sabato 7 ottobre 2017

Richard Bausch, “La pace” ed. 2017

                                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                    seconda guerra mondiale
   FRESCO DI LETTURA

Richard Bausch, “La pace”
Ed. Playground, trad. M. Adani, pagg. 187, Euro 13,60


    Era successo tutto in una sola notte. Una notte che conteneva la vita e la morte, l’uccidere e il venire uccisi, il coraggio e la paura, il passato dei ricordi e il presente di guerra e il futuro dell’incertezza: si potrà mai essere di nuovo se stessi dopo quello che è successo, quello che si è fatto, quello che si è visto fare?
   E’ il 1944. Un manipolo di soldati americani sta avanzando sulle montagne nei pressi di Cassino. Piove, piove. Ma l’Italia non è il paese del sole? Avanza un carretto con due ragazzi, forse zingari. Dal carretto, però, balza fuori un soldato tedesco. Una puttana che parla tedesco con lui. Vengono entrambi uccisi. E’ il caporale Marson ad uccidere il tedesco, i suoi capelli rossi e gli occhi spalancati nel vuoto gli riappariranno ad intervalli, con l’agghiacciante consapevolezza di aver ucciso un uomo, non un nemico incognito come era già successo, ma uno che aveva visto in faccia. Era quasi come se lo conoscesse. Ed era stato Glick ad uccidere la donna. Semplicemente perché era con il soldato tedesco, perché questi aveva sparato a due di loro, perché l’amica del nemico è il mio nemico. E tuttavia l’etica di guerra non è questa. Non per Marson, non per Saul Asch, ebreo preso di mira da Joyner, antisemita più o meno consapevole. Eppure nessuno di loro denuncia quello che è un omicidio. Perché il punto è questo. I valori devono essere difesi, non si può lasciar correre pensando- che cosa è la morte di una puttana nella carneficina della guerra?

    E, dopo, Marson, Asch e Joyner vengono mandati in ricognizione su quella che sembra una collina. Li guida un vecchio italiano che è stato fermato mentre conduceva il suo carretto (un altro- destino?). Nega di essere un fascista, ma è affidabile? Tutto fa presagire che la notte finirà in tragedia per il cattolico Marson, l’ebreo non praticante Asch e l’irridente ateo Joyner. Il buio, la pioggia incessante che si trasforma in neve e attutisce i rumori, il fango, il freddo, la vescica scoppiata sul calcagno di Marson, il torturante prurito sul braccio di Joyner, l’affermazione sovente ripetuta da Asch- è loro dovere denunciare l’omicidio della donna- e la sua convinzione che saranno puniti per quello a cui hanno assistito senza reagire, che stanno già espiando, e poi lo sparo e il tedesco morto e le raffiche ripetute che parlano di esecuzioni (‘gli ebrei’, dice il vecchio). E dopo tocca a loro.


   Il padre di Richard Bausch ha combattuto in Italia durante la seconda guerra mondiale- lo scrittore sa di che cosa sta parlando. I nonni di Marson emigrarono dalla Germania e il nonno di Asch, pure tedesco, combatté per il Kaiser durante le prima guerra mondiale. Anche se i protagonisti sanno a chi vada la loro lealtà, non possono non essere confusi. Soprattutto quando si scende al livello umano da quello militare. Questo è il grande quesito del romanzo, ed è lo stesso che ritorna in tutti i migliori libri di guerra, - come si mantiene la propria umanità quando il mondo intorno a noi non ha più nulla di umano, come ci si sottrae alla deriva. E, in uno stile asciutto e limpido, Richard Bausch ci fa riflettere su come la guerra non sia tanto l’eterna lotta tra Bene e Male al di fuori di noi ma dentro noi stessi, anzi a come tutto incominci da lì, a come, se impediamo al Male dentro di noi di avere il sopravvento, riporteremo una piccola vittoria, parte di un tutto, per l’umanità. E allora anche la pace è, per prima cosa, quella della nostra anima.


giovedì 5 ottobre 2017

KAZUO ISHIGURO PREMIO NOBEL 2017

                                       Premio Nobel   2017
                                       Intervista  del 2006



E' di ieri la notizia del Premio Nobel conferito a Kazuo Ishiguro (ringrazio l'amico che sa il giapponese e che mi ha detto che, dettaglio curioso, in italiano il nome dello scrittore sarebbe Vittorio Pietranera). Sono andata subito a cercare nei miei file l'intervista che gli feci  nel 2006, dopo la pubblicazione di "Non lasciarmi", occasione per cui avevo riletto anche gli altri suoi romanzi.


Kazuo Ishiguro, “Non lasciarmi”
Ed. Einaudi, pagg. 296, Euro 17,50

Durante un viaggio in macchina una ragazza, Kathy, ricorda la sua vita: la scuola di Hailsham, l’amicizia con Ruth e Tommy, il ragazzo di cui lei e Ruth erano innamorate, le insegnanti, la temuta Madame che selezionava per la sua Galleria i lavori migliori degli studenti. Sono tutti ragazzi senza genitori, ma non sono orfani. Sono consapevoli che la loro vita è predestinata, che sarà breve e che devono godere in fretta di tutto quello che di bello il mondo può offrire, la musica, l’arte, l’amore. Chi sono e qual è il loro destino?


INTERVISTA A KAZUO ISHIGURO, autore di “Non lasciarmi”

“Anche la letteratura è stata toccata dalla globalizzazione”, ci dice Kazuo Ishiguro all’inizio dell’intervista che ha rilasciato a Stilos a Milano, prima della presentazione del suo nuovo libro “Non lasciarmi” tradotto ottimamente da Paola Novarese. “Tutti noi scrittori, più o meno consapevolmente, scriviamo pensando alla traduzione dei nostri libri. Quando scrivo mi viene spontaneo pensare se le parole o le frasi che sto usando troverebbero una facile traduzione in un’altra lingua oppure no, e cerco di evitare i giochi di parole che sono così caratteristici della lingua inglese.”  L’inglese è diventata la prima lingua per Kazuo Ishiguro, nato in Giappone nel 1954 ma emigrato con la famiglia in Gran Bretagna nel 1960, ed è considerato uno dei maggiori scrittori inglesi. Stilos ha parlato con lui del nuovo romanzo, dei temi dei suoi libri precedenti e del suo rapporto con il cinema.

Quali sono stati i motivi che lo hanno spinto a scrivere “Non lasciarmi”, un libro per molti versi così diverso dai precedenti?
     Ci sono stati due motivi: prima di tutto volevo trovare una storia che enfatizzasse quanto è breve la vita. Questo è un tema che ricorre nei miei romanzi, è presente anche nel titolo di “Quel che resta del giorno”. Non ce ne rendiamo conto e, se non ci affrettiamo ad afferrare l’amicizia e l’amore, dopo può essere troppo tardi, la vita diventa un viaggio di sola andata. Volevo quindi trovare una situazione fantastica in cui la vita è breve e i protagonisti devono cogliere al volo l’amore e la gioia prima che sia troppo tardi. Il secondo motivo è che volevo riproporre in un nuovo modo le vecchie domande che sono passate di moda: che cosa significa essere un essere umano? Che cosa è l’anima? Dobbiamo comportarci secondo i dettati del creatore? Sono domande insite nella natura umana e che sono diventate difficili da trattare per gli scrittori di un mondo post-religioso. Tolstoj e Dostoevskij hanno scritto pagine e pagine su questi argomenti, io volevo parlarne in modo diverso dando loro una maggiore immediatezza.
scena dal film tratto da "Non lasciarmi"
 Dunque la scuola convitto di Hailsham è una metafora?
   Sì, per me Hailsham è una metafora concreta per l’infanzia: volevo creare l’idea della bolla che isola da tutto in cui cerchiamo di far crescere i bambini. Quando mia figlia era piccola, censuravo tante cose tra la sua vita e il mondo: volevo che vedesse tutto il mondo come un film di Walt Disney. Penso che la maggior parte di noi sia cresciuta al riparo dalla realtà, solo più tardi siamo venuti a conoscenza di quanto c’è di brutto e duro nel mondo. Tocca agli adulti gestire le informazioni da far pervenire ai bambini che poi, crescendo, imparano a discutere su quanto c’è di spaventoso e di entusiasmante nella realtà. Era questo che cercavo di catturare descrivendo Hailsham. Certo c’è un’ombra nel futuro dei ragazzi, ma dopotutto c’era un’ombra anche nella vita di mia figlia- non le avevo mai parlato della morte, ad esempio.

 Il suo libro vuol essere una denuncia dell’eccesso di scienza nel mondo?
     La mia non è un’affermazione o una critica, non rappresenta una situazione reale. Una cosa è interessante nella finzione narrativa: poter immaginare questo mondo e mettere alla prova i valori della nostra civiltà, chiedendoci se è proprio impossibile che quanto descriviamo accada. Penso che questo sia l’aspetto positivo di dedicarsi al genere della letteratura di fantasia. Quello che mi preoccupava non era esaminare il problema della clonazione, piuttosto quello della scienza. Quando ho iniziato il romanzo, negli anni ‘90 subito dopo “Quel che resta del giorno”, era interamente diverso: c’era il gruppo di ragazzi ma la tematica riguardava le armi nucleari, che era poi il problema che metteva in ansia la mia generazione. Sono ritornato più volte sul romanzo ed è stato solo nel 2001 che ho cambiato l’argomento che riflette la mia preoccupazione sulla nostra abilità di controllare la scienza.


Non c’è una certa crudeltà nell’educare questi ragazzi al bello, visto la fine che debbono fare?
     Un punto essenziale della storia è che questo è un progetto che ha ragione di essere. Dietro il progetto c’è gente benintenzionata che vuol provare al resto del mondo che i ragazzi sono come gli altri esseri umani ed è per questo che gli si insegna il gusto dell’arte e del bello. Hailsham è una sorta di bio-fattoria. Ma d’altra parte la stessa domanda è valida per ognuno di noi: perché facciamo lo sforzo di essere sensibili all’arte se alla fine ci aspetta la morte? Il nucleo di molti romanzi è su che cosa renda la nostra vita degna di essere vissuta, che cosa valga la pena di vivere.

Anche in questo romanzo lo sguardo della protagonista è rivolto al passato ed è ancora presente un tema che le è caro, quello della valutazione della propria vita, la sensazione che sia andata sprecata.
    Quando ho iniziato a scrivere mi interessava osservare come le persone mentano a se stesse, mi interessava l’intero processo del ricordare e dimenticare. Ci sono delle verità difficili da affrontare e mi domandavo come avrei guardato indietro alla mia vita, come avrei affrontato i fallimenti, e poi, come si altera la verità nel ricordo? Mi illuderò o mi dirò la verità? Ho osservato i miei genitori, le persone che erano uscite dalla guerra e cercavo di proiettarmi nelle loro esperienze. Immaginavo dei personaggi che lottano tra l’auto-inganno e il bisogno di verità. In questo libro la memoria gioca un altro ruolo: per Kathy il ricordo è una consolazione, si attacca ai ricordi perché le persone che ama sono scomparse e la memoria diventa preziosa, qualcosa a cui aggrapparsi. Sono sempre affascinato da come la gente ricordi e dimentichi, da come i paesi stessi ricordino e dimentichino il loro passato.

E’ forse necessario l’autoinganno, in una certa misura?
     Penso di sì: i ragazzi di “Non lasciarmi” si auto-ingannano, ma in maniera positiva, a loro serve l’illusione di vivere una storia d’amore. Forse una certa dose di auto-inganno è indispensabile perché permette di andare avanti nella vita. Anche negli altri libri tutto sommato non avevo un’idea interamente negativa dell’auto-inganno: può essere un modo per sopravvivere. Anche se a malincuore, ammiravo il maggiordomo Stevens che a poco a poco abbandona le illusioni: ci vuole coraggio per accettare i fallimenti. In questo nuovo libro prevale il senso che forse tutti abbiamo bisogno di illuderci che ci siano delle cose per cui vale la pena di vivere, altrimenti tutto è una perdita di tempo, si vive per morire. Mi affascina la maniera in cui tiriamo su i bambini: noi inganniamo i nostri figli cercando di proteggerli dal buio e solo più tardi si accorgono che il mondo non è così bello. Ma sarebbe difficile trovare la speranza e l’ottimismo senza questa protezione.

E’ lo sconforto davanti al mondo che ci circonda che spinge degli scrittori profondi- lei stesso, Orwell e Huxley in passato- a ricorrere al romanzo dell’utopia invertita, della “distopia”?
    “Non lasciarmi” si può leggere come un romanzo della distopia, io però, come ho detto, volevo trovare una metafora per l’eterna e universale condizione umana. Volevo cercare un nuovo modo di guardare al passaggio dall’infanzia all’età adulta e alla morte. I ragazzi affrontano quello che tutti dobbiamo affrontare, solo che loro devono farsi le domande tutte insieme in breve tempo. Volevo soprattutto che la morte fosse visibile perché nel nostro mondo la morte è ormai diventata invisibile. Se crei una situazione fantastica, riesci a vedere la morte più chiaramente: volevo immaginare il processo dall’essere giovani ad arrivare ad accettare la vicinanza della morte.

I suoi due primi libri, “Un pallido orizzonte di colline” e “Un artista del mondo effimero” sono ambientati in Giappone, “Quando eravamo orfani” si svolge in parte a Shanghai: essendo giapponese e avendo vissuto quasi tutta la sua vita in Inghilterra, si sente in equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale?

    Quando ho iniziato a scrivere, era importante per me creare la mia visione del Giappone, ecco perché i miei primi due romanzi sono ambientati là. A quell’epoca avevo bisogno di sistemare i miei ricordi del Giappone, perché pensavo di ritornarvi. Poi, all’età di 21 o 22 anni, mi sono reso conto che il Giappone che avevo in testa non esisteva e ogni anno che passava la mia immagine del Giappone scoloriva sempre di più. E tuttavia restava un luogo molto importante per me: volevo ricreare la mia versione del Giappone, come se il conservare il mio Giappone potesse metterlo al sicuro. Dopo il secondo romanzo diventò più facile scrivere come la persona che ero, educata in Gran Bretagna; non mi sembrava più naturale scrivere di un Giappone di cui non sapevo molto.

Quali furono i sentimenti della sua famiglia riguardo alle bombe di Hiroshima e Nagasaki? L’ombra della bomba giganteggia sullo sfondo dei suoi primi due romanzi, e tuttavia non c’è nessun riferimento aperto alla bomba atomica e alla tragedia che ha provocato.
      I miei genitori hanno sempre avuto una sorprendente mancanza di amarezza riguardo alla bomba, la loro è stata una generazione molto a favore dell’America e molto critica, invece, verso i leader che li hanno portati alla guerra. Per mia madre non c’era niente di straordinario nelle bombe su Hiroshima e Nagasaki: era solo una delle tante cose orribili fra gli orrori della guerra. La bomba atomica ha avuto più importanza per la mia generazione che è cresciuta durante la Guerra Fredda: per noi la bomba aveva il significato simbolico di una minaccia per il futuro, rappresentava il punto di svolta in quello che eravamo pronti a farci gli uni con gli altri. Sono cresciuto all’ombra di una minaccia nucleare. La bomba atomica che si temeva non era quella che era già caduta ma quella che si minacciava tra i due schieramenti. Non ho mai sentito mia madre criticare apertamente l’atomica sganciata dagli americani. In Giappone c’è più amarezza per l’esperimento fatto negli anni ‘50 nell’isola Bikini, perché causò dei danni con le radiazioni e non era nel contesto di una guerra.


Ne “Un artista del mondo effimero” il vecchio pittore si sente in parte responsabile per gli ideali che ha contribuito a diffondere a favore della guerra: quanto è grande l’influenza degli intellettuali nel foggiare il destino di un paese?
     Gli artisti hanno delle posizioni diverse nelle società e la prima domanda da farsi è che tipo di libertà abbiano. Certamente gli artisti e gli scrittori hanno un ruolo importante anche se non così diretto come gli uomini politici. Tutti noi contribuiamo all’atmosfera generale e, al meglio, contribuiamo a far ricordare che siamo degli esseri umani. Anche se poi le decisioni vengono prese dai politici e gli artisti non possono fare molto. D’altra parte la storia del XX secolo rende scettici sull’idea che gli artisti abbiano un’influenza civilizzatrice. L’Europa era il luogo di una civiltà molto avanzata, la Germania era un paese di grande cultura, eppure questo non è servito ad impedire gli orrori del XX secolo. E’ tutta un’idea romantica, quella che noi possiamo impedire gli orrori.


 Come mai i suoi romanzi sono tutti scritti in prima persona?
    E’ un’apparente contraddizione, perché non sono uno scrittore autobiografico. I miei personaggi sono lontanissimi da me e inoltre quando ero giovane i miei personaggi erano anziani, adesso invece sono giovani: mi piace questa distanza che copre un lasso di tempo. Forse è perché ho iniziato come scrittore di testi per canzoni, ne ho scritto centinaia, volevo essere uno scrittore di canzoni. Quando ho incominciato a scrivere romanzi mi sembrava naturale scrivere in prima persona, come se fossi un cantante: le mie storie sono come canzoni cantate. Mi piace sentire la voce del personaggio. Mi è più facile sentire la storia se sento la voce del personaggio.

Uno dei suoi libri è stato adattato per lo schermo: quanto è importante per uno scrittore il rapporto con il cinema?
     Non penso sia importante, molti scrittori non hanno rapporto con l’industria cinematografica, ad esempio John Updike o Philip Roth o Saul Bellow. Per quello che mi riguarda ho un rapporto più personale con il cinema: per me è importante avere un contatto con il mondo al di fuori del mio studio. Il pericolo per gli scrittori è lavorare da soli, anno dopo anno. Ho visto scrittori che vivono in un isolamento completo, e invece ho osservato che chi si occupa anche di cinema trae dei benefici da questa collaborazione reciproca, riceve degli input dalla creatività altrui. Come scrittore considero sano collaborare con altre persone e avere contatti con il mondo del lavoro.


In questo momento nelle sale cinematografiche si proietta il film “La contessa bianca” di cui lei ha scritto la sceneggiatura. E’ una storia presa da un romanzo, che diventerà un romanzo, o è stata pensata solo per il cinema?
     E’ una sceneggiatura scritta solo per il cinema. Non mi piace fare gli adattamenti dei miei libri per il cinema Sono uno scrittore amatoriale di sceneggiature e scrittore professionista di romanzi. Ho scritto quattro copioni, due per la televisione e due per il cinema, ma non mi piace riprendere in mano un mio romanzo e rifarlo per il cinema: Harold Pinter ha scritto la sceneggiatura per “Quel che resta del giorno”.

Tra i suoi sei romanzi, ce n’è uno che preferisce?
    No, per i romanzi è un po’ come per i figli: nessuno è il preferito. Per me è importante che ogni mio romanzo rispecchi me stesso come ero all’epoca in cui quel romanzo è stato scritto. E’ per questo che non ho mai rivisto, o riscritto o alterato i miei romanzi: devono restare immutati e testimoniare i miei cambiamenti.

Recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos






                                                                   

Boris Pahor, “Il rogo nel porto” ed. 2008

                                                      Casa Nostra. Qui Italia
          seconda guerra mondiale
          il libro ritrovato

Boris Pahor, “Il rogo nel porto”
Ed. Zandonai, trad. Anna Raffetto, pagg. 224, Euro 18,00
Titolo originale: Kres v pristanu

 “Vieni qui” le disse con gli occhi lampeggianti.
   Julka si mosse e già le dita impazienti del maestro l’avevano afferrata per l’orecchio.
  “Non voglio più sentire quella brutta lingua” disse camminando fra i banchi e tirandosela dietro. “Non voglio.” La sua voce ansimava. “Avete capito che non voglio?”

   “Ognuno sa purtroppo soltanto le cose che lo riguardano”, riflette lo scrittore quando, insieme a due compagni sopravvissuti come lui ai campi di concentramento, ascolta alla radio la notizia che l’esercito jugoslavo ha occupato Trieste. Sono a Lille, in Francia, indossano ancora le casacche a righe dei detenuti, sono entrati nel negozio di un vecchio barbiere che gli ha detto: “Chi porta simili uniformi non ha bisogno di denaro”. E’ un’eccezione, il vecchio barbiere del racconto “Nuove fibre” che fa parte della raccolta “Il rogo nel porto” di Boris Pahor, appena pubblicata dalla casa editrice Zandonai.
Perché, a guerra terminata, questa è l’esperienza sconvolgente di coloro che tornano dall’inferno dei campi: la gente non vuole sapere, si gira dall’altra parte facendo finta di non vedere, scansando un reduce se lo incontra per strada, come fosse un appestato. Peggio ancora: con quell’aspetto così malconcio, con il feltro in testa che nasconde il cranio rasato ma gli conferisce l’aria di un malintenzionato, lo scrittore-narratore, ritornato a Trieste, viene addirittura fermato dalla polizia e accusato di tentativo di scasso. E l’interrogatorio (nel racconto “Una strana accoglienza”) suona come un dialogo tra sordi, o uno scambio di battute in un tragicomico dramma dell’assurdo: “E’ disoccupato?”, “Prima ero internato”, “E’ disoccupato. E basta”.
    Tuttavia il significato della frase che abbiamo citato all’inizio- che ognuno conosce solo ciò che lo riguarda- va oltre la capacità di immedesimarsi, di dare un’occhiata nel baratro della necropoli, nel mondo degli scheletri ambulanti con una divisa a strisce e zoccoli di legno ai piedi. Arriva ad inglobare tutto e a riguardare tutti noi, lettori del presente che continuiamo a sapere soltanto quello che ci tocca da vicino e a procedere con frammenti di cognizioni e spesso con vecchi pregiudizi. Perché quanti di noi sono informati di quello che accadde il 13 luglio 1920 a Trieste, quando i fascisti diedero fuoco alla casa della Cultura slovena, il bianco edificio in centro alla città progettato dall’architetto Max Fabiani nel 1904? Eppure è questo il ricordo traumatizzante che ritorna di frequente, a fare da collante, nei racconti de “Il rogo nel porto”. A volte è solo un accenno, come uno spartiacque tra un ‘prima’ e un ‘dopo’.
Nella storia che dà il titolo alla raccolta è l’avvenimento centrale- il cielo che si tinge di rosso, il puzzo di bruciato, le camicie nere che danzano come selvaggi intorno al Narodni Dom, uomini e donne che si gettano dalle finestre per sfuggire alle fiamme- accostato a tre altre vicende. Quella di Mizzi (più serva che nipote del vecchio zio che la ospita) che, rispondendo alla domanda dello zio, dice di essersi dichiarata slovena, e lui le lancia un insulto, S’ciava: veniamo così a sapere del censimento che operò un’altra forma di violenza sui triestini (“Sei cittadina straniera. Ti manderanno via”). E poi altri due episodi che hanno spaventato Branko e Evka, i bambini protagonisti di quasi tutti i racconti che sono memorie d’infanzia,- quando i fascisti  interruppero una recita per San Nicolò e quando dei ragazzini italiani disturbarono un’ora di lezione nella scuola slovena. “Che ne sarà di questi bambini?”, si chiede Mizzi. “Vivono sotto una cappa di paura”.
 Non è solo paura, non sono solo gli incubi che hanno il colore del rosso e del nero che assillano i bambini. E’ anche quell’altra costrizione che li rende muti togliendogli la loro lingua, obbligandoli ad esprimersi in italiano (e così Branko scrive in un tema che la nave ‘si annegò’), punendoli se parlano nella loro (sono come le ali di una farfalla inchiodata con uno spillo le cocche del nastro che lega le trecce di Julka- attenzione, la si deve chiamare Giulia- e con cui il maestro la sospende all’attaccapanni).
   Sono queste le cose che non sapevamo perché non ci riguardano da vicino- e ce ne sono altre ancora in questa raccolta di storie che leggiamo come un tutto unico perché vi riscontriamo alcuni fili conduttori: i bambini del primo gruppo di ricordi; le leggi repressive fasciste; lo smarrimento per la perdita di identità culturale; l’esperienza della ‘fortezza della perdizione’ di cui abbiamo letto più a lungo in “Necropoli” e quella sconcertante dell’indifferenza altrui al ritorno. Ovunque, in ogni pagina, le luci e i colori di Trieste.
Gli scorci sul mare e il Carso alle spalle. La bora che soffia, compagna ed amica anche quando gela le ossa. La terra che non si vuole abbandonare perché la si ama, qualunque sia la lingua in cui questo amore è espresso. E si finisce, nel racconto “Una sosta sul Ponte Vecchio”, quasi nello stesso modo con cui si è iniziato: quanta acqua è passata sotto i ponti, eppure sono ancora vivi la discriminazione, il disprezzo, l’ignoranza. Perché mai gli studenti sloveni di Trieste studiano Dante e la letteratura italiana e gli studenti italiani nulla sanno degli scrittori sloveni? Forse perché, se così fosse, “la vita da noi diventerebbe un paradiso”?

    La penna di Boris Pahor è straordinariamente felice in questi racconti (e altrettanto felice quella della traduttrice Anna Raffetto), lo stile ci pare più levigato e insieme più naturale che nel dolente “Necropoli”, permeato di una poesia che riesce ancora ad alleviare i ricordi bui. E, in aggiunta al piacere, la lettura si risolve in uno spunto di riflessione: “la storia ci ha messi tutti alla prova…il compito nostro, ora, è di fare in modo che ci si possa riunire in un saggio convivio.”

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


martedì 3 ottobre 2017

Kurt Vonnegut, “Mattatoio n. 5” ed. 2003

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
          seconda guerra mondiale
           il libro ritrovato

Kurt Vonnegut, “Mattatoio n. 5”
 Ed. Feltrinelli, pagg. 196, Euro 14,00

     I grandi libri non sono mai datati e, se diciamo che “Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut, appena ristampato dalla Feltrinelli nella traduzione di Luigi Brioschi, è del 1969, è proprio per evidenziare che il libro di Vonnegut era ed è uno dei migliori romanzi sulla guerra, un grido di protesta contro tutte le guerre. Si chiama Billy Pilgrim, il protagonista di “Mattatoio n. 5”, uno degli alter ego dello scrittore che nel libro appare anche in prima persona e come Kilgore Trout, il romanziere di fantascienza ammirato da Billy. Billy come Billy Budd, l’eroe innocente di Melville, Pilgrim perché l’americano ventenne Billy è come il personaggio del “Pilgrim’s Progress” di Bunyan, in viaggio dalla Città della Perdizione alla Città Celeste- ma Billy potrebbe anche non arrivarci mai. Arrivato in Europa per sconfiggere il nazismo, Billy Pilgrim si trova ad affrontare una realtà che niente lo ha preparato a capire; lui e i suoi commilitoni sono come i bambini arruolati per la Crociata del 1213 che credevano di andare a liberare il Santo Sepolcro e invece sarebbero stati venduti come schiavi.
Vonnegut all'epoca della seconda guerra mondiale
La Storia si ripete, l’esperienza degli altri non serve a nessuno, anche il figlio di Billy sarà convinto di salvare il mondo insieme ai Berretti Verdi: “così va la vita”- come ripete Billy di continuo, dopo aver registrato con il distacco di chi è sotto shock quanto accade intorno a lui, la morte di un comandante o di un compagno, la montagna di cappotti irrigiditi dal gelo che vengono distribuiti dai tedeschi ai prigionieri americani, le saponette fatte con i corpi degli ebrei uccisi. Così va la vita, è anche l’osservazione di Billy davanti alle rovine di Dresda - l’esperienza che Billy non riuscirà mai a dimenticare. Quando Billy, preso prigioniero nelle Ardenne, era arrivato a Dresda, gli era parsa la più bella città che avesse mai visto, con il suo profilo “intricato, voluttuoso, incantato e assurdo”. Nessuno si aspettava il bombardamento massiccio del 13 febbraio 1945, perché Dresda era stata dichiarata “città aperta”. E la prosa asciutta di Vonnegut, il Billy Pilgrim scampato alla distruzione perché rifugiato nel deposito del mattatoio n. 5 in cui erano alloggiati i prigionieri americani, diventa una poesia della disperazione e dello sbigottimento davanti alla scena apocalittica del “day after”: “Il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni c’erano tutti morti. Così va la vita”, le ultime parole come un Amen in un Requiem sui defunti.
Quando torna in America Billy si sposa, diventa un ottico (fornire la gente di occhiali è una maniera per aiutarli a “vedere” meglio?) e incomincia a viaggiare nel tempo, spostandosi tra il passato il cui orrore continua a perseguitarlo gelidamente e il presente, un incidente aereo, la morte della moglie, l’ospedale con un vicino di letto guerrafondaio, la lettura del romanzo di Trout che prevede l’uso del napalm sugli esseri umani e- soprattutto- l’avventura di venire rapito da un disco volante del pianeta di Tralfamadore. Sono molto saggi gli abitanti di Tralfamadore, ci ricordano un poco il popolo degli Houyhnhnms, i cavalli parlanti dei “Viaggi di Gulliver”. E’ da loro che Billy impara che siamo tutti come insetti incastonati nell’ambra di questo momento e che si muore solo in apparenza perché si continua a vivere nel passato e passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno.
Forse questo è il pensiero migliore per esorcizzare tutte quelle morti insensate che Billy ha visto, per fissare per sempre la memoria della vittima assurda per eccellenza dell’omicidio idealizzato che è la guerra: il povero Edgar Derby che fu fucilato da un plotone di esecuzione a Dresda (135.000 i civili morti nel bombardamento) perché aveva rubato una teiera tra le macerie. Un libro triste ed amaro, un commento beffardo alla pretesa eticità della politica.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos





lunedì 2 ottobre 2017

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Asia
                                                              racconti
    FRESCO DI LETTURA

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati”
Ed. Neri Pozza, trad. Luca Briasco, pagg. 215, Euro 16,50

   Anche il protagonista de “Il simpatizzante”, l’acclamato primo romanzo dello scrittore vietnamita Viet Thanh Nguyen, era un rifugiato. Lo scrittore stesso lo è stato. Ed è questa condizione- essere degli scampati, dei sopravvissuti, degli asiatici in terra straniera- il filo rosso che unisce le storie de “I rifugiati” di Viet Thnh Nguyen. Non c’è il personaggio unico e centrale di cui amo seguire le vicende in un romanzo, ma è come se ci fosse un legame di fratellanza, un passato comune alle spalle degli uomini, delle donne, dei ragazzi che vivono nelle pagine de “I rifugiati” e il lettore passa da una storia all’altra come se questa fosse un seguito o un ampliamento della prima.
    C’è un motivo per cui il primo racconto, “Donne dagli occhi neri”, è messo in apertura del libro. Perché ha dei personaggi straordinari, oltre alla giovane vietnamita che scrive, in vece loro, le memorie dei sopravvissuti e a sua madre- i fantasmi. Se in questo caso è il fantasma del fratello che appare, morto durante la fuga in barca, nelle altre storie forse i fantasmi non si fanno vedere ma ci sono. Fantasmi di chi non è riuscito a mettersi in salvo all’arrivo dei comunisti a Saigon (nessuno riesce a chiamarla con il nuovo nome Ho Chi Min City), fantasmi di chi è scomparso triturato dalla guerra, di chi se n’è andato ancora prima che la guerra finisse. Il professore di “Se solo mi volessi”, ultrasettantenne con un inizio di Alzheimer, chiama la moglie con un altro nome: chi sarà mai il fantasma della donna che ha un nome che non è il suo e a cui il marito porta una rosa in regalo? E, insieme ai fantasmi, c’è il senso di colpa ad unire i personaggi, le domande che sono proprie di chi ce l’ha fatta- perché io sì e loro no? sono colpevole della mia vita e della loro morte? E’ il senso di colpa che, dopo aver sentito le tragedie della vita della signora Hoa (“Anni di guerra”), la donna che ha aperto un piccolo negozio nella Little Saigon a Los Angeles cede e le dà dei soldi a sostegno della lotta contro il comunismo. E’ sempre un senso di colpa generalizzato che spinge la ragazza de “Gli americani” (figlia di un pilota nero che ha bombardato il Vietnam) a sentirsi vietnamita e a scegliere di lavorare in Vietnam.

E poi, c’è qualcos’altro ancora che accomuna i personaggi de “I rifugiati”. E’ lo spaesamento, la scollatura che sentono tra il ‘laggiù’ e il ‘qui’, la sensazione di non vivere al loro posto, di essere come l’uomo de “Il trapianto” che deve la sua sopravvivenza al fegato di uno sconosciuto. Quando il giovane Liem arriva a Los Angeles grazie ad uno sponsor che si prenderà cura di lui, è frastornato da una lingua che ha una pronuncia diversa da quella a cui è abituato, da uno stile di vita che mai sarebbe riuscito ad immaginare. Non capisce che l’uomo che è venuto ad aspettarlo e quello più giovane che sta con lui sono una coppia. Pensa che ‘nel senso romantico del termine’ sia un’espressione idiomatica. Quando, più tardi, l’uomo più giovane gli fa delle avances e gli spiega che cosa significhi ‘candid’, lo stile ‘candid camera’, Liem dice, ‘mi piacerebbe essere candido’. E noi leggiamo un gioco di parole, un riferimento al Candide di Voltaire a cui Liem assomiglia. Il padre gli scrive ‘comportati bene’ e ‘mandaci tue notizie dall’America. Dev’essere più peccaminosa di Saigon’.

    L’ultimo racconto, “La terra del padre”, è ambientato a Saigon. Un padre aveva chiamato i suoi secondi figli esattamente come i primi che avevano lasciato il paese con la madre, quando lui era stato mandato al confino dopo la guerra. I secondi figli avevano vissuto invidiando i fratelli omonimi, immaginandoli ricchi dalle lettere annuali che arrivavano. E un giorno la Phuong americana era venuta in visita. Era arrivata carica di regali, pagava lei per tutti, poteva permetterselo, era un medico. Quando la Phuong minore scopre che l’ammirata sorellastra ha mentito su tutto, la delusione è enorme: che cosa si nasconde dietro il mito americano?


per contattarmi: picconem@yahoo.com
   

    

Kevin Power, "Giornataccia a Blackrock" ed. 2011

                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                      noir
       il libro ritrovato


Kevin Power, Giornataccia a Blackrock
Ed. Tropea, trad. Sebastiano Pezzani, pagg. 282, Euro 16,50

In una notte di fine agosto, a Dublino, un ragazzo viene ucciso da dei suoi coetanei con tre calci in testa, all’uscita di un locale. Un narratore esplora le cause di quanto è accaduto, ricostruisce l’infanzia del ragazzo morto e degli altri ragazzi coinvolti nel fatto, li segue nelle aule delle scuole esclusive che hanno frequentato, sui campi di rugby e infine nell’aula del tribunale dove la sentenza emessa non sarà adeguata. Intanto la vita non sarà mai più la stessa per nessuna delle famiglie coinvolte e viene alla luce l’ipocrisia dei valori tradizionali.

INTERVISTA A KEVIN POWER, autore di Giornataccia a Blackrock

     Questo è un libro molto triste. Questo è un libro che racconta una storia irlandese: ‘Ricordatevelo. Bisogna essere irlandesi per capire perché è così importante, perché è uno spartiacque’. E’ quello che dice il narratore del romanzo scritto da Kevin Power, eppure, con delle differenze ambientali e sociali, è una storia che potrebbe essere accaduta ovunque nel mondo occidentale. La futilità di quanto accade ci colpisce proprio per quello, perché ci capita spesso di leggere di simili episodi di violenza che si scatenano senza un motivo giustificato.
    Giornataccia a Blackrock, Bad Day at Blackrock: c’ è un’allitterazione dal suono minaccioso nel titolo originale, sembra quasi di sentire il rintocco di una campana a morto nella scelta dei due monosillabi iniziali seguiti dal nome della località che è formato da altri due monosillabi, uno dei quali significa ‘nero’ (quanto è cupo il colore di questo romanzo) e l’altro ‘roccia’ o ‘sasso’, quasi un’anticipazione di quello che ci verrà raccontato. Blackrock è un quartiere di Dublino che può essere considerato il simbolo del boom economico irlandese. Nella notte del 30 agosto 2004, all’uscita di un locale notturno, un ragazzo di ventun anni viene ucciso durante una rissa. Viene abbattuto con dei pugni, poi, quando è già a terra, lo colpiscono con dei calci alla testa. Il 25 settembre tre ragazzi vengono arrestati. Ci sarà un processo. La pena non sarà pesante per due di loro. Più o meno un anno di carcere per uno, Richard Culhane, che sembra aver sferrato il calcio decisivo.

    I fatti vengono raccontati da un narratore di cui ascoltiamo la voce senza sapere chi sia. Lo scopriremo solo alla fine, quando scopriremo pure in quale maniera sia anche affettivamente coinvolto- e ci viene da pensare a Il grande Gatsby. Perché anche nel romanzo di Fitzgerald c’era un narratore esterno, Nick, che tuttavia conosceva di persona tutti i protagonisti della vicenda. E c’era pure, nella motivazione della tragica fine, la corruzione della ricchezza, lo svilimento dei valori etici di chi crede che i soldi lo mettano al di sopra di tutto. In Giornataccia a Blackrock la voce narrante esordisce dicendo, ‘Non posso raccontare questa storia.’, ‘Non c’ero’, ‘L’ho dovuta ricostruire’. Più avanti si contraddice, asserendo che questa è l’unica storia che può raccontare, perché- e questo lo indovina il lettore- è una storia che gli sta a cuore, per cui non avrà pace finché non l’avrà sviscerata.
   Il nome del ragazzo morto era Conor. Frequentava una scuola esclusiva, come pure i tre ragazzi responsabili della sua morte. La rivalità delle scuole dei quattro giovani, così come il gioco del rugby, l’aver frequentato l’una o l’altra di quelle scuole private da parte del giudice, l’appartenere dei membri della giuria ad una zona piuttosto che ad un’altra di Dublino- tutto questo avrà una grande importanza nello spiegare quello che è successo e la conclusione del processo. Il narratore, che è ossessionato da una frase che qualcuno ha sentito dire quella notte, ‘Gliel’abbiamo fatta pagare a quello stronzetto’, cerca le cause profonde di quell’omicidio. E le individua nell’esplosione troppo improvvisa della ricchezza in Irlanda, un paese che fino a poco prima del secolo XXI era stato quasi un paese del Terzo Mondo, il paese della Grande Carestia, il paese della forte emigrazione dei disperati sulle ‘navi bara’ che solcavano l’Atlantico verso la Terra Promessa dell’America.
Ora i giovani irlandesi vanno in vacanza negli Stati Uniti, quasi fosse il grand tour che veniva giudicato indispensabile per completare la cultura nell’800. La piscina che il padre di Richard Culhane installa nel giardino di casa è un simbolo di questo nuovo stile di vita. Così come lo sono, ad un livello inferiore, i capi di vestiario per le ragazze- la felpa con le stelline, che Laura (era stata la ragazza di Conor, era diventata la ragazza di Richard) indossava la sera della rissa, costava 250 euro; gli stivali Ugg sono un ‘must’; pantaloni della tuta, sì, ma di una certa marca. Non c’è l’abitudine alla ricchezza in Irlanda, bisogna metterla in mostra. E poi c’è l’abitudine, o la moda, di bere smoderatamente. I genitori non lesinano i soldi, non si beve più solo birra come una volta, quando i poveracci dimenticavano sbronzandosi lo squallore della vita quotidiana. I ragazzi bevono birra, poi passano ai super alcolici. I genitori pagano i danni, al massimo fanno qualche ramanzina. La notte fatale i buttafuori del locale notturno non avevano neppure lasciato entrare Richard Culhane, perché era già troppo ubriaco quando era arrivato. Richard era rimasto fuori, continuando a bere, covando la sua gelosia per Laura che indossava la felpa con le stelline. Che Richard sapeva essere stato un regalo di Conor.

     Una storia irlandese- è quello che l’autore ci ripete. Ma c’è anche qualcosa di molto irlandese nelle allusioni letterarie del romanzo. La famiglia Culhane esce distrutta dal processo. Non c’è più alcun futuro per Richard. Lasciano la casa di Dublino (la piscina-simbolo è stata prosciugata) e si ritirano a vivere nella  solitudine di Inishfall. Il narratore sa che prima o poi andrà  a trovarli; ripete di frequente, quasi come un mantra, ‘Andrò a Inishfall. Ma non ancora, non ancora’. E noi risentiamo l’eco dei versi di Yeats (‘E adesso mi alzerò e andrò, e andrò a Innisfree’) che sogna un ritiro di pace che non è certo quello di eterna espiazione dei Culhane. Il narratore andrà ad Ovest: il punto cardinale che è la direzione verso la morte e l’aldilà nella mitologia celtica, che, negli anni tumultuosi della lotta contro la Gran Bretagna rappresentava anche l’orgoglio nazionale, nelle contee dove si parlava ancora, esclusivamente, il gaelico. Nella novella I Morti di James Joyce, Gabriel Conroy, guardando la neve cadere nella notte, pensava che ‘era tempo per lui di intraprendere il viaggio verso ovest’.

   E’ un bel primo esordio narrativo, questo romanzo che mescola il genere noir con la tecnica del romanzo di indagine e con la storia sociale, obbligando tutti ad un esame di coscienza.
Stilos ha incontrato il giovane scrittore irlandese.

Quello che Lei racconta è un fatto realmente accaduto?
    La vicenda è basata su un fatto realmente accaduto, romanzato, naturalmente. E’ successo una decina di anni fa, un ragazzo è stato ucciso a calci, fuori da un locale. Ha suscitato un’enorme controversia proprio perché i ragazzi coinvolti appartenevano tutti a scuole private, erano ragazzi ricchi e di successo.

Il suo narratore dice che questa è l’unica storia che può scrivere. Questo è solo il suo primo romanzo e ne scriverà di certo molti altri, ma ci sembra che questa sia la prima storia con cui Lei volesse iniziare: è la storia della sua generazione?

     Penso proprio di sì. Volevo scrivere di un piccolo mondo di cui non si era scritto finora nella narrative irlandese. Quando sono andato all’università mi sono accorto, dopo aver frequentato un po’ di persone, che ero nella posizione peggiore per scrivere di questo mondo del sud di Dublino. Sentivo di voler spiegare questo mondo: solo un romanzo poteva descriverne e catturarne lo spirito.

Dice che ci sono tre cose che rendono quello che è successo del tutto irlandese: il fatto che i ragazzi fossero cattolici, che fossero ricchi in un paese che non sa come gestire la ricchezza e che fossero i figli della classe dirigente. Ho pensato che questi tre punti potrebbero essere validi anche per l’Italia e che quello che è accaduto a Dublino è accaduto o potrebbe accadere anche da noi…
   Ero piuttosto spaventato, scrivendo quella frase…perchè uno spera che quello che scrive sia universale, che possa essere compreso negli altri paesi. Si può fare questo in un romanzo: rappresentare qualcosa di universale che va al di là del locale. Il motivo per cui il mio narratore dice che quanto accadde era del tutto irlandese è che c’è in effetti una maniera molto irlandese di fare le cose e che è dovuto al fatto che noi eravamo una colonia britannica, le nostre scuole private copiavano il modello di Eton e delle altre famose scuole inglesi dell’élite. Abbiamo fatto una fotocopia del sistema scolastico inglese, ma siamo un piccolo paese post-coloniale e cattolico. La contraddizione di queste due cose- aspirazioni e realtà- fa di questo avvenimento qualcosa di molto irlandese.

Un altro punto che Lei sottolinea è che i membri della giuria non erano del sud di Dublino: quali sono le differenze tra le aree?
     E’ qualcosa di cui non si parla molto: l’area sud di Dublino è una zona molto di moda, è diventato costoso viverci, è diventata la parte della città in cui i ricchi vogliono abitare. Nella zona nord c’erano gli slum, un tempo, c’era il quartiere a luci rosse, ci sono i docks. C’è dell’ironia nel dire che una giuria che non fosse del sud non poteva capire: la zona sud è così claustrofobica, gli abitanti pensano di essere loro che governano il paese, e io volevo farmi beffe del loro snobismo sottolineando che pensavano che gli altri non avrebbero capito.

Al contrario, il giudice simpatizza con i tre ragazzi perchè anche lui ha frequentato la loro scuola. C’è sempre stata questa discriminazione riguardo alla scuola frequentata, o è una cosa recente? Sappiamo bene che è una vecchia tradizione in Gran Bretagna…

     C’è sempre stata. Il Blackrock college c’è da 150 anni, ha creato la classe al potere. Poi è successo che molti sono diventati ricchi improvvisamente e le scuole private sono diventate di moda e molto richieste- tutti volevano mandare i figli a queste scuole private, erano un simbolo del successo.

Questi ragazzi bevono smodatamente, ma l’alcolismo non è sempre stato il peccato nazionale? Che cosa è cambiato nell’abuso di alcol?
   Di certo i ragazzi della mia generazione iniziano a bere a quattordici, quindici anni. Bevono talmente da perdere i sensi: è una forma accettata di interazione, ma è anche un problema nazionale. Tolleriamo il consumo eccessivo di alcol, ci sono moltissimi alcolizzati in Irlanda, è un problema e non c’è nulla di divertente. I personaggi del libro bevono perché sono ricchi. Bevono per dimostrare che possono permettersi di bere. Si beve per un motivo diverso quando si è ricchi. In passato, quando si era molto poveri, si beveva per dimenticare la miseria, ora non più. E i genitori tacciono perché sono quella generazione di genitori liberali che reagiscono con il permissivismo all’educazione cattolica e repressiva che loro hanno avuto. In questa maniera, però, hanno perso qualunque autorità morale. Hanno paura di giudicare i figli.


L’Irlanda è stata colpita dalla crisi, come altri paesi europei. Come hanno reagito i giovani che sono cresciuti in questa ricchezza improvvisa?
     Sono depressi. Si sentono traditi. Gli hanno detto per anni- il governo, i media, i genitori- che avrebbero fatto un sacco di soldi e invece ora l’Irlanda è azzoppata dai debiti. I giovani non trovano lavoro, è già iniziata una nuova emigrazione, verso Londra e verso il Canada, ma di certo i giovani non hanno la forza interiore degli emigranti del passato. Perché non si aspettavano questo.

Non credo di sbagliare, ho visto dei riferimenti a Yeats e a Joyce nel suo romanzo. L’ Irlanda ha una grande tradizione letteraria: riescono a liberarsi di questi miti i giovani scrittori? Oppure preferiscono incorporarli nei loro scritti, cambiandoli con il cambiare dei tempi?
Yeats
     Dovevo venire in Italia per sentire che qualcuno aveva scoperto le tracce di Yeats e di Joyce nel mio libro…ha ragione, le frasi che cita echeggiano quelle della poesia di Yeats e della novella di Joyce. C’è un grosso dibattito in Irlanda- se dovremmo continuare a vivere all’ombra di Becket e di Joyce e di Wilde…A pensarci è strano, quasi buffo, che ci siano così tanti scrittori famosi usciti da un’isola così piccola e che dobbiamo restare nella loro ombra. E tuttavia Joyce è un esempio eccellente, un genio, un uomo dedicato all’arte della scrittura. No, non ho problemi ad avere questi grandi davanti a me- o dietro di me: sono un’ispirazione. E’ inevitabile che ti entrino nel sangue e che si faccia riferimento a loro, anche senza esserne del tutto consci.

Il rugby occupa un posto importante nel romanzo: perché?
    E’ buffo dire che io non so quasi nulla di rugby e ho dovuto chiedere a mio padre, per saperne di più. Il rugby è importante perché fa parte della cultura delle scuole private, come nei college americani. I ragazzi che giocano a rugby sono popolari, acclamati, ricercati dalle ragazze. Eppure tutto questo non sembrava naturale in Irlanda: è una moda importata dagli Stati Uniti di recente. Io volevo sottolineare tutto questo, dando importanza al rugby: come il rugby sia uno sport rubato all’Inghilterra e circondato dall’alone di grandezza proprio dell’America. E’ qualcosa che non ci appartiene, che non è della nostra tradizione, come la ricchezza.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos