martedì 19 maggio 2020

Magda Szabó, “Via Katalin” ed. 2016


                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
                                                           romanzo di formazione
          seconda guerra mondiale

Magda Szabó, “Via Katalin”
Ed. Einaudi, trad. Bruno Ventavoli, pagg. 198, Formato Kindle Euro 6,99

         All’improvviso si accorsero che l’invecchiare aveva disgregato quel passato che gli anni dell’infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima.
   Niente è più come prima. Non lo sono loro, i ragazzi di un tempo, Irén, Blanka, Henriett e Bálint. Non lo è via Katalin, dove abitavano: ‘allora’ le case si allineavano lungo il lato sinistro della strada, a ridosso della collina, e si riusciva a vedere il Danubio tra gli alberi al di là della carreggiata, adesso hanno costruito nuove case anche sul lato opposto. È importante che il titolo del romanzo di Magda Szabó sia il nome della strada, e non quello di una casa, come avviene spesso per i romanzi inglesi- abbiamo subito la percezione che la trama del romanzo coinvolgerà più persone e che, qualunque cosa avvenga, riguarderà tutti loro e che, se qualcuno morirà, sarà anche la strada a morire.

     Tre case, dunque, non una. Adiacenti una all’altra, con i giardini divisi da staccionate attraverso cui i bambini potevano passare con facilità. La casa degli Elekes (lui uno studioso, preside e insegnante, lei disordinata e inaffidabile, la figlia Irén brillante a scuola, la minore, Blanka, bella e bionda, un poco ‘lenta’), quella del dentista Held che ha una sola figlia, Henriett, e quella del Maggiore Bíró (vedovo, padre di Bálint, amato da tutte le ragazze). La maggior parte della vicenda è raccontata in un alternarsi di una voce in prima persona- quella di Irén- e di quella di una terza persona onnisciente. Ma, mentre il tempo torna indietro e poi si srotola inesorabile verso i momenti più drammatici per arrivare ad un ‘dopo’ di una tristezza infinita, noi pensiamo all’immagine di Blanka come ci è apparsa all’inizio, sempre bella ma un poco pazza, che chiama ‘Henriett’ tutti gli animali randagi che raccoglie, che urla al mare ‘via Katalin’ e nessuno capisce perché pianga. Henriett che, dopo che i suoi genitori erano stati portati via, nel 1944, era rimasta nascosta in casa del Maggiore per essere uccisa dal Soldato di guardia alla casa della sua famiglia che era stata requisita. Chi aveva inchiodato le assi che separavano i giardini, impedendo la fuga di Henriett che aveva voluto soltanto dare un’ultima occhiata alla sua casa? Ma la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa e Henriett, fragile quanto lo sono Blanka e lo stesso Bálint adorato da tutte, non lascia mai Via Katalin, neppure da morta, non può allontanarsi dai suoi amici, si aggira in mezzo a loro e si stupisce quando non sembrano riconoscerla (in tempi molto più recenti Alice Sebold ha usato questo espediente in “Amabili resti”).

    Se vogliamo leggere “Via Katalin” come uno splendido romanzo di formazione, le dolorose tappe verso l’età adulta delle tre ragazze e di Bálint incominciano con una guerra di cui quasi non si rendono conto finché gli Held non tornano più a casa (si erano mai resi conto, i loro vicini, che gli Held fossero ebrei?). E poi Henriett muore, proprio la sera in cui Irén e Bálint avrebbero dovuto scambiarsi gli anelli di fidanzamento. E poi Bálint, per una falsa delazione, viene mandato via dall’ospedale dove lavora come medico. E Blanka deve andarsene di casa, in lacrime e con una valigia: suo padre non vuole più vederla. Può sopravvivere l’amore in mezzo a queste tragedie? L’amicizia, l’amore, la famiglia, il lavoro, tutto ha perso il suo smalto, tutto si è sfaldato, ha perso consistenza- come Henriett.
    Un libro bellissimo, come tutti quelli di Magda Szabó.







sabato 16 maggio 2020

John Lanchester, Il muro” ed. 2020


                           Voci da mondi diversi: Gran Bretagna e Irlanda
         distopia


John Lanchester, Il muro”
Ed. Sellerio, trad. Federica Aceto, pagg. 285, Euro 16,00

    E poi ci fu il Cambiamento. Quello che gli Altri chiamano, con una parola swahili, Kuishia, la Fine. Non ci viene mai detto chiaramente, nel romanzo “Il muro” di John Lanchseter, che cosa fu o che cosa causò il Cambiamento. Anche perché Kavanagh, il protagonista e io narrante, non lo sa. Non c’è possibilità di comunicazione tra le due generazioni, di quelli che sono nati prima e quelli che sono nati dopo il Cambiamento. Il problema è il senso di colpa, che è poi una colpa generazionale. “I vecchi si sentono responsabili di aver mandato a puttane il mondo in modo irrecuperabile, e poi di aver permesso che noi nascessimo in un mondo del genere”. 
C’è un muro di silenzio tra genitori e figli, così come c’è un muro, anzi ‘il’ Muro che corre lungo le coste della Gran Bretagna per difenderla dall’invasione degli Altri. Che arrivano di continuo dal mare, per lo più dal Sud. Ogni tanto questi assalti riescono, molti degli Altri muoiono uccisi dai Difensori, alcuni riescono a fuggire ma non hanno speranza: tutti gli abitanti della Gran Bretagna sono microchippati, gli Altri, quando vengono presi, hanno la possibilità di diventare Aiutanti- a metà strada tra schiavi e collaboratori domestici di ‘prima’, solo i più benestanti se li possono permettere.

    Kavanagh ha appena iniziato i due anni obbligatori di servizio come Difensore sul Muro. Deve affrontare, lassù sul Muro, il freddo- una morsa implacabile-, il vento, l’acqua, la vista senza fine del nastro di cemento, in turni di dodici ore che passano con una lentezza esasperante. Ti ci abitui- ti dicono. Non puoi rilassarti o distrarti o, men che mai, appisolarti se sei di turno di notte. Perché, se succede qualcosa e gli Altri fanno un’azione di sorpresa (il tranello è nelle ore o nelle condizioni climatiche che paiono meno probabili), ammesso che tu riesca a scamparla, ti aspetta un’altra fine: verrai calato in mare su una barca, abbandonato al tuo destino. In pratica diventerai anche tu un Altro, uno di quelli che, spinti dalla disperazione, provano il tutto per tutto.

     In questo romanzo di formazione della distopia il protagonista passa attraverso tutte le tappe della crescita- vede la morte accanto a sé e, quasi con stupore, uccide lui stesso, scopre quanto sia adattabile un essere umano, quanto arrivi a preferire la certezza di una routine sempre uguale anche se non piacevole all’incertezza di un futuro che non sa scegliere. In queste condizioni di vita estreme, di perenne difesa da un pericolo senza volto, scopre il valore dell’amicizia e quello dell’amore. Prende addirittura in considerazione la possibilità di Figliare con la compagna di sorveglianza che glielo propone. Perché ci sono dei vantaggi a diventare un Figliatore, se si riesce a superare lo scrupolo di quanto sia da irresponsabile mettere al mondo un bambino in questo mondo.
     Sembra una creazione di pura immaginazione, il romanzo di John Lanchester. La tecnica adottata dallo scrittore è quella del paradosso- ma è veramente paradossale il mondo del dopo-Cambiamento che ci descrive? Non è piuttosto il mondo degli incubi che ci assalgono quando abbassiamo la guardia, quando smettiamo di scherzare sulle stagioni che non esistono più, sui ghiacciai che scintillano nei ricordi della nostra infanzia, sulle lucciole che non punteggiano più le notti estive? O quando leggiamo notizie di incendi devastanti, di foreste abbattute, di polveri sottili che soffocano? O quando ci indaghiamo sulla pandemia che continua a falciare le sue vittime?
Anche l’idea del Muro, che difende i privilegi di quelli che hanno dalle invasioni di quelli che non hanno, non è forse, estremizzata, l’immagine di una realtà di cui abbiamo letto? Qualche nostro politico potrebbe trarne ispirazione. O forse no, per fortuna, perché gli uomini politici sono improbabili lettori.
     “Il Muro” non ha né la potenza rappresentativa né la ricchezza dei dettagli o la capacità visionaria di “Coraggioso nuovo mondo” o di “1984” o del “Racconto dell’Ancella”. Non ha l’andamento crudele di favola moderna con dei protagonisti bambini come “Mara e Dann” di Doris Lessing e neppure la disperazione totale de “La strada” di McCarthy. E tuttavia è lo specchio distorto del nostro tempo, ricco di riferimenti all’attualità che non possiamo non cogliere.
“Andrà tutto bene” disse. Volevo credergli, ma il fatto che avesse sentito il bisogno di dirlo significava che non era vero.
   Strano, trovare questa frase in questo libro e la riflessione che segue- la stessa che faccio io quando la leggo sui muri o sugli striscioni o nei post sui social.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



giovedì 14 maggio 2020

Ferdinand von Schirach, “Un colpo di vento” ed. 2009


                                            Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                      legal thriller
     Il libro ritrovato

Ferdinand von Schirach, “Un colpo di vento”
Ed. Longanesi, trad. Irene Abigail Piccinini, pagg.237, Euro18,00

Titolo originale: Verbrechen


Beck rimase in piedi ancora due secondi, poi cadde anche lui, sbatté la testa contro la panchina formando una stria rossa. Rimase lì, con gli occhi sgranati; sembrava fissasse le scarpe dell’uomo. L’uomo si raddrizzò gli occhiali. Accavallò le gambe, si accese una sigaretta e aspettò l’arresto.

  Un medico di 72 anni uccide la moglie con l’ascia. Una ragazza uccide il fratello rimasto infermo dopo un incidente. Un giovane fa a pezzi un uomo che ha trovato morto in casa, pensando che sia stata la sua ragazza ad ucciderlo, invece è morto d’infarto. Un killer di professione ammazza due skinheads per legittima difesa e la fa franca (dopo aver appena eseguito un omicidio su ordine). Un uomo viene assolto dopo aver ferito la sua ragazza: voleva mangiarla. Ci riproverà.

      Sono questi alcuni dei casi che l’avvocato penalista Ferdinand von Schirach ha raccolto nel libro “Un colpo di vento”. Il titolo originale è una sola parola, il verbo Verbrechen, ‘commettere un delitto’, non  adatto per quello italiano, ma di certo più immediatamente esplicito del poetico Un colpo di vento e più adeguato allo stile scarno ed essenziale del libro. Che è una raccolta di casi giuridici un po’ estremi, perfetti per essere raccolti tra le due citazioni in apertura e chiusura del libro. La prima è: ‘La realtà della quale possiamo parlare non è mai la realtà “in sé”’, del fisico Werner Heisenberg; la seconda è presa dalla serie di quadri di Magritte, ‘Ceci n’est pas une pomme’- niente è mai quello che appare, o almeno non solamente quello, né le persone né i fatti.
    L’anziano medico che uccide la moglie, per esempio. Lei, Ingrid, era un’arpia, a detta di tutti. Era impossibile non provare compassione per il povero Friedhelm Fahner. Ma non poteva divorziare? No, questa soluzione non c’era nel mondo di Fahner. Quando aveva sposato Ingrid, anzi ancora prima, lui aveva giurato che non l’avrebbe mai lasciata. Perciò non c’era altra via d’uscita. Fu condannato a soli tre anni: avrebbe passato la notte in carcere e di giorno avrebbe lavorato come commerciante di frutta.

    C’è un altro caso di omicidio che, come questo, ci fa dubitare di tutte le nostre idee fisse sul crimine e sulla colpa e sulla pena che deve essere comminata in base alla colpa. Perché forse è giusto e necessario indagare anche su quello che c’è dietro l’azione criminale. Uccidere non è bene, ma è sempre male assoluto? C’è una gradazione nel male, anche quando si tratta di un delitto, quando si pone fine ad una vita umana? Così quale pena dare  alla giovane Theresa Tackler che ha ucciso il fratello? Theresa è cresciuta insieme a Leonhard, gli ha fatto quasi da mamma dopo che la madre è morta. Erano loro due contro il mondo, con un padre che li ignorava. Poi c’era stato l’incidente e Leonhard era rimasto gravemente handicappato.  C’è l’amore che si accontenta del respiro della vita e c’è quello che fa delle scelte per chi non le può più fare. Un Leonhard in sé, un Leonhard pensante, avrebbe accettato di vivere così, destinato ad un continuo peggioramento?
     Ogni storia che von Schirach ci racconta si svolge secondo un modello unico. A volte von Schirach interviene nel racconto in prima persona, quando deve dare spazio alla parte che lui stesso ha avuto nel caso delle persone di cui ha assunto la difesa. Per lo più ci vengono detti i retroscena, quello che è accaduto ‘prima’ e che ha portato al crimine. E’ come se l’avvocato stesso ci concedesse di ascoltare le confidenze del suo assistito, di modo che la nostra visione dei fatti è dal punto di vista di questi. Nello stesso tempo comprendiamo che è così che l’avvocato vuole che vengano esposti i fatti in tribunale, davanti a una giuria a cui si debbono fornire tutti gli elementi per valutare l’entità del crimine commesso. Anche noi lettori diventiamo parte di quella giuria e veniamo manipolati, con finissima e gesuitica intelligenza, verso la decisione auspicata dall’avvocato difensore. Lo stile dell’esposizione è quello dei migliori oratori: chiaro, essenziale, di una logica stringata, senza concessioni a divagazioni o barocchismi. Ci conduce là dove ci vuole condurre- a meditare su che cosa sia la colpa, su chi sia veramente colpevole, sul valore e la funzionalità della pena (punizione? redenzione?), sulla possibilità della giustizia.

   Non è sufficiente leggere solo il primo, o il secondo dei casi, per farsi un’idea corretta del libro. E’ solo leggendolo interamente che vediamo che ogni caso è un tassello di un quadro la cui immagine ci inquieta con la domanda nascosta dietro il quadro della mela di Magritte: questa non è una mela. Bene, ma allora che cosa è?



martedì 12 maggio 2020

Graham Greene, “The human factor”


                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                              spy-story


Graham Greene, “The human factor”
Ed. New Ed., pagg. 290, Euro 12,63, formato Kindle 8,49

       Una spy-story scritta da Graham Greene non è una banale spy-story. Non c’è niente dell’atmosfera seduttiva e affascinante delle imprese di 007 o dei libri di Le Carré. Già il titolo, “The human factor”, lascia intuire qualcosa di diverso, quel fattore umano di cui la ‘vera’ spia non dovrebbe curarsi- e infatti più di un personaggio del romanzo non se ne cura affatto e considera la morte come un danno collaterale, un incidente di percorso se qualcuno muore per sbaglio. Ma c’è Maurice Castle, il protagonista del romanzo. E Maurice Castle è diverso.
     La trama prende avvio piuttosto lentamente ed è anche abbastanza prevedibile, ma Greene sa come tenere il lettore incollato alle sue pagine, l’atmosfera di dubbio e di incertezza finisce per avvolgerlo e il dialogo è superbo.
    C’è una fuoriuscita di notizie dal settore dei Servizi in cui lavora Maurice Castle con il collega più giovane, Davis. Siamo in piena Guerra Fredda, il mondo è diviso in due blocchi, il Comunismo è il nemico numero Uno e l’ambito di cui si occupano Castle e Davis è l’Africa. Maurice ha vissuto in Sud Africa, ne odiava l’apartheid, è riuscito ad andarsene di là in maniera avventurosa portando con sé la donna di colore che amava e il figlio di lei a cui vuole bene come fosse suo.
Maurice si reca spesso a comprare dei libri in una piccola libreria, acquista sempre due copie dello stesso volume- gli piace discutere delle sue letture con un amico, ma chiunque abbia letto dei libri di spionaggio pensa a messaggi in codice.
     Oltre a Maurice, che ha superato l’età del pensionamento e che pensa prima di tutto alla sicurezza della moglie e del figlio, e a Davis, giovane, sventato e innamorato della segretaria (ma forse anche qualunque altra donna gli andrebbe bene), c’è tutta una galleria di personaggi che hanno ben poco delle spie dell’immaginario- Dinfrey, un animo tormentato quanto Castle, che vorrebbe dare le dimissioni ma non riesce a decidersi, un capo che è incapace di prendersi la responsabilità di decisioni estreme, l’odioso dottor Percival che ‘non si aspettava’ che delle gocce da lui sciolte in un bicchiere d’alcol avessero un effetto così prontamente letale.

    È un mondo di uomini soli, quello che ci dipinge Graham Greene. Un mondo fatto di silenzi perché i mariti non possono tornare a casa alla sera e parlare con le mogli del loro lavoro, un mondo senza amici in cui anche i valori più importanti sono ambigui. La gratitudine: fino a che punto ci si deve spingere per gratitudine? Deve durare in eterno, la gratitudine? Che onere possiamo e dobbiamo accettare per gratitudine? E la parola ‘tradimento’: non si finisce forse per tradire sempre qualcuno o qualcosa? Tradire non è necessariamente il contrario di essere leali. E poi c’è il fattore umano, l’elemento imponderabile, quello che si tralascia di mettere in conto quando si programma una strategia. Che peso ha, il fattore umano? Non lo stesso per tutti, purtroppo, in qualunque circostanza.
     Sono questi interrogativi che rendono sempre speciali, sempre validi, sempre spunto di riflessioni tutti i romanzi di Graham Greene.
Ho trovato in casa una vecchia copia in inglese (ereditata da una zia). Di certo è uno dei romanzi di Greene che la casa editrice Sellerio riproporrà.

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sabato 9 maggio 2020

Ferdinand von Schirach, “Il caso Collini” ed. 2012


                                                     Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                          seconda guerra mondiale
       legal thriller

Ferdinand von Schirach, “Il caso Collini”
Ed. Longanesi, trad. Irene Abigail Piccinini, pagg. 163, Euro 14,00


   Berlino. Hotel Adlon, proprio di fronte alla Porta di Brandeburgo, famoso per aver ospitato celebrità come Marlene Dietrich, Charlie Chaplin, Josephine Baker, parzialmente adattato come ospedale da campo durante la seconda guerra mondiale. Nella suite 400 l’anziano Jean-Baptiste Meyer è stato ucciso con quattro colpi di pistola. L’assassino, un uomo di stazza gigantesca, scende nell’atrio, denuncia l’accaduto e si siede sul divano ad attendere l’arresto. Si chiama Fabrizio Collini, italiano residente da trentacinque anni in Germania. Si chiude nel mutismo assoluto. Sì, ha ucciso Meyer, proprietario del gruppo industriale Meyer-Werke. Non ha altro da aggiungere. Il giovane avvocato Caspar Leinen viene nominato difensore d’ufficio. E’ un incarico importante per lui che ha sempre coltivato l’ambizione di esercitare come avvocato penalista. Eppure, poco dopo aver accettato l’incarico, Caspar Leinen vorrebbe rinunciare: ha ricevuto una telefonata da Johanna, la sorella del suo migliore amico dell’adolescenza morto in circostanze drammatiche- come può Caspar difendere l’assassino del loro nonno? Leinen è sbalordito: non sapeva che il nonno dei suoi amici si chiamasse Jean-Baptiste, tutti lo conoscevano come Hans.
scena dal film
      Hans Meyer era stato per Caspar il nonno che non aveva mai avuto. La famiglia Meyer era stata la seconda, o forse la prima famiglia di Caspar, la loro casa era la sua casa: in pratica passava lì tutto il tempo in cui lui e l’amico Philipp non erano in collegio. Finché Philipp era morto.
E’ un famoso avvocato, parte civile nella causa, a spingere il giovane a non tirarsi indietro. Se si lascia bloccare dal legame di affetto che lo legava al vecchio di Meyer, nel futuro si potranno presentare chissà quanti altri casi che gli rammenteranno qualcuno.
E così Caspar Leinen inizia a leggere gli atti, a scavare nella vita irreprensibile di Fabrizio Collini. Nulla. Non appare nulla che spieghi l’omicidio di un uomo che, a quanto pare, Collini non conosceva e non aveva mai incontrato. In più, Collini continua a tacere. Come si fa a difendere un uomo che non si vuol difendere?
     Caspar Leinen è sotto pressione. L’opinione pubblica è contro il folle italiano. Johanna gliene vuole per essersi schierato sul fronte opposto. Il rappresentante dell’industria Meyer-Werke prova a ricattarlo con una vantaggiosa offerta perché desista. Eppure è come se Leinen dovesse qualcosa al gigante muto che è reo confesso. La sua integrità, il suo puntiglio, la sua intelligenza e- perché no?- la sua ambizione lo spingono ad insistere. Finché affiora una traccia. Per il lettore è facile collegare l’età della vittima con l’epoca del nazismo e il paese di provenienza di Collini con il tempo di guerra in cui l’Italia aveva fatto un voltafaccia all’alleato. Ma vi lascio il piacere, o l’orrore di scoprire i dettagli.

    Avevamo già conosciuto Ferdinand von Schirach, avvocato penalista lui stesso e nipote di Baldur von Schirach (capo della Hitler-Jugend durante il nazismo) con il suo libro precedente, “Un colpo di vento”. Ritroviamo in questo romanzo la stessa intelligenza lucida, lo stile diretto e razionale che può sembrare freddo ma è quanto mai adeguato per trattare il tema che gli sta a cuore- la giustizia. Anche ne “Il caso Collini”, come nei varii casi esaminati in “Un colpo di vento”, l’obiettivo di von Schirach è mostrare come sia difficile giudicare, come paradossalmente un atto estremo e colpevole possa avere la sua giustificazione, o almeno la nostra comprensione.
Un bellissimo libro.

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mercoledì 6 maggio 2020

Jan-Philipp Sendker, “La memoria del cuore” ed. 2020


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica


Jan-Philipp Sendker, “La memoria del cuore”
Ed. Neri Pozza, trad. R. Scarabelli e M. Paterlini, pagg. 288, Formato Kindle Euro 9,99

       Conclude la trilogia iniziata con “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Jan Philipp Sendker. Anche il titolo di questo, “La memoria del cuore”, contiene la parola ‘cuore’- è l’indizio del filo conduttore di tutti e tre i romanzi, è un sottolineare una conoscenza e un sentire diverso di Oriente e Occidente.
      Kalaw, Birmania settentrionale, o meglio, Myanmar. L’ormai anziano U Ba (il fratello ritrovato di Julia Win, avvocatessa americana) vive a Kalaw prendendosi cura del nipotino Bo Bo, un ragazzo precoce e intelligente che parla in inglese meglio del suo insegnante e che ha il viso segnato da una lunga cicatrice che va dalla bocca all’orecchio. Bo Bo non ricorda nulla della sua prima infanzia, ogni tanto ha una sbiadita memoria di una fuga da un monastero in fiamme, ma non sa perché viva con lo zio, perché suo padre venga a trovarlo solo una volta all’anno e nel periodo in cui lo zio va a Yangon. Soprattutto non sa se la madre sia ammalata, perché sia circondata da un alone di mistero, perché lui non possa mai parlarle, neppure per telefono. Non sa come si sia procurato la ferita sulla guancia che, inspiegabilmente, inizia a fargli molto male.

    Sarà U Ba a raccontargli la storia del grande amore tra Julia e Thar Thar, il singolare monaco che aveva formato una famiglia raccogliendo una dozzina di bambini menomati e non voluti dai genitori. È una storia che incomincia in Myanmar, prosegue a New York dove Julia vuole andare a far nascere il suo bambino, continua di nuovo in un Myanmar lacerato dalla guerra civile e sembra ora, al termine del romanzo, aver finalmente raggiunto una serena conclusione.
     “La memoria del cuore” è una fine un poco ‘stanca’ della trilogia. La trama poggia su tre temi della storia di Thar Thar e Julia- sono molto interessanti, ma avrebbero meritato un approfondimento. La filosofia di vita di Thar Thar è lontana da quella di Julia, avvocato in carriera che crede di poter rinunciare a tutto per amore, e poi non ci riesce. Le difficoltà che, nonostante l’entusiasmo, Julia incontra nella vita quotidiana nel monastero, dove non c’è né una stanza da bagno né l’acqua corrente (superflue, secondo Thar Thar), sono grandi quanto quelle che Thar Thar incontra a New York. Anzi, più ancora di Julia, Thar Thar deve affrontare la diffidenza e il leggero disprezzo (vogliamo chiamarlo il razzismo?) dei conoscenti di Julia, addirittura la presunzione di chi pensa di sapere tutto sul suo paese. Lo sconcerto di Julia davanti alla mancanza delle comodità moderne a Hsipaw è meno grande di quello di Thar Thar che non capisce come si possa vivere in una società dove regna l’anonimato, l’indifferenza, il rumore, la mancanza di interiorità. È l’eterno scontro tra Oriente e Occidente- only connect, scriveva E.M.Forster. Riuscirà l’amore a collegare Oriente e Occidente? Il prezzo da pagare è alto, e lo pagano tutti e tre, lui, lei e il loro bambino, vittima innocente.

Anche la traccia della guerra civile (Thar Thar lascia Julia a New York per vivere in prima persona un momento così importante per il suo paese) è sfumata per il lettore come lo è per Julia a cui le notizie arrivano scarse e filtrate- ma ci sarebbe piaciuto saperne di più, come pure della crisi nervosa di Julia, abbozzata e non approfondita.
     In compenso la bellezza della ‘Golden Land’, come è chiamato il Myanmar, balza fuori da ogni pagina del libro. Un incanto.

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sabato 2 maggio 2020

Mario Vargas Llosa, “La festa del caprone” ed. 2000


                                                   Voci da mondi diversi. America Latina
la Storia nel romanzo


Mario Vargas Llosa, “La festa del caprone”
Ed. Einaudi, trad. G. Felici, pagg. 467, Euro 14,00, formato Kindle 7,99

      Come mi succede ogni volta che ‘scopro’ un grande libro a distanza di anni (troppi), mi rammarico di non aver preso prima in mano “La festa del caprone” di Mario Vargas Llosa. O forse è un bene che sia così, per averlo potuto leggere con calma in questo ‘non-tempo’ regolato dal coronavirus. Perché “La festa del caprone” è un capolavoro e sarebbe ingiusto strizzarne la lettura fra un best-seller e un altro.
      È un romanzo epico, un romanzo storico, un romanzo rivoluzionario, una denuncia fortissima. Un romanzo grandioso incentrato sul ‘Caprone’- el Chivo-, il dittatore Rafael Leónidas Trujillo che dal 1930 al 1961 governò con pugno di ferro e crudeltà inaudita a Santo Domingo. Finì i suoi giorni crivellato di colpi- nessuna pietà per il Caprone- in un attentato organizzato da persone che gli erano vicino e, probabilmente, sostenuto dalla CIA.
Trujillo e il Presidente fantoccio Balaguer
     Sono tre i filoni narrativi che si alternano in questo libro che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina con sentimenti misti di compassione (per Urania Cabral, protagonista del primo filone), di disgusto e orrore per el Chivo, di ansia per gli uomini che hanno teso l’agguato al Generalissimo sulla strada che porta ad una delle sue case (sappiamo l’esito dell’attentato, ma che ne sarà di loro?).
     Urania Cabral, figlia dell’ex presidente del Senato di Trujillo, ritorna a Santo Domingo dopo trentacinque anni di assenza. Aveva quattordici anni quando, una decina di giorni prima dell’assassinio del Capo, era partita con una borsa di studio per gli Stati Uniti. In fretta e furia, una suora della scuola che frequentava si era occupata di tutto. Non aveva neppure salutato il padre che adorava. Prima. Prima della notte in cui aveva perso l’innocenza, in cui aveva iniziato a disprezzare il padre, a provare repulsione per tutti gli uomini. Le è impossibile dimenticare. O perdonare. Può solo, per la prima volta, raccontare alla zia  e alle cugine.

    Il filone centrale è quello in cui seguiamo le giornate, i pensieri e gli incontri di Rafael Leónidas Trujillo e si delinea la sua personalità. Di origine modeste, formatosi alla scuola di addestramento dei marines, con un’abilità diabolica di tessere una ragnatela di rapporti di soggezione e di dipendenza, fatta di corruzione e minacce nascoste, di aperte rappresaglie e vendette, Trujillo (e i suoi figli) si ritenevano gli arbitri della vita e della morte di chiunque sull’isola. Il settantenne Trujillo che si crede il padrone del suo universo, non riesce più, però, a comandare al suo corpo- spia con ansia i pantaloni temendo una macchia rivelatrice, rabbrividisce al ricordo dell’umiliazione subita durante l’incontro con una ragazzetta scheletrica. È un gigante coi piedi di argilla che non ci fa pena.
    Mentre sprofondiamo nell’atmosfera di diffuso terrore- che cosa può aver fatto il senatore Cabral per alienarsi il favore del Capo, per assomigliare ad un personaggio kafkiano in attesa di sentenza, per renderlo disposto a tutto, anche a sacrificare la figlia (come nei miti greci) per rientrare nelle sue grazie?-, accompagniamo i coraggiosi che mettono a rischio la vita loro e delle loro famiglie per togliere di mezzo l’uomo che ha calpestato la dignità, l’onore, la decenza, la libertà di un popolo intero riducendolo ad un servile silenzio. E quello che verrà dopo, immediatamente dopo, sarà terribile perché un anello della catena ha ceduto. Più terribile di quanto si possa immaginare.
Il figlio Ramfis
      Il tempo si sposta avanti e indietro, cambia l’io narrante, il racconto da oggettivo diventa flusso di coscienza, sempre più incalzante. Questo è un grande romanzo che supera le barriere del tempo, l’opera di un grande scrittore. Assolutamente da leggere per chi già non lo avesse letto.


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