domenica 20 settembre 2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG, autrice di "Le ore d'oro" - 15.09.2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG

    Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori. Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto, la moglie del fratello di suo padre.

    Sa parlare anche in italiano, Louisa Young, e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…

    Le piace parlare, comunque, e si presta volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre giornaliste presenti all’incontro.

    Noi lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era affezionata e di cui voleva continuare la storia?

     Un personaggio che amo è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.

   Sì, desideravo sapere che cosa riservava la vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e la morte…

Ha sentito la responsabilità di continuare questa storia?

    Sì. Mi sono chiesta, ‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima idea!’.

Quale è stata la parte più difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…

   La parte più difficile è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in questo mondo.

Jane Howard

Nel suo libro c’è come un passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?

    Credo che gli anni ‘60 siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati. Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…

Rupert è il fratello minore che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?

    Perché l’onda della guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai decidere, è legato ad un altrove.

Era un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet che non abbiamo ancora incontrato…

dal film

I confini tra le classi sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?

    Osservo i personaggi, come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.

Quando andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo, voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei tu!’.

La scrittura. Come ha potuto continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo così in armonia con chi l’aveva preceduta?

   Ammiro la scrittura di mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si sviluppa nella storia dentro la Storia.

Ci può raccontare un aneddoto su Elizabeth Jane Howard?

  Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.


La casa. Fakenham House. Ho pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto, rapporti diversi.

    Jane l’avrebbe fatta così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una metafora per il declino della famiglia.

Mi è parso geniale l’inizio, sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo romanzo, nel 1958, in un’altra casa.

   Io non ci avevo pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli stivaletti in vista.

Jane pensava di aver finito con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre libri?

    Jane pensava di aver finito e sì, ci saranno altri due libri, dopo “Le ore d’oro”. Ho già scritto il secondo ma devo ancora pensare al terzo.


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