giovedì 28 aprile 2016

Maj Sjöwall e Per Wahlöö, “La camera chiusa” ed. 2010

                                                                 vento del Nord
       cento sfumature di giallo
      il libro ritrovato


Maj Sjöwall e Per Wahlöö, “La camera chiusa”
Ed. Sellerio, trad. Renato Zatti, pagg. 409, Euro 14,00


     Stoccolma. Inizio dell’estate. Una donna bionda con un cappello a tesa larga rapina una banca, uccidendo un cliente. Un uomo anziano viene ritrovato morto nella sua stanza: c’era un gran puzzo, la polizia ha dovuto sfondare la porta perchè era chiusa dall’interno, anche le finestre erano chiuse. Il caso viene liquidato velocemente come suicidio, nessuno fa caso al fatto che non c’è una pistola nella stanza, eppure il vecchio è morto per un colpo di arma da fuoco al petto. Non c’è assolutamente nulla che colleghi i due casi, neppure alla lontana, eppure…

     Il nostro Martin Beck (è un vero peccato che stiamo avvicinandoci alla fine della serie dei romanzi che lo vedono protagonista e dovremo accomiatarci da lui) ha appena ripreso servizio dopo quindici mesi d’assenza: se l’è cavata, dopo la sparatoria sul tetto che terminava il romanzo precedente, “L’uomo sul tetto”, ma tuttora si sveglia ogni mattina chiedendosi se sia vivo o sia morto. Di certo non è più l’uomo di prima: uccidere un uomo che era un ex collega è stata un’esperienza traumatizzante, l’aver sfiorato lui stesso la morte lo fa indugiare in riflessioni sul senso di tutto- è come se anche Martin si trovasse in una camera chiusa, senza uscita e senza risposte. Insieme a Martin Beck vediamo al lavoro i suoi colleghi che ormai conosciamo bene, Gunvald Larsson, Rönn e Kollberg. Arrivati ormai agli ultimi romanzi della fortunata serie, possiamo anche dire che Martin e i poliziotti che gli sono più vicini sono il meglio della polizia svedese. Perché la critica di Maj Sjöwall e Per Wahlöö si fa sempre più aspra e pungente nei confronti del corpo di polizia- sia delle norme che lo governano sia dei singoli individui che ne fanno parte- e dell’intera società svedese.
    Il romanzo “La camera chiusa” è del 1972 e, come ben dice il famoso giallista svedese Håkam Nesser nella bella postfazione, è estremamente interessante rileggerlo ora, confrontando la visione distopica degli autori con la realtà odierna. Erano tempi più o meno di lotta armata dappertutto, tempi in cui le divisioni tra destra e sinistra erano chiare e marcate- ci viene quasi da rimpiangere quegli anni di forti ideali, di sogni e utopie, di condanne trancianti. Non esiste il sogno svedese, secondo Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Non esiste un wellfare state: i pensionati sono coloro per cui i supermercati allestiscono scaffali con cibo per cani e per gatti (l’unico che si possano permettere di acquistare, per se stessi, ovviamente, e non per le bestiole). Il governo è quasi una dittatura di destra, i cittadini sono schiavi del potere, il corpo di polizia seleziona i suoi uomini in base alla stupidità. E per di più la polizia è armata. Non parliamo poi della corruzione, a tutti i livelli. E neppure della giustizia: il finale de “La camera chiusa” è esemplare, in senso negativo.

    C’è solo un raggio di luce in questo romanzo molto buio e dal tono decisamente didattico per l’urgenza di quello che gli autori vogliono dire, per la critica che- Sjöwall e Wahlöö ci avevano avvisato- è lo scopo dei dieci libri della serie di Martin Beck. E’ il personaggio femminile di Rhea Nielsen, verso cui Martin, separato da anni dalla moglie, si sente attratto. Perché Rhea, una donna impegnata peraltro, è schietta, calorosa- e non solo con un invito sessuale. Rhea è così, generosa e aperta verso tutti, inquilini e altri visitatori. Rhea pratica un socialismo domestico e quotidiano che, se fosse diffuso su larga scala, sarebbe veramente il sogno dei popoli.
   Ancora una volta Maj Sjöwall e Per Wahlöö non ci hanno deluso.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




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