venerdì 10 novembre 2023

Tullio Avoledo, “I cani della pioggia” ed. 2023

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

                                                  cento sfumature di giallo



Tullio Avoledo, “I cani della pioggia”

Ed. Marsilio, pagg. 375, Euro 20,00

 

   Marco Ferrari e Sergio Stokar. Vi dicono niente questi nomi? Abbiamo già letto di loro, sappiamo già qualcosa della vita di questi due personaggi, protagonisti, il primo di “Come navi nella notte”, 2021, e il secondo di “Nero come la notte” del 2020. Non c’è la parola ‘notte’ nel titolo del nuovo romanzo di Tullio Avoledo, eppure il buio del Male, che è la guerra e non solo, pervade tutte le pagine. Non c’è l’aggettivo ‘nero’, eppure questo è un noir, se abbiamo bisogno di qualche definizione di genere, perché non è di certo un romanzo di indagine poliziesca, anche se sia Ferrari sia Stokar sono ex poliziotti. Marco Ferrari ora- lo sappiamo- vive in Germania ed è autore di polizieschi che hanno per protagonista il commissario Venier (ah, se riuscisse a far morire questo Venier! La sua agente glielo proibisce, dato il successo del personaggio). Che cosa faccia Stokar è molto più vago e ambiguo. Uomo dalle mille risorse, dal sangue freddo che non gli fa battere ciglio se deve uccidere qualcuno, dalla grande cultura, capace di citazioni in latino e in greco, fa sembrare Ferrari uno scolaretto pavido e ignorante, tanto da farci sospettare che ci sia una punta di voluta ironia e presa in giro nei confronti di chi fa lo scrittore senza basi letterarie, senza aver letto le opere dei grandi del passato e neppure di quelli più o meno contemporanei. Può non essere voluta, ad esempio, la totale ignoranza da parte di Ferarri di quello che è successo a Katyn durante la seconda guerra mondiale?

    La trama de “I cani della pioggia” è ambientata in Ucraina, in un’altra guerra, quella che doveva durare tre giorni secondo Putin, quella che sarebbe stata superata (nell’attenzione dei media e nella nostra preoccupazione) da un’altra guerra sulle sponde del Mediterraneo. Anzi, forse è la guerra stessa ad essere la vera protagonista del romanzo.


Magda, la compagna giornalista di Marco Ferrari, è scomparsa mentre era impegnata in un servizio fotografico ai confini tra Ungheria e Ucraina. E Marco Ferrari lascia la Tesla parcheggiata a Belgrado e inizia la ricerca- verrà fuori che Magda è stata rapita da un gruppo militante di serbi e sarà Sergio Stokar a guidare un’impresa che è- come dice lui stesso- una mission impossibile. Ferrari lo segue, gli obbedisce perché non può fare altrimenti, si prende insulti e parolacce (il linguaggio del ‘duro’ Stokar è, a dir poco, fiorito) e, nello stesso tempo, cerca di imparare da lui. Imparare ad uccidere. Vuole o non vuole salvare Magda? È vero o non è vero che è disposto a dare la sua vita per quella della sua compagna? E allora fatti e poche parole. Ma per Marco Ferrari è uno shock, così come tutto quello che dovrà vedere passando la linea del fronte e addentrandosi nella zona occupata dai russi.


Crudeltà disumana e gratuita, torture ai prigionieri, ragazzini in divisa, carri armati incendiati, cadaveri, cadaveri a fertilizzare la grassa terra bruna dell’Ucraina. E poi la fatica di quel camminare, anche la fame e la sporcizia, l’impressione di non sapere dove si stia andando. Siamo come cani nella pioggia. La pioggia ha lavato via le nostre impronte, il nostro odore. Così camminiamo senza meta. Ci muoviamo nel nulla, senza una direzione. Ogni tanto, poi, qualcosa che ci ricorda che esiste la bellezza, anche se incongrua, anche se sembra un miraggio. Come quelle strane sculture di plastica che si muovono spinte dal vento, le Strandbeesten dell’olandese Jansen che scompaiono all’orizzonte.
Strandbeesten

    E poi, quando c’è di mezzo la guerra, c’è anche altro. Come se la guerra fosse un pretesto, uno scudo per nascondere altri traffici loschi, di bambini venduti e di droga.

    Il romanzo di Tullio Avoledo è un libro duro, con una trama tesissima ed estremamente attuale che pone domande valide in ogni epoca, come quella su quale debba essere il nostro ruolo in avvenimenti così tragici e cruciali per la sussistenza di un popolo. Perché è vero che, ad essere cinico, uno pensa che l’eroismo è inutile, che gli eroi finiscono per concimare i campi. Ma, come osserva Stokar parlando con Ferrari: Lo so che sei uno che pensa: sfortunata la terra che ha bisogno di eroi. Ma io dico: sfortunata la terra che non trova eroi, quando ne ha bisogno.



   

martedì 7 novembre 2023

Phong Nguyen, “L’eco dei tamburi di bronzo” ed. 2023

                                      Voci da mondi diversi. Vietnam

    saga


Phong Nguyen, “L’eco dei tamburi di bronzo”

Ed. Piemme, Trad. Anna Martini, pagg. 384, Euro 19,90

 

  Per la maggior parte di noi la storia del Vietnam incomincia con la battaglia di  Ðiện Biên Phủ che vide la sconfitta dei francesi segnando la fine del colonialismo occidentale ma che, nello stesso tempo, pose le basi per i seguenti conflitti dividendo il Vietnam in due parti lungo il 17° parallelo. Oppure, per venire più vicino a noi nel tempo, inizia con la drammatica ‘guerra del Vietnam’ che terminò il 30 aprile 1975 con la prima vera sconfitta politico-militare degli Stati Uniti. “L’eco dei tamburi di bronzo” di Phong Nguyen ci porta ai primordi della Storia del Vietnam, addirittura al 40 d.C., con un romanzo che racconta una vicenda vera, con personaggi veramente esistiti accanto ad altri personaggi fittizi.

     In una regione del Nord, confinante con la Cina, il signore che ne è a capo si oppone alle dure leggi oppressive del prefetto Hán (il gruppo etnico prevalente in Cina) che prevedono l’arruolamento forzato degli uomini, il divieto di adorare le divinità Viêt, l’obbligo per gli aristocratici Viêt di sposarsi imponendo loro un carico di tasse maggiore.

    All’inizio del romanzo siamo introdotti ai personaggi in una maniera singolare che anticipa il tono favolistico della narrazione. La storia dei Tru’ng è già diventata leggenda e viene rappresentata dalle famose marionette laccate che danzano sull’acqua (chiunque sia stato in Vietnam ha visto questo spettacolo tradizionale), mentre la voce fuori campo introduce le due sorelle Tru’ng: ecco le sorelle Tru’ng! Tru’ng Nhi è selvaggia e avventurosa, mentre Tru’ng Trắc è disciplinata e orgogliosa. Cavalcano in guerra a dorso di elefante, indossano armature dorate, brandiscono spade che brillano al sole, guidando un esercito di donne.


    Nel corso della vicenda le due sorelle non saranno sempre amiche, i loro caratteri sono troppo diversi, ci sarà anche l’amore a separarle- Tru’ng Nhi, la più vivace e irriverente, è quella che sfida il divieto di innamorarsi di un uomo di ceto inferiore, è anche quella che non sa frenare il desiderio di vendetta nei confronti di un Hán e verrà punita con una reclusione totale per un anno intero, mentre  Tru’ng Trắc, innamorata anche lei di un uomo che non avrebbe il permesso di amare, si piega alla volontà paterna, finché non è più possibile sottostare alle angherie dei cinesi e, dopo che il padre viene ucciso sotto i loro occhi, le due sorelle si uniscono per organizzare una rivolta. 

È un vero e proprio esercito di Amazzoni quello che riescono a mettere insieme- è come se gli esercizi di combattimento quotidiano che il padre le obbligava a fare le avesse preparate a questo momento. Ormai non ci sono più discordie tra di loro, assumono i titoli di Generalessa Uno (Tru’ng Trắc- chi se non lei, la più razionale delle due?) e Generalessa Due (Tru’ng Nhi), convincono tutte le donne ad arruolarsi, convincono anche le donne del Popolo delle montagne, straordinarie arciere conosciute da Tru’ng Trắc in quella che è una mini-storia a sé dentro il romanzo, ad unirsi a loro.

Dien Bien Phu

E leggere delle strategie belliche della Generalessa Uno è come leggere delle strategie delle grandi battaglie militari della nostra Europa, la capacità organizzativa e l’abilità nel saper creare uno spirito coordinato di gruppo sono strabilianti, la forza fisica che queste donne sono capaci di tirar fuori davanti ad un odiato oppressore è degna della nostra ammirazione- riassume la fragilità e la forza della donna la scena memorabile della guerriera che partorisce sul campo di battaglia e infila il neonato nel porta-faretre.

    E poi, una figura importante che domina il romanzo e che assume il valore di un simbolo è il tamburo di bronzo. È molto di più di uno strumento musicale, il tamburo di bronzo diventa linguaggio, diventa strumento di comunicazione, diventa il nemico numero uno dei cinesi. È con il suono del tamburo, con i diversi ritmi il cui significato l’esercito delle donne ha imparato a riconoscere, che vengono impartiti gli ordini alle soldatesse, perfettamente udibili da un’estremità all’altra dello schieramento al di sopra del fragore delle armi.


   Se abbiamo l’impressione che i personaggi manchino di spessore e si identifichino con le loro qualità, non dobbiamo dimenticare che l’intento dello scrittore è quello di ricalcare il modello del racconto orale, della vicenda eroica che è diventata un mito.

   Un romanzo per tutti quelli che hanno interesse per l’Oriente. Per saperne di più, per non pensare che solo noi Europei abbiamo una storia vecchia di secoli.

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sabato 4 novembre 2023

Shehan Karunatilaka, “Le sette lune di Maali Almeida” ed. 2023

                                          Voci da mondi diversi. Sri Lanka

 Shehan Karunatilaka, “Le sette lune di Maali Almeida”

Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 472, Euro 20,00

     Non c’è pace a Colombo, Sri Lanka, nel 1990. Questo l’anno in cui il protagonista del rutilante, macabro, satirico, drammatico romanzo di Shehan Karunatilaka si sveglia nell’aldilà senza sapere come ci sia finito, senza ricordare nulla, senza neppure essere certo se sia morto o sia vivo.

Gli ci vuole un poco prima di mettere a fuoco la nuova realtà che lo circonda, fatta di fantasmi, di figure vestite di sacchi dell’immondizia neri, di ghoul, di personaggi della mitologia indiana. Ricordate Susie, in “Amabili resti” di Alice Sebold, che era stata uccisa e aleggiava sopra la sua famiglia dal suo cielo? Ecco, Maali Almeida ci fa pensare a lei, con le debite distanze. Perché Maali Almeida dapprima non sa proprio come sia morto e solo in seguito cerca di scoprire chi lo abbia assassinato, e poi Maali Almeida, pur con il suo fascino irriverente, non è la dolce Susie. Maali Almeida è gay, vive con una ragazza e il cugino di questa di cui lui è innamorato (un amore che deve essere tenuto nascosto, nello Sri Lanka), suo padre ha lasciato sua madre quando lui era un ragazzino e si è fatto un’altra famiglia in America, Maali Almeida fa il fotografo di guerra. Questo è il punto, il campanello d’allarme. È altamente pericoloso fare il fotografo di guerra in un paese in cui dovrebbero convivere tamil e singalesi, in cui non si può neppure banalmente dire ‘io sono srilankese’, in cui le sigle che contraddistinguono le varie fazioni sono innumerevoli ed è difficile attribuire i mandanti delle morti, degli incendi, degli attentati, delle stragi.


    In questo aldilà che non si può neppure paragonare all’aldilà dantesco perché tutti, buoni e cattivi, sembrano soffrire orribilmente, Maali Almeida ha sette lune di tempo, sette notti, per lasciare andare il mondo dei vivi e per scoprire il suo assassino. Si trova nel ‘Mezzo’, una sorta di Purgatorio che però è terrificante, e dopo le sette lune può arrivare alla Luce che significa avere dimenticato. E questo pone un altro quesito- si vuole veramente dimenticare? È giusto dimenticare l’ingiustizia e la violenza arbitraria?

    La narrativa è in seconda persona, il che crea un effetto strano di partecipazione allo stesso tempo interna ed esterna, e il tempo è un miscuglio, più ancora che un alternarsi, di passato più o meno lontano con un altro passato più recente e un presente di quello che si sta svolgendo dopo la scomparsa di Maali Almeida.


     Maali Almeida è scomparso, la madre e gli amici lo cercano, il suo corpo non si trova. Però Maali Almeida aveva lasciato disposizioni precise per le sue preziose fotografie- diceva sempre che potevano far cadere il governo. E sono in molti a volersene impossessare. E le fotografie risalgono al Luglio Nero del 1983 (data che ricorre di continuo nel romanzo) quando un pogrom anti-tamil fu scatenato a Jaffna, nel Nord, dopo  che 13 soldati singalesi erano stati uccisi in un attentato da parte delle Tigri del Tamil. La descrizione delle fotografie- immagini terribili, di torture, di esecuzioni con la mannaia, di persone a cui è stato dato fuoco, di bambini uccisi brutalmente- si mescola alle visioni delle stesse scene nella realtà e a quelle degli spiriti di questi morti che si aggirano senza pace nel ‘Mezzo’, in cerca di parti dei loro corpi smembrati. La speranza (vana) di Maali Almeida era che una di queste fotografie desse uno scossone al mondo, come la foto della bambina che fugge nuda dalle bombe al napalm in Vietnam.

luglio nero

   A queste pagine drammatiche, a quelle ‘horror’ grondanti sangue dell’aldilà, si alternano quelle più leggere (ma pur sempre con un filo di scherzosa malinconia) degli amori di Maali e dei ricordi della sua vita in famiglia, e quelle della duplice ricerca- delle fotografie e dell’identità dell’assassino di Almeida, con la ricostruzione delle sue ultime ore.

   “Le sette lune di Maali Almeida”, vincitore del Booker Prize 2022, ha un inizio travolgente, capace di farvi precipitare nell’inferno di Maali e dello Sri Lanka, poi, però, dopo la prima metà del libro, la narrazione si appiattisce e diventa un poco ripetitiva. Un grande romanzo con qualche difetto.

           



mercoledì 1 novembre 2023

Matthieu Aikins, “Chi è nudo non teme l’acqua. Un viaggio clandestino” ed. 2023

                                                  Voci da mondi diversi. Canada

 


Matthieu Aikins, “Chi è nudo non teme l’acqua. Un viaggio clandestino

Ed. Iperborea, trad. Luca Fusari, pagg. 404, Euro 19,00

     Quanti libri di viaggio abbiamo letto? Innumerevoli, ad iniziare da “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” di Goethe (1795) al “Child Harold’s Pilgrimage” di Byron (1812) e altri ancora di cui citiamo, tra i più recenti, “La strada”, il romanzo postapocalittico di Cormac McCarthy del 2006.

     “Chi è nudo non teme l’acqua”, titolo che viene da un proverbio dari (una delle due lingue ufficiali dell’Afghanistan), di Matthieu Aikins, è un libro di viaggio decisamente diverso, di un viaggio clandestino ben lontano dal romanticismo di kennst du das Land wo di Zitronen bluehn, più vicino, piuttosto, a Lasciate ogni speranza o voi che entrate dell’Inferno dantesco. Mettiamoci in viaggio con il giornalista canadese e con il suo amico afghano, Omar, e il percorso di Dante con Virgilio nell’Inferno ci sembrerà una passeggiata al confronto. Prima di tutto perché le pene dell’ Inferno sono la retribuzione per i peccati, mentre i migranti non hanno altra colpa che quella di voler lasciare una terra che non gli è più madre, di voler provare a vivere e costruirsi un futuro altrove, eppure soffrono l’indicibile, muoiono a migliaia lungo il cammino e anche dopo, quando credono di essere in salvo.

    Kabul, 2016. I talebani imperversano, aumentano i contrasti con il Pakistan e quelli tra sciiti e sunniti. Omar decide che è giunto il momento di lasciare il paese. Tentenna, è incerto, è innamorato- lo aspetterà la ragazza che ama ? si fidanzerà con qualcun altro, sotto le pressioni paterne? Il giornalista canadese Matthieu Aikins è suo amico, si sono conosciuti quando Omar faceva da interprete per le forze statunitensi, partiranno insieme. Aikins è facilitato dal suo aspetto- i suoi antenati venivano dal Giappone, con i suoi colori, con il taglio degli occhi, può passare facilmente per un afghano. E ci sono così tanti dialetti, in Afghanistan, che se la può cavare anche se deve parlare.

    Con un piglio narrativo giornalistico, una prosa svelta e una narrativa movimentata, il romanzo si legge come un drammatico libro di avventura. E non so se la parte più drammatica sia la prima, quella colma di incertezze riguardo agli spostamenti, dopo che un piano dopo l’altro fallisce, con la difficoltà delle trattative con i trafficanti- di chi ci si può fidare?-, con l’asprezza del cammino, la paura dell’ignoto e l’altra paura, ancora più grande, alimentata dai racconti di chi ha provato a fuggire e non ce l’ha fatta, oppure sia invece più drammatica la seconda parte, quando, dopo una traversata in gommone, Aikins e Omar arrivano a Lesbo.


A Lesbo che avrebbero voluto evitare perché circolano voci tremende sul campo profughi di Lesbo, eppure forse devono considerarsi fortunati ad essere sbarcati, a non essere affondati nel Mediterraneo, “la frontiera più letale del mondo”, dove almeno trentamila migranti sono morti dall’anno 2000 in poi. Lesbo, nell’ultimo girone dell’Inferno. Il campo di Moria, sorto per ospitare 2000 profughi, era arrivato ad alloggiarne (alloggiarne?) 20000. Promiscuità, sporcizia, malattie, fame. Finito nelle fiamme di un incendio- l’Inferno, per l’appunto.

    La narrazione deve la sua vivacità non solo alle traversie e alle difficoltà del viaggio- procurarsi i visti e i documenti e il mezzo di trasporto (pagando, sempre pagando, si intende)- ma anche a tutte le storie che si intrecciano, della famiglia allargata di Omar e di altre persone incontrate, all’intrico di leggi e permessi tra cui i migranti devono districarsi. Alcune immagini ci resteranno davanti agli occhi per sempre- quella del piccolo Alan Kurdi di due anni, che sembra essersi addormentato con il sederino per aria, sulla riva del mare, quella dei ragazzini che si aggrappano sotto i camion per fuggire da Lesbo, quasi fosse un gioco che però è tutt’altro che un gioco. Per sempre, guardando un profugo sui marciapiedi delle nostre città, ci domanderemo quale Inferno abbia passato per arrivare qui, quale Inferno si sia lasciato alle spalle per affrontare questo, quale perdita abbia subito. E sentiremo di essere tutti in debito con lui.

    Un romanzo epico dei nostri tempi dal giornalista che ha vinto il premio Pulitzer. Da leggere.

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domenica 29 ottobre 2023

Jon Fosse, “Mattino e sera” ed. 2019

                                                                             vento del Nord

        premio Nobel 2023

Jon Fosse, “Mattino e sera”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Margherita Podestà Heir, pagg. 160, Euro 16,00

        Da quanto è vecchio il mondo, da sempre, la mattina e la sera, il sorgere e il tramontare del sole, sono l’immagine dell’inizio e della fine della vita.

Il breve romanzo di Jon Fosse, breve come un respiro, come la vita stessa, inizia con un bambino che viene al mondo. Si chiamerà Johannes. Come il nonno. Farà il pescatore. Come il nonno.

    È il nonno Johannes il protagonista, nel suo ultimo giorno su questa terra o forse quando è già nell’aldilà o forse quando è sulla soglia dell’altro mondo.

Si sveglia, Johannes. Si sveglia? O è già nel grande sonno dove sogna di svegliarsi? Pensa che adesso farà le solite cose, una tazza di caffè e una sigaretta, come sempre. Quando- è ormai sera- la figlia minore arriva in casa del padre, preoccupata perché le hanno fatto sapere che Johannes non si è visto per tutto il giorno, le sigarette sono lì sul tavolo, il caffè non è stato fatto.


   Seguiamo Johannes nell’arco della giornata- la sua ultima, uguale a tutte le altre. E veniamo a sapere tutto o quasi di lui, del primo amore con la ragazza così bella messa incinta da un altro, dell’incontro con quella che sarebbe poi diventata sua moglie, dei figli, della barca e delle uscite quotidiane in mare, dell’amico Peter che lo aveva salvato ripescandolo con un arpione la volta che lui, Johannes, era caduto in acqua e stava per annegare. Incontra anche Peter, in questo giorno, e a tratti gli pare naturale- non è tutto come al solito?- a tratti, invece, si stupisce- non è morto, Peter? Appare come una sorta di figura evanescente, un fantasma, Peter, con i capelli lungi e radi perché è da un po’ che Johannes non glieli taglia. È come se Peter entrasse e uscisse da un sogno, come se attraversasse un sipario trasparente. Lo stesso fa la moglie molto amata, che gli viene incontro mentre lui rientra- perché lo ha lasciato solo, andandosene prima di lui? E la figlia, che si affretta verso la sua casa, e non lo vede? Farà finta di non vederlo?

   Johannes è stato un brav’uomo, non è stato facile provvedere alla famiglia facendo il pescatore, eppure ce l’ha fatta.


In questo romanzo che ha un contenuto non originale, la bravura di Jon Fosse è nella poeticità della scelta delle situazioni e della lingua, nel creare l’impressione del crepuscolo della vita tra rimpianto per quanto è passato e soddisfazione del conchiudere la propria esistenza in pace con tutto e con tutti. Lo stile narrativo si fa notare, come in “Settologia” per la punteggiatura- ci sono le virgole ma non i punti. Eppure la mancanza dei punti non ha importanza, il lettore è obbligato a fare una pausa nella lettura ogni volta che lo scrittore va a capo. Un vezzo stilistico, dunque?

  


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venerdì 27 ottobre 2023

Malin Stehn, “La notte più buia dell’anno” ed. 2023

                                                                  vento del Nord

                                               cento sfumature di giallo

Malin Stehn, “La notte più buia dell’anno”

Ed. Rizzoli, trad. Laura Cangemi, pagg. 416, Euro 20,00

 

   La notte dell’ultimo dell’anno è già di per sé molto buia a Malmö, rischiarata solo dai fuochi d’artificio. Ma quanto più buia può ancora essere se termina con una morte? E non svelo nulla, perché è chiaro fin dall’inizio che una ragazza che scompare la notte di Capodanno non può aver fatto altro che una brutta fine.

    È la notte di Capodanno, dunque. Nina e il marito Fredrik (entrambi insegnanti), con i due figli maschi (uno ancora un bambino e l’altro sulla soglia dell’adolescenza) stanno andando ad una festa a casa degli amici di sempre, Lollo e Max. Lui lavora nel campo immobiliare, lei ha un negozio di oggetti d’arredamento, sono decisamente più ricchi di Nina e Fredrik, ma Lollo era compagna di scuola di Nina, come un’altra invitata alla festa, separata dal marito, con un fidanzato sempre nuovo e un figlio che ha un paio di anni più di quello di Nina. Per completare il quadro dei personaggi ci sono ancora la figlia di Nina e Fredrick e quella di Lollo e Max, entrambe diciassette anni, molto diverse di carattere. A Nina non è mai piaciuta Jennifer, la figlia di Lollo- troppo fuori dalle righe, insubordinata, sfrontata. E comunque i quattro genitori hanno dato il permesso alle due ragazze di organizzare una festa con i compagni di scuola, con mille raccomandazioni- massimo venti invitati, niente alcol, niente droghe. Nina era contraria, mentre gli altri sostenevano che bisognasse dare ai giovani libertà con responsabilità.


    Poi si sa come vanno le cose quando si festeggia la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo, si finisce per bere troppo (tranne Fredrik che deve guidare per riportare la famiglia a casa) e il giorno dopo non si ricorda niente. Però, quando si riacquista un poco di lucidità, ci si rende conto se qualcosa non va: Jennifer non è tornata a casa. No, non è rimasta a dormire dall’amica. Smilla dice che avevano litigato e che Jennifer se n’era andata verso le 11,30. Scomparsa.

   Tre voci narranti si alternano- quella di Nina, quella di Lollo e quella di Fredrik- e si alternano anche gli stati d’animo, di blanda preoccupazione all’inizio, di ansia sempre crescente, di speranza sempre più irragionevole, di sensi di colpa, di domande senza risposta, di paura, di incredulità e di disperazione. Qualche flashback ci riporta a piccoli ma significativi episodi precedenti della vita degli uni e degli altri, mentre passano i giorni, le ricerche di Jennifer non portano a nessun risultato, ognuno dei personaggi che narrano la storia si auto esamina, ricorda, si chiede che cosa avrebbe potuto fare di diverso. E naturalmente Jennifer assente è sempre presente.


   Che cosa sappiamo di chi ci sta accanto, sia esso un amico o un’amica, un marito o una moglie? O un figlio o una figlia? Ognuno di loro (ognuno di noi) nasconde dei segreti, ognuno rimpiange cose non dette, tempo non dedicato ai figli, l’aver sempre rimandato per sapere di più, l’aver dato la precedenza alla ‘nostra’ vita, all’accumulare soldi, aver lasciato che i figli si chiudessero nella loro stanza in compagnia dei computer, senza sapere che cosa stessero facendo. Eppure non si fa che parlare dei pericoli della rete.

   La scrittrice è abilissima, ci ricorda Agatha Christie con la sua capacità di seminare false tracce, di indurci a credere di aver capito tutto e poi a farci ricredere e poi a farci dubitare, per sorprenderci con il finale. Anzi per sorprenderci doppiamente con il finale.

   Un ‘giallo’ che si legge di un fiato per i problemi che affronta- quelli all’interno della coppia e tra genitori e figli- e che sentiamo potrebbero essere i nostri, augurandoci di non trovarci mai in una simile situazione (e tuttavia se lo auguravano anche Nina e Fredrik, Lollo e Max, e pure l’altra loro amica, quella dai tanti fidanzati).



 

martedì 24 ottobre 2023

Tsering Yangzom Lama, “Quando la nostra terra toccava il cielo. Una saga tibetana.” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. Tibet

            saga

 
Tsering Yangzom Lama, “Quando la nostra terra toccava il cielo. Una saga tibetana.

Ed. Einaudi, trad. Federica Oddera, pagg. 512, Euro 20,00

 

     Nel 1950 la Cina invase il Tibet. Il 10 marzo 1959, dopo un decennio di resistenza contro la Cina comunista, 300.000 tibetani si riunirono per protestare davanti al Potala, la residenza del Dalai Lama. Di lì a poco il Dalai Lama si rifugiò in esilio in India dove vive tuttora.

La Storia viene sempre narrata dai vincitori e la versione cinese degli eventi è sempre stata che l’esercito non era intervenuto in Tibet per conquistarlo ma per liberarlo da un sistema feudale. E l’espulsione del Dalai Lama nonché il ripudio del governo tibetano significavano l’inizio di una nuova era di modernità e democrazia.

L’altro punto di vista (quello di cui leggeremo nel romanzo epico di Tsering Yangzom Lama) è che la posizione strategica del Tibet, con il lungo confine che lo separava dall’India, e la sua ricchezza di risorse naturali facevano gola alla Cina. L’esilio forzato del Dalai Lama, inoltre, non era la liberazione da un tiranno ma segnava la perdita di un leader spirituale, tuttora rispettato dalle nuove generazioni che non hanno mai messo piede in Tibet.


    Il romanzo, in parte autobiografico, inizia nella primavera del 1960 quando le due sorelline, Lhamo e Thenkyi, iniziano con i genitori il cammino che, attraverso la catena dell’Himalaya, li porterà, insieme ad altri profughi, in Nepal. È un percorso lungo e arduo, bisogna combattere contro la fame, la stanchezza, il freddo, oltre all’angoscia che attanaglia i cuori- la sensazione di perdita, di lacerazione, l’incertezza del futuro, il rimpianto cocente. Tanti muoiono per strada, nessuna erba medica, nessuna ‘magia’ da parte della madre delle bambine (riconosciuta da tutti come un oracolo dotato di una visione ultraterrena e di poteri straordinari) riesce a fermare la cancrena che sale dai piedi congelati alle gambe del marito. Riusciranno infine ad arrivare in Nepal e, anche se non tutti ce l’hanno fatta, il senso di comunità è molto forte, è quello che li aiuta a sopravvivere nel campo profughi di Pokhara.


E poi sono riusciti a portare con loro una ku, una statuetta di un santo senza nome di cui si dice che appaia e scompaia secondo il bisogno. Sarà proprio così, la ku sarà una sorta di leit motiv, nel corso della narrazione. Messa in salvo e nascosta da Lhamo, sarà rubata, ricomparirà in maniera stupefacente in Canada, luogo dell’esilio finale di Tenkyi e della nipote Dolma. Venduta da un mercante senza scrupoli, da venerato oggetto di culto la statuetta era diventata un oggetto senza anima, un articolo il cui valore era espresso in dollari.

    Il tempo della narrazione si sposta avanti e indietro, tra gli anni del campo che doveva essere una dimora temporanea ed invece era diventata definitiva, e il 2012 a Toronto dove Dolma, figlia di Lhamo, si specializza in studi tibetani all’Università. In mezzo ci sono storie d’amore, storie di brevi felicità e tanta infelicità, la frustrazione di un soggiorno in India di Tenkyi, la più brillante delle sorelle, il dolore costante di aver perso le proprie radici, la lotta continua per preservare la propria cultura e per difenderla da una società che non può capire, che neppure si sforza di capire.


    Il libro che era iniziato con un viaggio che portava una famiglia e la sua gente lontano dalle loro terre, termina con un altro viaggio che chiude un cerchio. È un altro viaggio tristissimo per altri motivi, è un viaggio di ritorno per Dolma che ha solo sentito parlare del Tibet e che porta con sé le ceneri della madre, un viaggio di ritorno anche per l’uomo che la accompagna, che era un bambino all’epoca dell’esilio. Potranno solo avvicinarsi al confine con il Tibet, difeso da sentinelle armate, e le ceneri di Lhamo potranno solo essere portate via dal vento che soffia dalla loro terra perduta. Niente come questa scena finale dà l’idea della perdita- perdita della patria che è anche perdita della propria identità, della propria cultura e della propria lingua.

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credit Paige Critcher