venerdì 8 dicembre 2017

Gunnar Staalasen, “Tuo fino alla morte” ed. 2010

                                                              vento del Nord
         cento sfumature di giallo
Gunnar Staalasen, “Tuo fino alla morte”
Ed. Iperborea, trad. Danielle Braun, pagg. 314, Euro 16,50

     Non gli ha fatto certo un bel regalo suo padre, chiamandolo di nome Varg, quando di cognome faceva Veum. Perché in questo modo, ogni volta che si presenta suscita la perplessità di chi gli sta di fronte: Varg Veum come ‘lupo solitario’? ebbene sì, e il nome si addice a questo investigatore privato trentacinquenne che ha lavorato in passato come assistente sociale. Separato dalla moglie, con un figlio piccolo che ormai vede di rado, una tendenza a bere troppo e ad innamorarsi facilmente.
     “Tuo fino alla morte”, secondo romanzo della serie pubblicata da Iperborea che ha Varg Veum come protagonista, incomincia con il cliente più improbabile che si affaccia sulla porta dell’ufficio di Varg: un bambino biondo di otto anni. Gli hanno rubato la bicicletta, sa chi è stato: il giovane Joker con la sua banda di teppistelli che la fanno da padroni negli spazi comuni dei condomini dove Roar abita con la mamma. Il papà li ha lasciati per andare con un’altra donna, Roar non vuole che la mamma sappia del furto: Joker e i suoi amici hanno fatto brutte cose ad un’altra mamma che era andata a reclamare la bici del figlio. Da questo atto di delinquenza minorile si sviluppa la trama che mette in gioco Varg, ora che ha fatto conoscenza della bella mamma di Roar. Perché Varg si trova lì, nel buio fuori del palazzo (e sta parlando con Joker), quando assiste ad una parte di una drammatica scena: Wenche si affaccia alla ringhiera del terrazzo e chiama aiuto. Il suo ex marito giace a terra nell’ingresso della sua casa in un lago di sangue. Lei ha in mano un coltello, dice di averlo estratto dal corpo di lui per una reazione istintiva. E’ confusa, sembra non capire che cosa sia successo, era scesa in cantina a prendere della marmellata, lo ha trovato lì morto ammazzato.
Staalasen con l'attore che impersona Varg Veum
      I romanzi di Staalasen che abbiamo letto finora hanno qualcosa che li differenzia dagli altri thriller- un marcato interesse verso giovani problematici e gli sconvolgimenti famigliari che li hanno portati a comportamenti violenti, o prepotenti, o intimidatori. C’è sempre, in entrambi i libri letti, un interesse per i pensieri dei personaggi più che per le azioni che ne sono il risultato. Così, in “Tuo fino alla morte”, Varg Veum ascolta con pazienza le confidenze di Wenche, la ‘sua’ versione dei fatti che hanno portato alla separazione dal marito (e le crede, simpatizzando con lei, innamorandosi un poco di lei, fantasticando su di un bacio scambiato). Poi, con la stessa disponibilità ascolta, una bottiglia di birra dopo l’altra, quanto gli dice l’ex marito di lei, nell’unico incontro che hanno, prima della morte di lui. Simpatizza anche con lui, anzi, si immedesima totalmente: Varg ha visto la donna che ha sostituito la moglie nel suo cuore e capisce.
Compaiono poi sulla scena altri personaggi- l’ambiguo capo di Wenche (possibile che l’algida Wenche andasse a letto con lui?), il marito ignaro dell’amante dell’uomo assassinato. La polizia è certa che sia stata Wenche a uccidere al marito, tutte le prove sono contro di lei, ma non potrebbe essere stato qualcun altro? Poi anche Joker muore accoltellato…


     A tratti ci sembra che lo scorrere del romanzo sia un po’ lento, a tratti ci pare che il comportamento di Varg sia un po’ troppo gigionesco e che le sue battute siano quello che ci si aspetta da lui e quasi forzate, a volte ci pare che Varg sia troppo adolescenziale nei suoi facili e plurimi innamoramenti, ma è simpatico, ci conquista. E anche questo romanzo di Staalesen è una piacevole lettura diversa. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


mercoledì 6 dicembre 2017

Henning Mankell, “Le ragazze invisibili” ed. 2017

                                                           vento del Nord
      specchio dei tempi
      FRESCO DI LETTURA

Henning Mankell, “Le ragazze invisibili”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 314, Euro 18,00

   C’è una citazione dello stesso Mankell, del nostro amato Mankell, nella quarta di copertina de “Le ragazze invisibili”, appena pubblicato dalla casa editrice Marsilio (preciso subito: non è un libro di Mankell uscito da un cassetto per un gioco di prestigio, in Svezia è stato pubblicato nel 2001). “Non sopporterei di non ridere di cuore almeno una volta al giorno. “Le ragazze invisibili” ha offerto spazio alla vena satirica che porto dentro di me”.
   Ridiamo spesso anche noi, leggendo “Le ragazze invisibili”. Almeno finché raggiungiamo la metà del libro, finché si accumulano le parole di Leyla, Tanja e Tea-bag, si aggiungono dettagli alle loro storie e allora la nostra risata si spegne, l’umorismo della prima parte si smorza, la commedia diventa tragedia e però, in qualche maniera, c’è sempre un guizzo di humour ad alleggerire il peso di quello che veniamo a sapere.
    Il protagonista è Jesper Humlin, poeta noto e rispettato ma molto poco venduto.
    Le protagoniste sono tre ragazze immigrate da paesi diversi, in fuga da realtà che hanno solo l’atrocità in comune.
    Protagonista del romanzo è il mondo nuovo in cui viviamo dove nuove realtà si impongono alla nostra consapevolezza.


Humlin incontra per caso le tre ragazze a Göteborg, dove è andato per una presentazione, e si lascia coinvolgere in un corso di scrittura. Lui è recalcitrante, ci sono dei malintesi, l’episodio iniziale che ci fa ridere, di Jesper Humlin che finisce in ospedale perché ha sfiorato la guancia di una ragazza, è il segnale della distanza fra due culture- quella dei paesi ricchi occidentali ha una sordità selettiva nei confronti di quella dei paesi meno fortunati. Che non hanno le parole per farsi intendere. Ecco, bisogna dare una voce agli immigrati, bisogna farli uscire dall’ombra e dal mutismo, per far sapere le loro storie, per non lasciar pensare che sono degli invasori che vanno ricacciati indietro. Humlin ascolterà le ragazze parlare, con il pretesto del corso di scrittura.
     Non si può parlare di romanzo di formazione con un personaggio che non è certo un ragazzino. Eppure c’è una lenta evoluzione in Jesper Humlin i cui problemi maggiori sono come gestire una madre quasi novantenne (ardita, però, la signora che fa sesso telefonico a pagamento per clienti anziani), una fidanzata che vorrebbe avere un figlio da lui (ma Humlin è l’eterno immaturo), un editore che lo spinge a scrivere un thriller di cui ha già divulgato il titolo ai giornalisti. Alcune scene sono esilaranti, ridiamo. Tutto acquista un’altra proporzione quando Leyla (viene dall’Iran), Tanja (di Smolensk), Tea-bag (arriva da un paese africano) incominciano a trovare le parole  per le loro storie. Non importa il paese di provenienza, oltre a sfondi di guerre c’è sempre la violenza odiosa sulle donne- stupri, acido sfigurante, prostituzione forzata- e poi, quando, dopo vicissitudini infinite, sono finalmente arrivate nella Terra Promessa, si sono trovate ad affrontare una montagna di altre difficoltà. Prima di tutte quella di acquistare un’identità. Come, però, se, dichiarando quella vera, sarebbero rimpatriate? Equivarrebbe ad una sentenza di morte.

    C’è il Mankell che conosciamo, dietro la figura di Jesper Humlin che non pensa al successo e alle vendite quando decide che sarà lui la voce delle ragazze, sarà lui che le renderà visibili e le farà uscire dall’ombra. Perché, da questo romanzo di ombre, di ragazze invisibili dai molti nomi e dai molti passaporti, è l’ombra di Henning Mankell, morto troppo presto, nel 2015, che balza fuori a riempire un vuoto. La sensibilità di Mankell ai problemi della nostra società, la sua lungimiranza e la sua coerenza di idee e narrativa sono stupefacenti se pensiamo che è trascorso quasi un ventennio da quando ha scritto “Le ragazze invisibili”. Speriamo che le nostre parole di ammirazione e stima lo raggiungano, dovunque la sua ombra si aggiri.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net




    

Gunnar Staalesen, “Satelliti della morte” ed. 2009

                                                           vento del Nord
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Gunnar Staalesen, “Satelliti della morte”
Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 375, Euro 16,50

Titolo originale: Dødens drabanter

Alta sulle montagne era sorta la luna, il pallido satellite della terra, distante e solitario nella sua eterna orbita intorno al caos e all’inquietudine di quaggiù. Mi venne in mente che la luna non era sola, dopotutto. Eravamo in molti a gravitare inesorabilmente intorno allo stesso caos, alla stessa inquietudine, senza poter intervenire né cambiare qualcosa. Eravamo tutti satelliti della morte.

     Varg Veum. Quando pensavamo che proprio non ci fosse più spazio sul palcoscenico internazionale su cui si affollano ispettori e commissari e detective che popolano le pagine dei romanzi di indagine poliziesca, ecco un nuovo protagonista- e che protagonista d’eccezione! Si chiama Varg Veum: lui stesso scherza sul suo nome che significa ‘lupo’ ed è così insolito che di certo non ha molti omonimi. E’ norvegese ed è ‘nato’ a Bergen nel 1947, nello stesso anno in cui è nato Gunnar Staalesen, lo scrittore che gli ha dato le origini romanzesche. Noi lettori ne facciamo la conoscenza nel libro “I satelliti della morte”, che inaugura la nuova collana “Ombre” della casa editrice Iperborea, specializzata in narrativa nordica. Tuttavia apprendiamo sul retro copertina del libro che Varg Veum è protagonista di una quindicina di romanzi, compare in una serie televisiva, ha addirittura una statua di bronzo a lui dedicata nella sua città natale. E ci domandiamo: dove si era nascosto? come mai non ne sapevamo nulla? Perché vale veramente la pena di conoscerlo.
statua di Varg Veum
    Varg Veum è un detective privato ma, in passato, lavorava nei servizi sociali per la tutela dei minori: preparatevi a leggere una storia che fa male al cuore, come qualunque vicenda che riguardi dei bambini vittime innocenti del mondo degli adulti, e però non una storia strappalacrime perché Gunnar Staalesen è troppo bravo, troppo profondamente sottile per correre il rischio del sentimentalismo della facile pietà.
La prima volta che Varg vede Janegutt, questi avrà al massimo tre anni: sporco, un pannolino strapieno di pipì, degli occhi senza espressione. I servizi sociali lo portano via da una madre che beve, si droga, che non è in grado di badare a lui. Janegutt ha sei anni quando Varg lo incontra di nuovo: il padre adottivo è morto, precipitando dalle scale. Il bambino ha ancora lo sguardo vacuo, tace. Apre solo la bocca per dire, ‘è stata la mamma’. A diciassette anni la morte soffia ancora in faccia a Janegutt che non si chiama più con il dolce diminutivo che gli aveva dato la vera mamma- ora è Jan Egil. Questa volta sono stati ammazzati, in una maniera brutale, entrambi i nuovi genitori adottivi: Jan Egil è l’unico indiziato, viene condannato al carcere. Ancora: dieci anni dopo l’uomo che era stato il convivente della madre naturale di Jan Egil viene ucciso con una mazza da baseball. Che cosa c’è in questo ragazzo per far sì che la morte gli giri sempre intorno? E’ sempre stato lui il colpevole, anche della caduta fatale di cui si era autoaccusata la madre adottiva? Fino a che punto le esperienze di vita della donna che lo ha messo al mondo hanno determinato la sua esistenza? Esiste una predestinazione?
dal film
    Varg Veum parla in prima persona nel romanzo di Gunnar Staalesen e, per quanto la sua narrazione sia per forza soggettiva, ci colpisce la sua onestà morale e intellettuale, ci piacciono la sua profonda umanità, la sua comprensione, la sua capacità di relazionarsi ad un bambino come se fosse un suo pari e più tardi ad un adolescente turbato, conquistandone la fiducia. Varg non è perfetto. Ogni tanto Varg alza il gomito; Varg è separato dalla moglie ed ha un figlio. Anche lui si occupa poco di suo figlio- certo, non è un alcolista, non è un tossico come la madre di Jan Egil, ma come si può sapere come i figli risentano dell’abbandono da parte di un genitore? E comunque l’intuizione di Varg Veum, soprattutto la sua volontà di meritarsi la fiducia di quel ragazzo così colpito dalla vita, lo portano a scavare nel passato, facendo venire alla luce fatti che in apparenza hanno ben poco a che fare con quelli del presente. In una Norvegia dal paesaggio cupo, fra montagne che paiono dure e nemiche prima di aprirsi negli squarci di bellezza dei fiordi, c’è la memoria di un antico delitto avvenuto nel 1839. Strano come si possa apprendere qualcosa di nuovo anche su di un fatto così remoto nel tempo, e la lezione è che niente è come appare.

    Vi avverto: il finale vi farà stare molto male. Anche Varg è gravemente ferito in uno scontro a fuoco, ma siamo certi che non ‘può’ morire: noi lettori vogliamo incontrarlo ancora e conoscerlo di più.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 4 dicembre 2017

Marc Fernandez, “Onde confidenziali” ed. 2017

                                                        Voci da mondi diversi. Francia
cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Marc Fernandez, “Onde confidenziali”
Ed. Sellerio, trad. F. Bruno, pagg. 211, Euro 16,00

    Non c’è mai fine al Male. Credevamo di aver appreso tutto sui desaparecidos, pensavamo che le madri addolorate con il fazzoletto bianco in testa fossero quelle di Plaza de Mayo, che i bambini sottratti alle mamme oppositrici del regime fossero soltanto quelli argentini, e invece “Ore confidenziali”, il libro di Marc Fernandez (francese di origini spagnole), ci apre gli occhi su quanto è successo in Europa, in Spagna, durante il franchismo e anche negli anni seguenti, e ci chiediamo se la notizia apparsa a suo tempo sui nostri giornali ci sia sfuggita per distrazione o perché non le è stato dato abbastanza risalto.
    Si calcola che siano stati dodicimila i bambini desaparecidos in Spagna, rubati appena nati e venduti a famiglie giudicate più idonee a farli crescere in un ambiente sano e conforme allo spirito della destra del Generale Franco. Marc Fernandez immagina un futuro/presente ravvicinato in una Spagna in crisi economica in cui l’estrema destra ritorna al potere dopo anni di governo socialista, imbavagliando i media e mettendo a tacere qualunque contestazione. La sera stessa delle elezioni un giovane candidato del partito vincitore viene assassinato in strada. E’ questo il primo delitto con cui si apre il romanzo in cui il personaggio principale è Diego Martín, giornalista conduttore di una trasmissione radiofonica che va in onda alla mezzanotte del venerdì, “Onde confidenziali” per l’appunto (il titolo originale è “Mala vida”, dalla canzone di Manu Chao).
Alla radio Diego Martín propone dei casi di cronaca nera, aggiungendo nuove indagini chiarificatrici e interviste con fonti attendibili. Alla trasmissione partecipa anche un procuratore che vuole mantenere l’incognito- ogni settimana questo procuratore X che altera la voce per non essere riconosciuto, parla di casi in corso, di fascicoli fatti sparire da colleghi senza scrupoli, fa riemergere scandali. I delitti che si susseguono ora- a Madrid, Valencia, Barcellona, cinque in tutto e spuntati ad uno ad uno da chi li commette e di cui conosciamo subito l’identità- sono in apparenza scollegati l’uno dall’altro, difficile venirne a capo. Il giudice David Ponce e la detective Ana (un trans che arriva dall’Argentina, un personaggio molto anticonvenzionale) collaborano con Diego per scoprire di più. E poi compare sulla scena Isabel, avvocato, che ha mollato famiglia e lavoro a Parigi per ritornare in Spagna da cui i nonni erano fuggiti negli anni della dittatura. “Ore confidenziali” è il tramite ideale per lanciare la ‘bomba’- la notizia, basata su prove e testimonianze, dei bambini sottratti alle madri negli anni del Generalissimo e non solo. Erano in tanti a sapere, ad avvantaggiarsene, a tacere. Da adesso la congiura del silenzio è infranta. L’indice di ascolto della trasmissione è altissimo. Sono in molti, moltissimi, a farsi avanti, a raccontare, a voler sapere di più, ad esigere giustizia. Usciranno indenni i coraggiosi Diego, Ponce e Ana da questa tempesta? E Isabel, di cui seguiamo i travestimenti e le imprese? Quale giudizio dare su chi si fa giustizia da sé?

    “Onde confidenziali”, un romanzo tra realtà e finzione, scritto in uno stile asciutto e scorrevole, si legge di un fiato: l’argomento è dolorosamente scottante, impossibile non sentirci partecipi. Marc Fernandez sfrutta la cornice del giallo e del noir per tenere il lettore ancora più avvinto- di fronte ad un assassino che agisce con un piano preciso e messo a punto in ogni dettaglio nel presente c’è chi ha preso parte, in maniera diversa, a crimini nel passato. E per crimini si intende non solo e non necessariamente la morte di qualcuno, sono stati atti criminali anche gli arresti degli oppositori, le incarcerazioni, le torture, i bambini rubati. Il silenzio.
Il coraggio di Diego Martín, del giudice che perde il posto, della battagliera Ana a cui pare di essere ripiombata nell’incubo argentino, è il coraggio di Marc Fernandez che solleva il sipario su un’epoca buia e riapre vecchie ferite.




domenica 3 dicembre 2017

Benedict Wells, "La fine della solitudine" - Intervista 2017

        Voci da mondi diversi. Area germanica
                                    Intervista


     Quando Benedict Wells appare da dietro una scaffalatura di libri nella biblioteca del Goethe Institut di Milano dove presenterà il suo romanzo, lo riconosco perché ne avevo visto le foto, ma mi sembra ancora più giovane di quello che appare in fotografia. Potrebbe essere un ragazzo che ha appena finito il liceo, anche se invece ha 33 anni. Della giovinezza ha l’entusiasmo e il calore, la passione nella voce quando parla del suo libro a cui- mi dice- ha dedicato sette anni.

C’è una frase che mi ha molto colpito, nel suo libro, e vorrei iniziare da lì. E’ quando Jules dice “Ero convinto che uno potesse costringersi a essere creativo, a lavorare sulla fantasia, ma non sulla volontà. Il vero talento è la volontà”. E’ stato così che ha funzionato anche per Lei? E’ la forza di volontà che l’ha spinta?
   Sì, era la mia unica possibilità. A scuola, al liceo, non ero il più bravo, non ero quello con maggior talento. Il talento non era una cosa che potevo controllare, ma la volontà e la tenacia, sì. Questo può fare la differenza. Se sei un genio e hai talento, va tutto bene, ma se sei una persona normale, la forza di volontà è essenziale. Io non ho continuato a studiare dopo le superiori, non sono andato all’università. Lavoravo di giorno e scrivevo di notte. Per cinque anni mi sono visto rifiutare tutti i miei scritti, naturalmente mi sentivo frustrato: penso che pochi, pochissimi avrebbero continuato a scrivere dopo tutti i fallimenti. Certo, ci voleva anche fortuna, ma la volontà era l’unica cosa che potevo controllare e io sapevo, anzi credevo che avrei potuto migliorare anche in campo creativo.

Era uno di quegli alunni che, a scuola, avrebbe saputo scrivere anche il tema del suo compagno di banco, oltre al suo? Ha iniziato presto a scrivere?
     No, perché non ero particolarmente bravo a scuola, ero nella media e poi non ci davano dei temi da scrivere, ma analisi e interpretazioni di testi. Mentre io, invece, volevo raccontare delle storie. Non ho studiato letteratura perché volevo scrivere io. Quando avevo quindici anni ho scoperto John Irving e ha cambiato il mio punto di vista. Sono rimasto colpito dai suoi personaggi, è come se Irving avesse aperto una porta per me, volevo scrivere anche io delle storie con personaggi così eccitanti. E’ da allora che ho avuto il desiderio di scrivere. All’inizio, però, scrivevo cose tremende. A 18 anni ho scritto il mio primo libro- era pessimo, ma io volevo scrivere. All’inizio pensavo che fosse il più bel libro del mondo e l’ho inviato in lettura a parecchie case editrici- avrei voluto far vedere ai miei insegnanti che avevo pubblicato un libro. Un editore lo ha letto- sì, erano gli anni in cui le opere di giovani scrittori erano molto richieste, per quello sono stato fortunato e il mio scritto è stato preso in esame- e mi ha detto che il romanzo era pessimo.

Quanti anni aveva quando ha pubblicato il suo primo romanzo?
    Avevo 24 anni, questo è il mio quarto libro e quello che ha avuto maggior successo.
John Irving

Altra domanda banale ma inevitabile: c’è qualcosa di Lei in Jules, nel suo temperamento artistico?
    Invece è una buona domanda. Jules ed io siamo simili ma diversi- il nostro approccio alla scrittura è simile. L’anno prossimo pubblicherò dei racconti e due di questi sono scritti da Jules. Uno è quello che sta scrivendo Jules bambino ne “La fine della solitudine”, la storia di una biblioteca di notte in cui i libri parlano (vedere pag. 34 nel libro). L’altro è sul padre di Jules e la macchina fotografica trovata da Jules nel cassetto. Dapprima questa storia, questa parentesi, era inclusa ne “La fine della solitudine”, poi l’ho tolta perché il romanzo è sul figlio e non sul padre. Avrebbe spostato l’attenzione da Jules a suo padre.

E nella scelta delle passioni di Jules- di Jules e di Alva- che ricorrono in tutto il libro, la musica e la letteratura? Anche quelle sono le sue passioni?
    Assolutamente sì, sono le mie passioni- mi piacciono i cantanti e i musicisti del libro, non sono i miei preferiti ma la musica è la mia passione.

Si parla spesso de “Il cuore è un cacciatore solitario”, il romanzo di Carson McCullers: è una delle sue letture preferite?

   In realtà “Il cuore è un cacciatore solitario” è entrato nel libro per caso. Alva lo leggeva e ho dovuto leggerlo anche io. E mi sono accorto che entrava perfettamente nel romanzo e mi apriva altre porte.

C’è un autore russo a cui ha pensato, dietro Aleksej Nikolaj Romanov?
   No, non c’è nessuno. Tante cose sono entrate nel libro come a mia insaputa. Ad esempio, ad un certo punto c’era Alva che leggeva “Cuore di tenebra” di Conrad e poi ho sentito che non andava bene e l’ho sostituito con “Il buio oltre la siepe”. Cerco di seguire le mie intuizioni. Romanov entrava bene nel libro e così gli ho dato più spazio.

E di Fitzgerald- altro scrittore menzionato nel romanzo- che cosa la attrae? Forse il mito della giovinezza?
     No, la sua maniera di scrivere. Come per Kazuo Ishiguro, che ammiro moltissimo e di cui mi è piaciuto soprattutto “Non lasciarmi”, più ancora di “Quel che resta del giorno”. Mi piacciono tutti i libri di Fitzgerald- è tenero, sensibile, forte, è uno scrittore molto importante per me. E pensare che il suo romanzo che amo di più, “Tenera è la notte”, è stato selvaggiamente attaccato dai critici…

Mi ha affascinato il personaggio di Alva: ha sempre avuto un ruolo così centrale o lo ha conquistato a sua insaputa?

     Alva ha sempre avuto un ruolo centrale, anche nella prima stesura, quando avevo 24 anni. E’ un personaggio difficile. A volte sai tutto di un personaggio, fin dall’inizio. Alva, invece, era un mistero, mi ci sono voluti anni per raggiungerla, guardarla negli occhi e chiederle, “Chi sei, Alva?” e l’ho capita solo al 94%. Alva ha ancora dei segreti per me.

Se la vita è un gioco a somma zero- mi pare che la bilancia negativa pesi tanto nel caso dei protagonisti.
    Dipende. Jules dice che la vita non è un gioco a somma zero, che le cose accadono come accadono, a volte in maniera giusta e a volte talmente ingiusta che viene da dubitare di tutto, e poi cambia opinione. A volte penso che abbia ragione lui, a volte sono più ottimista, non c’è una risposta definitiva. L’altra risposta che Jules dà è che questa vita non può essere sbagliata perché è la sua. Così distrugge la domanda stessa- la tua vita non può essere sbagliata.


Questo è il suo quarto libro ed è quello che ha avuto più successo. Ha paura del ‘poi’? il nuovo libro di racconti non potrà avere lo stesso successo di questo.
    Ah, certamente no. Questo è stato un successo inaspettato. I primi tre libri erano molto più leggeri, pensavo che questo fosse troppo triste e non mi aspettavo niente. Sono stato preso di sorpresa. Ci ho messo tutto me stesso, come posso aspettarmi di scrivere altro? Adesso penso che per me sia il momento di divertirmi. Divertirmi e anche sento che devo pubblicare i miei racconti- non mi aspetto niente, però.

Il prossimo romanzo avrà per protagonista un sedicenne negli anni ‘80- sarà una storia del tutto diversa, quella di una maturazione. Ho impiegato sette anni per scrivere “La fine della solitudine”, questo è un romanzo che parla di morte, di solitudine, di perdita- è anche deprimente scrivere un libro così e sarebbe impossibile scriverne uno simile. Il prossimo sarà del tutto diverso: provo sollievo a scrivere d’altro.

intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.net


sabato 2 dicembre 2017

Benedict Wells, “La fine della solitudine” ed. 2017

                                                Voci da mondi diversi. Area germanica
           romanzo di formazione
           FRESCO DI LETTURA

Benedict Wells, “La fine della solitudine”
Ed. Salani, trad. Margherita Belardetti, pagg. 306, Euro 15,90

   Marty, occhiali, eterno cappotto di pelle nera, lo studioso che sposerà Elena quando saprà che lei non può avere figli (e non perché ne sia contento, ma perché gli sembra giusto così).
    Liz, bionda, bellissima, irrequieta, avida di vita, pronta a tutte le esperienze, collezionatrice di uomini, a quarant’anni suonati si deciderà a fare un figlio con l’uomo che l’ha sempre amata.
  Jules, il guardiano della memoria, il narratore delle storie di famiglia, aspirante fotografo (per far piacere al padre), aspirante scrittore, innamorato di Alva da quando- erano poco più che bambini- l’aveva conosciuta in collegio.
   Sono i tre Moreau i protagonisti de “La fine della solitudine” del giovanissimo scrittore tedesco Benedict Wells. O forse no. Il personaggio principale è Jules, il più giovane dei tre che è solo un bambino di sette anni all’inizio del libro e, per voce sua, la vera protagonista è Alva, efelidi, capelli rossi, occhiali di corno, un incisivo leggermente storto. Jules ricordava quando suo padre gli aveva detto che la cosa più importante nella vita era trovare un vero amico. “Un vero amico è qualcuno che c’è sempre, che ti resta accanto per tutta la vita. Devi trovarlo, è più importante di tutto, anche dell’amore. Perché l’amore può finire.” E Alva, sola quanto lui in quel collegio dove i Moreau erano stati mandati dopo l’incidente in cui erano morti i genitori, era l’amica di Jules, la sua prima e unica amica, così amica che né l’uno né l’altra si erano resi conto che il loro sentimento era anche amore. Più consapevole Jules, forse, dopo che si erano persi di vista e a lui era sembrato di vivere a metà finché si era deciso, le aveva scritto, si erano ritrovati. E’ così facile, la vita? Conoscersi, perdersi, ritrovarsi, vivere felici e contenti? No di certo.

   La storia, le storie che Benedict Wells ci racconta per bocca di Jules, non ha un andamento lineare. Inizia nel 2014, con Jules in un letto di ospedale, dopo che è andato fuori strada con la sua moto (ha forse cercato di uccidersi?), e poi procede a grandi salti e spezzoni. Jules e Alva ripetono più di una volta che la vita è come un gioco a somma zero- alle disgrazie, alle cause di infelicità, ci deve essere un corrispettivo che bilancia la negatività e riporta l’equilibrio. Eppure, sia per Jules sia per Alva, sembra proprio che le batoste siano state in numero maggiore, fino a quegli otto anni di felicità insieme che vengono loro concessi. E poi? E’ zero il risultato? Nella scena finale Jules esce dal bosco per raggiungere i figli che gli chiedono se sia pronto a giocare con loro. “Sì, sono pronto”, sono le parole che chiudono il libro. Allora possiamo pensare che la famiglia ha serrato i ranghi, che il bosco in cui Jules si era inoltrato aveva anche un valore metaforico e che adesso si dichiari pronto non solo a giocare con i gemelli ma a riprendere il suo ruolo di genitore, ad essere un padre come suo padre non era riuscito ad essere perché era morto giovane.

     Le pagine de “La fine della solitudine” traboccano di rimandi a musiche e a libri, ogni personaggio sembra avere un suo doppio (o più di uno) che è anche, in qualche misura, il suo opposto- la pacata Elena che soddisfa il suo istinto materno con i figli di Jules è in antitesi all’eternamente insoddisfatta Liz, e pure ad Alva, affascinante ed elusiva che ha sposato in prime nozze lo scrittore russo che più ammirava e che era più vecchio di suo padre; Marty, il fratello maggiore che recupera tardi il compito di ‘guida’ di Liz e di Jules e che è un completamento della personalità di Jules; la zia dei Moreau che si sostituisce, per quanto possibile, alla loro madre. Per un motivo o per l’altro, i genitori di questi giovani sono assenti dalla scena. Ecco, allora, la solitudine, la ricerca dell’amico, le follie per riempire il vuoto, gli errori, gli sforzi per risollevarsi.
   Insolito romanzo di formazione che propone anche un’insolita revisione della memoria che non sarebbe più necessaria, se- “E se il tempo non esistesse? Se tutto ciò che si vive fosse eterno e non fosse il tempo a passarti accanto, ma tu a passare accanto a ciò che hai vissuto?”, perché, in questo caso, i ricordi sarebbero sempre lì e, “se si potesse tornare indietro, li si ritroverebbe nello stesso punto.”. E’ anche un romanzo intenso sulla solitudine, sulla pienezza, sulla perdita, sulla caduta e sulla volontà di andare avanti.

la recensione e l'intervista che seguirà saranno pubblicati su www.stradanove.net


   


venerdì 1 dicembre 2017

Nancy Mitford, “L’amore in un clima freddo” ed. 2012

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                        commedia
           il libro ritrovato

Nancy Mitford, “L’amore in un clima freddo”
Ed. Adelphi, trad. Silvia Pareschi, pagg. 280, Euro 18,00
Titolo originale: Love in a Cold Climate


     “Oh, Boy non mi ha fatto nessuna proposta, non credo avrebbe mai osato, visto il tipo…Voglio dire, così meravigliosamente altruista, convinto che io tema di perdere l’eredità e fesserie del genere. Inoltre conosce bene la mamma, e sapeva che avrebbe scatenato un putiferio…Voleva evitarmi tutto questo. No, ho sempre saputo di dover essere io a dichiararmi, e così l’ho fatto. Non è stato molto difficile.”


        Pensate alla brillantezza dei dialoghi di Evelyn Waugh, all’umorismo dello scambio di battute tra i suoi personaggi, tutti appartenenti al bel mondo anglosassone con tanto di Lord o di Sir davanti al nome- il tipo di persone che hanno sempre avuto il pane tostato e imburrato a puntino, per dirlo in maniera inglese. Nel romanzo “L’amore in un clima freddo” di Nancy Mitford (la maggiore delle sei leggendarie sorelle Mitford che, in una maniera o nell’altra, fecero tutte parlare di sé) si ritrova la stessa vivacità, la stessa lucentezza, lo stesso umorismo raffinato, lo stesso cinismo di Evelyn Waugh (quasi coetaneo della scrittrice), ingentilito, però, dalla personalità femminile della Mitford, meno amaro e sprezzante, tinto di rosa dagli interessi amorosi delle protagoniste dietro i cui scherzi e parole indoviniamo quelli di Nancy e delle sue sorelle.

     La trama è semplice: Polly Montdore (il suo vero nome è più regale, Leopoldina, come si addice alla figlia di un Lord che è stato viceré in India), vent’anni, bionda, occhi azzurri, è bella, così bella che non ha bisogno di parlare per attrarre l’attenzione. Eppure, nonostante sia un’ ambita preda per i cacciatori di dote, Polly non si innamora mai. Sorprenderà e scandalizzerà tutti quando annuncia che sposerà lo zio appena rimasto vedovo. Che nessuno ricordi il vero nome dello zio e che tutti lo conoscano con il nomignolo ‘Boy’, la dice lunga sul tipo di uomo che gioca a fare l’eterno ragazzo, che è soprannominato ‘l’Oratore Osceno’ dalle terribili ragazzine Radlett per via dei giochetti proibiti che gli piaceva fare (all’insaputa dei genitori delle bambine, naturalmente). A Polly non importa essere diseredata e forse non sa neppure che lo zio è stato anche l’amante di sua madre. Ha l’età per pensare che ‘un cuore e una capanna’ bastino per essere felici e invece, dopo l’esperienza in Sicilia- l’unico luogo dove lei e Boy possano permettersi di vivere- ritorna in Inghilterra disgustata di tutto. Della Sicilia e degli italiani, della lingua italiana che le pare affettata, del cibo, dell’eterno cielo senza nuvole e del caldo. Del marito, anche. E dire che aspetta un figlio da lui.
dall'adattamento televisivo
Il ritorno di Polly in Inghilterra ricompone il quadro, anche se tutto è diverso, pur sembrando uguale. Polly ha ereditato da una zia, sua madre Lady Montdore si rappacifica con lei- ma ora è diventata irriconoscibile sotto l’influenza dello stravagante giovane parente che si è installato nella dimora dei Montdore (di lui si dice, garbatamente, che è un invertito)-, la crisi economica del ‘29 è superata e Polly volge i suoi begli occhi altrove.
     La storia di Polly ci è raccontata da Fanny, l’antitesi di Polly. Fanny ha lo stesso nome della protagonista di “Mansfield Park” di Jane Austen e per molti versi le assomiglia. Non bella, bruna a fianco della bionda e rosea Polly, Fanny è cresciuta in casa degli zii, proprio come la Fanny di “Mansfield Park” e, come lei, è un po’ la ‘parente povera’ e poco appariscente in mezzo alle vivaci e ricche cugine e amiche. Fanny non ha la spudoratezza impertinente delle ragazze Radlett, è una compagnia perfetta per Polly perché non c’è pericolo che la metta in ombra con le sue parole o con il suo aspetto. Non mira neppure ad un matrimonio dorato: sposerà un insegnante di Oxford, uno che- con orrore dello zio- legge libri!! Lady Montdore arriva a consigliare a Fanny di leggere di meno, se vuole tenersi stretto il marito. Ma Lady Montdore è anche capace di dire, quando muore il nipotino, “forse è meglio così, i bambini sono una grossa spesa oggigiorno.”
Lo sguardo di Fanny sulle bizzarrie, sullo snobismo, sulla vita lontana dall’affanno quotidiano della grande famiglia con cui è imparentata, ci dà la giusta prospettiva di questo mondo. Fanny non giudica, il suo è uno sguardo divertito, ogni tanto è come se sollevasse un sopracciglio ad indicare la sua disapprovazione- lieve e comprensiva.

        “L’amore in un clima freddo” è stato pubblicato per la prima volta nel 1949: non dimostra assolutamente la sua età.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it