Voci da mondi diversi. Russia
Sergej Dovlatov, “Straniera”
Ed.
Sellerio, trad. Laura Salmon, pagg. 252, Euro 12,00
Nel nostro quartiere è accaduta questa
storia. Marusja Tatarovič ha ceduto e si è
innamorata del sudamericano Rafael.
Questo è l’inizio del breve romanzo di
Sergej Dovlatov (1941-1990), lo scrittore russo che emigrò nel 1978 negli Stati
Uniti. E nello stesso tempo è anche un anticipo della fine, perché la storia di
Marusja inizia prima, a Leningrado dove lei, appartenente ad una famiglia
benestante, figlia di due papaveri della Nomenklatura, viveva prima di
trasferirsi in America.
Marusja Tatarovič è il personaggio
principale, c’è poi lo stesso scrittore che compare, con il suo proprio nome,
come fosse un altro personaggio insieme ad una miriade di comparse minori.
Perché- è veramente Marusja la protagonista di “Straniera”? o non la è
piuttosto l’intera Centottava Strada di New York, una sorta di Little Russia? Da noi ci sono negozi russi, asili,
fotografi e parrucchieri russi. Abbiamo avvocati russi, scrittori, medici e agenti
immobiliari russi. Abbiamo gangster russi e prostitute russe. Manca forse
qualcosa o qualcuno? Ah, sì, Abbiamo
persino un suonatore cieco russo.
Nella Centottava Strada non si sente nostalgia della Russia, perché si parla russo. E in definitiva non sono loro ad essere ‘stranieri’, sono gli americani ad essere stranieri nella Centottava Strada.
Marusja, bella, vivace, colta, era emigrata, come diceva lei stessa, per stupidità. Aveva alle spalle due matrimoni falliti, da un marito aveva avuto un bambino, a New York era ospite di una famiglia di amici, aveva provato parecchi lavori, aveva avuto una serie di corteggiatori. Finché il sudamericano Rafael (il suo nome in realtà era lunghissimo) era entrato nella sua vita. Era un uomo rozzo e violento ma capace di tenerezza con il suo bambino, quello tra di loro era un amore improbabile che, in qualche maniera, funzionava. È vero che, ad un certo punto, Marusja era stata tentata di ritornare a Leningrado, senza neppure capire i sottintesi dell’interrogatorio che le avevano fatto all’Ambasciata russa, sottovalutando il pericolo di essere rinchiusa alla Lubianka come spia. Non era partita, aveva finito per sposare Rafael.
Non succede molto, in “Straniera”. La
narrativa procede veloce, si sorride molto nel leggere quei bozzetti di vita
quotidiana nella Piccola Russia, si ride delle incomprensioni linguistiche di
Marusja, si ride con ancora più gusto quando, come in un film comico, dapprima
pensiamo che Rafael sia un bruto per aver picchiato Marusja e poi scopriamo che
è lui ad avere avuto la peggio, ci divertiamo quando entra in scena il
pappagallo Lolo e Marusja si dispera quando Lollo fugge (Rafael allerta una
ricerca con l’altoparlante).
Il
tono è sempre leggero, ironico, divertito, l’ottimismo non si lascia scoraggiare
dalle difficoltà ed è una New York diversa quella che vediamo, oppure è la New
York del sogno degli emigranti, una città che attrae e che, nello stesso tempo,
fa paura.




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