sabato 15 febbraio 2020

Petros Markaris, “Il tempo dell’ipocrisia” ed. 2019


                                  Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                        cento sfumature di giallo

Petros Markaris, “Il tempo dell’ipocrisia”
Ed. La nave di Teseo, trad. Andrea Di Gregorio, pagg. 353, Euro 18,00

     Un’autobomba nel parcheggio di un grande albergo di Atene. L’uomo che resta ucciso dentro l’automobile era il ricco proprietario di una catena di alberghi. Era anche un uomo generoso: aveva creato un fondo per assegnare borse di studio ai giovani di famiglie non abbienti che volevano intraprendere la carriera alberghiera.
    Un’altra autobomba. Questa volta la vittima è il direttore del Servizio Statistico Nazionale.
    Altri tre morti, di cui solo uno è greco, in un incidente fabbricato apposta: l’auto con i tre passeggeri precipita in mare.
     E un ultimo morto ‘per sbaglio’. Non avrebbe dovuto esserci lui al volante dell’auto che è esplosa.
     È tutto strano, in questa serie di uccisioni. Ad iniziare dalle vittime che, in apparenza, sono integerrime. Proseguendo con la rivendicazione da parte di un fantomatico Esercito degli Idioti Nazionali (chi mai può firmarsi così?) e la mancanza di una spiegazione. Gli ‘idioti’ sfidano la polizia a scoprire perché quelle persone dovessero essere giustiziate e si congratulano quando, scava, scava, salta fuori la mala condotta che giustifica la crociata all’insegna di ‘morte all’ipocrisia’. Perché l’economia della Grecia ha toccato il fondo, la disoccupazione è altissima, nel numero degli occupati si annovera anche chi guadagna 300 euro al mese- una beffa, una famiglia non può certo vivere con quella cifra, e neppure una persona sola ce la fa. Il divario tra i molto ricchi e i molto poveri è sempre più grande e, guarda caso, i molto ricchi, come il manager degli alberghi, non pagano le tasse- le loro aziende hanno quasi sempre sede in qualcuno dei paradisi fiscali, come le isole Cayman.

      Lo sappiamo, quello che interessa Petros Markaris, scrivendo un romanzo, è scoperchiare il vaso di Pandora, rendere visibili i mali della Grecia, camuffare- sotto la forma di romanzo poliziesco con l’amabile personaggio del commissario Kosta Charitos- una tematica molto seria che riguarda la situazione sociale-economica-politica del suo paese. Ed è quello che fa ne “Il tempo dell’ipocrisia”. Non ci si deve mai aspettare, nei libri di Markaris, una trama complicata e neppure brividi di orrore. Non ci sono descrizioni di cadaveri straziati- non c’è il gusto morboso per il sangue. L’interesse di Markaris- e il nostro che leggiamo il suo romanzo- è altrove. Nella denuncia di una situazione in cui riconosciamo la nostra, tanto che non possiamo fare a meno di schierarci con ‘gli idioti della nazione’, come d’altra parte fa lo stesso Kosta che sa perfettamente che i colpevoli devono essere arrestati e puniti pur sentendosi solidale nei loro confronti.

      C’è un’altra trama minore, ne “Il tempo dell’ipocrisia”, una trama di vita famigliare che rende più lieve la difficoltà dei tempi: è nato il nipotino di Kosta, tutti perdono la testa per lui, il nostro commissario per primo che, a fine libro, è anche gratificato da una promozione. E tuttavia le pagine in cui tutti sono in adorazione del neonato, la moglie di Kosta cucina le sue famose melanzane, Kosta tremebondo  prende in braccio il piccolo, le discussioni sul nome del bambino, finiscono per essere un poco stucchevoli e per stancarci, le salteremmo volentieri a pie’ pari per tornare ai capitoli delle brave persone normali che si sono trasformati in assassini per vendicare l’ingiustizia del nostro mondo.

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mercoledì 12 febbraio 2020

Intervista a Nicole Vosseler, autrice de "Il botanico inglese" 2020


    
                                                   copy J.Brochhausen

     Dopo aver finito di leggere “Il botanista” di Marc Jeanson, qualche mese fa, avevo detto che quel libro mi aveva aperto le porte su un nuovo mondo. Non è un caso che mi sia venuto tra le mani “Il botanico inglese” di Nicole Vosseler- volevo saperne di più di quel nuovo mondo, volevo addentrarmi per sentieri verdeggianti, pronta a lasciarmi ancora incantare. Ascoltiamo quello che ha da dirci la scrittrice tedesca- a me viene voglia di iniziare il romanzo da capo.

Ho amato entrambi i personaggi principali, sono tutti e due molto interessanti. Come è venuta a conoscenza di Robert Fortune? Ha capito subito che poteva darle una bella storia da raccontare?
     
     Mentre facevo ricerche per il mio secondo romanzo, “Il cielo su Darjeeling”, mi ero già imbattuta nell’aneddoto storico di un inglese che contrabbandava semi di tè  dalla Cina all’India. Era piuttosto interessante raccogliere questo dettaglio per quel romanzo, ma, per qualche motivo, non ero andata a fondo per scoprire chi fosse questo sconosciuto inglese. Soltanto parecchi anni più tardi, alla ricerca di nuove idee, mi sono imbattuta di nuovo in questo aneddoto. Questa volta scoprii non solo che il suo nome era Fortune, Robert Fortune, ma anche che lui, nato in Scozia e con un lavoro come giardiniere in Inghilterra, si era camuffato da cinese per la sua missione. Il che mi sembrava del tutto folle. Impossibile che avesse funzionato, assolutamente impossibile. E invece la storia prova che sì, ha funzionato, e questa era allora la storia che io volevo raccontare.
Quando poi ho letto anche che, oltre a tutto questo, aveva introdotto il kiwi in Europa e tante altre piante che oggi diamo per scontate senza sapere la loro origine, era fatta: ero accalappiata.


Lian: mi ha affascinato forse ancora di più di Robert. Non avevo mai letto niente riguardo i Jianghus- ha fatto di lei una donna-guerriero per equilibrare la sensibilità un poco femminea di Fortune?
       Assolutamente sì.
Quando ho iniziato a pensare ad una controparte femminile per il mio botanico, mi si è affacciata subito in mente la figura di una donna con una spada. Forse perché mi sono sempre piaciuti i film wuxia, di arti marziali, come “Crouching Tiger, Hidden Dragon”, “House of Flying Daggers” o, soprattutto, “Hero”. Riguardandoli per questo romanzo, ho iniziato a fare ricerche sull’ambientazione storica e sono rimasta senza fiato davanti al materiale che ho trovato riguardo ai jianghus, uomini e donne. Quasi incredibile in una società rigida come quella della Cina Imperiale. Forse non è così sorprendente che siano diventati materia di leggenda.
Quello è stato il mio punto di partenza per pensare ai ruoli fissi di genere, sia nell’Est che nell’Ovest. Per riflettere sull’attraversare limiti e confini ed entrare nell’ignoto, che è diventato una sorta di filo conduttore nel libro. Mi piaceva l’idea di una donna che la vita aveva reso dura e che scopriva inaspettatamente il suo lato più dolce e disseppelliva le emozioni nascoste.

È un’esperta di botanica? Non ho il pollice verde ma le sue descrizioni mi hanno incantato. È stato difficile fare ricerche sulla flora cinese?
      Neppure io ho il pollice verde. Il fatto che il Ficus Benjamina che ho ricevuto in regalo per il mio diciassettesimo compleanno continui a verdeggiare nel mio appartamento, dopo più di trent’anni e parecchi traslochi, è dovuto più alla resistenza di questa pianta che a un mio successo.
       Una volta ho letto da qualche parte che gli scrittori devono essere dei dilettanti dotati. Nel mio caso, è proprio vero. Con ogni mio romanzo divento un’esperta in nuovi campi, ma solo entro l’ambito del romanzo stesso. É una delle cose che più mi piacciono dell’essere una scrittrice: immergermi in un materiale nuovo, imparare cose nuove. Ma naturalmente amo i fiori, chi non li ama? La natura in generale: sono affascinata dall’ingegnosità del mondo naturale. Per questo romanzo ho avuto il miglior consulente nello stesso Robert Fortune, che ha registrato meticolosamente le sue scoperte nei suoi diari di viaggio. E poi ho avuto la fortuna di trovare un ampio catalogo della flora cinese per riempire le lacune.

Ed è stato difficile seguire le tracce di Robert Fortune?
     Ancora una volta i diari di viaggio di Robert Fortune mi hanno lasciato un resoconto dettagliato dei luoghi in cui era stato, con quello che aveva visto e sentito e sperimentato laggiù. Mi sono anche resa presto conto che dovevo restringere il suo vero viaggio per farne un romanzo. La parte più difficile è stata proprio decidere quali località e quali episodi selezionare per la mia storia su di lui.

In definitiva, è riuscito Robert a rubare le semenze del tè? Dove le hanno coltivate gli inglesi?
   Sì, ci è riuscito. Dopo alcuni tentativi ed errori è riuscito a mandare semi che poterono essere usati in India. Con le conoscenze di prima mano che Fortune aveva avuto in Cina, i britannici furono in grado di iniziare a coltivare il loro té, prima in Assam e dopo in Darjeeling, creando laggiù i loro famosi ‘champagne dei té’.

Nel romanzo ci sono tre filoni, quello di Robert, quello di Lian e quello di Jane: li ha scritti nell’ordine in cui li leggiamo ora, cioè alternandoli? Oppure ha seguito un altro metodo? C’è stato uno di questi tre filoni che ha trovato più difficile scrivere?
      Le parti di Robert e Lian sono state scritte nello stesso ordine in cui appaiono ora nel romanzo finito. La parte di Jane fa eccezione: ho scritto la storia dalla sua prospettiva più o meno come una storia unica a sé e dopo ho inserito nel manoscritto le singole parti. Dei tre filoni della storia, quello di Jane è stato di gran lunga il più facile. Mi sembrava di sentire nell’orecchio la sua voce che mi dettava le pagine.

Mi sono piaciute molto anche le inserzioni, il linguaggio dei fiori in particolare: lo ha inventato?
     Anche se l’uso dei fiori per esprimere sentimenti o comunicare un messaggio è vecchio quanto il mondo, il linguaggio dei fiori conobbe la sua massima fortuna nell’età vittoriana. I significati dei fiori nelle didascalie delle diverse parti del romanzo derivano da parecchie opere del secolo XIX. Ma poiché queste opere furono stampate negli anni dopo il viaggio di Fortune, ho deciso di inventare una raccolta fittizia con il linguaggio dei fiori veramente usato dai vittoriani.


Usa spesso il nome di Fortune in giochi di parole, ma nomen omen, non è stato veramente fortunato a sopravvivere a malattie  e pericoli in Cina? Molti dei suoi contemporanei non hanno avuto altrettanta fortuna…
    Fu veramente fortunato, e ripetutatmente, in tutti i suoi viaggi in Cina, nelle Filippine e in Giappone: i suoi resoconti sembrano libri di avventure. Eppure non era un avventuriero, non era un tuttofare. Non all’inizio. Poi però imparò ad esserlo, in Cina, e ho trovato intrigante questo suo cambiamento. Proseguendo le ricerche, ho avuto l’impressione che il vero Robert Fortune doveva vivere due vite, una in Europa e una in Asia, quasi come se fosse due persone diverse. Si sentì spezzato, quando non riuscì a tornare in Cina, dapprima per un’altra guerra laggiù, poi per mancanza di soldi e infine per problemi di salute. Ed è questo che più mi ha toccata del vero Robert Fortune: la forte sensazione che abbia lasciato il cuore in Cina.

È stato un eroe, Robert Fortune? La gente ricorda i nomi dei conquistatori, mentre altri tipi di conquistatori in genere non sono tenuti in considerazione o sono dimenticati.
bleeding hearts
      Non è esagerato dire che Robert Fortune ha cambiato il mondo. Perché è stato il tè dell’India che ha reso l’impero britannico così ricco da potersi espandere ancora di più, guadagnando questo potere immenso di cui si vedono tuttora gli effetti.
Anche su una scala minore, la vita e l’operato di Roberrt Fortune hanno avuto effetto duraturo. Ad ogni stagione di fioritura penso a lui. La forsizia che vediamo in primavera discende da una varietà che portò dalla Cina. Le nostre rose, le peonie, hanno queste forme e questi colori perché alcuni dei loro antenati arrivarono nel suo bagaglio. I kumquats nei nostri mercati della frutta portano il suo nome nella loro denominazione botanica, fortunella. Niente, però, mi ha stupito di più dell’apprendere che i ‘bleeding heart’ (in Italia sono chiamati ‘cuor di fiore’ o ‘pendenti della regina’), così tipici dei giardini dei villini tedeschi, sono stati portati da Robert Fortune dalla Cina.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



lunedì 10 febbraio 2020

Jun’ichirō Tanizaki, “La gatta, Shōzō e le due donne” ed. 2020

                                                         Voci da mondi diversi. Giappone


Jun’ichirō Tanizaki, “La gatta, Shōzō e le due donne”
Ed. Neri Pozza, trad. Gianluca Coci, pagg. 124, Euro 17,00

      Una commedia. Un divertissement. Che altro può essere un breve romanzo che ha per protagonista una gatta (che naturalmente ha un nome, Lily, e che naturalmente ha un suo fascino esotico per  i personaggi giapponesi che le stanno vicino, visto che è di razza europea) e in cui la suddetta gatta è il vertice di due triangoli amorosi? C’è Lily, dunque. C’è poi un uomo, Shōzō (non particolarmente bello, nullafacente, in pratica mantenuto dalla madre e dalla moglie, ma è pur sempre un marito), e ci sono due donne- una prima moglie, Shinako, da cui Shōzō si è separato, e una seconda moglie, Fukuko, che è anche sua cugina.
     Shinako scrive una lettera alla nuova moglie di Shōzō chiedendole se può convincere il marito a regalarle la gatta. Mossa furba, quella di Shinako. “Non faccia l’errore di pensare che Lily è solo una gatta”, scrive Shinako, instillando il seme della gelosia in Fukuko. Dopo tutto, quando era sposato con lei senza amarla, forse Shōzō aveva bisogno di Lily come fosse una sorta di sostituta dell’oggetto del suo mancato amore. Ora, però, la gatta dovrebbe essere solo un intralcio.

E l’occhio di Fukuko, che osserva il comportamento di Shōzō con la gatta a cena, è influenzato dalle parole della ex moglie. I due che ha davanti non sono un uomo e una gatta, ma un uomo e un’amante che ha l’aspetto di un felino- Lily che si struscia contro Shōzō, Shōzō che riserva a lei la maggior parte del pesce che Fukuko ha cucinato apposta per lui, Shōzō che fa afferrare a Lily il pesce che gli penzola dalla bocca in un gioco molto sensuale, Lily che lecca le labbra di Shōzō. E dopo, a letto: Lily che scivola sotto le coperte, Lily che dorme abbracciata a Shōzō. Insopportabile. Ed è così che Fukuko obbliga il marito ad acconsentire al desiderio della ex moglie.
     Ma siamo sicuri che Shinako abbia detto la verità, quando ha scritto che voleva un ricordo della sua vita passata? Quando era sposata con Shōzō, Shinako non poteva sopportare la gatta. Non starà giocando sul prevedibile desiderio di lui di rivedere la sua amata Lily e andarla a trovare quando la gatta si sarà trasferita?

      A voi leggere quello che succede dopo in questo romanzo brillante, ironico, divertente, con una trama su un decisamente insolito triangolo amoroso dove l’uomo è lo sciocco di turno manovrato da madre e mogli, la femme fatale è una gatta, oggetto di contesa e strumento di seduzione e di sottile vendetta.
      Una lettura d’obbligo per chi ama i gatti e… attenzione, se avete una gatta, potrebbe rubarvi il marito.

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sabato 8 febbraio 2020

Tullio Avoledo, “Nero come la notte” ed. 2020

                                           Casa Nostra. Qui Italia                     
                                                                          noir

Tullio Avoledo, “Nero come la notte”
Ed. Marsilio, pagg. 524, Euro 19,90


        Chiamatemi Lazzaro.
        Perché per raccontarvi questa storia sono tornato dal regno dei morti.
Non è “Chiamatemi Ismaele”, ma è un incipit altrettanto memorabile. Anche Ismaele raccontava una storia che era precipitata nel regno dei morti, anche lui era stato sul punto di perdere la vita- e però dietro di lui c’era un’ossessione maniacale di vendetta. Nel romanzo “Nero come la notte” di Tullio Avoledo la storia di Lazzaro, ovverossia dell’ex poliziotto Sergio Stokar, è parecchio più complessa.
     Sergio Stokar, iniziali di nome e cognome SS- perfette per un uomo di estrema destra che porta al dito un anello con sigillo nazista, che avrebbe buttato a mare tutti gli immigrati, soprattutto quelli dalla pelle scura per cui non lesinava gli insulti. E che ora, disilluso dalla politica del partito che sosteneva e che è andato al potere, si trova, per somma ironia della sorte, a vivere nelle Zattere- un insieme di edifici che erano sorti per diventare un complesso residenziale e che sono stati, invece, abbandonati. Sono una specie di ghetto, le Zattere, abitato da una comunità multietnica di immigrati irregolari, governata da un Consiglio e regolamentata da sue proprie leggi. Che ci fa lì, Sergio Stokar che non è un immigrato e che ce l’ha a morte con questa gente?
Questa gente lo ha salvato- era stato abbandonato sulla porta delle Zattere, nudo e privo di sensi, malconcio e strafatto, ed era stato curato da un medico indiano che lo aveva rimesso in sesto. E però Sergio non aveva recuperato la memoria- o c’era qualcuno che voleva che non ricordasse nulla e che fabbricava falsi ricordi per lui? Comunque, per essere accettato nelle Zattere, Sergio Stokar diventa ‘lo sceriffo’ che mantiene l’ordine e si occupa di piccoli reati. Finché succede qualcosa- una bellissima prostituta polacca si schianta al suolo precipitando da un nono piano e, strana coincidenza, tre ragazzine scompaiono.
     Lo dice il titolo, “Nero come la notte”, che questo è un nerissimo noir- restiamo nello spettro dei colori, c’è una trama gialla, c’è un’indagine e una corsa per fermare un assassino (o più assassini? c’è un mandante e ci sono degli esecutori?), e poi c’è l’ambientazione, cupamente nera, splendidamente nera. Splendidamente non perché ci si debba rallegrare di questa città distopica, ma perché lo scrittore è straordinario nel rappresentarla. Con tratti realistici e nello stesso tempo con un qualcosa che va al di là, di quasi fantascientifico o di immaginario. Una descrizione abbastanza realistica da farci capire che Pista Prima (il richiamo è a Airstrip One di “1984” di Orwell) è una cittadina del Nord Est, con quel pizzico di distopia da illuderci che no, Pista Prima non esiste, non ci possono essere le Zattere, non ci possono essere persone che manovrano l’economia in questa maniera al di fuori di ogni legalità e moralità. Eppure. Pista Prima era al trentesimo posto nell’elenco delle città più vivibili d’Italia. È scesa all’ottantaduesimo posto dopo la crisi del 2008. È una città dove “la disoccupazione è ai livelli della Grande Depressione, dove i negozi chiudono e i giovani devono emigrare”, e dove, tuttavia, “l’anno scorso si sono immatricolate più auto di lusso che a Milano”. Una città dove qualcuno produce ricchezza, ma da fonti sospette. E quell’alveare che sono le Zattere (si chiamano così perché sorgono su una palude, ma noi pensiamo anche alle zattere di salvataggio per i disperati che vi approdano) porta Sergio Stokar a conoscere una realtà che finora ha disprezzato e che fa di lui un altro uomo.

     Una volta Sergio avrebbe pensato di essere arrivato nell’Inferno e invece è il contrario, è lui che viene dall’Inferno, dal degrado personale, dal girone chiuso della corruzione, della droga, della violenza, in cui non c’è più spazio per gli affetti famigliari, per l’amore e la tenerezza. E il ‘percorso’ attraverso le Zattere, le nuove conoscenze, la scoperta che spesso l’apparenza inganna, che non è vero che il Bello è anche il Bene, lo cambiano (e cambiano anche il suo aspetto fisico, tra cicatrici e pestaggi: sono i colpi della Vita?). La scoperta finale delle trame che passavano attraverso le Zattere gli rivela un Male perfino impossibile da immaginare. Così impossibile da sembrare un tocco di orrore fantasy che riusciamo ad accettare proprio per quello, perché possiamo credere che sia tutta una fantasia, come i lettori del 1948 avevano pensato del “1984” di Orwell.
      Una bella scrittura, un bel romanzo ricco di stimolanti allusioni letterarie.

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mercoledì 5 febbraio 2020

Maxim Biller, “Sei valigie” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                    Diaspora ebraica
     Storia di famiglia

Maxim Biller, “Sei valigie”
Ed. Sellerio, trad. G. Agabio, pagg. 161, Euro15,00

      Che cosa contengono le sei valigie del titolo del romanzo autobiografico di Maxim Biller, nato a Praga nel 1960 da genitori russi ebrei ed emigrato con loro in Germania nel 1970? Sono le sei valigie della famiglia Biller composta dal nonno (il tate in Yiddish), la nonna e  i quattro figli, gli ebrei erranti? O sono le valigie che contengono i segreti dei sei capitoli in cui si divide il libro?
Perché questo è un romanzo che ruota intorno ad un segreto, alla domanda per cui l’io narrante (che non è affatto il personaggio principale) cerca una risposta: chi è responsabile della morte del tate, arrestato all’aeroporto di Mosca per contrabbando di valuta e giustiziato poco dopo? Chi lo aveva tradito? Uno dei quattro figli? Forse Dima che, all’inizio del romanzo, torna a casa rilasciato dopo cinque anni di prigione perché si era fatto beccare anche lui con valuta straniera e pronto ad emigrare in Germania? Oppure era stato Lev, il primo dei fratelli a fuggire a Ovest con 40.000 dollari che il tate gli aveva dato e che lui avrebbe dovuto dividere con i fratelli? Lev che da anni non voleva aver più alcun contatto con la famiglia? Oppure era stata la nuora Natalia, che si era accontentata di sposare Dima ma avrebbe voluto sposare il padre di Maxim? Era ed è bella Natalia, era sopravvissuta ad Auschwitz, era diventata una regista famosa. E la madre di Maxim ne era gelosa. Circolavano tante voci su Natalia.

    E poi, forse, dopotutto, il segreto è solo un pretesto ed è il tempo in cui vive questa famiglia il vero protagonista del romanzo. Perché il segreto e la tragica morte del tate sono una conseguenza di questo tempo, di un regime totalitario che instilla la diffidenza, che incoraggia la delazione, che compra i cittadini, con la paura, con il denaro, con le promesse di vita migliore.
E “Sei valigie” è la storia di una famiglia russa e ebrea, ricca di aneddoti che saltano fuori- per così dire- dalle sei valigie, in un lessico famigliare ‘segreto’ e divertente, in una sequenza temporale non lineare ma che si sposta avanti e indietro, con fatti che si svolgono a Mosca, a Praga, ad Amsterdam, Berlino, Zurigo, con una lontana eco che arriva dal Brasile dove è emigrato lo zio Vladimir. A volte i fatti raccontati si ripetono, ma è il punto di vista, ovvero il narratore, che è cambiato e i dettagli non sono sempre uguali. Tutti intelligenti, i quattro fratelli Biller, tutti somiglianti al tate (anche lo scrittore gli assomiglia)- una famiglia “tipica del villaggio ebraico, avida, brutale, sentimentale, paranoide” (lo dice Lev), dove tutti “sono sempre stati così stupidi da credere che il denaro possa salvare la vita, l’anima e tutti gli imperi”. Eppure qualcosa di straordinario questa famiglia deve averlo, se i due esponenti più giovani, quello che era un bambino all’inizio del libro (e che ora vive a Berlino) e sua sorella Jelena (che abita in Inghilterra), sono diventati entrambi scrittori e hanno dedicato entrambi un libro ai ricordi di famiglia.

      Tragico e buffo, ironico e divertente, tutto è incerto, tutti sono sospettati, tutto è il contrario di tutto in questo libro dove quello che importa è sopravvivere. E c’è qualcosa dei personaggi brechtiani (Maxim, l’io narrante, deve fare un compito su Brecht quando va in vacanza dallo zio Dima), qualcosa dell’ingenuità e della furbizia del buon soldato Sc’veik (non è un caso che questo sia il libro che il padre di Maxim sta traducendo impuntandosi su due parole, odore marcescente, che non riesce ad esprimere adeguatamente in russo, attirando su di loro la nostra attenzione) in questo romanzo che è uno spicchio di Storia nella storia di una famiglia.

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domenica 2 febbraio 2020

Philip Kerr, “Violette di marzo” ed. 2020


                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                      cento sfumature di giallo


Philip Kerr, “Violette di marzo”
Ed. Fazi, trad. P. Bernardini, pagg. 317, Euro 15,00

       Ritorna Bernhard Gunther, ritorna “Violette di marzo”, pubblicato per la prima volta nel 1989 e primo della “Trilogia berlinese” di Philip Kerr, scrittore scozzese morto prematuramente nel 2018. Il personaggio di Bernie Gunther, investigatore privato, ex poliziotto, una croce di ferro guadagnata in guerra, vedovo e donnaiolo, antinazista, ci ricorda Gerhard Selb, il detective protagonista della serie di Bernhard Schlink- è però di una trentina d’anni più giovane e le sue indagini si svolgono nella Berlino in piena epoca nazista, più o meno come la trilogia di Harald Gilbers il cui personaggio, invece, è del tutto diverso. L’Oppenheimer di Gilbers, ebreo la cui incolumità dipende dalla moglie ariana, non può avere la spavalderia di Bernie, non potrebbe mai avere l’ardire di professare il suo antinazismo così apertamente come Bernie, simpatico, audace, sfrontato, un po’ scassinatore, un po’ assassino, un po’ viveur. Perché le porte chiuse non sono mai un ostacolo per Bernie, se c’è da usare la pistola per salvarsi la pelle- be’, mors tua vita mea. E se c’è una donna disponibile, Bernie non dice di no.

      È il 1936. Siamo a Berlino. La guerra è nell’aria, anche se è lontana. Non sono ancora iniziate le deportazioni massicce, ma i primi campi di concentramento sono già in funzione. Goebbels conciona senza fine dagli altoparlanti. Il ritratto del Führer  è ovunque. Braccia tese scattano nel saluto. E le ‘violette di marzo’ sono gli opportunisti, quelli che sono saltati sul carro del nazismo non per convinzione ma per trarne vantaggio personale. Spuntano ovunque, le violette di marzo.
      Un imprenditore ricchissimo si rivolge a Bernie per scoprire chi ha ucciso sua figlia e suo genero, dando fuoco alla loro dimora non prima però di aver aperto la cassaforte (l’assassino li ha obbligati a dirgli la combinazione?) e aver rubato i preziosi gioielli. Ha rubato una collana di diamanti di Cartier: come si può riuscire a rivendere un pezzo del genere? Herr Six è un tipo abituato a dare ordini, ma se pensa che Bernie si limiti ad eseguire delle ricerche ristrette, si sbaglia. L’indagine di Bernie apre il sipario sulla corruzione delle alte sfere, conduce molto più lontano di quello che il furto di una collana (per quanto di Cartier) con un omicidio piuttosto ambiguo potrebbe far pensare. Soprattutto mette a nudo l’atmosfera di paura che serpeggia. Paura di una parola di troppo, di una delazione, di uno sguardo non abbastanza adorante al ritratto del Führer, di un braccio non teso. La gente scompare, a Berlino. Quando scompare la donna con cui ha iniziato una relazione, Bernie cerca di sapere dove sia finita tramite un vecchio amico nella polizia- tutto inutile. E poi Bernie stesso finisce a Dachau, ha la garanzia di uscirne soltanto se…

     Due personaggi veri fanno la loro comparsa (piuttosto importante) nelle pagine del romanzo, Goering e Heydrich, e l’averli inseriti aggiunge un tocco di ‘storicità’ alla finzione. La narrativa procede veloce, ad un certo punto sembra perfino che succeda ‘troppo’ e a ritmo vertiginoso- ma è giusto che sia così, in una detective story ad alta tensione. Un appunto: il ‘vizio’ stilistico di Philip Kerr di inserire troppo spesso metafore o similitudini (un esempio tra i tanti: “era imperturbabile come un forziere in fondo all’oceano). Dapprima sono divertenti, poi diventano stancanti.
     Una cosa è sicura: non guarderemo più le prime viole di marzo senza pensare a Bernie Gunther.

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sabato 1 febbraio 2020

Nicole C. Vosseler, “Il botanico inglese” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                 biografia romanzata


Nicole C. Vosseler, “Il botanico inglese”
Ed. Beat, trad. Metella Paterlini e Roberta Scarabelli, pagg. 425, Euro 18,00

   …per gli avventurieri dello spirito, per i quali nessun mare è troppo grande, nessuna montagna troppo alta e nessuna strada troppo lunga.
Questa la dedica de “Il botanico inglese” della scrittrice tedesca Nicole Vosseler. E se siete un sognatore, un avventuriero dello spirito, questo è il vostro libro. Inizierete a leggerlo e non interromperete la lettura finché non lo avrete terminato.
    Robert Fortune, il botanico protagonista del romanzo, è veramente esistito. Fu inviato in Asia dalla Horticultural Society di Londra per studiare le piante dei paesi orientali, viaggiò per tutta la Cina dal 1843 al 1846 documentando quello che vedeva, e svolgendo poi un altro incarico, ben più delicato, quasi una missione segreta. Era un ‘cacciatore di piante’. Era stato mandato in Cina con il compito di procurarsi (di rubare) delle pianticelle di tè. Se si fossero riuscite a fare delle piantagioni di tè in India (già protettorato britannico), l’Inghilterra si sarebbe affrancata dal monopolio cinese del commercio del tè, diventata ormai la bevanda preferita, l’irrinunciabile ‘five o’clock tea’ inglese. E Robert Fortune riuscì nell’impresa.

     Che cosa succede, quali sono le difficoltà da superare, i sentimenti, le nostalgie, i sogni di un uomo che affronta l’ignoto a metà del secolo XIX, che deve restare lontano dagli affetti famigliari per tre anni? in tempi di posta elettronica e di facili telefonate facciamo fatica ad immaginare lo spaesamento e la solitudine e gli affetti affidati a lettere che potevano avere la stessa sorte di un messaggio dentro una bottiglia scagliata tra le onde. Qualunque messaggio sarebbe stato superato nel momento che fosse giunto a destinazione (se fosse giunto a destinazione). E a questo punto intervengono l’inventiva e l’empatia della scrittrice, che si immedesima in Robert, nella moglie Jane, in Lian, l’insolita ragazza cinese da cui Robert si sente- suo malgrado, in lotta con se stesso- irresistibilmente attratto.
     Uno dei fascini del romanzo è nelle diverse narrative- diversi punti di vista, diverse reazioni, stili diversi, informazioni sulla flora e sul linguaggio dei fiori, scambio di lettere tra Robert e la moglie, stralci degli appunti di Robert con registrazione del clima e della temperatura nonché descrizioni del paesaggio, un racconto in terza persona delle giornate e degli incontri di Robert- con persone e con fiori-, un racconto (sempre in terza persona e in corsivo) della solitudine di Jane e infine quello in prima persona di Lian, singolare personaggio, una jianghu, una sorta di Robin Hood che pratica le arti marziali, una Lisbeth Salander con una spada sulla schiena.

     Quello di Robert Fortune è un viaggio di formazione insolito, che non ha uguali tra gli usuali viaggi ottocenteschi. Lui, Robert, è un uomo e un personaggio insolito, con quella particolare sensibilità che lo porta a cogliere la bellezza anche in un filo d’erba. Robert cammina a testa bassa, scruta tra le foglie, pronto a scorgere il colore di un fiore e a incantarsi- lui stesso si chiede se ci sia qualcosa di femmineo in lui, ma è un dubbio che può venire solo a chi si ferma agli stereotipi. Di certo la strana ragazza cinese che sembra un ragazzo e che lo salva da un primo attacco di banditucoli è la sua migliore controparte- ne è un esempio la scena in cui si invertono i ruoli ed è Lian che cerca di insegnare a Robert a combattere, con un Robert che, no, proprio non se la sente di colpire una donna, neppure in una schermaglia giocosa.
      Romanzo che ci addentra nella cultura cinese, romanzo d’avventura ricco di pericoli, testo di botanica che trabocca di poesia, storia d’amore tanto più grande perché- lo sappiamo- destinato a finire, “Il botanico inglese” è un libro per tutti quelli che subiscono il fascino dell’Oriente, per chi ama i fiori, per chi predilige le storie vere anche se colorate da un pizzico di invenzione, per chi pensa che una spruzzata d’amore sia necessaria.

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