giovedì 14 maggio 2026

Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Canada



Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi”

Ed. 66thand2nd, trad. Anna Tagliavini, pagg. 380, Euro 19,00

 

    Non c’è un solo romanzo ne “Il libro dei ricordi” della scrittrice sino-canadese Madeleine Thien, bensì quattro, quattro filoni narrativi che si alternano, raccontati da un unico punto di partenza- una enclave chiamata il Mare. Comprendiamo subito perché- è il mare che ha offerto una via di fuga a tutti protagonisti, del presente e del passato, e sul mare si affacciano le finestre di tutti gli alloggi di questo strano edificio in cui vivono Lina e suo padre Wui Shin che sembra costruito su uno dei disegni di Escher, con corridoi che si avvolgono entro altri corridoi, scale che aggettano su altre scale, porte che si aprono su altre porte. E- se si chiede a uno degli abitanti quale sia il nome del mare che vede dalla finestra, risponderà con un nome diverso. Non è che dalle finestre si vedano tutti i mari, o forse sì, ma in ogni modo ognuno vede il mare che lo ha tratto in salvo, il mare del suo cuore.

Spinoza

  Il Mare è un luogo di transito, al Mare si arriva per poi ripartire, ma Lina e suo padre si fermeranno lì. Quando Lina è arrivata, aveva solo sette anni e continuava a chiedere dove fossero la mamma, la zia, il fratellino. Li avrebbero raggiunti- rispondeva suo padre. Nella fuga il padre aveva afferrato a caso tre libri sulla vita di grandi viaggiatori, finirà che Lina li saprà quasi a memoria, saprà tutto di tre grandi costretti all’esilio- il poeta cinese Du Fu (712-770), il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677) e Hannah Arendt (1906-1975). Attenzione, questi tre personaggi storici che a turno racconteranno la loro storia, escono dalle pagine del libro e rivestono i panni di tre rifugiati che abitano nelle stanze vicino a quella di Lina e i cui nomi ci rimandano ai tre esuli del passato- Giove (il poeta), Bento (era il nomignolo con cui il padre chiamava Baruch Spinoza) e Blucher (quasi come il cognome del secondo marito di Hannah Arendt).

Du Fu

Du Fu era vissuto nella Cina della dinastia Tang, aveva avuto una vita molto dura, uno dei suoi figli era morto di denutrizione; Spinoza era arrivato ad Amsterdam dal Portogallo e la sua vita era sempre in pericolo, perché era ebreo e perché le sue idee erano sacrileghe; Hannah Arendt aveva dovuto fuggire la persecuzione nazista. La storia di Lina e di suo padre non è meno dolorosa delle altre, anzi, forse lo è di più. E’ una storia che diventa una sorta di confessione da parte di Wui Shin, un ingegnere del Cyberspazio- quello che ha fatto non può essere perdonato e gli ha fatto perdere la moglie e il figlio.
Hannah Arendt

    I quattro filoni sono in apparenza slegati tra di loro ma la scrittrice ha un’arte sottile per aggiungere dettagli che passano da una storia all’altra- c’è un gatto che si chiama Gatto Arancio ad Amsterdam con Spinoza, due arance che cadono a terra nella storia di Du Fu, profumo di arance altrove. E c’è una sorta di incantesimo che sospinge il lettore a voltare le pagine, per quanto questa non sia una lettura facile, colma di riferimenti colti, di Storia, di riflessioni filosofiche ed etiche. Non possiamo non cogliere il riferimento costante ai nostri tempi di migrazioni, di discriminazioni, di lotte politiche e il messaggio del valore salvifico dell’arte, della letteratura e della cultura.



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