lunedì 13 dicembre 2021

Lisa Jewell, “La famiglia del piano di sopra” ed. 2021

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

    cento sfumature di giallo

Lisa Jewell, “La famiglia del piano di sopra”

Ed. Neri Pozza, trad. A. Biavasco e V. Guani, pagg. 334, Euro 18,00

 

    Metti un fine settimana di quelli uggiosi con pioggerella sottile e un poco di raffreddore. Metti non aver voglia di fare niente, tanto meno di mettersi a stirare. E prendi in mano il romanzo di Lisa Jewell, “La famiglia del piano di sopra”. E in un attimo è lunedì.

   Una voce narrante, quella di Henry Lamb, che, nella prima pagina, fa un riassunto enigmatico  della sua vita di un tempo, quando abitava al numero 16 di Cheyne Walk, l’elegante strada di Chelsea dove hanno dimorato un incredibile numero di persone famose, da uomini politici a poeti a persone del mondo dello spettacolo.

Quando arrivarono io avevo undici anni non ancora compiuti e mia sorella nove. (Chi arrivò?)

Vissero con noi per oltre cinque anni, trasformando la nostra vita in un incubo. (Perché un incubo? Che tipo di incubo?)

poi, quando io avevo sedici anni e mia sorella quattordici, arrivò la piccola. (E chi è la piccola?)

Oltre a Henry Lamb, altri due personaggi saranno al centro della scena, portando ognuno avanti la trama o ritornando indietro alle vicende del passato, colmandone i vuoti- Libby Jones e Lucy Smith. Non è il vero nome di nessuna delle due, lo sapremo in seguito.


    Libby sa il poco che c’è da sapere sulla sua primissima infanzia. È stata adottata dopo che la polizia ha trovato la scena di un triplice suicidio entrando nella casa di 16 Cheyne Walk. Tre corpi rivestiti con tuniche nere, sdraiati sul pavimento- una donna e due uomini. Sul tavolo una lettera in cui chiedevano di prendersi cura di Serenity, la bimba di dieci mesi nella culla al piano di sopra. Si trattava di Martina e Henry Lamb, una volta ricchissimi- ora la casa era del tutto spoglia, ma c’era chi ricordava le feste, i mobili e gli arredi. E Martina che vestiva ben altro che un saio nero. Non si sapeva chi fosse l’altro uomo che nella lettera era indicato con le iniziali D.T. Ci doveva essere stato qualcuno ad accudire alla bambina, che stava benissimo e aveva il pannolino pulito.

    Adesso che ha compiuto venticinque anni Libby riceve una comunicazione dallo studio di un avvocato. Ha ereditato la casa di Cheyne Walk, gli altri due eredi non si sono presentati.

     Lucy Smith vive a Nizza con i suoi due bambini ed è in una condizione di estrema indigenza. Suona il violino per le strade, chiedendo l’elemosina. Se ha i soldi, affitta una camera in un ostello. Quando non li ha, manda la bambina a dormire dalla nonna e lei e il maschietto dormono sotto un ponte. Sul suo cellulare appare un pro-memoria: la piccola ha compiuto venticinque anni. Lucy deve tornare in Inghilterra.

    La meta di tutti e tre è Cheyne Walk, dove tutto è iniziato, ma, prima che si incontrino, noi avremo appreso tutta la storia da Henry (è affidabile come io narrante?). E’ una storia forse non molto originale, che echeggia di notizie che abbiamo letto sui giornali e che parla di sfruttatori, di manipolatori, di persone non del tutto felici che si lasciano abbindolare da chi le illude con un potere carismatico, che cadono nelle sue grinfie e restano invischiati in una ragnatela da cui diventa impossibile districarsi, sempre più ciechi, sempre più succubi, sempre più plagiati.


    Lisa Jewell è veramente molto abile nel tenerci avvinti alle pagine del romanzo. Perché la narrazione, spostandosi da un filone all’altro, è molto vivace e ricca di colpi di scena- non ci siamo ancora ripresi da quanto abbiamo letto che sta succedendo a Cheyne Walk alla fine degli anni ‘80 e primi anni ‘90, e già sussultiamo per quello che deve affrontare Lucy a Nizza e per le sorprese in serbo per Libby alla scoperta della casa al 16 di Cheyne Walk. e anche quando tutto sembra essere chiaro…oplà, un’altra giravolta.

    Siamo d’accordo, non è alta letteratura, ma un page-turner, un thriller psicologico intrigante e piacevole.  

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Seguirà intervista con la scrittrice, invitata a Milano per il Noir in Festival




sabato 11 dicembre 2021

Edith Wharton, “Le sorelle Bunner” ed. 2021

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                                       un classico

               love story

Edith Wharton, “Le sorelle Bunner”

Ed. Elliot, trad. C. Fioravanti, pagg. 128, Euro 14,50

 

   New York. Inizio del secolo scorso. Un negozietto stretto fra una mensa e un albergo di bassa categoria. La vetrina espone cappellini e merletti- le due sorelle proprietarie del negozio fanno le modiste ed eseguono piccoli lavori di cucito. Sul retro c’è l’unica stanza che serve da abitazione, sempre in un ordine perfetto- riflette l’arte di essere poveri.

   Ann Elizabeth è la più grande, Eveline la minore. Nessuna delle due è bella, Eveline ha ancora un poco della grazia della giovinezza. Indossano abiti neri dal tessuto un po’ lucido per l’uso, fuori moda. Quando Eveline vorrà agghindarsi, appunterà un fiocco rosso sotto il colletto. Quando Ann Elizabeth vorrà dare un tocco speciale al vestito, tirerà fuori una spilla di mosaico.

C’è stato un tempo in cui qualche giovanotto ha fatto visita alle sorelle, ora, però, entrambe hanno abbandonato ogni speranza di mettere una fine alla solitudine.

    Poi…un orologio fa da galeotto. Ann Elizabeth lo ha acquistato nel negozio di un immigrato tedesco, Hermann Ramy, per regalarlo a Eveline nel giorno del suo compleanno. Ann Elizabeth aveva osservato che l’orologiaio sembrava essere ancora più solo di loro, che il suo negozio era pieno di polvere e in disordine- ma che ne sanno gli uomini della polvere? Non la vedono neppure.


    Possiamo intuire il seguito della trama, ma Edith Wharton è eccezionale nel seguire, sul ticchettio dell’orologio che segna il passare del tempo, il progredire di questa esile amicizia, come palpiti il cuore della sorella maggiore, come escogiti la maniera di rivedere l’orologiaio approfittando del fatto che l’orologio si è fermato, come sia delusa perché l’opportunità svanisce e come sia dibattuta tra la gelosia e una generosa contentezza quando Ramy inizia frequentare la loro casa e sembra corteggiare Eveline. La quale è al settimo cielo. Lui ha raccontato che era capo orologiaio da Tiffany, loro gli hanno creduto.

    Quello che accadrà in seguito è solo in parte prevedibile. Quello che noi ammiriamo è la sottigliezza psicologica della scrittrice nel parlarci di queste due piccole vite- una delle sorelle quasi pronta a sganciarsi dallo stereotipo per cui una donna deve essere maritata, e non importa se bene o se male, l’altra che ne è ancora prigioniera. Non si parla d’amore, piuttosto di solitudine e del desiderio di alleviare questa solitudine con qualcuno che non faccia parte della famiglia e si interpreta la minima gentilezza, come il suggerimento di una passeggiata nel parco, come un indizio di qualcosa di più. E fa parte della classe sociale di una borghesia decaduta il non premunirsi, il non chiedere informazioni su un possibile partito, quasi l’ombra della riflessione- chi sono loro, le sorelle Bunner, per pretendere di meglio di un altro commerciante? Quando chiederanno, sarà troppo tardi.


  Nella New York delle sorelle Bunner non si respira il lusso di quella di May ed Ellen de “L’età dell’innocenza”. La loro casa minuscola, triste e buia è lontana anni luce dai salotti scintillanti delle due protagoniste dell’altro famoso romanzo, se queste si aggiravano in carrozza, quando si avventurano fuori Ann Elizabeth ed Eveline salgono su tram e traghetti e vanno a piedi, l’unica loro spilla non può competere con i gioielli di May ed Ellen. Di simile, nei due romanzi, troviamo la sfiducia nel sesso forte e una certa qual diffidenza nei confronti dell’Europa- la Polonia del conte da cui Ellen ha divorziato e la Germania dell’orologiaio.

   A proposito, l’orologio è stato dato via, alla fine. Ha segnato il suo tempo. “Tutto il resto è silenzio”, come scrive il Poeta.

    Un piccolo gioiello. Da leggere.

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mercoledì 8 dicembre 2021

Ben Pastor, “Il cielo di stagno” ed. 2013

                                                                il libro ritrovato (2013)

  cento sfumature di giallo
  seconda guerra mondiale

Ben Pastor, “Il cielo di stagno”

Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito

Titolo originale: Tin Sky

Chissà quante mosche affollavano la testa mozzata del mio bisnonno scozzese a Khartoum. E’ così che la pulizia diventa per taluni di noi un’ossessione, mentre altri si arrendono e convivono con gli insetti. Da una grande altezza probabilmente sembriamo mosche anche noi, sul corpo sconfinato della Russia. Dio solo sa con quanta forza questo corpo sta cercando di schiacciarci. Del resto ne so qualcosa anch’io: ero una delle mosche tedesche intrappolate nella carta moschicida di Stalingrado, e fuggita da lì per puro miracolo. Dicono che abbiano diecimila occhi, occhi compositi che creano una frammentaria ma immensa visione d’insieme. Non vedono allora la mano che si abbassa per schiacciarle? E quando centinaia, migliaia di mosche vengono schiacciate ovunque, perché continuano a girare?

 

    Maggio 1943. Un cielo di stagno e il costante ronzio di nugoli di mosche. Ucraina, un luogo in provincia di Kharkov dove sono stazionate le forze tedesche. E niente può essere più adatto dell’immagine dello stagno per quel cielo piatto che pesa sui soldati in un paese dove dal 1939 la guerra fa risuonare il fragore metallico delle armi e il cui dittatore ha cambiato il suo cognome georgiano  Dzhughashvili in Stalin, coniandolo sulla parola russa che significa ‘acciaio’. Quanto alle mosche- non possiamo sbarazzarcene alla leggera, pensando, ‘fa caldo, è quasi estate, dappertutto ci sono mosche in questa stagione’. Quando più avanti, nel romanzo “Il cielo di stagno” di Ben Pastor, Martin Bora trova nella foresta una testa infilzata su un picchetto e circondata da sciami di mosche, l’orrore e il riferimento al diavolo come ‘Signore delle mosche’ (e ricordiamo un’immagine simile nel romanzo con questo titolo del premio Nobel William Golding) ci aiutano a capire il significato della loro noiosa presenza. “Quando sarà finita, il suolo russo sarà fertilizzato da frammenti di carne tedesca. Ne abbiamo ammazzato a milioni, ne hanno ammazzato a milioni. E saremo tutti concime per i campi là fuori.”, pensa Martin, il mitico protagonista della serie di romanzi di Ben Pastor. Che, con l’immagine ricorrente delle mosche, amplia incredibilmente la dimensione di un romanzo che non può essere definito semplicemente ‘di genere’. Perché la trama- scoprire chi abbia tolto di mezzo i due generali russi che Martin Bora dovrebbe riuscire a far parlare- è, ancora una volta, un pretesto, soltanto un frammento di quello che la scrittrice vuole dirci attraverso il suo personaggio di ufficiale della Wehrmacht che non è nazista, rivivendo a tappe, in ogni romanzo, la storia d’Europa nella metà del secolo XX.

Babi Yar. Memoriale

Le mosche, dunque, ci svelano i morti nella carneficina delle battaglie ma anche i corpi ammassati nelle fosse comuni- il burrone di Babi Yar con i 35.000 ebrei uccisi non dista molto da Kharkov, le fosse di Katyn sono più lontane ma molti polacchi annoverati tra i morti di Katyn furono ammazzati proprio a Kharkov. D’altronde, guardando dall’altra parte della lente del cannocchiale, “siamo tutti escrementi di mosche sulla mappa della Storia ma ci crediamo indispensabili”, riflette Martin.

     “Il cielo di stagno” è uno dei libri cruciali tra quelli della serie con Martin Bora. Cruciale e splendido, tanto quanto “Kaputt mundi”. Forse perché entrambi i libri si avvicinano in maniera più spettacolare alla tragedia (le mosche di cui ho tanto parlato non sono forse come le Erinni di Eschilo o le mosche del rimorso nel dramma scritto da Sartre durante l’occupazione nazista?) e il protagonista ne esce profondamente segnato. Martin trentenne non ha più nulla del giovane che avanzava baldanzoso sul campo di guerra di Spagna nel 1937 ne “La canzone del cavaliere”. Un primo cambiamento si era già notato in “Lumen”, dove lo incontravamo a Cracovia nel 1939, impietrito nel riconoscere il suo maestro di musica Weiss tra gli ebrei al lavoro forzato su una strada. Il miglior maestro di musica d’Europa, ci viene detto ne “Il cielo di stagno” insieme al fatto che Martin barattò la sua vita con un pianoforte- il primo dei salvataggi da lui operati. Nel romanzo appena pubblicato Martin salva delle donne ucraine dall’impiccagione reclamandole come mano d’opera a lui necessaria, domandandosi che ruolo stia recitando davanti a Dio, salvando ‘quelle’ e condannando a morte le altre. Ci fa pensare a Schindler e ai Giusti tra le nazioni.

Kharkov

     Nel maggio 1943 a Merefa, nei pressi di Kharkov, Martin Bora soffre ancora dei postumi della polmonite tifoidea presa a Stalingrado. Ecco, Stalingrado, il punto di non ritorno, l’esperienza che ha cambiato radicalmente Martin e che gli fa dire, replicando all’amico che chiede come si possa ritornare in famiglia dopo aver fatto e visto fare le azioni più abominevoli, “nessuno di noi ‘tornerà’ davvero. A casa andrà qualcuno di nuovo e differente, nel migliore dei casi.” Martin non riesce ancora a parlare di Stalingrado, o a pensarci, ed è come se la scrittrice stessa si ritraesse da questa prova regalandoci un pezzo di vita del nostro eroe dopo Stalingrado, impegnato ad interrogare il generale Platonov (precipitato con il suo aereo e preso prigioniero) e l’imponente e arrogante generale Tibyetskji che defeziona, arrivando sul T34, il gioiello dei carri armati russi. Moriranno entrambi prima di rivelare alcunché. E’ una coincidenza che il tutto avvenga nelle prossimità di un altro burrone, Krasny Yar, reputato stregato dalla gente del posto?


    “Il cielo di stagno” è un libro che parla di guerra tra popoli ma anche di guerra interiore perché l’anima umana che è dentro di noi non soccomba in un abbrutimento bestiale, parla dell’onta del tradimento e ancora della guerra interna per non scegliere la via del tradimento politico e però nello stesso tempo non tradire i propri principi, parla dell’ideale della perfezione, in senso sia etico sia estetico, e di come perdere un poco di perfezione possa aprire la via della saggezza. Martin pensa a se stesso e alla moglie, a come loro due fossero, fisicamente, l’immagine della splendente perfezione fisica ariana e, nella tristezza che lo coglie facendo a pezzi una foto di Dikta, ravvisiamo una premonizione della caduta dalla perfezione, di quanto noi lettori sappiamo, come avessimo una sfera di cristallo, perché abbiamo già letto “Luna bugiarda” dove Martin perderà una mano in un attentato dei partigiani in Italia, come il personaggio storico di Claus von Stauffenberg a cui la scrittrice si è ispirata per ‘creare’ Martin.

    Martin Bora occupa ogni spazio della nostra mente, mentre leggiamo di lui, come avviene sempre quando la bravura di chi ne scrive rende vivo un personaggio. Così vivo che pensiamo che quest’anno, l’11 di novembre, giorno di san Martino, il nostro eroe compirà 100 anni: e se, adattando in tedesco il famoso Bloomsday, lo festeggiassimo con un Borastag?



lunedì 6 dicembre 2021

Bernardine Evaristo, “Radici bionde” ed. 2021

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                          ucronia

Bernardine Evaristo, “Radici bionde”

Ed. Sur, trad. Martina Testa, pagg. 314, Euro 18,00

 

  Storia alternativa, ucronia- come sarebbe il nostro presente se il passato venisse capovolto? Un tema non nuovo, ricordiamo i titoli più famosi, “La svastica sul sole” di Philip Dick, “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, “Ada” di Nabokov, “Fatherland” di Robert Harris, a cui aggiungiamo adesso “Radici bionde”, un romanzo antecedente a quello, “Ragazza, donna, altro”, con cui Bernardine Evaristo ha vinto il Booker prize nel 2019.

    Il titolo dice tanto. Radici come il famoso terribile romanzo di Alex Haley, “Radici”, in cui lo scrittore raccontava la storia di Kunta Kinte, un progenitore della sua famiglia deportato come schiavo dal Gambia all’Africa. Bionde- non sono più i neri d’Africa ad essere presi prigionieri e poi venduti ma i bianchi di Europia (Bernardine Evaristo distorce e inventa nuovi nomi per la sua storia alternativa), individui bruttissimi agli occhi dei neri, con quella pelle bianca, i capelli fini e gialli e i corpi esili (soprattutto quelli delle donne, che non hanno i fianchi poderosi e il grosso seno delle nere, anzi delle nehre).


    I narratori sono due- quella che era Doris, rapita quando era una bambina e che ora è sulla trentina, e il Bwana suo padrone, che giustifica il suo ruolo, dapprima attivo durante razzie per procurarsi materiale umano e diventato poi un ricco possidente con coltivazioni di canne da zucchero.

    In realtà non c’è niente di nuovo in quello che leggiamo, piuttosto un totale ribaltamento della situazione. La paura, l’incapacità di capire quello che sta succedendo, l’illusione che tutto finirà bene, le proteste accampate da chi apparteneva a ceti elevati, le suppliche per poter tornare dalla famiglia, l’agghiacciante viaggio in mare in una stiva dove i morti giacciono accanto ai vivi nel puzzo di feci ed urina, i cadaveri gettati nelle onde, i calcoli fatti a sangue freddo sul numero dei ‘pezzi’ sopravvissuti, le ispezioni corporee come fossero bestie in vendita- di tutto questo abbiamo già letto nel libro di Haley, la diversità è nel fatto che siamo ‘noi’ gli schiavi. Anche nel seguito del racconto lo spunto viene da una realtà nera- Doris, a cui è stato dato un nuovo nome, diventa la ‘dama di compagnia’, l’unica amica della figlia del padrone (pensiamo al numero di ‘Mammy’ nere nei romanzi americani ambientati negli stati del Sud), poi succede quello che succede e lei cerca di fuggire usando la ‘ferrovia sotterranea’ che qui è una carrozza della metropolitana di Londolo (anche le ben note fermate della metropolitana sono state storpiate in maniera riconoscibile)…


    Quando è il Bwana nehro Kaga Konate… a parlare, l’uso dell’ironia è superlativo. Kaga Konate usa gli stessi argomenti pseudoscientifici già impiegati dai bianghi per affermare la superiorità della sua razza, includendo le misurazioni del cervello (più piccolo quello dei bianchi, quindi di minor levatura intellettuale), ridicolizza i loro comportamenti (compresa l’abitudine di soffiarsi il naso in una pezza sporca che diventa un nido di batteri) e il loro modo di abbigliarsi, trasporta nella nuova situazione il grido di Kurtz, ‘l’orrore, l’orrore, l’orrore’, nel “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, giustifica la pratica dello schiavismo come una maniera di insegnare qualcosa ai bianghi, per tirarli fuori dal loro selvaggio modo di vivere.


    La trasformazione dei termini si apprezza certamente di più nella lingua originale, perché anche questi aiutano a caricare l’atmosfera di paradossi, ma, anche se “Radici bionde” non brilla per originalità e non è alla pari del romanzo più maturo vincitore del premio, offre ugualmente una bella lettura.

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domenica 5 dicembre 2021

Michael Christie, “I Greenwood” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Canada

          warning novel

            saga

Michael Christie, “I Greenwood”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 587, Euro 21,00

 

    Un cognome perfetto, Greenwood, Legna Verde. Era stato dato ai due bambini sopravvissuti ad un tremendo incidente ferroviario in Canada, all’inizio del secolo scorso. Erano traumatizzati, non parlavano, era impossibile che fossero fratelli, perché erano troppo diversi l’uno dall’altro. I loro nomi erano stati sorteggiati, Harris per uno e Everett per l’altro. Ed erano diventati fratelli, anche se non di sangue. E quando, ad un certo punto, la loro legna verde era la migliore in vendita, il cognome si era aggiunto e nessuno poi ricordava più se fosse vero che era scritto su una maglietta che indossavano al momento dell’incidente.

    Quando l’affascinante romanzo dello scrittore canadese Michael Christie inizia, è il 2038. Il pianeta Terra sta soffrendo per il collasso ambientale e la morte degli alberi, c’è stato il Grande Avvizzimento e le tempeste di polvere che ne sono la conseguenza causano malattie dell’apparato respiratorio soprattutto nei bambini, afflitti da una tosse ‘spaccaossa’ che non conosce sollievo.


Jacinda Greenwood (lei, quando glielo chiedono, dice che non ha nessun legame con Greenwood Island dove lavora) è una dendrologa (ho imparato una parola nuova) e fa la guida naturalistica accompagnando i ricchi turisti a visitare le lussureggianti foreste di una piccola isola della British Columbia. Quando un ex-fidanzato avvocato le consegna il diario della sua bisnonna, a Jacinda si spalanca una finestra sul passato della sua famiglia- a lei che neppure pensava di avere una famiglia. E sì, a quanto pare il suo bisnonno era proprio ‘quel’ Harris Greenwood, il magnate del legno, e sua nonna, che si chiamava Willow (salice, hanno nomi di piante i personaggi di questa storia, perché anche Jacinda è il nome di un fiore, il giacinto), era una hippie che, per coerenza, aveva dato via l’enorme eredità lasciatele da Harris, a suo padre era stato dato il nome di Liam in ricordo dell’irlandese che era l’amante nonché il ‘descrittore’ per il cieco Harris, ed Everett- che cosa aveva fatto Everett per passare più di trent’anni in prigione? Da dove veniva quel nomignolo, Pod (baccello), che gli era sfuggito, rivolgendosi a Willow che era andata a prenderlo quando era tornato in libertà?


    Il legno è tempo catturato. Una mappa. Una memoria cellulare. E i grandi cerchi nel tronco che segnano gli anni di un albero sono come le generazioni di una famiglia. Le vicende dei Greenwood sono intricate e ricchissime, molti degli avvenimenti sono avvolti in una luce di ambiguità e di incertezza, proprio come l’origine dei due non-fratelli. C’è un altro magnate, oltre a Harris, un uomo licenzioso che è stato l’amante della bisnonna di Jacinda. Ma era lui l’unico amante? Chi era il vero padre di Willow che Everett aveva trovato appesa ad un albero nel bosco, con la madre morta poco distante? Ed Everett, che era partito al posto del fratello per combattere in Francia, tornando – lui, così mite- del tutto distrutto, e che ora salta da un treno merci all’altro con quella neonata di cui all’inizio voleva sbarazzarsi? E l’omone incaricato di trovare la bambina scomparsa E il diario che poteva distruggere la reputazione di un uomo (quello che Jacinda legge ora) e che scompare lui stesso nelle fumerie d’oppio?


   All’inizio del romanzo c’è una domanda, rivolta a Jacinda che ha appena detto di non avere un telefono (e siamo nel 2038), “e magari le piace ancora leggere?”. Una domanda che per me, libro-dipendente, è stata come una pugnalata e che, però, è trionfalmente annullata dal susseguirsi delle storie, tra presente e passato, da una generazione all’altra, con una narrazione che ci affascina coinvolgendo persone e alberi come fossero un tutt’uno, appartenenti alla stessa famiglia, e, nello stesso tempo, lanciando un messaggio di allarme (uno dei tanti che riceviamo sempre più spesso) sul futuro del pianeta.

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venerdì 3 dicembre 2021

Werner Herzog, “Il crepuscolo del mondo” ed. 2021

                                            Voci da mondi diversi. Giappone               

                         Voci da mondi diversi. Area germanica               

                                                    seconda guerra mondiale


Werner Herzog, “Il crepuscolo del mondo”

Ed. Feltrinelli, trad. Nicoletta Giacon, pagg 114, Euro 14,00

 

  Il 6 e il 9 agosto 1945 le bombe atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki stroncavano ogni resistenza e mettevano di fatto fine alla guerra.

  Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito si rivolse per la prima volta ai suoi sudditi dichiarando la resa del Giappone e, nel discorso del primo gennaio 1946, smentiva  di essere l’incarnazione vivente di un dio.

 Per i giapponesi fu un’onta, una vergogna, il crollo di un mondo, di tutto quello in cui avevano creduto.

 Ventinove anni dopo, nel febbraio del 1974, uno studente dell’Università di Tokyo fu il primo ad incontrare, nella piccola isola di Lubang, nelle Filippine, il tenente Hiroo Onoda e a dargli la notizia della fine della guerra. Per ventinove anni Onoda, con una divisa ormai in brandelli, aveva continuato a combattere, perché questo era l’ordine che aveva ricevuto, “Ogni uomo su quest’isola è mio nemico”, dirà allo studente. E sarà oltremodo difficile convincerlo del contrario. Vuole delle prove, Onoda. Vuole che sia uno dei suoi comandanti a dirgli di persona che la guerra è finita e dargli l’ordine di cessare le ostilità. Solo così si arrenderebbe.


    L’acclamato regista Werner Herzog (tra i suoi film più conosciuti, Nosferatu, Fitzcarraldo, Cobra Verde, Grizzly Man) era in Giappone nel 1997 per mettere in scena l’opera del compositore Shigeaki Saegusa ed aveva ricevuto l’invito ad un’udienza privata con l’imperatore. Di che cosa poteva mai parlare con l’imperatore? Era stato un rifiuto offensivo, caduto nel gelido silenzio dei presenti. E però gli era stato chiesto chi avrebbe voluto incontrare, allora, in Giappone. Hiroo Onoda.

Il libro “Il crepuscolo del mondo” nasce da questo incontro, parte realtà, parte immaginazione, scritto con un linguaggio straordinariamente poetico che nulla toglie alla durezza dell’esistenza di Onoda, evocativo nel creare immagini della giungla con tutti i suoi odori e rumori- la nebbia, benvenuta perché si mescola con il fumo del fuoco, la pioggia che fa arrugginire le armi e impregna le divise, gli animali-, credibile nell’immedesimarsi in un uomo (giovanissimo all’inizio della guerra) che era diventato adulto sotto il peso di una responsabilità a cui aveva risposto con una obbedienza e fedeltà cieca, respingendo qualunque dubbio, interpretando in maniera personale i segni di una modernità e di un cambiamento impossibili da immaginare. Non erano una dimostrazione che la guerra continuava, gli aerei che vedeva passare? Guerra di Corea? Guerra del Vietnam? Americani contro i comunisti? Che cosa voleva dire tutto questo?

   


Il tenente Onoda, con la sua spada da samurai (eredità di famiglia) salvata dalla ruggine (lui e i suoi due compagni avevano scoperto come estrarre l’olio dalle noci di cocco per lubrificare e proteggere le armi), è una figura che ha del Robinson Crusoe in circostanze ancora più estreme e del Rip van Winkle che si risveglia dopo un sonno durato anni per trovarsi in un mondo che non conosce, che è andato avanti, lasciando lui, Hiroo Onoda, fermo agli anni ‘40, del tutto solo dopo la morte dei due altri soldati e la defezione di un terzo. Eppure non era impazzito. Dove aveva trovato la forza per portare avanti la sua guerra? È un uomo da ammirare, un eroe invincibile e incrollabile che non può prosciogliersi da solo da un giuramento, che crede che l’onore debba essere salvaguardato ad ogni costo, che resta deluso dalla società giapponese che trova al suo risveglio (è stato tutto un lungo sogno, il suo? O è questa nuova realtà ad essere un sogno?)- il Giappone ha perso la sua anima.

     Il tenente Onoda ebbe un’altra vita dopo la sua lunga guerra. Andò in Brasile a disboscare una foresta e ad allevare bestiame, tornò poi in Giappone dove aprì una scuola per insegnare tecniche di sopravvivenza ai bambini, si sposò e morì a Tokyo a 91 anni.

    Onoda aveva chiesto a Herzog di tradurre dei versi di una canzone che cantava, nell’isola di Lubang, per farsi coraggio. Ed è con questi versi che termino di parlare della storia da leggere di un uomo ammirevole, di un’anima luminosa.

     Posso sembrare un vagabondo o un mendicante,

    Ma tu, luna silente, sei testimone dello splendore della mia anima.


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mercoledì 1 dicembre 2021

Leonardo Gori, “La lunga notte” ed. 2021

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

          cento sfumature di giallo

Leonardo Gori, “La lunga notte”

Ed. Tea, pagg. 172, Euro 15,00

   Dal 6 all’8 settembre 1943. Una lunga notte di tre giorni. L’agonia dell’Italia e del popolo italiano. L’incertezza del futuro. Il ricordo ancora vivo del bombardamento del 19 luglio da parte dei bombardieri statunitensi- il primo bombardamento su Roma che colpì soprattutto il Borgo di San Lorenzo.

    Era il 1938 quando abbiamo conosciuto l’allora giovane capitano dei carabinieri Bruno Arcieri, arrivato a Firenze da Milano, nel primo romanzo della serie, “Nero di maggio”. La guerra era ancora lontana e tuttavia la minaccia era nell’aria, l’incontro di Mussolini e Hitler a Firenze non lasciava presagire nulla di buono. Peccato che la Storia non si costruisca sui ‘se’: se quell’attentato dilettantesco a Hitler in visita in Italia fosse andato a segno…


    Il Bruno Arcieri che incontriamo nel settembre del 1943 è sfiduciato, da tempo ormai ha messo in dubbio le sue scelte, ma- da uomo integro qual è- crede ancora nelle persone che sono state importanti per lui in passato, come il suo Comandante quando operava nei Servizi segreti. Dovrà riferire a lui, anche se il Comandante è stato destituito, gli esiti della delicata missione di cui sarà incaricato. Arcieri, che tutti sanno essere appassionato del mondo e della cultura anglosassone e americana, dovrà fare da interprete a due ufficiali americani che viaggeranno in incognito su un’ambulanza, diretti ad un incontro segretissimo. Eppure Arcieri avrà presto dei dubbi sul vero motivo della sua presenza- anche gli altri due italiani che viaggiano sull’ambulanza sanno l’inglese, che ci fa lì, lui, allora?

    Il momento sarebbe già colmo di preoccupazioni e incognite, ma ci si aggiunge altro, sul fronte privato della vita di Arcieri. Elena, di cui è sempre innamorato tra alti e bassi, vive reclusa nel loro appartamento- è ebrea, non deve dare nell’occhio, soprattutto ora, con il colpo di coda dei nazisti se l’armistizio che tutti si auspicano sarà proclamato. Un uomo, una vecchia conoscenza fascista, viene ucciso sulle scale della loro abitazione. Sembra fosse stato in visita da Elena, offrendole una grossa cifra per acquistare la sua casa di Viareggio. Chi ha sparato? Elena? Il suo ex-fidanzato che avrebbe voluto, pure lui, comprare la casa al mare di Elena? Per che cosa servivano i soldi a Elena? Per fuggire in Svizzera? Elena è reticente, nasconde qualcosa, corre il rischio di essere incriminata.

Bombardamento di san Lorenzo

   Il romanzo di Leonardo Gori è tutto giocato su questa duplice angoscia, sulla notte dell’anima di un uomo che vede crollare il mondo intorno a sé. Sul piano più intimo Arcieri si rende dolorosamente conto che la sua storia d’amore è giunta al capolinea; sul piano politico, dopo che da un pezzo ha smesso di avere fiducia nel fascismo, è costretto a constatare la pochezza non solo del Re ma anche del generale Badoglio; sul piano culturale Arcieri resta deluso dall’incontro con gli americani e soffre, oltretutto, per il disprezzo che questi non si curano di nascondere nei confronti degli italiani.

    Al crollo degli ideali e del sogno d’amore ne corrisponde un altro, terribilmente reale e seminatore di morte- il bombardamento di Frascati e di Velletri. Bombe degli americani sui civili? Ad un Arcieri sconvolto l’ufficiale americano ricorda il bombardamento tedesco su Londra nel 1940 o quello di Guernica nella guerra di Spagna a cui i fascisti hanno preso parte. E la bimba bionda che doveva offrire un mazzo di fiori al Principe Umberto di passaggio a Velletri (era stato proprio il cinico americano a prenderlo dalle sue manine, per non deludere la folla che si accalcava in attesa)  diventa il simbolo delle vittime innocenti della guerra, delle trame sporche intessute sopra le loro teste.


    È un antieroe che ci piace, Bruno Arcieri. Per la sua onestà, perché non mente neppure a se stesso. Perché, tutto sommato, impersona l’italiano medio che si è lasciato attirare, almeno in un primo momento, dal fascismo, per poi distaccarsene, senza per questo meritarsi la disistima generalizzata del generale americano che ha indubbiamente ragione, quando dice di non aver incontrato un singolo italiano che riconoscesse di essere stato fascista. Ci piace per il suo tormento interiore, per il suo mantenersi saldo pur se circondato da traditori, pur rendendosi conto di essere rimasto solo, abbandonato anche da coloro in cui riponeva la massima fiducia.

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