mercoledì 6 agosto 2014

Håkan Nesser, “L’uomo con due vite” ed. 2010

                                                           cento sfumature di giallo
   vento del Nord
   il libro ritrovato


Un’ inchiesta del commissario Barbarotti

Håkan Nesser, “L’uomo con due vite”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima


    L’uomo che avrebbe voluto nascere gatto. Sì, ‘un bel gattone acciambellato al sole sul pendio dietro una stalla.’ L’uomo che la moglie paragona ad un mobile, un divano magari. Perché è insignificante, lo si dà per scontato. L’uomo che si chiama Ante Valdemar Roos, sessant’anni, vedovo, con un figlio che non vede da dieci anni, una seconda moglie e due figliastre. L’uomo che ha un ricordo netto del padre morto suicida. Di una passeggiata nella foresta e di una frase che esprimeva la bellezza di quel momento: “mai meglio di così”, aveva detto suo padre.
Ecco, alla sua età, Ante Valdemar Roos vuole provare ancora quella sensazione, di vivere al meglio, e non condurre una vita grigia tra casa e lavoro. Ha un colpo di fortuna. Una vincita al totocalcio, con una schedina che è rimasta la stessa per più di cinquant’anni, la stessa che giocava suo padre. Si compra una casa in un luogo sperduto, si licenzia, ogni giorno finge di andare a lavorare e invece passa le ore in quella solitudine che gli fa pensare ‘mai meglio di così’.    

     Il nuovo romanzo dello scrittore svedese Håkan Nesser, “L’uomo con due vite”, terzo della serie con Gunnar Barbarotti, l’ispettore che patteggia con Dio, segue la stessa tendenza dei due libri precedenti: è un’indagine poliziesca perché c’è un morto, c’è la ricerca di una persona scomparsa, ma in realtà è un’indagine su tutt’altro. Sul senso della vita e su come sia possibile cambiarne la rotta, sulla solitudine paradossale di chi è circondato da persone, sulla comprensione fulminante che il tempo che avanza da vivere è poco e non si può sprecare passandolo con chi non ci interessa. Valdemar Roos si trova in questa situazione e fa quello che ha fatto il fu Mattia Pascal. Prima si isola a poco a poco, poi scompare. Anche perché la sua solitudine si incontra con quella di Anna, in fuga da un centro di cura per tossicodipendenti e da un uomo violento- l’aspirante gatto, il divano, entra in sintonia con la ragazza sensibile che suona la chitarra e compone canzoni. Per la prima volta nella sua vita sente di poter dare qualcosa  a qualcuno e di essere capito. Per Valdemar Nabokov è uno sciatore famoso, quando dovrebbe inserire ‘Lolita’ in un cruciverba lui mette un’altra parola: non c’è mai il minimo cenno che l’attrazione di Valdemar per Anna sia di natura sessuale, piuttosto l’interesse di un padre per la figlia. Generoso eppure anche leggermente morboso e possessivo, questo sì, e lo lasciamo scoprire al lettore.   

    La prima metà del libro è interamente occupata dalla storia di Valdemar e di Anna e il nostro Gunnar Barbarotti entra in scena solo nella seconda metà- ormai sposato con Marianne e con una vita famigliare ‘ricca’ di cinque figli, tra i suoi e quelli della moglie. Ha una gamba ingessata per una caduta, dialoga meno con Dio, è meno spiritoso del solito, è affiancato da Eva Backman, l’ispettrice che, in tono sommesso, pare ripetere il tema della solitudine in famiglia provato da Valdemar. Lei è giovane, ha quattro figli, ma finirà per chiedere la separazione: meglio ora che non accorgersi tardi di aver buttato via la propria esistenza.
    Per chi non ama la violenza, per chi non si aspetta un thriller da brividi, per chi ama un passo più lento di lettura, un bel romanzo.


la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 5 agosto 2014

Håkan Nesser, "Un corpo sulla spiaggia" ed. 2012

                                                      cento sfumature di giallo
                                                      vento del Nord
                                                      il libro ritrovato

Håkan Nesser, “Un corpo sulla spiaggia”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 310, Euro 18,00
Titolo originale: Ewa Morenos fall

“Ripeto: c’è un pedofilo alla centrale di polizia di Maardam. Alla omicidi. Ha pagato diecimila gulden alla mia fonte perché non facesse il suo nome. Sarebbe sciocco pagare se fossimo candidi come un giglio, tu che dici?”
    Cosa dia…? Pensò Moreno. Cosa diavolo sta dicendo costui?

      C’è qualcosa, nei romanzi di Håkan Nesser, che li distingue dagli altri romanzi svedesi di indagine poliziesca. C’è un interesse umano, una comprensione per le sofferenze e le colpe dei personaggi che diventano ‘persone’, che non troviamo nelle opere di altri scrittori. Quasi come se il delitto su cui si indaga fosse di scarso interesse in confronto con la psicologia e i moventi di coloro che sono coinvolti.
   L’ispettore di polizia, protagonista di “Un corpo sulla spiaggia”, non è né il tormentato van Veeteren con i figli problematici, né Gustav Barbarotti con la sua famiglia allargata. Si chiama Ewa Moreno, ha trentadue anni e un nuovo fidanzato (o amico? o amante?- lei stessa se lo domanda spesso) con cui andrà a passare quindici giorni di vacanza a Port Hagen, sul mare. E’ luglio, fa molto caldo, Ewa non vede l’ora di partire. Ma le viene affidato un incarico spiacevole: un detenuto vuole parlare con lei e solo con lei. Le farà (naturalmente per qualcosa in cambio) il nome di un giornalista che ha incassato diecimila gulden per non denunciare un pedofilo che è…uno della polizia. Un collega di Ewa. Forse qualcuno che lei ha sempre stimato. E’ spiacevole, a dir poco, dover sospettare di chi lavora al nostro fianco.
    Questo è il filone sottotono della trama, resta sullo sfondo, il pedofilo sarà scoperto alla fine. Intanto, però, è come un leit motiv di accompagnamento alla trama principale. Sul treno che la porta a Port Hagen Ewa incontra una ragazza giovane. Piange. Ha appena compiuto diciotto anni, si chiama Mikaela Lijphart. Nel giorno del suo compleanno la madre le ha rivelato che suo padre non è l’uomo di cui porta il nome. Suo padre è Arnold Maager ed è in manicomio da sedici anni. Era stato accusato di aver ucciso una ragazza sedicenne che era incinta di lui. Un’accusa infamante per chiunque, di più ancora per lui che era l’insegnante della ragazza. Ewa simpatizza con Mikaela e quando, alcuni giorni dopo, scopre per caso che è scomparsa, non può fare a meno di partecipare alle indagini, anche se è in ferie. Scompare anche Arnold Maager…Due bambini, scavando una buca sulla spiaggia, trovano il cadavere di un uomo sepolto nella sabbia…

    Il romanzo è iniziato con le vicende della ragazza morta nel 1983 del cui assassinio Arnold Maager è stato giudicato colpevole. Va da sé che quanto accade ora, nel 1999, sia connesso con quella tragica storia che ha causato la rottura di una famiglia e la follia di Arnold. Ma come? Che cosa c’è di nuovo? Scopriremo che, tutto sommato, c’è più di una connessione, stretta o remota, con il caso dell’ignoto poliziotto pedofilo. Perché “l’essere umano è un animale dall’anima molto sporca. Ed è molto bravo a lavarla.” La conclusione del romanzo ci lascia con sentimenti ambigui- la consapevolezza del peso di qualunque nostra azione, delle ripercussioni gravi che un attimo di leggerezza, di un comportamento irresponsabile o di una mancanza di freni possono avere, non solo su chi si è macchiato di una qualsivoglia colpa ma anche su chi gli sta intorno; la convinzione che un’autocondanna può essere peggiore della pena inflitta da un giudice; e infine la riflessione che a volte può essere meglio che un crimine vada impunito, perché- dove sta la giustizia?

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

    


Prima guerra mondiale. Presa di Gorizia - Musica per un giorno



                                                      ricorrenze    5 agosto 1916
                                                      prima guerra mondiale

Il 5 di agosto del 1914 le forze armate tedesche assalivano Liegi, in Belgio.
Il 5 agosto 1916 le forze armate italiane andavano alla conquista di Gorizia, presidiata dagli austriaci. Il 9 agosto entravano in Gorizia. Questa è la canzone composta in trincea da un autore anonimo per ricordare la sanguinosa battaglia.

lunedì 4 agosto 2014

Håkan Nesser, intervista durante il Festival della Letteratura di Mantova nel 2008

                                                   cento sfumature di giallo                                    
                                                    vento del Nord



INTERVISTA A Håkan Nesser, autore de “L’uomo senza un cane”


Era intitolata “Gli assassinii del grande Nord” la serie di eventi del Festival della Letteratura di Mantova con la presenza di quelli che- parafrasando il titolo- potremmo chiamare “i grandi scrittori di romanzi polizieschi del Nord”: Håkan Nesser, Anne Holt, Leif Persson, Maj Sjöwall. Ne mancavano alcuni, ma è già stato di grande interesse poter incontrare questi. Di Håkan Nesser avevamo già letto e recensito “L’uomo senza un cane”- ne abbiamo parlato con lui.


In questo suo nuovo libro c’è un nuovo ispettore, Gunnar Barbarotti. Era stanco di Van Veeteren? Aveva paura che i lettori si fossero stancati di lui? E aveva bisogno di attribuire un padre italiano a Barbarotti per accentuare il cambiamento?
    A dire il vero, era lui che si era stancato di me…No, il fatto è che avevo deciso che avrei scritto dieci libri con Van Veeteren e quindi sapevo di essere arrivato all’ultimo. E poi volevo che fossero dieci bei romanzi. Penso che sia bene sapere quando ci si deve fermare. Ma no, non mi sono stancato di lui, in un certo senso ne sento la mancanza, però lui è sempre lì, che lavora nel campo dell’antiquariato, mi telefona ogni mese e mi dice, “Basta libri con me”. Non penso che i lettori ne abbiano avuto abbastanza di lui, i lettori svedesi sapevano che ci sarebbero stati dieci romanzi con lui. Quanto a Barbarotti, mi piaceva il nome, ma non avevo intenzione di scrivere una nuova serie, e infatti Barbarotti appare tardi nel romanzo. Doveva essere soltanto un libro di un dramma famigliare visto da angoli diversi. Ma a pagina 250 avevo bisogno di un ispettore. Non volevo scrivere un romanzo di indagine poliziesca, poi mi è apparso Barbarotti- come se si fosse presentato sulla porta, era simpatico. Mi ha detto, “guarda, vengo nel romanzo, ma ci starò solo per quattro o cinque libri”. Non so proprio perché sia per metà italiano…non ne sono certo, ma forse il padre apparirà nell’ultimo libro.

 C’è un altro tratto caratteristico in Barbarotti: lo fa parlare con Dio. Non è mai del tutto chiaro se creda veramente in Dio, ma, ad ogni modo, è qualcosa che lo rende diverso, un bisogno di spiritualità. Pensa che la società moderna abbia bisogno di maggiore spiritualità, di pensare di più a Dio?
    Sì, abbiamo bisogno di questa dimensione e abbiamo bisogno di spiegazioni. C’è una ricerca esistenziale che si pone delle domande del tipo, da dove veniamo?, e come si fa ad essere delle brave persone?, o, perché sono qui? Nel primo libro i colloqui di Barbarotti con Dio sono una specie di scherzo, più in là la sua ricerca di Dio diventa più seria e più reale. Se c’è un Dio penso che sia un gentiluomo.

Oppure una gentildonna, no? se pensiamo a un Dio della pace, forse sarebbe meglio pensare ad una gentildonna…
     Certo, ha ragione, una gentildonna, perché no?

In un certo senso “L’uomo senza un cane” è una saga famigliare; è un romanzo su di una famiglia e sui crimini in famiglia, anche quelli silenziosi: è questo il nocciolo del romanzo? Le ferite che si possono infliggere a chi ci è più vicino?
    Forse sì, è il nocciolo del romanzo. In un romanzo con crimine puoi avere un centro fluttuante, di modo che non si possa dire ‘questo’ è il centro. “L’uomo senza un cane” è un dramma silenzioso della famiglia. Le famiglie sono tutte più o meno disfunzionali e, quando accade qualcosa, la situazione peggiora.   

  
Nel romanzo c’è un altro dettaglio che lo allaccia alla società contemporanea: uno dei personaggi appare in un reality show e si comporta in maniera che lo ricopre di vergogna e, nello stesso tempo, rivela la sua solitudine. Al di là del desiderio di soldi, che cosa c’è dietro i reality show?
     La ricerca della fama senza aver fatto niente. Diventare famosi solo per essere là. E’ tutto così superficiale, vuoi essere là e poi che fai? Sorridi, ti togli i vestiti…Negli anni ‘60 si pensava alla solidarietà, ora è tutto individualistico. Il risultato è la solitudine, che è una malattia.

Un altro filone interessante nel romanzo: l’omosessualità. Pensavamo che l’omosessualità fosse comunemente accettata nella Svezia liberale; il romanzo però mostra che non è così: ci sono due Spezie con diversi atteggiamenti morali?
Sì, ho vissuto a New York, dove una persona su due è gay e non c’è nessun problema, nessuno stress, eppure la situazione non è la stessa negli stati centrali dell’America.. In Svezia gli omosessuali in genere sono accettati- il problema nel libro è che il ragazzo è omosessuale ed è lui stesso che non vuole accettarlo, perciò per lui è uno shock quando incontra l’altro ragazzo.

Volevo domandarle se avremo altri romanzi con Van Veeteren, ma mi ha già detto prima di no; avremo allora altri romanzi con Gunnar Barbarotti?

    Ci saranno cinque storie diverse con Gunnar Barbarotti, e saranno diverse anche per forma e struttura. Il terzo della serie, poi, è ancora più diverso, perché è più romanzo che romanzo di indagine poliziesca.  

                                                                                                         
 

Håkan Nesser, "Una donna segnata" ed. 2002

cento sfumature di giallo
vento del Nord
il libro ritrovato


Una canzone prima di uccidere
Håkan Nesser, "Una donna segnata"
 Ed. Guanda, pagg. 295, Euro 14,00

Giornata lugubre, pioggia, una ragazza soltanto nel cimitero di Maardam, in Svezia, mentre viene calata la bara nella fossa. Era sua madre. E lei le ha promesso qualcosa prima che morisse. E' il 23 di dicembre, meno di un mese dopo un ricco imprenditore viene trovato morto in casa, due colpi al torace, due all' inguine. Al primo di febbraio un altro morto, un insegnante questa volta. Ucciso nello stesso modo. E' a questo punto che il commissario Van Veeteren (che abbiamo già conosciuto ne "La rete a maglie larghe") capisce che non è un caso. A entrambi gli uomini erano arrivate telefonate in cui si sentiva solo una canzone degli anni '60. Si trova una fotografia in cui sono ripresi tutti e due, quando frequentavano l' accademia militare, tra il '64 e il '65.
Ci sono altri 33 ragazzi nella foto. Ne morirà qualcun altro? Atmosfera tesa nel corpo di polizia, con un Van Veeteren raffreddato e stranamente vulnerabile che resta vittima di un brutale assalto di giovani teppisti per strada, un atto di violenza assolutamente ingiustificata in contrasto con quella dell' ignoto assassino che, invece, sa esattamente che cosa vuole fare e perché. Con una musica che fa da colonna sonora - non fa venire niente in mente alle vittime? Con quei colpi sparati in basso su dei cadaveri. E' la donna del poliziotto Reinhart che dice per prima, "allora l' assassino deve essere una donna". E il lettore lo sa già anche se non ne sa il motivo e lo intuisce a poco a poco, mentre Håkan Nesser riesce ugualmente a creare una suspense nell' attesa della scelta della vittima seguente. E delle modalità, adesso che l' assassino ha esaurito l' elemento sorpresa. Ci sorprende lo stesso. Riesce a portare a termine il compito che si era prefisso, una vendetta che prende l' aspetto di una giustizia umana, perché ci sono delle azioni "dalle quali non ci possiamo mai riscattare. E per le quali non possiamo nemmeno domandare perdono." Perdono che nessuno si era mai sognato di chiedere. Per delle vite rovinate di cui nessuno si era interessato. Giusto anche che l' ultimo colpevole venga ammazzato il giorno della festa della donna. Meglio delle mimose. Continua a piovere sul mare che accoglie l' ultimo corpo. Senza nome. Un giallo pulito, teso, tristemente disperato, scritto in uno stile elegantemente freddo che ben si addice all' ambiente nordico.

 la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




sabato 2 agosto 2014

Håkan Nesser, "L'uomo senza un cane" ed. 2008

                                                         cento sfumature di giallo
                                                         vento del Nord
                                                          il libro ritrovato

Håkan Nesser, “L’uomo senza un cane”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 443, Euro 18,00

Titolo originale: Människa utan kund


Era stato quando sua moglie Helena lo aveva abbandonato- quattro anniprima, all’età di quarantun anni- che Gunnar Barbarotti aveva fatto un patto con Dio.
   Il patto riguardava l’esistenza o meno di Dio. Della propria, Gunnar Barbarotti era anche fin troppo dolorosamente consapevole. Lui ed Helena erano stati sposati quindici anni, avevano tre figli e scoprire all’improvviso, praticamente da un giorno all’altro, di appartenere al Club degli Scaricati, o CDS, l’aveva portato a dubitare di tutto.

    Simpatico Gunnar Barbarotti. Simpaticissimo Gunnar Barbarotti, l’ispettore che è il nuovo protagonista dell’ultimo romanzo dello scrittore svedese Håkan Nesser, sostituendo il commissario Van Veeteren che in “Carambole” partecipava all’indagine non a pieno titolo, perché già in pensione. Lungi da noi essere nazionalisti, perché non abbiamo molto di cui vantarci oggigiorno, ma forse sono i geni ereditati dal padre italiano che aggiungono vivacità al personaggio, una brillantezza, un fondo di allegria nonostante le vicissitudini private, che il cupo Van Veeteren non possedeva. Ci ritroviamo spesso a sorridere, leggendo “L’uomo senza un cane”, - cosa che non ci capitava con i pur molto belli romanzi precedenti di Nesser-, perché Gunnar Barbarotti (che aveva corso il rischio di chiamarsi Giuseppe Larsson, se non fosse stato per la madre che voleva assolutamente un nome ‘sano e nordico’ e non ‘meridionale o da ballerino di tango’) ha un umorismo da freddure nella gelida Svezia di dicembre in cui la temperatura si aggira sui dodici gradi sotto zero a Kymlinge, dove si svolge il romanzo.
    Le indagini poliziesche di Håkan Nesser hanno raramente un inizio cruento; lo scrittore preferisce irretire il lettore in un’atmosfera colma di presagi, ammassando nere nubi foriere di tempesta. Che attendiamo, caricandoci di elettricità come i personaggi del libro, senza sapere con quale violenza scoppierà. C’è una famiglia al centro del romanzo, in apparenza una famiglia modello ma, come spesso avviene, anche gli Hermansson hanno una doppia faccia- una per gli altri e una che ognuno di loro singolarmente vede, guardandosi allo specchio. Sia Rosemarie sia il marito Karl-Erik sono insegnanti appena andati in pensione; la primogenita Ebba è primario chirurgo, più o meno felicemente o infelicemente sposata e ha due figli adolescenti; il figlio Robert è separato dalla moglie ed è da dieci anni che cerca di scrivere un romanzo; Kristina, infine, può permettersi di non lavorare grazie ai soldi del marito.

Il 18 dicembre, due giorni prima dei festeggiamenti per i ‘105 anni’- i 65 del marito e i 40 della figlia Ebba- Rosemarie si sveglia soppesando due possibilità: uccidere il marito oppure se stessa. Perché non ne può più di quel marito che, in un discorso elogiativo, è stato definito ‘una quercia pedagogica’. Per l’appunto, è una quercia, che nessuno riesce a smuovere da qualunque cosa decida. Ed è sempre stato lui a decidere nella loro vita. Questa è l’unica anticipazione che facciamo al lettore sui retroscena famigliari- gustosi, divertenti, drammatici- che porteranno al caso di cui si occuperà Barbarotti: il 20 dicembre scompaiono sia Robert sia il figlio maggiore di Ebba. Non insieme, ma entrambi senza lasciare traccia.
     “L’uomo senza un cane” non è soltanto un’indagine alla ricerca di un assassino, ma anche un’indagine dentro l’anima, un’esplorazione delle conseguenze del continuo attrito tra personalità diverse, dei piccoli crimini coniugali che passano sotto silenzio perché non c’è un cadavere che renda necessario l’intervento della polizia. Perché –nei versi di OscarWilde- ogni uomo uccide la cosa che ama/ eppure non ogni uomo muore per questo. Parlando della coppia si finisce per forza a parlare anche dei figli e dei rapporti tra genitori e figli- fino a che punto l’intelligentissima Ebba conosce i suoi figli? Non c’entra proprio nulla la quercia-Karl Erik nell’esibizione di Robert al reality show? Riuscirà Gunnar Barbarotti a creare un buon rapporto con i due figli rimasti con la moglie, così come quello che ha con la figlia che ha scelto di vivere con lui?

Alla fin fine, quello che ci colpisce in questa detective story che coinvolge una famiglia, è il non detto contenuto nel titolo del romanzo mai finito di Robert: la solitudine di ogni personaggio. Come quella dell’uomo di cui sappiamo soltanto che non ha neppure un cane. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Håkan Nesser, "Carambole" ed. 2006

                                                          cento sfumature di giallo                                        
                                                          vento del Nord
                                                          il libro ritrovato

Håkan Nesser, “Carambole”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 291, Euro 15,00
Titolo originale, “Carambole”
ISBN   88- 8246-746-5

Da qualche parte aveva letto che un uomo deve fare tre cose nel corso della sua esistenza. Crescere un figlio, scrivere un libro e piantare un albero.


    “La vita è una faccenda molto sopravvalutata. Anche se è meglio non scoprirlo troppo presto.”, dice Van Veeteren, il commissario protagonista dei romanzi polizieschi dello scrittore svedese Håkan Nesser. Una frase che rispecchia il carattere introverso e malinconico di questo personaggio che abbiamo lasciato ne “Il commissario e il silenzio” sul punto di ritirarsi in pensione. E infatti in “Carambole” Van Veeteren lavora in una libreria antiquaria di cui è comproprietario, quasi che sia meglio vivere la vita espressa a parole su pagine ingiallite dal tempo che combatterla nelle lacrime e nel sangue per le strade di Maardam, l’immaginaria cittadina in cui è stato capo della squadra omicidi per quindici anni. Eppure, anche se il commissario- come continuano a chiamarlo i colleghi con rispetto- non è il protagonista centrale, “Carambole” è forse il più bello della serie finora pubblicata. Non spetta al commissario svolgere l’inchiesta, anche se il suo contributo è importante, addirittura quasi risolutivo; questa volta Van Veeteren è coinvolto in quanto padre di una delle vittime, quel figlio Erich con esperienza di droga e di prigione per cui si addolorava nei romanzi precedenti. E per la prima volta non è solo per desiderio di giustizia che Van Veeteren vuole che il caso venga risolto- si tratta di suo figlio, impossibile non provare l’istinto di farla pagare al colpevole.
     La prima anomalia che riscontriamo in “Carambole” è nel fatto che sappiamo subito chi è l’assassino e ne conosciamo i meccanismi mentali, possiamo prevedere quali saranno le sue mosse. Inevitabili e concatenate. Tutto ha inizio ad una cena di amici, si beve di più di quello che passerebbe al test del palloncino, il futuro assassino che per ora è una normale persona rispettabilissima si mette ugualmente al volante- e neppure con incoscienza, forse più per pigrizia, perché è difficile trovare un taxi-, il tempo è brutto, pazienza, andrà piano. E però urta qualcuno, un tonfo leggero, si ferma. Il ragazzo è morto perché ha battuto la testa cadendo, non c’è niente da fare: perché mettere fine anche alla sua, di vita, costituendosi?
Ecco come il colpevole di un omicidio involontario diventa un assassino. Perché arriverà una lettera, lui metterà a tacere una persona (il figlio del commissario). Pensa sia tutto finito, e invece l’incubo continua. Il sapere chi sia l’assassino dovrebbe eliminare o quantomeno diminuire la tensione che è la molla dei romanzi polizieschi. Niente affatto, e qui sta l’abilità di Nesser, nel costruire una rete di suspense sottile intorno al doppio interrogativo sull’identità nominale dell’insospettabile assassino e del suo ricattatore, su quale posizione occupino nella scala sociale. Nello stesso tempo seguiamo il “farsi” di un assassino, siamo testimoni del dolore che non trova parole di Van Veeteren colpito in prima persona da questa morte violenta, impariamo a conoscere meglio i suoi colleghi che finora erano stati messi in ombra da lui. E concludiamo che è vero, che la nostra vita è come un tappeto verde da biliardo su cui rotoliamo come palle a cui è data velocità e direzione ma della cui traiettoria è impossibile sapere, una volta che si scontrano e girano impazzite e cambiano rotta in una carambola.

la recensione è stata pubblicata su www.alice.it