sabato 18 novembre 2017

Jessica Fellowes, “L’assassinio di Florence Nightingale Shore” ed. 2017

                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Jessica Fellowes, “L’assassinio di Florence Nightingale Shore”
Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 391, Euro 18,00


  Il 12 gennaio 1920 Florence Nightingale Shore, nipote della mitica infermiera Florence Nightingale conosciuta come “La signora con la lampada”, fu aggredita sul treno diretto da Londra a Brighton e morì pochi giorni dopo. Questo il fatto reale da cui prende l’avvio il romanzo di Jessica Fellowes, inventando una trama di indagine poliziesca che coinvolge un giovane della polizia ferroviaria, una ragazza in fuga da uno zio losco e la sedicenne Nancy Mitford, la maggiore delle famose sei sorelle Mitford che tanto avrebbero fatto parlare di sé.
    La guerra è finita da soltanto un paio di anni, la Gran Bretagna soffre ancora per le restrizioni imposte nello sforzo per risollevarsi, Florence Nightingale Shore è appena andata in pensione dopo aver servito l’esercito in qualità di infermiera (come l’altra Florence in un’altra guerra) sul fronte più drammatico, quello dove si è combattuta la battaglia di Ypres in cui il gas tossico usato per la prima volta dal nemico aveva avuto effetti devastanti. Florence sale sul treno che la porterà al mare. Un’amica, Mabel, è venuta a salutarla. Per qualche motivo c’è una strana tensione fra le due donne. Un uomo entra nello stesso scompartimento in cui si è accomodata Florence.

    Coincidenza vuole che una ragazza di neppure vent’anni stia viaggiando verso il mare come Florence. Louisa è con uno zio che non merita questo nome- è lui che le ha insegnato a rubare quando era ancora una bambina e ora la sta forzatamente accompagnando a Hastings da un amico. L’amico gli darà dei soldi. Per che cosa, in cambio, possiamo immaginarlo. E Louisa approfitta di una fermata per saltare giù dal treno. Sarà soccorsa da un poliziotto occhialuto che viene preso di mira dai fratelli perché è stato riformato e non è andato al fronte, grazie ad una buona parola di un’amica sarà assunta come aiuto governante nella casa di campagna dei Mitford- a Louisa non sembra vero. Anche perché Nancy Mitford si comporta da subito in maniera amichevole con lei.
Asthall Manor, dimora dei Mitford
    Ecco sul palcoscenico i personaggi principali del romanzo che procede alternando capitoli leggeri, di vita in una famiglia che ricorda quella di “Downton Abbey” o i Cazalet, con ricevimenti e balli e incontri con uomini interessanti, e altri capitoli che riguardano l’inchiesta sulla morte di Florence che, però, finisce per arenarsi ben presto. Se non fosse che il poliziotto occhialuto si intestardisce a proseguire le indagini per conto suo, aiutato dalle due ragazze che si divertono a giocare a fare i detective (hanno delle buone intuizioni, però, e anche una buona dose di sfacciataggine). Lo sfondo è quello della guerra, purtroppo ancora presente nella memoria di chi l’ha combattuta- il padre di Nancy, il suo corteggiatore un poco misterioso che di notte ha gli incubi e grida, e anche Florence ne parla in alcune lettere che segnano una traccia elusiva che può aiutarci a indovinare chi sia stato l’assassino.
la famiglia Mitford

     E’ un thriller gentile, quello di Jessica Fellowes, il primo di una serie che ha per sottotitolo “I delitti Mitford”. Molto in stile ‘Agatha Christie’, con la sorpresa finale dell’identità del colpevole, con una narrazione che procede con leggerezza, senza grandi scossoni, a metà tra commedia di maniera e libro di indagine poliziesca, una squisita ricostruzione ambientale in cui le future celebri sorelle Mitford sono ancora troppo giovani per mostrare una personalità spiccata, ad eccezione di Nancy, già molto bella, un poco civetta, un poco ribelle, molto disinvolta. Chi predilige i thriller da brivido o di ampio respiro, non scelga “L’assassinio di Florence Nightingale Shore”. Sarà perfetto, invece, per chi cerca una lettura distensiva, un mix di giallo e di rosa con un pizzico di storia sullo sfondo di una di quelle grandi dimore di campagna inglesi dall’aria romanticamente nobile, con campanelli che suonano ai piani bassi per chiamare la servitù ai piani alti. 

la recensione e la successiva intervista saranno pubblicate su www.stradanove.net


Magda Szabò, “Abigail” ed. 2007

                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
              la Storia nel romanzo
              romanzo di formazione
              il libro ritrovato

Magda Szabò, “Abigail”
Ed. Anfora, trad. Vera Gheno, pagg. 290, Euro 12,00

    Una delle conseguenze più straordinarie della caduta del muro di Berlino, per gli amanti della letteratura, è stata lo spalancarsi delle frontiere della mente, la possibilità di venire in contatto con altre culture, sapere di altre vite, esperienze, pensieri. Della scrittrice e poetessa ungherese Magda Szabò (nata nel 1917 a Debrecen) la casa editrice Feltrinelli aveva pubblicato nel lontano 1964 “L’altra Ester” e solo in questi ultimi anni abbiamo potuto leggere altri suoi romanzi, “La porta” e “La ballata di Iza” (entrambi pubblicati da Einaudi), e il libro per ragazzi “Lolò, il Principe delle Fate” (ed. Anfora) che uscirà fra poco in adattamento cinematografico. “Abigail” è andato alle stampe nel 1970 in Ungheria e finalmente è arrivato a noi nell’ottima traduzione di Vera Gheno, ancora a cura della casa editrice Anfora. E quello che ci colpisce immediatamente, iniziando a leggere “Abigail”, è come sia facile per Magda Szabò cambiare registro e restare sempre una grande, anzi grandissima scrittrice. Si rivolgeva all’infanzia in “Lolò”, metteva in primo piano una donna anziana in “La porta” e poi ancora una “vecchia” e sua figlia ne “La ballata di Iza”, e ci racconta di una ragazzina quattordicenne in “Abigail”, sorprendendoci- o forse non dovremmo restare sorpresi?- con la sua capacità di immedesimazione, con l’abbondanza di dettagli con cui descrive la vita in un collegio femminile, gli innocenti giochi segreti in una comunità ristretta, le finzioni, le congiure, i sogni adolescenziali.

      “Abigail” è un romanzo di formazione al femminile durante gli anni della seconda guerra mondiale quando la vita dei singoli venne inghiottita dalla Storia e, come sempre riesce a fare Magda Szabò, la storia privata si intreccia inestricabilmente con quella pubblica, nessuno è esonerato dal prendere una posizione politica, i quesiti morali che riguardano la giovane Georgina Vitay e suo padre acquistano una risonanza più vasta, coinvolgendo altri che restano nell’ombra.
Quando Georgina viene accompagnata dal padre, un generale dell’esercito ungherese, in un collegio quasi ai confini dell’Ungheria e lontano da Budapest, rinomato per le sue regole severe, in un edificio a metà tra fortezza e prigione dove nessun estraneo può entrare, la ragazzina pensa che questa sia una punizione (per essersi innamorata del bel tenente Feri?), che sia una sorta di esilio (vuole forse risposarsi suo padre, rimasto vedovo quando lei era piccola?)- il distacco da lui, dalla  allegra zia Mimò, dal possibile fidanzato, dalle amiche, dalla città, è penoso per lei. Difficile adattarsi, alla lugubre divisa, a quella pettinatura con le trecce legate dallo spago, a fare a meno di qualunque oggetto personale, al permesso di ricevere una sola telefonata alla settimana dal padre (strano, le altre ragazze scrivono lettere, lei no) e, comunque, a non potergli dire nulla.

    La crescita di Georgina passa attraverso un avvicinamento iniziale alle compagne di classe, la stizza per un gioco in cui lei si sente offesa, il suo tradimento, il conseguente totale isolamento in cui viene abbandonata dalle altre ragazze che la ignorano, e infine il tentativo di fuga. E’ questo il punto di volta, perché Georgina viene portata indietro al collegio ma non può più ritornare ad un’ignara fanciullezza. Perché sarebbe troppo pericoloso e il padre deve metterla al corrente del segreto: il generale Vitay è uno dei capi della resistenza militare alla guerra ed è per proteggere la figlia che l’ha “rinchiusa” nel collegio, perché, in caso che lui venga arrestato, Georgina non possa essere rintracciata ed usata come ricatto per farlo parlare.
    Da questo punto la narrazione diventa più incalzante, attraverso un succedersi di eventi simili ma nello stesso tempo diametralmente opposti a quelli avvenuti nella prima metà del romanzo. Ora che Georgina sa, il collegio si trasforma da prigione a santuario, ogni limitazione sembra lieve a paragone dei bombardamenti di cui le allieve sperimentano solo la simulazione, il valore dell’amicizia si fa inestimabile a fianco della viltà del tradimento- Georgina che aveva tradito le compagne conosce ora il ben più grave, doloroso perché inatteso, tradimento dell’innamorato di un tempo che riappare all’improvviso. E ci sarà una seconda fuga, questa volta aiutata e necessaria, che si dipartirà dalla stessa casa della ex studentessa da cui Georgina aveva programmato la precedente.

     Chi conosce la Bibbia è in grado di capire subito il significato del titolo, “Abigail”, e di raccogliere altri indizi nel corso della lettura. Perché Abigail è la donna che si è umiliata davanti a re David per salvare il marito: chi si nasconde dunque dietro la statua con questo nome a cui si rivolgono per aiuto le studentesse, infilando bigliettini con le loro richieste nella sua anfora? Questa è l’ultima lezione che deve imparare Georgina: la verità è molto spesso diversa da quella che appare. E il coraggio si dimostra non solo davanti a grandi prove, ma anche di fronte a quisquilie quotidiane.
Un grande libro, una grande Szabò.

 una nuova edizione del libro, riveduta e corretta, è stata pubblicata quest'anno.
Questa recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net  

                                                                          

   

giovedì 16 novembre 2017

Shrabani Basu, “Vittoria e Abdul” ed. 2017

                                                          Voci da mondi diversi. Asia
        biografia romanzata
         FRESCO DI LETTURA

Shrabani Basu, “Vittoria e Abdul”
Ed. Piemme, trad. L. Rosaschino, pagg. 312, Euro 18,50

     Quando era diventata Regina d’Inghilterra nel 1837, Vittoria aveva solo diciotto anni. A quarantadue anni rimase vedova dell’amatissimo principe Alberto- da quel momento in poi non smise mai di vestirsi a lutto. Nel 1887 si sentiva più che mai triste mentre la Gran Bretagna, anzi l’Impero, si preparava a festeggiare il Giubileo d’Oro. Era sola, quattro anni prima era morto John Brown, lo scozzese che era stato suo servitore, amico, amante, forse anche suo marito. E gli anni incominciavano a pesarle. La vita, però, è piena di sorprese; quando si pensa che tutto sia finito, può accadere qualcosa, si può fare un incontro che accenderà una fiamma e, come per miracolo, sembrerà di vivere una seconda gioventù. E’ quello che succede alla regina Vittoria quando incontra Abdul Karim, il venticinquenne indiano mandato da Agra perché diventi suo servitore.

    Il libro di Shrabani Basu, “Vittoria e Abdul”, è arrivato sui nostri scaffali quasi in contemporanea con il film che vede una grande Judi Dench nei panni della regina. Non ho ancora visto il film, temevo che il libro fosse una storia sdolcinata e molto scontata su un rapporto senza equilibrio fra un’anziana donna di potere e un bel giovane che approfitta della situazione. Che Abdul Karim approfitti della situazione è ben presto chiaro, non è vero invece che il libro sia una storia sdolcinata. Laureata in storia e giornalista, Shrabani Basu ha scritto un libro ‘serio’, fitto di riferimenti alle fonti, con citazioni di lettere e messaggi. Non si permette mai di ‘ricamare’, di inventare, di supporre. A noi, forse, andare al di là, indovinare quali possano essere stati i sentimenti della regina che è sempre consapevole dell’enorme differenza di età tra lei e il giovane che avrebbe preso il posto di John Brown (il quale, almeno, era quasi suo coetaneo) anche se è difficile immaginare una differenza più grande tra i due uomini.
John Brown
In un momento così buio della sua vita fu il colore dell’India che Abdul portava con sé ad affascinare la regina. Il fatto di essere Imperatrice dell’India l’aveva sempre gratificata, la metteva alla pari dell’Imperatore di tutte le Russie. A Vittoria piaceva fantasticare sull’India. E adesso l’India era venuta a lei, con due servitori dagli abiti di una foggia strana, con un turbante in testa, con la pelle che parlava di sole e di altri climi, gli occhi come carboni. Passo dopo passo, con innegabile furbizia ma anche tatto, Abdul Karim rese la sua presenza indispensabile alla regina, lasciando nell’ombra l’altro indiano che era arrivato con lui. Le parlava di Agra e di quello straordinario tempio all’amore che è il Taj Mahal, le lasciò intendere che proveniva da una famiglia ‘quasi’ nobile, che suo padre era medico (era vero che lavorava in un ospedale e che aveva cognizioni mediche), che lui non era mai stato un servitore. Fu così che divento il Munshi, il segretario della regina, e anche il suo insegnante privato di urdu.

    Non si insinua mai, nel libro di Shrabani Basu, che ci fosse altro che amicizia tra Vittoria e Abdul, è l’entourage a insinuare e a temere. Quando la moglie di Abdul Karim arrivò in Inghilterra, l’amicizia della regina si estese anche a lei. E’ il personaggio di Abdul che appare meno limpido, con le sue continue richieste di favori e di titoli, per sé e per la sua famiglia, con i suoi contatti che fecero perfino sospettare che fosse una spia. E comprendiamo bene il montare dell’ostilità dei figli della regina, del suo medico personale, di tutta la corte nei confronti di Abdul, sempre maggiore quanto maggiore è l’ostinazione della regina a difenderlo e a proteggerlo, anche quando è indifendibile.


    Una piacevole lettura, uno sguardo dietro le quinte della vita di una regina che ha dato il suo nome ad un’intera epoca- non era poi così ‘vittoriana’, inibita e pudica, questa regina Vittoria.


mercoledì 15 novembre 2017

Magda Szabò, “La ballata di Iza” ed. 2007

                                         Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
       la Storia nel romanzo
       il libro ritrovato

Magda Szabò, “La ballata di Iza”
Ed. Einaudi, trad. Bruno Ventavoli, pagg. 304, Euro 18,00
Titolo originale:  Pilátus

In seguito, quando avrebbe cercato di rievocare il viso di Iza la memoria gli avrebbe riportato spesso quel giovane viso senza tempo, quello sguardo da giovane soldato, quell’Iza con l’aria protettrice che accompagnava Vince con i guanti ciondolanti e le labbra troppo pallide.

    C’è una ballata che Iza Szőcs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi/ come neve sulle rocce”: a Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone- e forse non le piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita. Quando è diventata di pietra Iza, uno dei tre personaggi principali de “La ballata di Iza” della scrittrice ungherese Magda Szabò? Forse quando era solo una bambina e aveva dovuto farsi una corazza per avanzare a testa alta negli anni in cui suo padre, il giudice Vince, era stato destituito per non aver ossequiato il regime fascista. Come sopportare, altrimenti, la miseria, l’emarginazione, il bruciore di vedere il suo nome- l’unico- nella colonna dei non ammessi all’università? Poi qualcuno aveva interceduto per lei, Iza si era laureata in medicina, nel frattempo suo padre era stato riabilitato, Iza si era sposata con Antal.

    Sono i quattro elementi che assicurano l’equilibrio del cosmo- terra, fuoco, aria, acqua- che danno il titolo alle quattro parti in cui è diviso il romanzo della Szabò. E nella prima parte c’è il ritorno alla terra dell’ormai anziano Vince Szabò che muore in ospedale, lasciando inspiegabilmente in eredità all’infermiera il quadro di una fonte che era sempre stato appeso sopra il suo letto e che nessuno aveva mai osservato. Della vita di Vince, di come fosse rimasto orfano dopo il crollo della diga, avesse studiato grazie alla carità altrui e fosse diventato un magistrato integerrimo (bella la sottile ironia del titolo originale, “Pilátus”), sappiamo attraverso i ricordi della moglie Etelka, chiamata per lo più “la vecchia” in tutto il romanzo. Vince ed Etelka, Iza e Antal- questo è quello che è straordinario nello stile narrativo di Magda Szabò: ogni personaggio è unico, ognuno giganteggia, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto in un racconto in terza persona che però riesce stranamente a creare a tratti l’effetto di un monologo interiore. Quello di Etelka, che perde il compagno di una vita, l’uomo che ha rifiutato di condannare degli scioperanti ed è vissuto senza stipendio per ventitre anni, fino alla riabilitazione nel ‘46, e che si ritrova sola e accetta di andare ad abitare con la figlia a Pest. Sarà come passare attraverso il ‘fuoco’- si sciolgono tutte le illusioni che la vecchia si faceva, resta di ghiaccio il cuore di Iza. Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto. Quello che la madre può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Etelka e Iza sono il vecchio e il nuovo, la tradizione e la modernità, il passato e il presente che non si accordano. Forse è proprio perché Etelka rappresenta quel passato che è meglio dimenticare che Iza è così dura con lei- “povera infelice”, dice alla fine l’infermiera che diventerà la nuova moglie di Antal, “crede che il passato dei vecchi sia ostile, non si è accorta che è invece la misura per spiegare e capire il presente”. E, lentamente, mentre in “Acqua” leggiamo del passato dell’ex marito Antal che ha tanto in comune con quello del giudice Vince, iniziamo a capire meglio che cosa allontani le persone da Iza, perché anche sua madre la lascia per tornare al paese, alla vecchia casa, per seguire nell’ ‘aria’ la chiamata del marito.

     Avevamo già ammirato nel romanzo “La porta”, pubblicato lo scorso anno da Einaudi, la qualità tersa della scrittura di Magda Szabò. E avevamo pensato che lo straordinario acume con cui era raffigurata l’anziana Emerenc fosse in parte dovuto all’empatia di un’età condivisa (“La porta” è del 1987 e la scrittrice è nata nel 1917). Dobbiamo ricrederci perché “La ballata di Iza” è del 1963, eppure il dolore, le speranze, i tremori, il senso di inutilità e di vuoto della vecchia Etelka sono rappresentati con la stessa sensibilità con cui una relativamente giovane Szabò tratta gli altri personaggi, riuscendo nel contempo a tracciare un quadro acquerellato della situazione politica e sociale in Ungheria.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


                                                                                             

martedì 14 novembre 2017

Roman Senčin, “L’ultimo degli Eltyšev” ed. 2017

                                                             Voci da mondi diversi. Russia
            FRESCO DI LETTURA

Roman Senčin, “L’ultimo degli Eltyšev”
Ed. Fazi, trad. C. Zonghetti, pagg. 268, Euro 14,03

    Russia. La nuova Russia. Gli Eltyšev sono una famiglia normale, nella media. Nikolaj è un agente di polizia e, da quando è passato a lavorare come sorvegliante nella sezione dove vengono portati gli ubriachi che disturbano la quiete pubblica, guadagna di più con gli extra che passano dalle tasche dei beoni alle sue. E’ facile, soprattutto quando gli arrestati sono ricchi: nelle condizioni alterate in cui questi si trovano, neppure sanno quanto di preciso hanno in portafoglio. Basta registrare una cifra inferiore e far scomparire la differenza. La moglie di Nikolaj, Valentina, fa la bibliotecaria da trent’anni. Hanno due figli: uno sta scontando in prigione una condanna per aver ridotto ad un vegetale un ragazzo in una rissa e l’altro è uno scansafatiche che non sa tenersi un lavoro. Abitano in una casa assegnata dallo Stato, un televisore e anche un’automobile. Niente male, quindi. Ma…
   Una notte Nikolaj calca troppo la mano. Forse non ha ‘guadagnato abbastanza’, forse è innervosito dalla gentaglia che è stata arrestata, dal vociare e dalla baraonda. Fatto sta che la punizione che gli infligge è sadica e finisce molto male. Nikolaj perde il posto e anche la casa, visto che non è sua. Valentina deve licenziarsi e l’unica possibilità per loro è trasferirsi in campagna, nell’izba di una vecchia zia. Dalle stelle alle stalle. E non solo per modo di dire.

     Un paesino nel nulla. Un’izba cadente dove per riscaldare bisogna ancora tagliare la legna. Un interno piccolissimo, uno dei tre dovrà dormire su un divano. La vecchia zia (quanti anni avrà? sembra una mummia. Stupisce che sia ancora in grado di fare delle cose, anche se solo mettere da parte delle patate per l’inverno). Stanza da bagno? Non esiste. C’è una latrina all’esterno. Perfino il clima sembra più inclemente in un luogo del genere. Il freddo sembra più freddo, il buio sembra calare più presto, c’è fango sulla strada. Come si fa a far passare il tempo? La terra è troppo dura perché si possa zappare e coltivare qualcosa. Un paio di vicini si presentano alla loro porta. Gli Eltyšev si accorgeranno tardi di essere stati ripetutamente truffati. Come guadagnare qualcosa? Gli viene offerto di vendere un intruglio ad altissima gradazione alcolica (lo hanno assaggiato una delle prime sere- micidiale)- no, Nikolaj non si abbasserà a tanto. Valentina cerca un lavoro- niente da fare. Il figlio si lascia irretire da una ragazza, la sposa perché l’ha messa incinta- ma è veramente figlio suo il bambino? I risolini dei giovinastri suoi amici insospettiscono.

     Quella degli Eltyšev è una lenta discesa negli inferi del degrado. Quando manca una motivazione per vivere, quando manca uno scopo, per prima cosa si butta giù un bicchiere di alcol al risveglio. Perché non si ha niente da fare, perché ottunde la coscienza, perché così si dimentica quello che è stato e il futuro si annebbia. A questo punto Nikolaj ha accettato di vendere alcol. E se ne scola anche lui. Beve Nikolaj, beve Valentina, beve il figlio quando va a trovarli- il bambino è nato, lui si sente isolato ma non vuole neppure sentir parlare di fare domanda per un posto in polizia. E poi succede di peggio. La morte entra con violenza nella vita degli Eltyšev- tutti incidenti quelli che causano la scomparsa di più persone, una dietro l’altra?
Le disgrazie non vengono mai da sole- una volta si diceva così e così succede agli Eltyšev.
      Un finale triste e sconsolato per un libro tristissimo che vuole essere il quadro di una parte della nuova Russia che è succeduta all’Unione delle Repubbliche Sovietiche, la controparte della Russia capitalista dei magnati straricchi. Ricorderemo il libro e ricorderemo gli Eltyšev. Qualcuno ha scritto che il loro nome diventerà simbolo della caduta, proprio come Oblomov (il protagonista del romanzo di Gončarov) è venuto a personificare l’ozio e l’indolenza.




    


lunedì 13 novembre 2017

Magda Szabó, “La porta” ed. 2005

                                           Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
la Storia nel romanzo
il libro ritrovato

Magda Szabó, “La porta”
Ed. Einaudi, trad. Bruno Ventavoli, pagg. 248, Euro 17,00

 Quelli che stavano in alto, di qualunque segno fossero, anche se volevano l’interesse di Emerenc, erano tutti uguali, tutti oppressori: il mondo di Emerenc ammetteva solo due categorie di uomini, chi maneggia la scopa e chi non lo fa, e da chi non scopa ci si può aspettare di tutto…


E’ la fortuna dei nostri tempi, che l’aprirsi delle frontiere, l’accorciarsi delle distanze e la maggiore conoscenza delle lingue abbiano reso possibile la pubblicazione delle opere di grandi scrittori stranieri finora a noi sconosciuti. E’ il caso dell’ungherese Magda Szabó, di cui Feltrinelli aveva pubblicato un romanzo nel 1964 e di cui l’Einaudi pubblica ora “La porta”: un capolavoro
    In apparenza sono due le protagoniste del romanzo, la scrittrice stessa e Emerenc, la donna che svolge le faccende domestiche; in realtà la scrittrice si tira da parte, il suo ruolo è quello di presentarci Emerenc, di farla vivere davanti ai nostri occhi, di renderle un omaggio tardivo e di mettere a tacere i suoi sensi di colpa perché “devo ammettere che Emerenc l’ho uccisa io”. Dunque Emerenc è la donna delle pulizie, un personaggio che si rivela subito straordinario: sulla sessantina, una lavoratrice infaticabile che fa da portinaia in una palazzina, spazza la strada tenendola libera dalla neve, pulisce, lava, cucina in casa della scrittrice.
dal film con Helen Mirren
Ma fa quello che vuole lei e quando vuole lei, va e viene alle ore più impensabili, ha la sua idea su tutto, una saggezza antica e una schiettezza paralizzante: nessun regime politico durante le travagliate vicende dell’Ungheria è riuscito a intimidirla, nessun educatore del popolo ha saputo metterla a tacere o impedirle di fare quello che lei ritiene giusto fare. Perché Emerenc, dietro quell’apparenza scorbutica, dietro la porta chiusa che non è solo quella della casa in cui non lascia entrare nessuno, ha un cuore grande che prova compassione per tutti. Lei salva tutti, uomini e bestie, perché chi è perseguitato deve essere salvato e può capitare che i ruoli si invertano e l’oppressore diventi l’oppresso. La vita di Emerenc viene fuori a spizzichi e bocconi, ogni tanto è lei che racconta qualcosa, ogni tanto la scrittrice viene a sapere qualcosa da altri: negli anni ‘30 Emerenc aveva nascosto un personaggio politico importante, poi, durante la guerra, un tedesco insieme ad un russo, e infine, quando era iniziata la persecuzione degli ebrei, Emerenc aveva sfidato le convenzioni per salvare una bimba, facendola passare per figlia sua, un “errore”.
E poi Emerenc ha una passione per gli animali, un’intesa immediata con il cane Viola che è innamorato di lei (un altro personaggio a tutto tondo del libro), con i gatti che tiene nascosti in casa dietro quella porta chiusa. Quando alla fine la porta sarà forzata, è anche l’intimità stessa della vecchia che viene violata, la sua dignità che viene distrutta. E poco importa che la scrittrice abbia organizzato questo “tradimento” per salvare la sua vita, a Emerenc importava di più salvare il suo onore, l’immagine di sé che aveva costruito per tutta una vita. 
   “La porta” è un romanzo su un’amicizia straordinaria tra due donne lontanissime per condizione sociale, vita e interessi, su quanto si possa dare e ricevere aprendo il cuore ad un legame in apparenza difficile e improbabile, un ritratto alla Rembrandt di una grande vecchia che ci riporta alla mente una figura simile e indimenticabile nel libro della Lessing, “Il diario di Jane Somers”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



                                                                             

Magda Szabó, "La porta" The Door: Official Trailer (2012 Film)

                         


Il trailer del film tratto dal romanzo "La porta" di Magda Szabó. Regia di Istvan Szabó, con Helen Mirren come interprete principale