che il più fragile dei due ragazzi crolla sotto una serie di ossessioni, fobie e manie psicotiche, mentre l’altro si indurisce ancora di più perché non ha avuto il ‘riconoscimento’ che sperava, è vero anche che entrambi sono portati a compiere altre azioni estreme che coinvolgono altre persone e altri crimini.

   “Confessione” è un romanzo agghiacciante e sconvolgente.  Perché, pur essendo ambientato in Giappone, riconosciamo nella società giapponese e nella gioventù giapponese gli stessi mali dei giovani e della società occidentale. La stessa mancanza di valori etici, la confusione tra realtà virtuale e realtà vera, la mancanza di prospettiva che valuti la portata delle azioni commesse, la noncuranza per la vita umana.

   Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film, diretto da Nakashima Tetsuya, candidato agli Oscar 2011 come “Miglior film straniero”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


venerdì 5 gennaio 2018

Kate Atkinson, “Tutti i bambini perduti” ed. 2017

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
  cento sfumature di giallo
   FRESCO DI LETTURA

Kate Atkinson, “Tutti i bambini perduti”
Ed. Marsilio, trad. Ada Arduini, pagg. 425, Euro 15,73


   A volte Jackson pensava che il passato non fosse soltanto un altro paese, ma un continente perduto in fondo a un oceano sconosciuto.
  Si svolge tra il passato- la metà degli anni ‘70- e il presente, il romanzo “Tutti i bambini perduti” di Kate Atkinson, il quarto della serie con il personaggio di Jackson Brodie di cui però a noi è arrivata solo la traduzione di “Aspettando nuove notizie”. Come nel romanzo precedente, anche in questo troviamo un mix di generi- romanzo poliziesco, romanzo di sentimenti e di analisi psicologica. Con un interesse particolare per i bambini.
   Che un bambino scompaia- è l’incubo di ogni genitore. Nel romanzo di Kate Atkinson i bambini che scompaiono sono dei casi diversi. Forse, dal loro punto di vista, è perfino un bene che vengano ‘rapiti’ da altri. ‘Certi genitori dovrebbero essere castrati’ è la riflessione brutale di Jackson. La piccola Courtney, 4 anni, è strattonata al seguito di una madre (nota prostituta) urlante in un centro commerciale. Il cuore della vecchia Tilly (attrice messa a riposo ai primi sintomi di Alzheimer) piange per lei, ‘qualcuno dovrebbe fare qualcosa’, pensa Tilly. Tracy Waterhouse, ex poliziotta, sorvegliante del centro commerciale, fa qualcosa: offre del denaro a Kelly Cross e compra la bambina. Sì, la compra.
Tracy nel filmato per la BBC
Tracy, grossa e sgraziata, riempie il vuoto della sua vita con questa bambina che non è neppure bella, neanche col vestitino da fata che sceglie appena Tracy la porta in un reparto abiti per bambini per sostituire gli stracci che ha addosso. E poi Tracy si ritrova a fuggire con Courtney, inseguita da uomini che forse vogliono tutt’altro. Perché dalla lontana Australia una donna di nome Hope si è messa in contatto con Jackson Brodie, detective privato, ex poliziotto, ex militare, un paio di ex mogli, una figlia adolescente e un figlio bambino di cui ha appena saputo essere il padre nel libro precedente, perché vuole che la aiuti a sapere chi è lei veramente- è stata adottata ma non ci sono documenti, né certificato di nascita né di adozione. E che cosa c’entra Carol Braithwaite, trovata morta nel suo appartamento nel 1975? Quando la polizia aveva buttato giù la porta c’era anche un bambino in casa- era rimasto chiuso dentro, con il tanfo del cadavere della mamma, per tre settimane. Chiuso dentro: quindi qualcuno aveva girato la chiave dall’esterno. Una Tracy giovane era presente, avrebbe voluto prendersi cura lei del bambino. Ma era scomparso. Perché adesso improvvisamente tutti fanno domande su Carol?
Il Jackson Brodie dei film con la scrittrice
    La bravura e la cultura di Kate Atkinson non si discutono. Bravura nel dipanare le varie storie, quella parallela (con risvolti spassosissimi) di Jackson Brodie che adotta un cane proprio come Tracy ‘adotta’ la fatina dall’abito rosa, quella della anziana attrice che ha ‘perso’ un bambino, un figlio dell’amore, quando era giovane (sembra una storia marginale, la sua, e invece avrà un ruolo importante alla fine), quella di Carol nel 1975, anno memorabile che vide impazzare Jack lo Squartatore (sentiamo la voce di David Peace e del suo quartetto dello Yorkshire in queste pagine) e che segnò l’inizio di tutto nel silenzio e nella corruzione. Quanto alla cultura della Atkinson, è l’ordito sottile di tutte le vicende, c’è e non è appariscente, è fatta di citazioni che si inseriscono perfettamente nel testo, a volte leggermente modificate perché si adattino meglio, a volte basta una parola per far scattare un rimando agganciando il nostro pensiero.


    Non si può incasellare con un’etichetta di genere “Tutti i bambini perduti”. Con un umorismo squisitamente britannico che alleggerisce la drammaticità della questione (“un bambino smarrito è la cosa più brutta che ci sia”), il romanzo della Atkinson è una riflessione sulla responsabilità che i genitori hanno nei confronti dei figli, sull’opportunità di lasciare un bambino in mano ad un genitore irresponsabile piuttosto che affidarlo ad un estraneo che però è pronto ad amarlo e a dedicarsi a lui. 


Michela Murgia, "L'accabadora" Intervista 2009




Ero ansiosa di incontrare Michela Murgia, di parlare con lei del personaggio dell’accabadora che mi pareva l’immagine della misericordia, una consolazione per il timore di sofferenze senza fine. E, quando mi si è avvicinata, nella folla dello stand Einaudi alla fiera del libro di Torino, l’ho riconosciuta senza averla mai vista- piccola, con le belle tinte more dei sardi, gli occhi scuri che non sono prerogativa esclusiva dell’isola ma che, laggiù, assumono una profondità di mistero. E ho parlato con lei del suo libro.

Iniziamo dalle due figure fondamentali: esiste veramente un personaggio con il ruolo dell’accabadora?
       Esiste nella narrazione. Si racconta che sia esistita una figura del genere e quindi per me è come se fosse esistita: la narrazione genera mondi dove la gente va ad abitare. C’è una scuola molto severa di antropologi sulla figura dell’accabadora e non tutti sono concordi. Cioè sono tutti d’accordo che ci siano stati episodi di accabadura ma non che sia esistita una figura a cui la comunità deve questo ruolo. In sintesi: accabadura forse; accabadora no. Esistono anche cinque versioni su ‘come’ l’accabadora eseguiva l’atto: con un colpo di martello sul petto o sulla noce di capocollo; con uno spillone d’osso nell’orecchio; con le mani per soffocamento; con un giogo di legno posto dietro il collo- e questa è la narrazione più diffusa. La studiosa Dolores Turchi ha fatto una ricerca sulla simbologia del giogo di legno, che è un simbolo sacrale: le persone faticano a morire perché hanno compiuto azioni sacrileghe, come l’aver bruciato un giogo o spostato una pietra di confine. Sono gesti che determinavano la sopravvivenza- portare via uno strumento di lavoro o rubare della terra. Comunque, in definitiva, se l’accabadora è esistita, è stato in tempi molto lontani.


Ma un’accabadora è pagata per quello che fa? Tutti sanno di lei?
     No, non era pagata. Veniva affidato a lei l’incarico per non suscitare sensi di colpa, perché i parenti sfuggissero a sospetti di un secondo fine. Non veniva pagata, a volte le veniva dato qualcosa da mangiare. Perché lo faceva, allora? Agiva sul mandato della comunità in un contesto in cui i mandati comunitari soverchiavano la volontà del singolo. Spesso l’accabadora era anche la levatrice del paese- ‘sa femina pratica’, era la donna esperta, colei che sa che cosa fare quando è necessario farlo. Perciò era chiamata in diversi momenti della vita: la nascita e la morte.

Era una forma primordiale di eutanasia?
     Ecco no, era diversa, bisogna vederla in un’economia di sussistenza, magari la sua azione era richiesta per sollevare una famiglia dal peso. Perché, in quell’economia, una persona in quelle gravissime condizioni portava via braccia necessarie ai lavori. Non c’è in gioco la dolce morte ma la sopravvivenza dei sani. Nel caso della sofferenza della persona che lo chiedeva, lì l’accabadura era legittimata da un contesto sociale. L’accabadura è un atto sociale, l’accabadora è una donna che agisce per mandato della comunità in una situazione riconosciuta di necessità da tutti. Ricordiamoci che il cristianesimo non era ancora penetrato nella società. L’eutanasia come la viviamo oggi è la sublimazione di una solitudine del singolo che soffre e della famiglia che è l’unica che si fa carico di questo dolore.

E il fillus de anima- parola bellissima? Mi domandavo se il romanzo sia ambientato negli anni ‘50 perché ai nostri tempi ci sarebbero seri problemi legali sia per l’accabadora sia per la seconda madre di un fillus de anima…
      Io sono una fill’e anima. E’ una cosa molto comune…E’ un patto sulla parola in un contesto in cui la parola vale come atto burocratico. E’ l’unico elemento autobiografico nel libro. La maggior parte dei casi di fill’e anima avviene per affetto da parte di entrambe le madri e il bambino viene coinvolto, gli si chiede se è d’accordo. Una madre dà via il suo bambino perché in realtà non lo perde in questa maniera, e il bambino acquista un’altra madre. In genere si instaura una bella relazione in cui si passa la patria potestà alla nuova famiglia. In questo momento ci sono almeno dieci figli dell’anima a Cabras, in provincia di Oristani, dove vivo io, e non ho conoscenza di rapporti interrotti.

E come vive il bambino questa separazione?
     E’ una situazione che va letta nel contesto in cui avviene: al mio paese i bambini giocavano in strada e qualunque mamma scendesse in strada sgridava chi doveva essere sgridato. E’ un concetto esteso di corresponsabilità in un contesto in cui la privacy proprio non esiste. Non c’è una cosa che riguardi solo me. E il fill’e anima è la risposta relazionare che quella comunità dà ai bisogni delle famiglie: farsi assistere nella vecchiaia; la controparte per il bambino è la migliore qualità della vita. Cambia anche la prospettiva del bambino, perché si diventa figlio unico. Conoscevo però una famiglia che già aveva cinque figli suoi e ha preso un sesto fill’e anima. E dopo lo ha anche adottato.

I fillus de anima vengono presi quando sono piccoli?
    Di solito sì, io però avevo già diciassette anni. Ma si ha qualche segnale prima: magari verso i quattordici anni ti chiamano per aiutare in qualche lavoretto e inizia così la relazione con quella nuova famiglia. Quando arriva la proposta la relazione è già molto stretta, e tutte le parti entrano nella decisione finale. A me fu chiesto, ad esempio, se ero d’accordo. Nelle comunità tutte le persone anziane vengono chiamate “zia” o “zio”: il rapporto comunitario è così stretto che viene qualificato come un ruolo parentale.


Come mai sono quasi del tutto assenti gli uomini dal suo libro?
      Gli uomini sono assenti: è vero. Quelle decisioni le prendevano le donne. In quel contesto l’uomo non ha il ruolo di tessere la comunità. E’ vero che ho scritto un romanzo di uomini morti anche quando sono vivi: io sono cresciuta in un contesto di donne forti. In Sardegna il matriarcato è una cosa seria perché comunque il ruolo di dar coesione alla comunità è delle donne e non degli uomini, nel contesto in cui scrivo.

 La Sardegna degli anni ‘50 ci sembra quasi un paese ottocentesco. Ci parli della Sardegna di ieri e della Sardegna di oggi, della Sardegna delle città e della Sardegna dell’interno.
  Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 la Sardegna ha subito una trasformazione enorme: la differenza tra me e mia madre non è di 45 anni ma di 200 anni: le trasformazioni sono state così rapide da fare un salto temporale come mai si è verificato prima. Io cerco di rendere questa idea nel diverso modo di recepire l’accabadura. La vecchia la prende come normale, per la bambina è inaccettabile. E’ un conflitto di valori ancora in atto, in maniera meno radicale perché c’è stato il tempo a stemperarla. Per me questa non è una Sardegna arcaica, sono cose che ho vissuto e che in me si riconciliano- e io sono una donna moderna. Per me narrare è un atto di ricomposizione, per riunire trame diverse di passato e presente. C’è poi da tenere in conto anche la tradizione orale così viva nella Sardegna- io ricordo la nonna che raccontava, c’è una forte eredità in questo.


E quali sono i sentimenti, quale è la relazione della Sardegna nei confronti del Continente? Anche di quello si parla nel libro, quasi che la Sardegna fosse un figlio dell’anima dell’Italia…
     Nella prima guerra mondiale, in proporzione ci sono stati più morti sardi che “italiani”, tant’è vero che il Partito Sardo d’Azione di Lussu aveva la striscia nera di lutto sulla bandiera. Siamo diventati italiani in quel momento- la prima guerra mondiale ha generato la retorica della Brigata Sarda. E però c’è una contraddizione- pensare che un’identità si possa fondare sul numero delle morti. Nel mio romanzo invito a riflettere sulla nostra italianità come sardi, un’italianità che nasce malata da un lutto. La nonna mi raccontava che siamo diventati italiani sul Carso e io le dicevo, ‘ma l’Italia è lontana’ e lei mi diceva ‘con tutti quei morti mica possiamo non essere italiani’. E’ l’unico momento di debolezza nel ragionamento di Bonaria. La relazione con il Continente è ambivalente: c’è un complesso radicato da un percorso storico, della paura di non farcela da soli; dall’altra c’è un percorso di riconoscimento in determinati simboli italiani, per esempio la forzatura subita sulla lingua. Noi sardi siamo schizofrenici, abbiamo, per così dire, una depressione bipolare. Da una parte pensiamo di non valere niente, al massimo miriamo all’autonomia e non all’indipendenza.. Dall’altra parte, siamo così diversi- come possiamo essere italiani?

Mi perdoni, ma ho trovato scontata la storia di Maria a Torino: ci doveva essere un allontanamento e un’interruzione, e forse era anche la cosa più probabile che succedesse…E tuttavia è la parte meno interessante del libro…

      Non c’era molta scelta… a quell’epoca dalla Sardegna le ragazze partivano per fare le serve, come le filippine oggi. Per me era importante contrapporre due mondi: come sono forti le relazioni della comunità di appartenenza di Maria, tanto sono deboli quelle della comunità dove va a lavorare.

l'intervista e la precedente recensione sono state pubblicate su www.stradanove.net


giovedì 4 gennaio 2018

Michela Murgia, “Accabadora” ed. 2009

                                                           Casa Nostra. Qui Italia
       premio Campiello
        il libro ritrovato

Michela Murgia, “Accabadora”
Ed. Einaudi, pagg. 164, Euro 18,00


    Sembra quasi una parola magica, “Accabadora”, che è il titolo del romanzo di Michela Murgia. Suona un poco come l’Abracadabra che spalanca porte nella roccia, e forse è proprio così. Perché ‘accabadora’ deriva dallo spagnolo acabar, finire, e così viene chiamata- nel villaggio sardo- la vecchia che apre le porte di qualunque cosa sia l’aldilà, aiutando in maniera pietosa coloro la cui vita non si può più definire tale, perché varchino quella soglia con una spinta, finendo di soffrire.
     Che l’anziana Bonaria Urrai vestita di nero sia la Parca che taglia il filo lo intuiamo verso la metà del libro di Michela Murgia, quando qualcuno viene a chiamarla di notte e il giorno dopo si diffonde la voce che un vecchio è morto. Perché il romanzo inizia con un’altra parola sarda- e ci pare bellissima- ‘fillus de anima’. “E’ così che vengono chiamati i bambini generati due volte”, e sono i figli di una madre povera  che vengono, per così dire, “regalati” ad un’altra donna che, invece, di figli non ne può avere. Diventando da figli di sangue a figli dell’anima.
Maria Listru aveva due madri- era arrivata ultima, dopo altre tre bambine, quando suo padre era già morto, ed aveva sei anni quando Tzia Bonaria l’aveva vista giocare con la terra e, dopo un breve parlare con Anna Listru, se l’era portata via con sé. Una doppia opera buona, perché Bonaria Urrai avrebbe anche dato dei soldi alla madre di Maria, oltre a toglierle una bocca da sfamare, e avrebbe assicurato un futuro migliore alla bambina, senza peraltro che perdesse i contatti con la sua vera madre.

    Il romanzo “Accabadora” è costruito nella tensione tra questi due poli, di nascita e di morte. Perché occorre un aiuto sia per nascere sia per morire. Perché, a ben vedere, c’è un debito di gratitudine sia da parte di chi diventa un ‘fillus de anima’ sia da parte di quelli che ricorrono all’accabadora perché non ne possono più di esistere in una ‘non’ vita. E ci può essere uno scambio tra questi due debiti? E dove si pone la linea sottilissima tra un gesto di misericordia e un delitto? Maria Listru non sa nulla, pensa che la madre adottiva sia una sarta; Tzia Bonaria mette ben in chiaro che sapere dove vada- ogni tanto, la notte- non è cosa che la riguardi. Finché, nella notte che precede la festa dei morti, quando le anime dei trapassati tornano a trovare i viventi, muore il fratello di un amico di Maria, un giovane che ha perso una gamba per una storia di liti tra vicini di campi. La sua esistenza è stata distrutta, eppure lui sta bene. E l’amico di Maria ha visto un’ombra nera curva con un cuscino sul letto del fratello.
scena dal film
A questo punto “Accabadora” diventa un doloroso romanzo di formazione (ma quale Bildungsroman non è doloroso?), perché per Maria la madre adottiva è un’assassina. Non serve che Tzia Bonaria le dica che, proprio come si ha bisogno di aiuto per venire al mondo, serve un aiuto anche per andarsene da questo mondo. Che non si deve mai dire: ‘di quest’acqua io non ne bevo’. Che lei è stata l’ultima madre che molti hanno visto.
     Serve uno stacco, per arrivare a bere dell’acqua che non si vorrebbe bere. E nel romanzo c’è una sorta di interludio, che è la parte più debole del libro: Maria parte, va sul continente, a fare la bambinaia in una Torino fredda che verdeggia nel Valentino. Uno dei bambini non è poi tanto piccolo, ha già quattordici anni quando Maria arriva. Ne avrà sedici quando Maria viene licenziata- facile indovinare perché. Ma intanto tornerebbe ugualmente in Sardegna: Tzia Bonaria ha avuto un ictus e Maria la assisterà. Fino alla morte.


     “Accabadora” è un bel libro. Perché ci parla di qualcosa di cui si è molto discusso di recente riportandoci indietro nel tempo- a metà degli anni ‘50- e in un paese, la Sardegna, dove la tecnologia è ancora ben lontana dall’arrivare. Nessun respiratore artificiale, nessuna alimentazione via flebo, nessuna terapia del dolore. Una vita più elementare in cui neppure si parla di ‘eutanasia’. Eppure il problema è quello, il quesito è lo stesso di oggi: si ha il diritto di porre termine all’esistenza di qualcuno? Quale è il momento limite che distingue il delitto dall’atto di amore? E il romanzo corre veloce, con una scrittura nitida, pieno di luci e di ombre. Di quell’ambiguità del sentire che è presente sia nello scegliere un figlio dell’anima sia nello sciogliere i fili della vita.

la recensione e la seguente intervista sono state pubblicate su www.stradanove.net


mercoledì 3 gennaio 2018

Patrick McGrath, “La guardarobiera” ed. 2017

                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     la Storia nel romanzo
      FRESCO DI LETTURA

Patrick McGrath, “La guardarobiera”
Ed. Bompiani, trad. C. Prosperi, pagg. 326, Euro 16,15

    Londra 1947. L’Inghilterra ha vinto la guerra. L’Inghilterra è in rovine. Un paese eticamente splendido ma in bancarotta. Si vedono ancora macerie in giro, il cibo scarseggia ed è razionato, anche per l’abbigliamento ci sono i punti delle tessere. L’atmosfera è tristissima, forse è per questo che i teatri sono sempre pieni- la gente cerca una distrazione.
All’inizio del nuovo romanzo di Patrick McGrath, “La guardarobiera”, assistiamo al funerale di un famoso attore, Charles Grice, ‘Gricey’ per tutti. Una morte improvvisa, un sospetto che aleggia su questa scomparsa- era andato a parlare con il genero Julius, un impresario, era caduto dalle scale: avevano litigato? Julius lo aveva spinto? Non lo sapremo mai perché- come avviene quasi sempre nei romanzi di McGrath- le carte vengono rimescolate, alla fine i personaggi non ci appaiono come ci erano apparsi all’inizio, alcuni vengono ‘riabilitati’, segreti nascosti mettono in luce lati oscuri di altri. E la storia di Joan Grice, la vedova che lavora come guardarobiera di teatro (è lei che dirige le cucitrici che sistemano, riparano, adattano gli abiti degli attori), ci viene raccontata in maniera originale da una pluralità di voci, una sorta di coro femminile, narratrici inaffidabili per eccellenza. Le donne (non si può non pensare alle pie donne di “Assassinio nella cattedrale” di T.S.Eliot) osservano, commentano, spettegolano, si scambiano impressioni. Su Joan, prima di tutto, vedova affranta, sulla figlia Vera, una donna con disturbi nervosi che segue le orme del padre sul palcoscenico, sul marito di questa, Julius, e sulla tedesca che dice di essere la sorella di Julius (non ci crede nessuno, gira anche la voce che lui l’abbia salvata, sono ebrei entrambi). Questo coro di voci femminili ci ricorda che la vita è un palcoscenico in cui ognuno recita una parte e lo spazio che nel romanzo viene dato alla rappresentazione della “Dodicesima notte” di Shakespeare aumenta la nostra consapevolezza- un’opera  che parla di identità scambiate e di personaggi che rivestono abiti non loro. Ed ecco che torniamo alla guardarobiera che si offre di adattare gli abiti di ottimo tessuto del marito morto all’attore Dan Francis (il suo vero nome è un altro, anche lui è fuggito dalla Germania) e- complici gli abiti, complice il ruolo di Dan Francis sul palcoscenico dove sostituisce lo scomparso Gricey imitandolo alla perfezione- Joan Grice ha l’impressione che lo spirito del marito si sia trasferito nell’attore più giovane e se ne innamora.

    A questo punto tutto sembrerebbe semplice e invece non è così. Quella che potrebbe essere una storia d’amore dettata dalla solitudine improvvisa e da un’ossessione, diventa altro quando Joan scopre una malaugurata e funesta spilla nascosta sotto il bavero di un cappotto del marito defunto. Chiunque sa che cosa significhino quelle saette che vi sono raffigurate. Come è possibile? Ma allora il grande Gricey era una menzogna vivente. E lei lo aveva tanto amato.
Dalle rappresentazioni teatrali passiamo a tutt’altro ambiente che ci rivela le simpatie fasciste di una buona parte dei britannici seguaci di quell’Oswald Mosley che sposò in seconde nozze una delle famose sorelle Mitford, Diana (cerimonia in casa di Goebbels, Hitler tra gli invitati) e Joan si unisce al genero Julius come infiltrata nel movimento fascista. Povera Joan. Tradita nel profondo dal marito idolatrato, tradita dal suo sostituto e novello amante che sembra preferirle la figlia Vera, tormentata da una presenza inafferrabile che parla con la voce di Gricey, Joan sa trovare conforto solo nello Zio Alcol.

    Nel nuovo romanzo ritroviamo i temi che interessano da vicino lo scrittore, la fragilità e i disturbi mentali più o meno palesi intrecciati in una trama che ondeggia tra il noir e il gotico. In più c’è un altro sipario che viene sollevato, oltre a quello del teatro per cui i britannici sono famosi- e questo non rivela uno scenario attraente, soprattutto a due anni dalla fine della guerra quando i filmati girati all’ingresso degli alleati nei campi hanno portato a conoscenza di tutti le atrocità commesse dai nazisti.
  Uno scrittore abile, dalla penna inquietante.




lunedì 1 gennaio 2018

Gabriella Genisi, “La circonferenza delle arance” ed. 2010

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
        cento sfumature di giallo
        il libro dimenticato

Gabriella Genisi, “La circonferenza delle arance”
Ed. Sonzogno, pagg. 215, Euro 12,75


   E’ stato un caso (esiste il caso?) che, dopo essermi ripromessa di leggere i romanzi precedenti di Gabriella Genisi per conoscere meglio il suo commissario Lolita Lobosco, io sia entrata nella biblioteca di quartiere e abbia trovato, lì, in bella vista, quasi a chiamarmi, il primo libro della serie, “La circonferenza delle arance”.
     E’ stato un caso (esiste il caso?) che, dopo aver terminato la lettura di un libro impegnativo, abbia preso in mano “La conferenza delle arance” due giorni prima della fine dell’anno. Perché il ‘giallo’ che vede per la prima volta protagonista Lolita Lobosco si svolge a Bari tra il 24 dicembre 2009 (cinquant’anni esatti dall’ingresso delle donne in polizia, come sottolinea Lolita) e il 4 gennaio 2010. Ed è stata una lettura perfetta, frizzante come lo spumante con le bollicine, gioiosa nonostante le brutture che inevitabilmente si trovano in un romanzo di indagine poliziesca.

   Quel 24 dicembre 2009 faceva molto caldo a Bari. Tanto che Lolita aveva aperto il tettuccio della sua Fiat Bianchina per andare in commissariato. Dove la aspettava una brutta sorpresa. Perché l’uomo arrestato con accusa di violenza carnale, lo stimato dentista con il golfino di cachemire e di bella presenza, è Stefano Morelli e Lolita lo conosce. Fin troppo bene. E’ stato il suo grande amore ai tempi del liceo. Si erano lasciati perché la madre di lui si era intromessa- troppo grande la differenza di classe sociale. Chi lo accusa è la sua assistente, una bella ragazza che è stata anche la baby-sitter del figlio del dentista, sorella del suo ex socio nello studio dentistico, fidanzata con un pugile (e lei trema all’idea che il fidanzato venga a sapere più del dovuto). Stefano si proclama innocente. La sua parola contro quella della bella Angela. Lolita gli crede, ma deve provare che la ragazza mente. E perché, poi?
   C’è profumo di arance nel ‘giallo’ di Gabriella Genisi. Arance che Lolita tiene nel cassetto, scorzette di arance candite e crostata di arance che sono tra le specialità di Lolita (ci sono le ricette a fine libro, forse mi arrischierò a provarle anche se il risultato non sarà di certo pari a quello di Lolita), la dieta di arance seguita dalla provocante Angela, il filo rosso del succo delle arance sanguinelle che conduce alla soluzione dell’enigma in maniera piuttosto originale, anche se, prima, l’accusa contro Stefano si appesantisce- il bel Stefano Morelli, un assassino?

    L’abbiamo già conosciuta in “Dopo tanta nebbia”, l’abbiamo già trovata simpatica, ed ora la nostra simpatia nei suoi confronti è ancora maggiore. Di lei avevamo raggranellato alcune informazioni- che suo padre era morto in servizio ed era stato naturale per Lolita seguire le sue orme in polizia, che era stata sposata (ne “La circonferenza delle arance” Lolita non ha ancora superato il dolore per il fallimento del suo matrimonio), che è bella. Di lei ci piace il piglio deciso, il suo modo di trattare le persone, la sua autoironia. Ci piacciono i suoi scivoloni nel sentimentale, il suo parlato, il suo uso colorito (saltuario, quando ci vuole, ci vuole) del dialetto, il suo essere donna in un mondo e in una cultura in cui l’uomo ancora spadroneggia.
   Un dettaglio simpatico per finire. Lolita ha incontrato Salvo Montalbano in Sicilia e Salvo, a Trani per lavoro, le telefona per prendere un caffè insieme. Lolita ha altro per la testa (e per altro, intendiamo un altro uomo) e si scusa, mentendo, dicendo che è a Roma, anche lei per lavoro, e sì, proprio l’ultimo dell’anno.
Mentre Gabriella Genisi fa l’occhiolino ad Andrea Camilleri e ai lettori, la finzione narrativa è più che mai reale, noi lettori siamo fatti della materia dei romanzi e i personaggi dei romanzi sono veri quanto noi.