lunedì 7 dicembre 2015

Carmine Abate, “Tra due mari” ed. 2002

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia
        FRESCO DI LETTURA

Carmine Abate, “Tra due mari”
Ed. Einaudi, pagg. 193, Euro 9,50



        Roccalba, Calabria. Un paese tra due mari, arroccato in alto per spaziare su due azzurri sotto l’azzurro del cielo. E un fondaco in rovina, con una storia di sangue e morti dietro di sé che lascia presagire un’altra storia di morte e di sangue. E’ il Fondaco del Fico il vero protagonista del romanzo di Carmine Abate, quella che un tempo era una locanda ed ora è un sogno in attesa di diventare realtà: Giorgio Bellusci, pronipote dell’uomo sotto i cui occhi venne data alle fiamme la locanda per stanare dei briganti che vi si erano rifugiati, lavora tutta la vita per ricostruire il fondaco e ci riuscirà, ma…
      Il romanzo di Carmine Abate incomincia prima, però, quando Giorgio Bellusci, negli anni ‘50, ha un altro sogno nel cuore- parte da Roccalba diretto a Bari per chiedere in moglie una ragazza che appena conosce, che neppure sa che lui si è innamorato di lei.
E, in quello che è proprio un viaggio di avventura, incontra un tedesco, Hans Heumann, fotografo alle prime armi destinato a diventare famoso, che gli offre un passaggio. In cambio Giorgio fa scoprire la Calabria al tedesco: è per questi una rivelazione di luce e di colori, l’entusiasmante punto di partenza della sua arte. Giorgio Bellusci sposa e porta in paese la ragazza di Bari, diventa macellaio e sua figlia, per uno di quei casi strani della vita, finirà per sposare proprio il figlio di Hans Heumann. Quando Giorgio Bellusci può pensare concretamente a ricostruire il fondaco, suo nipote Florian è già grande- è da lui che noi veniamo a sapere del nonno, dei suoi genitori, dell’altro nonno che fa sempre il giovanotto con una nuova moglie giovane, degli anni in cui nonno Giorgio, il Focubellu, era scomparso (che cosa era quel mistero? che cosa era successo?) per poi ricomparire, magro e invecchiato, accanto al grande falò di Natale: era un assassino suo nonno? e perché tutti lo rispettavano tanto allora? di certo è un uomo che si impone, Giorgio Bellusci. Che sa quello che vuole e va dritto per la sua strada, senza lasciarsi intimidire da alcun ricatto e da alcuna imposizione. Il prezzo da pagare è alto, altissimo, e il conto non si salda in una volta soltanto. Il Fondaco risorge, bellissimo, con il dente annerito del vecchio pezzo di muro inserito tra due nuove ali. Eppure lo sappiamo anche noi che leggiamo, che i sogni non si avverano così facilmente, che il tremore che avvertiamo non è solo quello di una delle tante scosse di terremoto che squassano la Calabria.


     “Tra due mari” è un libro molto bello in cui il titolo diventa emblematico dell’incontro tra due culture, non solo i due mari, il Tirreno e lo Jonio, dunque, ma anche la Germania e l’Italia (una parte del libro si svolge ad Amburgo dove Florian vive con la famiglia), con le differenze non solo di clima ma anche di temperamenti. E allora, tutto quello che accade giù al Sud, quelle storie di pizzo e di ‘ndrangheta e di vendette e di omicidi violenti, viene visto in un’altra luce più fredda, in contrasto con la luce abbagliante e stordente che tanto aveva affascinato Hans Heumann più di mezzo secolo prima. Significa qualcosa, che sia Florian Heumann a prendere il posto di Giorgio Bellusci, ad ereditare il suo sogno, la sua caparbia volontà: eccolo, il Fondaco del Fico, a cavallo sulla collina tra i due occhi di mare.



domenica 6 dicembre 2015

Dominique Manotti, "Il sentiero della speranza" ed. 2002

                                                  Voci da mondi diversi. Francia
             cento sfumature di giallo
            FRESCO DI LETTURA


Dominique Manotti, "Il sentiero della speranza"
Ed. Tropea, pagg. 316, Euro 12,00


     Bel titolo, prima di tutto. In francese è "Sombre sentier": ricco di suggestioni con quelle due sibilanti seguite dalle due nasali e con il gioco di parole implicito. Il sentiero scuro, la traccia nera del romanzo poliziesco, ma anche ombre sul Sentier, il quartiere parigino in cui si svolge la vicenda. Una ragazzina tailandese - meglio, una bambina dodicenne - viene trovata uccisa in uno dei tanti laboratori clandestini del Sentier dove una mano d' opera immigrata e sottopagata confeziona i capi del prêt-à-porter. Potrebbe essere semplicemente un delitto a sfondo sessuale nel mondo della prostituzione. E invece questa è solo una delle piste che portano il commissario Daquin a scoprire traffici loschi di droga, materiale pornografico, griffe false e persino di armi. Naturalmente dietro tutte queste manovre non ci sono dei pesci piccoli, ma personalità del mondo che conta, quello del governo in prima linea, e poi quello della finanza e delle banche e, non ultimo, quello delle alte sfere della polizia. Una Parigi molto noir, insomma.
Quello che rende insolito questo primo libro di Dominique Manotti, insegnante di Storia Economica del XIX secolo all' Università di Parigi e sindacalista, è la scelta del tempo, del luogo e dei personaggi. E' il 1980 ed è in atto uno sciopero dei lavoratori immigrati per ottenere il permesso di soggiorno e una normativa del lavoro. Il Sentier è una città dentro la città, ci sono dei bar in cui si sente parlare solo turco, c' è un traduttore che volge in francese i discorsi delle assemblee degli operai che stanno facendo un braccio di ferro con il governo. Vinceranno loro, gli immigrati, ecco il Sentiero della Speranza. Due i personaggi centrali, e non sono la solita coppia di investigatori. Una coppia sì, ma particolare.

 L 'ispettore Daquin, bell' uomo dai gusti raffinati, proviene da una famiglia agiata, flashback di solitudine, giocatore di rugby, bisex con preferenza - dichiarata - per i maschietti. Il suo compagno del momento è il turco Soleiman, occhi azzurri, incriminato in patria, informatore della polizia parigina, leader dei lavoratori immigrati. Altri poliziotti collaborano nell' inchiesta, e non sempre con metodi ortodossi. Picchiano forte, uno di loro violenta una ragazza ed è il colpo di pistola di un poliziotto che uccide un altro presunto colpevole. Niente psicologia spicciola,  tante storie che si intrecciano come nel romanzo poliziesco americano ma con una verve tutta francese. Uno stile fatto di osservazioni lapidarie, passaggi casuali da una narrazione in terza persona a brevi riflessioni in prima persona, frasi veloci spesso senza verbo in quello che sembra un diario di bordo: c' è sempre una data (dal 3 marzo al 30 maggio) e l'ora e il luogo in cui si svolgono le varie scene, incalzanti come in un film d' azione. Premiato nel 1995 dall' Associazione francese degli scrittori del giallo, "Il sentiero della speranza" è il primo di una trilogia. Aspettiamo gli altri.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



a breve leggerete la recensione del nuovo romanzo di Dominique Manotti, "Oro nero", pubblicato da Sellerio

Intervista a Dominique Manotti, autrice de "Il sentiero della speranza" ed. 2002

                                                 Voci da mondi diversi. Francia   
                                                  cento sfumature di giallo




INTERVISTA A DOMINIQUE MANOTTI


    Dominique Manotti è nata a Parigi, non chiediamole l' età perchè non ha importanza, ha studiato alla Sorbona, insegna Storia Economica all 'Università e, negli anni '70, è stata responsabile sindacale per cinque anni. Parliamo con lei del suo primo libro pubblicato in Italia, "Il sentiero della speranza", che ha la doppia attrattiva di essere un noir e di avere un profondo coinvolgimento sociale.

Professoressa di Storia Economica e sindacalista: mi sembra che le sue  esperienze di lavoro abbiano contribuito entrambe alla stesura del suo romanzo.
    Sì certo. La mia esperienza di storica e sindacalista è decisiva nella scrittura di questo romanzo. Sindacalista innanzitutto, perché è in quanto tale che ho vissuto lo sciopero del 1980 nel quartiere del Sentier a Parigi, ed è sulla base di miei appunti personali che ho strutturato il mio  romanzo Il sentiero della speranza. Inoltre, come sindacalista mi sono trovata in profondo disaccordo con i sindacati francesi e con l'evoluzione della vita politica che ho deciso di scrivere.
E' anche vero che la mia formazione di storica mi è stata di grande aiuto nel momento in cui ho iniziato a scrivere, innanzitutto perché l' approccio di uno storico e quello di un autore di romanzi polizieschi sono molto simili: entrambi partono da indizi e ricostituiscono un discorso razionale. E in secondo luogo la storia mi ha dato la formazione necessaria per raccogliere la documentazione, per saperla manipolare e per saper costruire, in base a tali ricerche, un racconto coerente.

 Qual' è stato lo spunto iniziale per un romanzo così ricco?
    L' idea di partenza è stata quella di rendere omaggio a una lotta sociale forte, originale e totalmente nascosta perché è stata l' unica forma di protesta di immigrati clandestini che è partita dalla loro condizione di lavoratori e non dal semplice fatto che erano presenti sul territorio. Per questo motivo i turchi di cui parlo nel romanzo vengono sempre presentati nella loro veste di lavoratori. Oggi i clandestini sono considerati come persone presenti illecitamente sul territorio, pur essendo spesso tutte persone che lavorano. Questa è stata l' idea di partenza ma un romanzo non è un volantino, non è un discorso politico e da questo inizio la storia ha seguito un suo svolgimento.

Perché il Sentier?
   Il Sentier è il quartiere di Parigi nel quale si realizza tutta la confezione di abiti in piccoli laboratori che completano la produzione delle grandi fabbriche. Questo lavoro è interamente clandestino e tutto il quartiere vive secondo regole proprie. Ed è il quartiere ad essere il vero protagonista del romanzo.


Insolito il personaggio di Daquin, il poliziotto gay, e il suo legame con il turco Soleiman.
    Non è insolito trovare poliziotti gay, la cosa insolita è il fatto che rivendica questa sua condizione anche all' interno della polizia e che ne fa uno strumento di libertà personale.
La cosa che mi piace nel rapporto fra Daquin e Soleiman è che la loro relazione inizia nella violenza e nel ricatto, che Daquin si innamora di Soleiman e lo ama profondamente ma che fin dall' inizio sa che la storia finirà male. E gestisce il rapporto al contempo con violenza e rispetto fino alla separazione.

 Il romanzo è ambientato nel 1980 - ci sono stati molti cambiamenti per quello che riguarda la situazione degli immigrati?

     No, gli operai turchi sono stati regolarizzati e sostituiti da altri clandestini. Attualmente il grosso del lavoro clandestino nel settore della confezione è fatto da cinesi.

 Questo è il primo romanzo di una trilogia: anche negli altri due troviamo Daquin come investigatore nel Sentier?
    I due romanzi successivi della trilogia riprendono gli stessi personaggi, il poliziotto Daquin e i suoi collaboratori, ma non si svolgono più nel Sentier. Il secondo si svolge negli ambienti della speculazione immobiliare, durante il tracollo del 1989, e tratta anche di storie di droga e di scommesse ai cavalli; il terzo coinvolge l' ambiente del calcio: lo scandalo, scoppiato nel 1990, dei trasferimenti dei calciatori, che erano serviti per il riciclaggio del denaro sporco, e il  fenomeno del doping. L' obiettivo più o meno dichiarato era tracciare una cronaca degli anni Ottanta, gli anni di Mitterand.

l'intervista è stata pubblicata su www.stradanove.net








venerdì 4 dicembre 2015

Tim Johnston, “Scomparsa” ed. 2015

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
           cento sfumature di giallo
            FRESCO DI LETTURA


Tim Johnston, “Scomparsa”
Ed. Neri Pozza, trad. Biavasco e Guani, pagg. 445, Euro 18,00



    Caitlin, diciott’anni. Sono le sue ultime vacanze prima di iniziare il college che frequenterà con una borsa di studio per meriti sportivi. Caitlin corre, veloce, con lunghe falcate. Corre anche adesso, sulle Montagne Rocciose in Colorado, seguita da Sean, il fratello minore che arranca dietro di lei su una bicicletta. E’ mattina presto, hanno lasciato i genitori che dormono ancora nel motel dove sono alloggiati. Sean vorrebbe tornare indietro, Caitlin prosegue, imperterrita, per quella strada in salita tra gli alberi. Una jeep li supera. Lampo di occhiali gialli.
    E’ lo sceriffo a telefonare ai genitori per avvisarli che Sean ha avuto un incidente, che è in ospedale con un ginocchio fracassato. Quando Grant Courtland chiede di poter parlare con sua figlia, c’è silenzio dall’altra parte della linea. Quale figlia? Sean era solo nel luogo dove lo hanno trovato.

     Una ragazza scompare, non se ne saprà più nulla per più di due anni- è questa la trama di “Scomparsa”, primo romanzo per adulti di Tim Johnston. Abbiamo letto chissà quanti altri thriller con una trama simile. Abbiamo letto articoli di giornali in cui la notizia del giorno era, purtroppo, la scomparsa di una ragazza o il suo ritrovamento (ricordiamo il caso di Natascha Kampusch, rapita e tenuta segregata per otto anni). Il romanzo di Tim Johnston, però, ci dà qualcosa di diverso. Le notizie iniziali su quello che è successo sono frammentarie e oscure. Dopo tutto Sean pare non abbia avuto neppure il tempo di accorgersi di quello che è successo e, dopo, era in stato di semi-coscienza. Ricorda solo la sorella che era salita sull’auto dello sconosciuto con gli occhiali dalle lenti gialle: il telefono non prendeva, l’uomo l’avrebbe portata più in basso lungo la montagna dove avrebbero potuto cercare aiuto, si era rifiutato di andare da solo, non voleva essere accusato dell’incidente. Sappiamo delle indagini e delle ricerche che non portano a nulla, nella prima metà del libro, sappiamo del vasto dispiegamento di forze e della perdita della speranza di ritrovare Caitlin. Almeno, la polizia perde la speranza. Non i genitori, non Sean che accettano l’ospitalità nel ranch del padre dello sceriffo per restare lì, dove ‘sentono’ che c’è Caitlin, da qualche parte. E però vanno in pezzi.

    E’ una parte importante di “Scomparsa” l’analisi di come reagiscano il padre, la madre e il fratello, a quanto è successo. Non si tratta soltanto di dolore e di non sapersi rassegnare. C’è un’incertezza che li attanaglia in una lotta tra speranza e disperazione, c’è la certezza che sono loro i primi a non doverle permettere di scomparire, così. E’ facile dire che la madre è la più fragile. Certo che è la più fragile, il suo legame con la figlia è più viscerale. Se non c’è più Caitlin, non c’è più neppure lei. Il padre, Grant Courtland, sogna di ammazzare l’uomo che ha portato via sua figlia e, mentre il suo matrimonio sta naufragando, cerca sollievo in un’altra relazione. Sean dimagrisce, cresce, è un ragazzo taciturno. Prende il pick-up del padre e se ne va, senza una meta, si caccia nei guai, è fondamentalmente buono- la scena in cui dà il colpo finale al cane che qualcun altro ha investito sulla strada e poi lo copre con la tela cerata che serviva a lui, Sean, per ripararsi, è solo un’anticipazione di un altro suo atto di pietas, quando, a rischio della vita e di essere poi incriminato lui stesso come colpevole, carica sulla sua auto una ragazza vittima di uno stupro per portarla in ospedale.

    Se questa parte centrale del libro è lenta, è giusto che sia così. E’ il tempo del dolore che passa lento, è il tempo della prigione di Caitlin che cola goccia a goccia, è giusto che sia così. La narrazione ha una brusca accelerata quando Caitlin e il suo rapitore ritornano sulla scena e la tensione è quasi insopportabile perché non riusciamo a prevedere che cosa succederà.

    Un bel libro, scritto con grande finezza e un’attenzione particolare alla natura, testimone silente del male.


giovedì 3 dicembre 2015

Abraham Yehoshua, “Fuoco amico” ed. 2008

                                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                     il libro ritrovato


Abraham Yehoshua, “Fuoco amico”
Ed. Einaudi, trad. Alessandra Shomroni, pagg. 399, Euro 19,00



     “Fuoco amico”: che espressione crudele per celare la realtà di qualcuno che è morto colpito da una pallottola di un commilitone. Di un amico. Per un tragico errore. Quasi che l’amicizia e l’errore possano rendere più dolce la morte, meno assurdo lo spreco di una vita, più accettabile la perdita di un figlio. Il nodo centrale dell’ultimo romanzo dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua è nel cuore di un padre il cui figlio è stato ucciso dal fuoco amico, mentre erano impegnati in un’operazione per braccare un ricercato in un villaggio palestinese. Sono passati sette anni da allora, nel frattempo è morta anche la moglie di Yirmiyahu e lui è rimasto in Tanzania, anche se non ricopre più la carica con cui era stato inviato da Israele a mo’ di compenso: non tornerà mai più nel paese che gli ha rubato il figlio, non vuole avere più niente a che fare con la famiglia della moglie, con gli ebrei, con il Dio degli ebrei. Yirmiyahu non è un personaggio accattivante- e come potrebbe esserlo un uomo che è passato attraverso l’esperienza peggiore che la vita può riservare?- e non fa nulla per ingraziare il lettore, o la cognata Daniela che va a trovarlo. Anzi, la prima cosa che fa, non appena Daniela gli porge quello che gli ha portato, è gettare nel fuoco i giornali israeliani e le candele di Hanukkah, lasciando intendere molto con questo gesto- prima di tutto che non vuole essere coinvolto dal desiderio di Daniela di rinnovare il dolore. Perché questo è il motivo per cui Daniela ha intrapreso il lungo viaggio, perché le pareva che il ricordo della sorella le stesse sfuggendo e sperava di ravvivarne le tinte parlandone con il cognato. Ma la maniera di affrontare il dolore di Daniela è l’opposto di quella di Yirmiyahu: lei cerca di avvicinarsi alla fonte del dolore, lui se ne allontana.

D’altra parte il romanzo di Yehoshua è un romanzo sulla perdita ma anche un romanzo sull’amore, uno la compensazione (se mai è possibile) per l’altra. E, più che Daniela, il marito di lei, Amotz Yaari, è il polo dell’amore. Quando lo conosciamo, all’inizio del libro, abbraccia la moglie all’aeroporto: sono sposati da trentasette anni ed è la prima volta che si separano. Lui è iperprotettivo, affettuosissimo; lei si lascia proteggere, al sicuro nel bozzolo del suo amore. Lui, progettista di ascensori, si è sempre occupato di tutto; di conseguenza lei, insegnante di inglese, è un po’ svagata e distratta. Daniela si tratterrà dal cognato per tutta la durata delle feste di Hanukkah e in quegli otto giorni non ci sarà momento in cui Amotz non pensi a lei, anticipando la gioia del suo ritorno. E intanto Amotz incontra i figli, si presta a badare ai due nipotini, fa visita al padre che ha il morbo di Parkinson, si industria per riparare il mini-ascensore che suo padre aveva installato nella casa di una donna ormai anziana che aveva amato.
E soprattutto cerca di risolvere il problema degli ululati che il vento emette infilandosi nella tromba degli ascensori di un grattacielo di Tel Aviv. E’ uno dei leit motiv del romanzo, quello dei lamenti del vento che dà voce al pianto dei fantasmi (il rappresentante degli inquilini è un altro padre che ha perso il figlio), così come l’altro è quello del fuoco- ad iniziare dalle fiammelle delle candele di Hanukkah, e poi quello della stufa in cui Yirmiyahu getta i regali, quello nelle capanne degli africani, la stessa schermaglia verbale tra Daniela e il cognato è paragonata ad un fuoco amico, certamente non letale come quello che ha ucciso Eyal, ha causato l’allontanamento dei genitori, chiusi ognuno nel cerchio della propria sofferenza.
     Nessuno come Abraham Yehoshua è capace di sottintendere tanto raccontandoci una storia la cui trama superficiale è il viaggio di otto giorni di una donna che ha quasi sessant’anni. Sotto di questa c’è tutt’altro: il dramma di un paese che continua a veder morire i suoi figli, la duplice tragedia del genitore che ha perso il figlio e del cittadino che è stanco di regalare i suoi figli allo stato. E sono anni che pensiamo che nessuno come Abraham Yehoshua meriterebbe il premio Nobel per la letteratura.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



    

mercoledì 2 dicembre 2015

Kim Young-Ha, “Memorie di un assassino” ed. 2015

                                                             Voci da mondi diversi. Asia
      cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA


Kim Young-Ha, “Memorie di un assassino”
Ed. Metropoli d’Asia, Trad. Andrea De Benedittis, pagg. 94, Euro 8,50



     Un uomo anziano che mostra i primi segnali di Alzheimer e se ne rende conto. La memoria a breve termine gli sfugge, però ha ancora vivi i ricordi del suo passato di serial killer in un tempo in cui si sapeva ancora poco dei disturbi compulsivi di un assassino seriale. Il suo ultimo delitto risale a venticinque anni prima, dietro la sua casa c’è un boschetto di bambù che si nutre delle ossa dei morti, la polizia non è mai riuscita a trovare il colpevole per la scomparsa di tutte le persone che lui ha ucciso: il vecchio si crede onnipotente, intoccabile, più intelligente di tutti.
      In realtà è un uomo intelligente e colto, questo vecchio assassino. Fino a che punto, ora, la malattia che avanza mette a rischio la sua impunità? E’ vero che ormai i suoi delitti sono caduti in prescrizione ed ogni tanto è tentato di vantarsi, di far sapere quanto sia stato bravo a non farsi mai scoprire. Soprattutto, il vecchio è ossessionato dall’idea dell’omicidio, vede ovunque possibili assassini, crede di riconoscere se stesso negli altri. Così quando tampona una grossa auto e il guidatore non vuole sporgere reclamo, il vecchio è certo di aver visto del sangue gocciolare dal bagagliaio- ecco perché all’altro conviene non fare questioni. Si dà il caso che questa stessa persona inizi a corteggiare la figlia del vecchio, anzi, i due si fidanzano proprio, nonostante lui metta in guardia la figlia Umhui: pare che ci sia un serial killer che si aggira nel loro quartiere cercando delle vittime donne, il vecchio è sicuro che si tratti del fidanzato di Umhui e pensa di denunciarlo alla polizia.

       Qual è il limite tra realtà e distorsione mentale causata dall’Alzheimer in quello che ci racconta quest’uomo? Realtà è certamente quasi tutto quello che ci dice sul suo passato di assassino, poi qualcosa pare essere stonato e noi incominciamo a dubitare di lui e di quello che ci dice. Umhui non è veramente sua figlia, è stata adottata. Come? Perché? E poi, Umhui è proprio sua figlia? O un’assistente, un’infermiera? Se il vecchio pensava di avere un cane e poi risulta che non è vero, questa figlia esiste o no? Ad un certo punto Umhui scompare: è il fidanzato ad averla uccisa, come sostiene il vecchio?

      Si legge velocemente il nuovo breve romanzo dello scrittore coreano Young Ha. La sua rappresentazione del vecchio assassino ammalato di Alzheimer ci convince solo fino ad un certo punto, così come ci sono parse un poco superficiali e affrettate le spiegazioni vanagloriose dell’omicida alla ricerca della perfezione nel delitto. Quello che di più ci è piaciuto, piuttosto, è il gusto del paradosso, l’atmosfera macabra che sfiora il grottesco, il reale che piomba nell’incubo di un brutto sogno, la sospensione tra- vero? falso? un gioco della memoria?-, l’ambiguità continua della situazione.



       

martedì 1 dicembre 2015

Abraham B. Yehoshua, "La sposa liberata" ed. 2001

                                                     Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                   il libro ritrovato


Abraham B. Yehoshua, "La sposa liberata"
Ed. Einaudi, pagg. 592, Euro 19,00


Ha un pensiero fisso, Yohanan Rivlin, professore di storia mediorientale a Haifa: capire perché, cinque anni fa, suo figlio Ofer è stato ripudiato dalla moglie, dopo appena un anno di matrimonio. E il tema del matrimonio è il filo conduttore di questo ultimo capolavoro dello scrittore israeliano Yehoshua, introdotto nelle prime pagine con la partecipazione di Rivlin alle nozze della studentessa araba Samaher. Ed ecco l' altro tema: quello del rapporto fra arabi ed ebrei che vivono nello stato di Israele, che parlano due lingue simili e conoscono perfettamente le tradizioni, le norme religiose e le abitudini alimentari gli uni degli altri. Un rapporto fatto di tensioni pericolose e di difficili equilibri, a cui si allude negli studi che Rivlin fa sul terrorismo in Algeria, cercando nel passato le ragioni del presente, o nella sua tesi sulla difficoltà di trovare un' identità nazionale per un popolo che parli lingue diverse. La narrazione di Yehoshua procede con passo tranquillo, come quello di Rivlin, novello Bloom in terra di Israele, che si muove avanti e indietro tra l' aeroporto ( come a ricordare il destino ebraico di eterni esuli) e Haifa, tra la pensione che si affaccia sul deserto e la sua casa sul mare scintillante, con puntate alla dimora sempre chiusa di Agnon ( difficoltà di accedere al passato?), al villaggio arabo di Samaher, a Jenim e a Ramallah, due nomi che, alla data di scrittura del romanzo, non avevano ancora i connotati di sangue di oggi.
Anzi, a Ramallah si svolge un festival di poesia araba aperto a tutti, un incontro di pace senza politica. Già, il tema della poesia. Carlo Tedeschi, il vecchio professore di Rivlin, dice che, poiché non abbiamo speranze di capire gli arabi in maniera razionale, ci resta solo la scelta di approfondire la loro poesia. Poesia che ritorna nelle storie arabe che Samaher traduce per Rivlin, come una Sheherazade incantatrice. In mezzo a questi incontri, tra una poesia e un racconto, tra un tentativo e l' altro di sedurre l' amatissima moglie, Rivlin continua con cocciutaggine cieca - e infatti ad un certo punto resta senza occhiali - a fare domande, a cercare di capire quel segreto che un suo "doppio" arabo custodisce fino alla fine, quando la sua rivelazione permetterà all' ex-moglie di Ofer di liberarsi dal vincolo di una promessa.
Ed è un segreto che noi abbiamo intuito, già nelle pagine del matrimonio della coppia araba, un doppio della coppia Ofer-Galia, con l' allusione ad un affetto eccessivo tra Samaher e il cugino Rashed, altro doppio di Rivlin che si trasforma nel suo "dibuk", lo spirito cattivo di un' ossessione. Il libro si chiude con un bambino che nasce, come ad equilibrare la mancata nascita del figlio di Samaher e la vita stroncata del piccolo palestinese israeliano, e con la nuova attività di imbianchino del figlio più giovane di Rivlin - lavoro in genere riservato agli arabi. Un romanzo dalle mille digressioni mai dispersive, alla ricerca di una convivenza difficile in un continuo scandaglio dell' animo umano, con uno stile narrativo che alterna l' ironia distaccata in terza persona ad un monologo interiore che assume la forma di un discorso che Rivlin rivolge a se stesso. Senza dubbio, il romanzo di un grande scrittore, forse il più grande scrittore vivente.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net