venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



Nessun commento:

Posta un commento