mercoledì 5 febbraio 2014

Sam Eastland, "The red moth"


                                                  
                                                        cento sfumature di giallo                                                                    
                                                                  in altre lingue

       Sam Eastland, "The Red moth"


In traduzione italiana sono usciti soltanto due romanzi di Sam Eastland, "L'occhio dello zar" e "La bara rossa". Peccato, perché il protagonista Pekkala è veramente singolare, come pure l'ambientazione dei romanzi. Di origine finnica, Pekkala è stato al servizio dell'ultimo zar di Russia. Lo zar Nicola si fidava ciecamente di lui, gli aveva appuntato sotto il bavero della giacca una spilla che era come un lasciapassare- sembrava un occhio, con uno smeraldo nel centro, gli era valso il soprannome di "occhio dello zar". Nel secondo romanzo della serie Pekkala è in un gulag staliniano in Siberia, condannato ad un lavoro a cui nessuno sopravvive. E invece Pekkala resiste, quando Stalin lo manda a cercare perché ha bisogno di lui per un'impresa che solo lui può affrontare, Pekkala è vivo. ridotto come un selvaggio, ma vivo.  
          



                                           
Ho acquistato e letto in inglese "Siberian Red" e, pochi giorni fa, "The red moth", perché mi piace il continuo accostamento tra storia passata e storia presente, il regime dello zar bianco e quello dello zar rosso. Sam Eastland non ha la pretesa di scrivere libri di storia, e tuttavia c'è abbastanza, nei suoi romanzi, per ricostruire un periodo, per apprendere fatti che possono incuriosirci e spingerci a fare ulteriori ricerche.In "The red moth" la trama ruota intorno ad un episodio affascinante e avvolto tuttora nel mistero: la scomparsa della splendida "Sala d'ambra" dal Palazzo di Caterina a Tsarkoe Tselo (a chi vuole saperne di più indico il libro di Catherine Scott-Clark e Adrian Levy, "Il mistero della sala d'ambra"). I tedeschi si stanno avvicinando a Leningrado, il dipinto di una farfalla, trovato nella cartella di uno dei due tedeschi il cui aereo ha dovuto fare un atterraggio d'emergenza, si rivela essere una mappa: a quanto pare Hitler ambisce a ricostruire la leggendaria sala d'ambra nel museo che progetta di aprire a Linz e un esperto sta per arrivare a Tsarkoe Tselo per fare quello che i russi non sono riusciti a fare: smontare i delicati pannelli d'ambra e trafugarli a Könisberg . Pekkala deve impedirlo, a costo di distruggere il più prezioso tesoro russo, dandolo alle fiamme. Se pensiamo che si suppone che la vera sala d'ambra sia stata persa nell'incendio appiccato dall'Armata Rossa al castello di Könisberg, non possiamo che ammirare l'inventiva di Sam Eastland nel raccontare una vicenda che sfiora una verità mai appurata.


lo scrittore Sam Eastland    



                                                               










martedì 4 febbraio 2014

Kyung-sook Shin, "Io ci sarò"



                                                                    Voci da mondi diversi. Asia                                                                                                                                                                       fresco di lettura



       Kyung-sook Shin, “Io ci sarò”
       Ed. Sellerio, trad. Benedetta Merlini, pagg.328, Euro 16,00

      Avevo letto, anni fa, il bel libro “Prenditi cura di lei” della scrittrice coreana Kyung-sook Shin. Leggendo ora il romanzo appena pubblicato, “Io ci sarò”, mi ha colpito un tema che ricorre in entrambi- quello della scomparsa. “Prenditi cura di lei” ruotava intorno alla scomparsa di una madre e la narrazione, affidata ai vari componenti famigliari e infine alla stessa madre, rivelava la personalità di questa, come appariva agli altri e come era in realtà. Scompaiono molte persone in “Io ci sarò”- un titolo che sembra quasi un ossimoro per il tema della scomparsa ma che ha un significato molto bello per quello che è l’altro grande tema del romanzo, l’amicizia, per cui niente è importante quanto la sicurezza di avere sempre qualcuno su cui contare, qualcuno che sarà vicino a noi per confortarci, per dividere gioie e dolori.
   Le persone scompaiono perché vogliono evitare il contatto con gli altri (la madre di Jeong Yun aveva allontanato da sé la figlia quando si era ammalata di tumore, Miru, amica di Jeong Yun, si renderà introvabile in cerca di annullarsi, il giovane Myeong-seo non si farà più vedere quando i tragici eventi gli rendono impossibile continuare a frequentare Jeong Yun), oppure perché muoiono (il professor Yun, lasciando un ricordo indelebile dietro di sé), oppure perché vengono fatte scomparire (il ragazzo della sorella di Miru, oppure Dan, l’amico d’infanzia di Jeong Yun).            

    Il libro segue una doppia narrativa, quella di Jeong Yun che è diventata una scrittrice, e quella tratta dalle pagine del ‘taccuino marrone’ di Myeong-seo- ci può capitare così di leggere due volte la stessa vicenda, vista o ricordata da persone diverse. Ed inizia con una prima scomparsa che darà l’avvio ai ricordi. Jeong Yun riceve una telefonata da Myeong-seo che non sentiva (‘era scomparso’) da otto anni: il professor Yun sta morendo. Prima di arrivare al momento in cui tutti gli ex alunni del professore si ritrovano al suo capezzale per ricevere da lui un ultimo messaggio- un insegnamento di vita, il nastro del tempo si riarrotola e Jeong Yun rievoca gli anni in cui lei era arrivata da poco a Seoul per frequentare l’università e aveva conosciuto Miru e Myeong-seo proprio durante le lezioni del professore. Il quale li aveva folgorati tutti con la leggenda di San Cristoforo che traghetta Gesù sulle spalle in acque pericolose, chiedendo poi se avrebbero scelto il ruolo di chi trasportava il peso del mondo o di chi veniva trasportato. Ma la figura del professore (e ci viene in mente il carismatico professore del film “L’attimo fuggente”), per quanto dominante, per quanto adeguata (si dimetterà dall’insegnamento come forma di protesta), serve principalmente per focalizzare la ribellione studentesca entro cui si muovono, più o meno attivamente, Jeong Yun, Miru e Myeong-seo che diventano amici. Ognuno di loro ha un suo segreto, o un suo lato oscuro, soprattutto Miru: che cosa le è successo, per avere le mani segnate dalle cicatrici di una tremenda ustione? Che ne è stato della sorella? E del ragazzo di questa, che Miru continua a cercare e che nessuno osa dirle essere scomparso insieme a molti altri ragazzi? Sono interrogativi a cui verrà data risposta in seguito, mentre si accendono sentimenti d’amore che paiono incrociarsi- Myeong-seo ama Miru ma si innamora di Jeong Yun, la quale è attratta da Miru con un’amicizia che rasenta l’amore e però ricambia l’amore di Myeong-seo deludendo l’amico d’infanzia Dan che si è arruolato (le sue notti di guardia di fronte ad un nemico che non arriva mai ci fanno pensare al sottotenente Drogo de “Il deserto dei tartari”) e che scomparirà, morendo in un modo che lascia adito a molti dubbi.


    “Vorrei che qualcuno ci promettesse qualcosa e ci dicesse che nulla è privo di senso. Vorrei ci fossero delle promesse in cui vale la pena credere, e che dopo i tormenti, la solitudine e la paura arrivi qualcos’altro. Riflettendo su come viviamo, se la giovinezza iniziasse alla fine della vita, non riusciremmo forse a realizzare i nostri sogni?”

       “Io ci sarò” è un romanzo sulla difficoltà dell’essere giovani, di fare il cristoforo che si carica il mondo sulle spalle per attraversare le acque tempestose della vita, di lottare per cambiare qualcosa, di essere coerenti con le proprie idee, di amare quando l’altro non risponde al tuo amore, di vivere quando l’altro non vive più.

troverete la mia recensione del romanzo precedente, "Prenditi cura di lei", a questo link:
http://www.wuz.it/recensione-libro/5968/Recensione-Kyung-Sook-Shin-Prenditi-cura-lei.html

La scrittrice coreana Kyung-sook Shin       


lunedì 3 febbraio 2014

Cyrus Mistry, "Le torri del silenzio"


                                                                 Voci da mondi diversi. Asia
                                                                          fresco di lettura                                      





Cyrus Mistry, “Le torri del silenzio”
Ed. Metropoli d’Asia, trad. Giovanni Garbellini, pagg. 240, Euro 14,50
Titolo originale: Chronicle of a Corpse Bearer

     A Mumbai, in India, c’è una grossa comunità parsi (il nome deriva da ‘persiano’): sono i seguaci di Zoroastro o Zaratustra, i discendenti di coloro che vi arrivarono dalla Persia tra il VII e il X secolo dopo Cristo per sfuggire alle persecuzioni dei musulmani. E’ una religione affascinante, quella- vecchissima perché risale almeno al 600 prima di Cristo- di Zoroastro. E’ una religione monoteista con una divinità di nome Ahura Mazda ed è ben rappresentata da un simbolo che si può vedere in numerosi bassorilievi di Persepolis, in Iran: un vecchio saggio esce da un cerchio che rappresenta il mondo, elevandosi verso una dimensione di spiritualità, protende una mano verso il futuro e si lascia il passato alle spalle. Le due ampie ali che fuoriescono dalle sue spalle sono divise in tre strisce che racchiudono l’essenza della dottrina di  Zoroastro: pensare bene, parlare bene, agire bene.

                                                 




Il rito funebre dello zoroastrismo è forse l’aspetto più singolare di questa religione: i corpi dei defunti vengono esposti, nudi, nelle torri del silenzio per essere mangiati dagli avvoltoi. Rimarranno solo le ossa del corpo spolpato che sarà così libero da ogni fardello terreno e l’anima sarà purificata.
     Il romanzo di Cyrus Mistry è intitolato “Le torri del silenzio”. La torre del silenzio di Mumbai si trovava, un tempo, fuori dalla cerchia della città, come richiedeva la legge. Oggigiorno le abitazioni l’hanno raggiunta e c’è solo un fitto giardino che la protegge dagli sguardi (proibiti) dei curiosi. E- notizia di cronaca- si cerca di favorire l’allevamento degli avvoltoi che sono diminuiti di numero a causa dell’inquinamento.
             Tutto questo era diverso nel 1942, epoca in cui è ambientata la storia che ci racconta Cyrus Mistry, una storia in parte vera di cui l’autore venne a conoscenza durante le ricerche per un film. Il protagonista e voce narrante si chiama Phiroze e il suo lavoro è trasportare, lavare e preparare i defunti ai riti funebri. Se per un attimo pensiamo che è il lavoro che non conosce mai crisi delle Pompe Funebri, ci sbagliamo, e la maggiore differenza sta nella discriminazione e nel disprezzo riservato a coloro che toccano i morti- sono considerati impuri, devono vivere negli alloggi nei pressi delle torri del silenzio e devono sposarsi ‘tra di loro’. Sono peggio degli intoccabili, la più bassa delle caste indù. Phiroze veniva da tutt’un altro mondo, era figlio del gran sacerdote del tempio del fuoco (altro caposaldo dello zoroastrismo, la fiamma purificatrice che non deve mai spegnersi). Ma si era innamorato, giovanissimo, dell’altrettanto giovane Seppy il cui padre già svolgeva le mansioni di curatore di cadaveri. Per lei aveva lasciato la sua famiglia, per lei aveva accettato quel lavoro che lo avrebbe isolato per sempre da tutti.

   Avevo convinto Rustom che non era possibile che ci licenziassero sui due piedi per abbandono del servizio e che assumessero al nostro posto dei crumiri. Non sarebbe stato facile trovare rapidamente dei rimpiazzi all’interno della comunità parsi; e nessun parsi degno di questo nome avrebbe permesso che i suoi cari venissero maneggiati da un intoccabile indù o da un mendicante musulmano
   Come si vive a contatto quotidiano con la morte, senza neppure il legno di una bara ad allontanarne il gelo? Come si vive ai margini di una società che esclude coloro che ci trasportano a braccia verso l’aldilà? Phiroze racconta, le umiliazioni, le ingiustizie delle punizioni quando il corpo cede alla stanchezza, il primo sciopero- una sfida- che mette in ginocchio gli sdegnosi membri della comunità parsi. Intanto Gandhi predica la non-violenza e l’India si avvia verso l’indipendenza.
                                                         
                                             

   Non si è uguali nella vita e neppure nella morte, pare essere questo il messaggio finale del libro di Mistry: se era grottesca la scena del cadavere che rotolava a terra quando Phiroze si era sentito male e aveva abbandonato la presa della portantina, ancora più grottesca è la scena del cadavere dell’uomo a cui era stata negata la conversione allo zoroastrismo in punto di morte, dapprima portato comunque alle torri del silenzio, poi trafugato e trasportato al cimitero cristiano dove, non essendo chiuso in una bara, gli era stata rifiutata la sepoltura. E il vecchio sacerdote, padre di Phiroze, era rimasto impassibile, duro nel suo rifiuto. Una religione che non conosce pietas, che religione è?

La recensione è apparsa su www.Stradanove. net
   

domenica 2 febbraio 2014

Nadeem Aslam, "La veglia inutile"


    Voci da mondi diversi. Asia                              

                      il libro ritrovato



Nadeem Aslam, “La veglia inutile”
Ed. Feltrinelli, trad. Delfina Vezzoli, pagg. 310, Euro 18,00



     Afghanistan: sembra che l'Afghanistan sia il cuore del mondo nel romanzo “La veglia inutile” dello scrittore pakistano di lingua inglese Nadeem Aslam. Un cuore molto dolente e mortalmente ferito. Perchè i personaggi che si incontrano, per quegli strani casi della vita che chiamiamo 'coincidenze', nella casa di Usha, in Afghanistan, appartengono a varie nazionalità, provengono tutti da paesi che, in tempi lontani o recenti, hanno giocato un ruolo nella storia dell'Afghanistan, contribuendo a farne quello che è ora- nido di terroristi, campo di addestramento al martirio, luogo di lotte tra signori della guerra strumentalizzati dalle grandi potenze.
    La casa appartiene all'anziano Marcus Caldwell, il medico inglese che si è innamorato di una donna del posto, Qatrina, medico pure lei. La tragedia della loro famiglia riempirebbe da sola le pagine del libro- Marcus e Qatrina sono stati 'prelevati', molti anni prima, dai due signori della guerra e obbligati a prestare la loro opera per salvare la vita degli uomini dei due schieramenti opposti. Come, ad un certo punto, durante il regime dei talebani, Qatrina sia stata lapidata, non prima di essere stata forzata a mozzare la mano del marito accusato di furto, è una delle tante storie del romanzo. Insieme a quella della scomparsa della loro unica figlia, Zameen, presa prigioniera dai russi.
     E tuttavia c'è pure una donna russa nella casa di Marcus, e un americano, una spia della CIA, che ha avuto una breve relazione con Zameen, prima di sospettare che anche lei fosse una spia, messa alle sue calcagna. Arriva infine un ragazzo in fuga che si è ferito accidentalmente, senza riuscire a portare a termine l'impresa suicida che gli era stata affidata.
     La 'ricerca' e la 'veglia' sono le due parole chiave per interpretare il romanzo di Nadeem Aslam. Una ricerca infinita che va avanti negli anni ed è prima di tutto una ricerca di persone- Marcus sa che è inutile cercare Zameen la cui ultima presenza nella casa di uno dei signori della guerra gli è stata segnalata dal suo profumo, spera invece di trovare almeno il figlio di lei, suo nipote; la russa Lara cerca il fratello che ha disertato vent'anni prima. E né lei né Marcus sanno che il bambino di Zameen è anche nipote di Lara, un figlio della violenza. Anche l'americano cerca il figlio di Zameen. E nello stesso tempo si indaga, a distanza di anni, su quale sia stato il suo ruolo a servizio dell'America, sull'ingerenza americana in Afghanistan, su come soltanto in teoria una spia possa impedire al suo cuore di battere, perchè lui si era innamorato di Zameen, nonostante tutti i dubbi su di lei, mettendo se stesso e il suo compito a rischio. La ricerca, allora, diventa ricerca di verità, forse anche di espiazione
    Quanti morti, quante stragi, quanti corpi spezzati, quanto sangue- nelle strade, nelle case, nelle scuole, nei campi profughi. Per chi si tiene la veglia, che nel vocabolo inglese indica la veglia funebre? forse per un intero paese straziato di cui restano due grandiosi simboli nella casa di Marcus: i libri che Qatrina inchiodò al soffitto, sperando di salvarli dalla distruzione talebana, e l'enorme testa del Budda rovesciato su un fianco in giardino. Mozzata dal corpo, così immobile, dormiente per sempre, simbolo di un passato ben diverso.

                     



     Ricordando il precedente, bellissimo romanzo di Nadeem Aslam, “Mappe per amanti smarriti”, anche questo libro contiene una sorta di mappa per comprendere i sentieri della Storia. Di difficile percorso, come a volte è difficile la lettura, perché la narrazione procede con l'andamento del racconto orale, che a tratti si ferma, torna indietro, prende vie collaterali, arricchendosi incredibilmente. A volte molto duro, a volte molto lirico. Sempre molto sofferto.

Lo scrittore Nadeem Aslam                            


già pubblicato su www.stradanove.net nel 2008


Nadeem Aslam, "Mappe per amanti smarriti"

                                                                  
                                                           Voci da mondi diversi. Asia            
          il libro ritrovato




INTERVISTA A NADEEM ASLAM, autore di “Mappe per amanti smarriti”
Ed. Feltrinelli, pagg. 382, Euro 18,50

Inizia e finisce con un uomo che guarda scendere i fiocchi di neve, il romanzo “Mappe per amanti smarriti” di Nadeem Aslam, nato in Pakistan nel 1966 e abitante in Inghilterra. Inizia sul far dell’inverno con una coppia di amanti, Jugnu e Chanda, che ormai sono scomparsi da mesi e finisce un anno dopo, con il processo che condanna gli assassini. E nella fine violenta di questa coppia è contenuto il significato del libro- sono le vittime del fanatismo musulmano, perché un uomo e una donna non possono convivere se non sono sposati, Chanda è una vergogna per la sua famiglia e Jugnu va punito. Non c’è nessuna mappa che possa ricondurre a casa questi due amanti smarriti, ma tutti gli altri personaggi hanno bisogno di una mappa- come tutti gli stranieri che arrivano in un paese che non conoscono- per orizzontarsi, per non perdersi. Al centro del romanzo di Aslam c’è una famiglia di pakistani immigrati in Inghilterra, in una città non precisata a cui è stato dato il nome di Dasht-e-Tanhaii, il Deserto della Solitudine, perché si sentono tutti soli, sradicati dalla loro terra, e ad ogni strada è stato dato un nuovo nome pakistano, per disegnare una mappa conosciuta. C’è chi cerca di uscire da questi stretti confini, come l’idealista Shamas, o suo fratello Jugnu. E c’è chi, come Kaubab, la moglie di Shamas, o la maggior parte degli abitanti di Dasht-e-Tanhaii, pensa che l’Inghilterra sia un gran bordello e vive come fosse in Pakistan, in stretta osservanza delle leggi religiose. Lo sguardo di Aslam è critico, attento soprattutto alla condizione delle donne, e leggiamo storie bisbigliate da una donna all’altra, di ragazze mandate in Pakistan per sposare dei cugini primi, di donne ripudiate da mariti ubriachi a cui basta la triplice ripetizione della parola talaaq per sbarazzarsi di loro, di una ragazza percossa a morte da un santone per far uscire dal suo corpo uno djinn malvagio. Sono due mondi, due culture, due generazioni a confronto, e quello che era iniziato come la storia di un amore tragico “segnato dalle stelle” diventa un romanzo sulla mancanza di amore e di tolleranza, sull’amore per Allah e la mancanza di amore per le sue creature. E le coppie di amanti felici possono solo apparire come spiriti luminosi, volteggianti nell’aria come le farfalle studiate da Jugnu, che ha finito per bruciarsi come una falena, perché si è avvicinato troppo al fuoco. Stilos ha intervistato lo scrittore pakistano.                               

“Mappe per amanti smarriti” esce a 11 anni di distanza dal suo primo romanzo: come mai ha impiegato tanto tempo a scrivere questo secondo romanzo?
     Inizialmente questo romanzo doveva essere una novella di 150 pagine. Il personaggio principale era Shamas, ma era vedovo. Doveva essere un vecchio che tira le somme della sua vita, pensa agli amori e alle delusioni. Vicino a casa sua c’è una casa vuota: ci viveva una coppia che è stata assassinata dai fratelli della donna che non potevano tollerare che i due convivessero senza essere sposati. Doveva essere un’immagine di vuoto in contrasto con l’abitazione del vecchio Shamas che era invece piena di amore. E a un certo punto, dopo più di un anno che avevo iniziato, ho scritto un episodio sulla morte della moglie di Shamas e, più esploravo il personaggio della moglie, più mi rendevo conto che dovevo farla rivivere e legarla alla storia del marito. E allora è cambiato tutto nel racconto e il libro è diventato un romanzo. Perché Shamas faceva una vita ritirata, non frequentava molte persone, i suoi figli tornavano a casa raramente. Ma se c’era una donna, tutto era diverso e dovevo conoscere meglio i personaggi, perché, se è presente una madre, la figlia torna a casa e si mette a chiacchierare con lei, ricordano insieme, parlano di altre persone. E l’uomo della porta accanto doveva diventare più importante, magari un parente, per acquistare una posizione di antagonismo nei confronti della donna. Mi ci sono voluti quattro anni per esplorare i nuovi personaggi, ho scritto biografie di un centinaio di pagine di ognuno di loro, ho scritto “biografie” anche delle stagioni e della città. Volevo conoscere il mondo in cui vivevano i miei personaggi. L’altro motivo per cui ho impiegato tanto tempo è che non avevo soldi per lavorare solo sul libro e dovevo accettare impieghi vari, da usciere a cameriere, per guadagnare qualcosa e poter andare avanti con la scrittura.

Lei è nato in Pakistan ed è arrivato in Inghilterra quando aveva 14 anni. E’ stato difficile ambientarsi?
     E’ stato uno shock arrivare dal Pakistan in Inghilterra a 14 anni, scoprire che, a causa della mia razza, del colore della mia pelle, della mia provenienza, venivo considerato un essere inferiore, che dare del “Paki” a qualcuno era un insulto: fino ad allora ero stato un essere umano, adesso non lo ero più. All’improvviso mi trovavo in un posto in cui la maggioranza disprezzava quelli come me. E’ stato uno shock profondo, ma l’ho superato velocemente. Avevo vissuto 14 anni in Pakistan e sapevo che la mia gente non era inferiore a nessuno, che grandi poeti, musicisti, scrittori e cantanti venivano dalla mia parte del mondo, e pensando a loro sono riuscito a superare il trauma.

E’ cresciuto in una famiglia religiosa osservante?
    No, la mia era una famiglia di bohémien: mio padre era un poeta, la nostra casa era piena di libri, da noi si viveva una vita della mente. Non eravamo ricchi, però avevamo quadri sulle pareti, certo non erano originali, anzi erano riproduzioni  ritagliate dai giornali e messe in cornice, ma era importante che fossero lì, sul muro, per mostrare che una maniera di capire il mondo è conoscere come gli altri lo hanno visto, che cosa ne hanno fatto. Mio padre era un poeta, aveva scritto poesie in urdu con lo pseudonimo di Wamaq Saleem. Poi si è sposato, ha avuto dei figli e ha rinunciato a scrivere per mantenere la famiglia. Io crescevo e avvertivo come una ferita in mio padre, percepivo che lui aveva la sensazione che la sua vera vita non avrebbe dovuto essere quella. E in entrambi i miei libri c’è un poeta pakistano con il nome di Wamaq Saleem e ci sarà in tutti i miei romanzi: quello che mio padre non ha potuto fare perché c’ero io, lo farà nei miei libri, io lo farò essere per sempre un poeta nei miei libri.

Nel libro lei ha un atteggiamento molto critico non tanto verso la religione quanto verso il fanatismo.
    Se qualcuno mi avesse chiesto, prima dell’11 settembre, se sono musulmano, la mia risposta sarebbe stata negativa: sono un laico, ho una mente scientifica, quando penso alle origini del mondo non vado a cercarle nella Bibbia o nel Corano, ma in Darwin, in Hawkins. Dopo l’11 settembre, però, quando mi fanno la domanda se sono musulmano, rispondo di sì, perché adesso è importante, perché ci sia qualcuno della comunità musulmana che dica, “non siamo tutti terroristi, c’è gente musulmana che è come noi, anche questo è essere musulmani”. Ed è un messaggio sia per i non musulmani sia per i fondamentalisti della comunità musulmana. E’ una maniera per opporci al loro volersi imporre come gli unici veri musulmani. E’ questo quello che io critico.

La sua attenzione sembra essere rivolta particolarmente verso la condizione delle donne. Mi ha colpito una cifra: nel libro si dice che nel mondo musulmano viene uccisa una donna ogni 38 minuti.
    Come essere umano, la mia attenzione va sempre verso i più deboli e, nella mia comunità, sono le donne ad essere più deboli. E’ una situazione complicata perché le donne si trovano dentro un sistema che condiziona talmente le sue vittime da trasformarle in carnefici di altre vittime: sono loro stesse che si fanno garanti di quelle leggi che hanno fatto di loro delle vittime, e non se ne rendono conto e si oppongono a qualunque cambiamento. Le donne hanno un potere solo nella casa, se il sistema cambiasse non avrebbero più neppure quello. Dovrebbero avere più cultura, avere un lavoro, per esercitare il potere in altre sfere. Invece sono loro a perpetuare una situazione in cui è il maschio ad essere educato da padrone.


La coppia smarrita, le vittime nel suo romanzo, diventa un simbolo dell’intolleranza. Il loro assassinio è come un piccolo 11 settembre.
     Il libro è ambientato nel 1997 anche se non viene mai detto: volevo che il lettore si sentisse confuso e spaesato come lo sono i miei personaggi. Mi è stato chiesto come avrei cambiato il libro se lo avessi scritto dopo l’11 settembre 2001: non cambierei niente, in molti modi il mio libro è sull’11 settembre. C’è un gruppo di persone che agiscono con violenza su chi non ha il potere di reagire, dicono che lo fanno per certi motivi e poi, alla fine, si capisce che non sono quelli i veri motivi, ma diversi e vari.

Gli inglesi non appaiono quasi nel romanzo; se non fosse per quello che viene detto contro di loro, e per le stagioni- quattro perché manca quella dei monsoni, come dice Shamas- non ci renderemmo conto che il libro è ambientato in Inghilterra.
    Il tema delle quattro stagioni è legato alla struttura del romanzo. All’inizio è inverno, tutto è gelato e addormentato e questa è la parte che riguarda il passato dei miei personaggi; la primavera è la stagione dello sbocciare e della crescita, e nel libro sono i figli a venire in primo piano; l’estate è inondata di luce, sesso, riproduzione, e Shamas si abbandona all’amore e alle richieste del corpo, e poi l’autunno con le foglie gialle, tutte le cose finiscono. Dov’è l’Inghilterra, dove sono gli inglesi? L’Inghilterra dei bianchi non è descritta perché non è il mio romanzo, l’Inghilterra è anche gente così che non si mescola con gli inglesi. Le ragioni dell’antagonismo sono complicate, risalgono al colonialismo. Questa gente fu colonizzata, ha dei ricordi, anche io ho dei ricordi: la città di Gujranwala, dove sono nato, fu bombardata dalla RAF nel 1919 e mia nonna mi portava al bazar e mi mostrava gli edifici che erano stati bombardati. E poi le prime ondate di immigranti, negli anni ‘50 e ’60, sono state accolte con molta ostilità. Kaukab a un certo punto dice che odia l’Inghilterra perché le ha portato via i figli: l’Inghilterra significa cambiamento, e loro non vogliono cambiamenti.

Si parla spesso di falene, farfalle e pavoni nel libro. Qual è la loro simbologia?
    Volevo usare l’immagine delle falene come una metafora del pericolo dell’amore in una comunità dove il comportamento degli uomini e delle donne deve essere controllato altrimenti può essere pericoloso: chi ha il potere odia l’amore. Ma le falene amano la fiamma- vuol dire che, anche se sai che qualcosa fa male, la fai ugualmente. E’ nella natura umana innamorarsi. Quella delle farfalle è una figura della poesia urdu, fa parte di una sequenza di immagini che simboleggiano l’amante che cerca l’amato: la farfalla e il fiore, il cipresso e la colomba, il fior di loto e l’ape. E’ un tema ripetuto nella poesia islamica, anche a livello religioso: è l’anima dell’uomo che cerca Dio, la salvezza. Quanto al pavone, rappresenta il peccato. Nella cultura islamica è stato il pavone che ha introdotto Satana in Paradiso. Quando Satana ha bussato ai cancelli del Paradiso la prima volta, è stato riconosciuto e respinto. Si è trasformato allora in serpente e ha chiesto aiuto al pavone che è l’uccello del paradiso. E’ il pavone che ha portato il serpente in Paradiso e così ne è stato cacciato insieme ad Adamo ed Eva e al serpente. E così adesso i pavoni sono i nemici dei serpenti.

                                                                                            M. Piccone 

Lo scrittore Nadeem Aslam                                     


Articolo già pubblicato sulla rivista letteraria Stilos nel 2005   

Nadeem Aslam

                                                                  Voci da mondi diversi. Asia                                  

                                                                                            un autore



    E' appena uscito il nuovo romanzo di Nadeem Aslam, "Note a margine di una sconfitta", di cui ho parlato sul sito www.wuz.it. Un romanzo tormentato in cui lo scrittore torna a parlare dell'Afghanistan, di guerra, di fanatismo, di donne sacrificate nella cultura islamica. E sono andata rivedere quanto ho scritto degli altri due romanzi- molto belli- dello scrittore pakistano emigrato con la famiglia in Inghilterra.


domenica 26 gennaio 2014

Kawakami Hiromi, "Le donne del signor Nakano"


                                                            Voci da mondi diversi. Asia
                                                                         fresco di lettura





  Kawakami Hiromi, “Le donne del signor Nakano”
Ed. Einaudi, trad. Antonietta Pastore, pagg. 228, Euro 19,00

     Arioso. E’ la parola che mi viene in mente per definire il romanzo della scrittrice giapponese Kawakami Hiromi che ho appena finito di leggere, “Le donne del signor Nakano”. Arioso e ricco di un umorismo che potrebbe essere inglese se non fosse giapponese. Arioso nonostante si svolga tutto, o quasi, nel negozio di un rigattiere, ‘la bottega Nakano’, che immaginiamo stracolma di oggetti di ogni genere, non di antiquariato- il signor Nakano ci tiene a precisare- ma semplicemente vecchi. E non si immagini una girandola di donne intorno al non più giovane signor Nakano, nonostante il titolo che, non conoscendo il giapponese, non sappiamo se corrisponda all’originale. Sì, il signor Nakano è un donnaiolo, è arrivato alla terza moglie e ha, contemporaneamente un’amante- i suoi due impiegati hanno imparato che, quando il signor Nakano dice di andare in banca, in realtà va ad un appuntamento con una donna. Ma le vicende del romanzo, piccole storie quotidiane, riguardano sia lui, sia la commessa Hitomi (la voce narrante), sia il giovane aiutante Takeo, sia la sorella del signor Nakano, Masayo, una bella donna che aiuta in negozio quando non è intenta in una delle sue creazioni artistiche.
   
Magari è morto come un cane in un fossato.
   A quest’idea, ho provato una sensazione piacevole. Ma è svanita subito, e mi è venuto spontaneo pensare che i sentimenti sono un fastidio, vivere è un fastidio. L’amore, non ne voglio più sapere. Che bella cosa, se mi passasse anche il male alle spalle!
    
    Non succede nulla o quasi, almeno, non succede nulla di notevole: Nakano dirige la compra-vendita degli oggetti, manda Takeo alle aste o a ritirare anticaglia, è il giudice supremo di quello che vale la pena di acquistare, si comporta da fratello maggiore ‘sorvegliando’ la sorella (che di certo ha superato da un pezzo l’età di dover essere sorvegliata) che ha iniziato una nuova relazione, è piuttosto avaro quando si tratta di pagare Hitomi e Takeo. I quali sono lì lì per innamorarsi l’uno dell’altro, a Hitomi piace Takeo. Lui però è un tipo timido che confessa di avere qualche problema con il sesso- è sufficiente questo rapporto per la non giovanissima Hitomi che si sente sola? E poi ci sono gli oggetti che ‘capitano’ nel negozio, e le storie che nascondono: la coppa di celadon che non può essere venduta, il cliente chiede solo che la tengano su uno scaffale perché gli ha portato male; l’accendino che arriva dal Texas e che termina con una pistola da cui esce la fiamma (lo comprerà, stranamente, Takeo); la bottiglia nera come una perla; il tagliacarte (la cliente lo userà per accoltellare Nakano); un enorme poster con un’attrice famosa; e poi posacenere, scaldapiedi e altro ancora. Ogni oggetto l’occasione per una storia, per uno scambio di battute, per micro-riflessioni argute. 


   
     Ad un certo punto il signor Nakano chiude il negozio, vuole aprirne uno di vero antiquariato occidentale. C’è un salto temporale di parecchi anni dopo i quali i personaggi si incontrano di nuovo- ci sono tutti? come sono cambiati? Hitomi, con un poco di tristezza da sbornia, osserva che ‘la bottega Nakano’ non esiste più. “Invece la ‘bottega Nakano’ è immortale, -farfuglia il signor Nakano alzandosi in piedi”.
    “Le donne del signor Nakano” non è un libro indimenticabile, ma è una lettura molto piacevole, con dei dialoghi leggeri che fanno sorridere: è un libro che mette di buon umore.
                
La scrittrice Kawakami Hiromi