sabato 25 febbraio 2017

Yehoshua Kenaz, "Voci di muto amore" Intervista 2006

                                         Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                   il libro ritrovato

INTERVISTA A YEHOSHUA KENAZ, autore di “Voci di muto amore”

     Quest’anno il paese ospite al Festival della Letteratura di Chiasso era Israele e noi abbiamo intervistato Yehoshua Kenaz, considerato uno dei più grandi scrittori israeliani, durante le conferenze-dibattito che si sono svolte all’Università Statale di Milano. Oltre ad essere scrittore, Kenaz è anche un ottimo traduttore dal francese- è cresciuto in Francia e ci dice che, se Israele è la sua patria, la Francia è il suo mondo. A lui gli israeliani devono la traduzione di grandi autori del passato, Balzac, Stendhal, Mauriac, e di autori moderni come Simenon. Di Kenaz la casa editrice Giuntina ha già pubblicato “La grande donna dei sogni”.

Il titolo originale del libro “Voci di muto amore” è molto diverso da quello italiano. In ebraico è “La via verso i gatti”: come mai questo titolo?
     Il titolo originale è nato in maniera un po’ strana, su suggerimento del mio editor. C’è un cortile, fuori del condominio in cui vive la signora Moskovitch, e c’è un vialetto che conduce a quest’area dove ci sono i cassonetti dell’immondizia e naturalmente ci sono i gatti che amano frugare nei rifiuti e non sono certo i bei gattoni da appartamento. Ci è sembrato un titolo che ben esprimesse il tipo di vita dei personaggi. Dirò di più: in Israele, dopo la pubblicazione del libro, “la via dei gatti” è diventato un modo di dire per qualcuno che sta poco bene, a cui si prospetta una brutta fine, come dire che è destinato all’immondizia.


Sia ne “La grande donna dei sogni” sia in questo romanzo lei sceglie il microcosmo, un condominio nel primo, una casa di ricovero in questo: perché preferisce la polifonia di molte voci?
      La domanda contiene già la risposta: mi piace la polifonia. Nella maggior parte dei miei romanzi c’è questa polifonia, mi pare che dia un certo respiro alla storia. Per me è molto importante: mi permette di essere obiettivo, la storia è per così dire raccontata da diversi punti di vista e a volte dà l’impressione di una stereofonia, come se provenissero delle voci da tutte le parti. Si sposta il centro focale della vicenda, con molte voci.

Un tema ricorrente nei due romanzi è la solitudine di persone che vivono al margine. Si trattava dell’ungherese e di Rosa la cieca ne “La grande donna dei sogni”, qui sono tutti i personaggi che vivono soli: che cosa la attira nell’esplorare questa dimensione della marginalità, della solitudine?
     Forse il fatto che quando le persone sono sole, si trovano in una condizione esistenziale di base, ed è questo che mi interessa. Una persona risulta meglio delineata in questo piccolo mondo chiuso e mi interessava vedere come valutavano la loro situazione. Quando ci pensavo, mi sembrava uno spazio in cui si aggirassero dei fantasmi, che a volte si ignorano e a volte si salutano. In entrambi i libri c’è un’atmosfera da incubo, ogni personaggio è il prolungamento del delirio dell’altro, e ognuno resta profondamente solo. Se c’è in tutto una leggera esagerazione, è perché mi piace esagerare per rendere il quadro più forte. E poi cerco di usare un umorismo leggero per dare sollievo alla storia.

In questo romanzo il tema dominante è la vecchiaia, le limitazioni fisiche imposte dalla vecchiaia, e la necessità di fronteggiare la morte: è una specie di esame a cui viene sottoposto anche il lettore, per farci domandare come reagiremmo noi a questa prova?
     Non saprei come generalizzare questo tema. La vecchiaia per me è una metafora per l’esistenza, per una visione non ottimistica della vita, che è un viaggio verso l’altra parte. Quello che succede nella vecchiaia è che i problemi si ingrandiscono, diventano più drammatici. Penso che il mondo in cui questi anziani sono chiusi è la restrizione mentale in cui viviamo. Ma naturalmente il libro si può leggere a vari livelli.


La signora Moskovitch usa spesso la parola “inferno” per parlare della casa di cura e la paragona a Treblinka. Eppure non abbiamo indicazioni di maltrattamento dei pazienti: l’inferno è la vecchiaia stessa? L’inferno è dentro di noi, è il suo egoismo che è l’inferno?
     L’inferno è il suo egoismo, il suo narcisismo: a lei interessa solo se stessa, lei sa solo che è là e che tutti devono servirla. Il paradosso è che volevo scrivere di una donna egocentrica ed egoista e poi ho scoperto che senza la compassione non puoi scrivere un romanzo. Senza la compassione le cose non riescono ad essere umane e convincenti. Prendiamo Madame Bovary: Flaubert- non voglio paragonarmi a Flaubert, ma lui è un modello per me- disprezza Madame Bovary, ma è un grande scrittore e nel romanzo affiora la sua compassione per lei. La signora Moskovitch è un parassita, è orrenda e, oltre tutto, è basata su una persona vera. Quando volevo scrivere il libro, ho fatto un lavoro di ricerca e la casa di cura è descritta meticolosamente su una vera casa di cura, perché volevo ancorare la mia immaginazione su un terreno sicuro. Dicevo, è una donna orrenda e poi, paradossalmente, provi compassione per lei. Quando cerchi di guardare dentro un personaggio, per quanto orrendo, ti trovi a difenderlo, e la tua intenzione di descrivere una donna stupida viene meno. Mi piace l’ambivalenza, mi piace la contraddizione interna.

Viene ripetuto spesso, quando i personaggi parlano, che stanno parlando nella “loro” lingua, opposta a quella comune, l’ebraico: non si è mai sottolineato abbastanza che l’esilio forzato degli ebrei ha significato per loro l’abbandono della lingua, forse ancora più doloroso dell’abbandono del paese in cui si è vissuti e che si è considerato come proprio.
     Nell’originale del libro, questa è una cosa molto importante: quando ognuno dei pazienti parla, un lettore israeliano sa riconoscere quale sia la sua provenienza. Era una cosa difficile da rendere nella traduzione, ma so che è stato fatto un ottimo lavoro. Così la signora Moskovitch è rumena, anche Allegra è rumena, ma di origine sefardita e non ashkenazita, Matilda Franco è turca e il suo linguaggio risente della lingua ladina. Sono tutti personaggi che non hanno più un’appartenenza. Da qui il contrasto con il gruppo di persone riunite nella saletta da gioco, che parlano un ebraico perfetto perché appartengono al paese, sono nati là. Il tema della lingua sottolinea la mancanza di radici. Per me è una metafora della solitudine esistenziale.


Parlando sempre della lingua, c’è un’altra cosa che non è sufficientemente sottolineata: si sente spesso la frase che gli ebrei hanno fatto fiorire il deserto, non si dice che hanno fatto fiorire una lingua che era morta, che esisteva solo nelle pagine della Bibbia. Come sono riusciti gli israeliani in questo compito immane, a dare un’unità linguistica al paese? Ci sarebbe molto da imparare per noi, con le ondate di immigrazione che abbiamo.
     E’ stato veramente un miracolo, come si sia riusciti a ridare vita ad una lingua, l’ebraico, che era morta. Certo, i rabbini lo conoscevano, si scrivevano in ebraico. Nel secolo XIX, all’inizio del sionismo, ci furono persone che iniziarono ad imparare l’ebraico come lingua laica: era come un rinascimento, far rivivere una lingua per una nuova nazione. In Palestina dapprima ci fu una piccola comunità di gente che parlava l’ebraico, poi si allargò e, dopo la seconda guerra mondiale, l’ebraico era già la lingua forte del paese. E’ stato certamente uno sforzo maestoso ma, anche per quello che riguarda l’ebraico come lingua letteraria, c’erano già degli esempi di grande valore nell’Europa dell’Est, Bialik, ad esempio, scriveva le sue poesie in ebraico. In ogni modo ci sono voluti una ventina d’anni per raggiungere un diffuso buon grado di conoscenza della lingua in Israele.

C’è un personaggio luminoso, quello di Allegra: è per questo che le ha dato questo nome? Ci rimane impresso per tutto il libro, è lei l’altro personaggio principale del libro, in opposizione alla signora Moskovitch?
      Sì, anche se a volte do dei nomi ai personaggi con un significato opposto: Allegra non è allegra, lei accetta tutto, soffre, è la martire della storia, in lei c’è qualcosa di santo. E sì, è il personaggio in opposizione a Jolanda Moskovitch, al suo egoismo, al suo sguardo costantemente concentrato su se stessa.

l'intervista, così come la recensione, è stata pubblicata su ww.alice.it




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