martedì 17 novembre 2020

Journal Kyaw Ma Ma Lay, “La sposa birmana” ed. 2020

                                              Voci da mondi diversi. Myanmar

         love story

Journal Kyaw Ma Ma Lay, “La sposa birmana”

Ed. ObarraO, trad. G. Valent, pagg. 240, Euro 16,00

 

   Nel giornale The Journal Kyaw che aveva fondato con il marito, Ma Ma Lay firmava i suoi articoli e racconti con il nome Journal Kyaw Ma Ma Lay- nata nel 1917 e morta nel 1982, fu una delle scrittrici più famose della Birmania (solo nel 1989 il paese cambiò nome e diventò Myanmar) e forse l’unica ad essere tradotta in altre lingue.

   “La sposa birmana” è il titolo del suo romanzo più noto appena ripubblicato dalla casa editrice ObarraO- in francese il titolo è “La mal aimée” e in inglese “Not out of hate”, che forse colgono meglio il significato della vicenda di cui la deliziosa e giovanissima Wai Wai è la protagonista. Perché Wai Wai si sposa per amore e, se il suo destino è drammaticamente infelice, non è perché il marito non la ricambia. Tutt’altro. U Saw Han la ama ‘male’, la fa soffrire non perché la odia ma perché la ama troppo, egoisticamente troppo.


    Wai Wai vive con il padre, un commerciante. Era una bambina quando la madre si era ritirata in un monastero per diventare monaca buddhista. La sorella maggiore ha sposato un medico e vive a Rangoon, l’odierna Yangon, pure il fratello è sposato ed è un attivista politico- è un thakin che si batte per l’indipendenza della Birmania dal giogo britannico (Aung San, padre del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, prese parte al movimento dei thakin prima di fondare il Partito Comunista birmano). Sono dettagli importanti per capire perché “Una sposa birmana” non sia una banale storia d’amore di un banale romanzetto rosa.


    Quando U Saw Han incontra Wai Wai, è un colpo di fulmine per entrambi. Sono due mondi diversi che si attraggono. E alla diciassettenne Wai Wai quello a cui appartiene lui, funzionario di una compagnia inglese che ha adottato usi e costumi dei colonizzatori, sembra meraviglioso. Le piace tutto di lui- l’arredo occidentale della sua casa, il suo portamento e i suoi abiti, l’etichetta con cui viene servito il tè in casa sua dove ci si siede sulle sedie e si usano le posate, le piace perfino che non ci si debba levare le scarpe per entrare in casa. A lui piace la sua bellezza delicata, il suo candore di fanciulla, l’amore e la sollecitudine che ha per il padre.

    Succederà quello che deve succedere, quello che temevano il padre, la sorella e il fratello. Il rapporto tra U Saw Han e Wai Wai diventa come quello tra Gran Bretagna e Birmania- non può esserci un incontro ed uno scambio come tra pari, quando uno dei due prevarica e impone le sue scelte. Per il bene dell’altro- è così che sostiene il più forte, il vincente. Per la salute di Wai Wai, che potrebbe venire contagiata dal padre che ha la tubercolosi. Per esportare la civiltà in un paese arretrato- è la giustificazione dei ‘padroni’ inglesi (il movimento ribelle si appropria della parola thakin, padrone, per sottolineare che la Birmania è dei birmani).    


Se la coppia Wai Wai/U Saw Han (la farfalla sotto vetro e il suo carceriere) è al centro della trama con le limitazioni che lui gradualmente le impone, ci sono tuttavia gli altri personaggi, tutti con un ruolo importante, che ci fanno accantonare l’idea che questo sia un romanzo ‘per sole donne’. La politica entra nel libro con il fratello thakin di Wai Wai che è, sotto ogni aspetto, l’esatto contrario di U Saw Han; il buddhismo con la madre di Wai Wai (sospendiamo il giudizio su questa donna che può essere considerata egoista oppure un’anticipatrice del femminismo nel rivendicare il suo diritto ad una scelta di spiritualità); la medicina con il confronto tra il dottore ‘moderno’ a cui va la fiducia di U Saw Han e lo zio che propone cure naturali (è liquidato come un ciarlatano: la stessa Ma Ma Lay studiò medicina birmana per quindici anni ed aprì una clinica a Yangon). La coppia formata dalla sorella di Wai Wai e il marito, infine, sono l’esempio di quello che un matrimonio armonico dovrebbe essere, nel rispetto e nell’accrescimento reciproco, nell’amore che è generosità e non egoismo.

   C’è molto su cui riflettere in un romanzo che pone il quesito dell’identità personale e nazionale, scritto da una grande donna che visse anche l’esperienza del carcere dal 1963 al 1967 in quanto ‘nemico del popolo’ perché sospettata di simpatie comuniste.  

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domenica 15 novembre 2020

Christopher Bollen, “Un crimine bellissimo” ed. 2020

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

Christopher Bollen, “Un crimine bellissimo”

Ed. Bollati Boringhieri, trad. M. Faimali, pagg. 400, Euro 19,00

    Scena iniziale. Un uomo, con una camicia rosa di sartoria intrisa di sangue, giace riverso a terra. Ci sembra di capire che il suo assassino lo guardi dall’alto. Siamo in quella che ‘è senza dubbio la città più bella del mondo’, una città che ‘affonda da secoli’. Non può essere che Venezia. “Ma tutto questo non è ancora successo”.

   Riavvolgiamo il cronometro, scena seconda, il vero inizio  del romanzo di Christopher Bollen la cui trama si arricchirà di molti flashback ambientati a New York. Nick Brink è sull’aereo che sta atterrando a Venezia. È decisamente un bel giovane, di quelli che attirano gli sguardi. Eppure una serie di dettagli ci rivelano che nasconde qualcosa, che ha un piano in mente, progetti non limpidi per il futuro- ha una valigia enorme, come se si fosse portato dietro tutti i suoi beni, vestiti nuovi in cui si sente a disagio, non deve avere soldi perché dapprima pensa di prendere l’autobus (più economico) per arrivare in città, poi si aggrega forzatamente ad una famiglia americana a cui scroccherà il passaggio in battello fino a Ca’ Rezzonico. Incontrerà un amico, Clay, in realtà il suo fidanzato, ma dovranno accuratamente evitarsi nei giorni seguenti- che cosa stanno complottando?


    Andiamo ancora più indietro nel tempo, all’anno precedente, a New York, quando Nick conosce Clay, un affascinante giovane di colore, in occasione della commemorazione funebre di Freddy van der Haar, discendente di una delle più antiche famiglie olandesi di New York. Il ricchissimo van der Haar era morto coperto di debiti, Clay aveva venduto quasi tutto quello che valeva la pena di essere venduto degli oggetti di collezione di Freddy e sapeva bene quali fossero le voci che giravano su di lui. Era diventato l’amichetto dello stravagante Freddy per ingraziarselo e diventare il suo erede? Sì, erano quattro anni che Freddy agonizzava, ma- lo aveva ucciso lui, Clay? Fatto sta che Nick lascia il fidanzato antiquario che gli ha insegnato una spolverata di nozioni sugli argenti antichi ed inizia una relazione appassionata con Clay: lo aiuterà a vendere gli ultimi pezzi d’argento rimasti di Freddy, belli ma falsi. L’acquirente giusto è un altro ricchissimo americano, una vecchia conoscenza di Clay e anche di Freddy, che vive a Venezia nella metà più bella di Palazzo Contarini che ha acquistato- guarda un po’- dallo stesso Freddy. Nick dovrà riuscire ad incontrarlo, dovrà spacciarsi per esperto nell’autenticare argenti e sollecitarne le voglie avide di possesso dei preziosi oggetti dell’ex padrone dell’altra metà di palazzo Contarini.


    La trama scorre velocissima. Sappiamo che finirà con un morto, ma non è quella la tensione che ci trascina. Perché questa è la storia di una truffa ed è divertente seguire i passi sia dei truffatori sia di chi si lascia truffare pensando di essere il più intelligente. Il primo obiettivo di Clay era quello di guadagnare abbastanza per ripagare il debito che aveva con suo padre e il finanziamento avuto dall’università. Ma i soldi fanno gola e perché non cercare di spennare di più il ricco americano che gongola all’idea di possedere l’intero palazzo? E ad un certo punto i soldi serviranno a Nick e Clay per vivere in un posto in cui non ci sia l’estradizione per l’Italia…


   “Un crimine bellissimo” è molto cinematografico, lo vediamo perfetto per un adattamento per il grande schermo. I temi della sessualità, dell’amore, delle classi sociali, della razza, sono trattati in maniera forse un poco superficiale ma brillante e sensibile. E poi c’è l’incanto di Venezia. Se non ci fossero altri motivi per leggere questo romanzo, resterebbe quello di aggirarsi per Venezia nelle sue pagine, di guardare Venezia come il grande dono che è, attraverso gli occhi di uno straniero per cui ogni scorcio, ogni facciata merlettata, ogni riflesso sull’acqua è un miracolo.

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venerdì 13 novembre 2020

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore” ed. 2020

                                                  Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

               Shoah

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore”

Ed. Neri Pozza, trad. M. Botto, pagg.138, Euro 17,00

 

   Nell’aprile del 1928 Vicente Rosenberg arriva in Argentina dalla Polonia. Il suo cognome dice tutto, come gli altri cognomi poetici che gli ebrei sono stati costretti a prendere, al posto dei patronimici che avevano sempre avuto.

    Vicente è giovane, ben contento di essersi lasciato tutti i legami alle spalle- la famiglia, la madre assillante con il suo affetto, Chelm dove aveva passato l’infanzia, Varsavia dove si erano trasferiti, gli ebrei con i cappotti neri, la lingua yiddish, la sua esperienza nell’esercito. Vicente è pronto a tuffarsi nella vita di Buenos Aires- dapprima scrive lettere a casa, poi non risponde neppure più alla madre che sollecita notizie. Vicente si innamora, si sposa, ha tre bambini. Il padre della moglie Rosita lo aiuta ad aprire un negozio di mobili.

    Se gli venisse chiesto chi è, Vicente non avrebbe dubbi. È argentino, proprio come prima, quando era arruolato nell’esercito polacco, lui era un polacco. Che fosse anche ebreo, neppure gli passava per la mente. Che cosa ci fa definire chi siamo? Il paese dove viviamo? La comunità a cui apparteniamo? La lingua che parliamo? La religione che professiamo?

                                           16 novembre 1940

    È soltanto quando scoppia la guerra che Vicente si pone il problema della sua identità. Che ripensa a sua madre. Che si rimprovera di non aver mai insistito che lo raggiungesse in Argentina. Che riprende a scriverle, attendendo notizie con un’ansia che lo divora. I giornali dall’Europa arrivano con ritardo. Le lettere, poi, con ritardo ancora maggiore. Lettere che parlano degli ebrei chiusi nel ghetto. Ammassati nel ghetto. Affamati nel ghetto. L’idea che sua madre abbia fame e freddo sconvolge Vicente. Non lo lascia dormire. Ha il sogno ricorrente di un muro che lo rinserra.

    Vicente si chiude in un mutismo che lo isola da tutti. Non parla più con Rosita, non fa una carezza ai bambini. Ha preso a giocare d’azzardo. E a perdere al gioco. Come volesse distruggersi. Riprende vita quando si viene a sapere della rivolta nel ghetto. È possibile che…? Sarà ancora viva sua madre? La speranza si spegne presto.

                                              la rivolta del ghetto di Varsavia

    Mentre in Europa si muore in base alla legge che è ebreo chi ha almeno tre nonni di ascendenza ebraica, Vicente si vergogna di aver ammirato i tedeschi, di aver servito nell’esercito polacco, e la risposta al quesito sulla sua identità non conosce dubbi. Ritorna ad essere il Wincenty figlio di sua madre, ebreo. E se è un traditore, se ha abbandonato la famiglia in Polonia senza girarsi indietro, se non condivide con loro l’esiguo spazio del ghetto, lui, però, il ghetto se lo porta dentro, è quel muro che lo soffoca negli incubi, che diventa la sua pelle. È stato questo il maggior crimine dei nazisti, arrogarsi il diritto di definire chi uno sia privandolo di ogni libertà. Anche di quella di vivere.

      Santiago Amigorena, sceneggiatore, produttore cinematografico, regista, attore e scrittore argentino che attualmente vive in Francia, ci racconta la storia dei suoi nonni- Mi piace pensare che Vicente e Rosita vivono in me, e che vivranno sempre quando io stesso non vivrò più- che vivranno nel ricordo dei miei figli che non li hanno mai conosciuti, e in queste parole…

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Domani, sabato 14 novembre, Santiago Amigorena sarà ospite all'evento di Bookcity "Il ghetto interiore tra parole e silenzio", alle ore 15,30 sul profilo fb Neri Pozza. 



martedì 10 novembre 2020

Jón Kalman Stefánsson, “Crepitio di stelle” ed. 2020

                                                      vento del Nord

                  love story

Jón Kalman Stefánsson, “Crepitio di stelle”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 230, Euro 17,00

     Come si riesce a raccontare di quattro generazioni di uomini e donne della propria famiglia? Come si riesce a colmare l’abisso del tempo, a ricostruire ricordi sfilacciati? Jón Kalman Stefánsson ricorre a due espedienti narrativi per scrivere della sua famiglia- racconta la storia delle loro vite sullo sfondo grandioso della terra in cui abitano, l’Islanda che è l’elemento unificatore, e si serve di due ‘madeleines’ per seguire l’onda dei ricordi. Non hanno niente di dolce, le madeleines di un romanzo islandese, non possono che essere un sasso e una conchiglia, la terra avara e il mare che compensa, che è tutto in Islanda, porta la vita con una ricca pesca e la morte con una burrasca che sorprende chi è al largo.

    Il bisnonno aveva paura del mare. In una delle tante fasi della sua vita, quando aveva portato tutta la famiglia in una fattoria isolata nella penisola di Snæfellsness, aveva deciso che sarebbe dovuto andare a pescare per procurare del cibo. Come se fosse stato facile per uno senza esperienza e che non sapeva nuotare. Dopo una prima esperienza che lo aveva terrorizzato, il bisnonno aveva escogitato un sistema- agganciava a terra la poppa dell’imbarcazione con una corda lunghissima che, srotolandosi, gli permetteva di andare al largo sentendosi abbastanza sicuro.


    Sono tante le storie da raccontare sul bisnonno che aveva avuto un colpo di fulmine e aveva sposato una ragazza  diciassettenne- una ventina di anni meno di lui. Era un beone, il bisnonno. Era incapace di stare lontano dall’alcol e dalle donne, per quanto si proclamasse innamorato della bisnonna. E, quando era ubriaco perso, era capace di fare cose follemente stupide, come barattare un’automobile per una mucca. Una volta la bisnonna aveva messo alle strette una delle donne con cui il marito la tradiva- la donna le aveva scagliato contro una maledizione e poi si era uccisa. E la bisnonna? Giovane e bella, era stata sempre fedele all’uomo che la lasciava spesso sola ricadendo nel suo vizio? I capelli rossi del quarto figlio sono rivelatori.

    D’altro canto il bambino (lo scrittore quarantenne di adesso) è testimone della storia d’amore del padre che, nel racconto, si alterna a quella del bisnonno. Dell’inizio, dell’incontro del padre con la ragazza fantasiosa e irrequieta, sa quello che gli hanno raccontato. La mamma era morta giovane, al bambino è rimasta la compagnia dei soldatini con cui giocare, al padre quella di una donna che sorprende il bambino uscendo dalla stanza da letto del padre, una mattina. Una donna che non parla, che si chiamerà ‘matrigna’, che cucina pietanze che non piacciono né al padre né al bambino, che mangia pinne di foca.


    Ci sono dei personaggi secondari che popolano i ricordi dello scrittore- il panettiere, l’amico, il bullo che lo tormenta velando di gentilezza parole tremende che risvegliano la nostalgia del bambino per la mamma, i parenti della matrigna che vengono in visita e incutono soggezione.

    E poi, l’Islanda. I ghiacciai imponenti, le brughiere spoglie, le rocce, il mare, il freddo paralizzante (è quello che invita a bere così tanto?), i lunghi giorni chiari d’estate e le altrettanto lunghe ore buie d’inverno. Vivere in Islanda ti tempra il carattere. O ti stronca. E chiudersi nella mente, giocare con le parole, trasformare le immagini in poesia, può offrire un sollievo in un mondo in cui si capisce perché il solstizio d’estate sia salutato con tanto tripudio.

    È la poesia che pervade la narrazione di Jón Kalman Stefánsson, che tesse la tela dei ricordi- avrei avuto bisogno della lingua intera, per raccontare di loro come si deve.

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domenica 8 novembre 2020

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa” ed. 2020

                                                                          vento del Nord

              distopia   warning novel

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa”

Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 504, Euro 20,00

   1882. San Pietroburgo. L’appassionato zoologo Michail Aleksandrovič riceve dalla Mongolia i resti di un cavallo selvatico, del cavallo primigenio, quello che ritroviamo nelle antiche pitture rupestri e che è stato considerato come una specie estinta. È l’inizio di un sogno- recarsi negli altopiani della Mongolia alla ricerca del mitico takhi.

    1992. Mongolia. Karin, veterinaria tedesca che ha iniziato ad amare i cavalli selvatici quando li ha visti, da bambina, nella tenuta di Hermann Gőring, arriva nella riserva di Hustajn in Mongolia per realizzare un altro sogno- riportare nel loro ambiente alcuni esemplari di takhi per attuare un progetto straordinario di salvaguardia naturale. Ma riusciranno i cavalli ad ambientarsi e a sopravvivere, abituati ad essere curati e protetti dagli uomini?

   2064. Quello che era il parco faunistico di Heiane, in Norvegia. Il vecchio mondo, quello in cui viviamo noi lettori, non c’è più. Questo è il mondo che è passato attraverso “La storia delle api” e “Il libro dell’acqua”, i due romanzi precedenti di quella che sarà la quadrilogia di Maja Lunde.

Eva e la figlia quattordicenne Isa vivono- o sopravvivono- in una fattoria isolata, razionando il poco cibo che riescono a procurarsi, temendo i furti di ‘viandanti’ (i disperati in fuga dalla siccità del sud dell’Europa) e di un paio di vicini prepotenti e violenti. Hanno ancora alcune bestie, un paio di mucche che producono latte, alcune capre, delle galline. Soprattutto hanno due takhi- Eva farebbe qualunque cosa per mantenere in vita i cavalli selvatici, gli ultimi rimasti.

    Non è in questo ordine che si dipanano i tre filoni narrativi del romanzo di Maja Lunde, anzi, il primo, con cui il libro inizia, è quello del distopico futuro ormai alle porte, è quello da cui la scrittrice vuole metterci in guardia (come ha già fatto nei due precedenti romanzi), assumendo il ruolo che in qualche maniera dobbiamo riconoscere alla letteratura- di servirci da guida, di invitarci alla riflessione, di essere il nostro terzo occhio sul mondo che ci circonda. Un mondo che corre verso il baratro. La storia di Eva ed Isa, della loro lotta quotidiana per procurarsi l’essenziale, ha su di noi un impatto fortissimo. Avvertiamo uno scoramento, siamo tentati di dire a noi stessi che no, non succederà così. Dentro di noi, però, con l’esperienza di quanto stiamo vivendo in questo 2020, sappiamo che è uno scenario per niente improbabile.

   La storia di Eva ne contiene altre due. Una è nelle lettere che Isa scrive al ragazzo ‘della porta accanto’ che è andato via con la famiglia, sempre verso Nord, in cerca di non si sa che cosa si possa trovare. Isa e il suo primo amore che non ha avuto neppure il tempo di sbocciare, quasi che anche questo- l’incanto dell’amore adolescenziale- sia qualcosa che sarà precluso in futuro.

   L’altra storia è quella di Louise, la viandante a cui Eva offre ospitalità. Chi ha letto gli altri libri di Maja Lunde ricorda di certo la bimba Lou, fuggita con il padre da una terra spaccata dalla siccità nel Sud della Francia. La sua ricomparsa è un modo per allacciare i libri, per riaffermare una tematica comune, proprio come lo è l’aver mantenuto l’impianto narrativo dei diversi filoni. E peraltro solo una lettura superficiale può dare l’impressione che l’interesse e la salvaguardia dei takhi sia l'unico collegamento tra i tre filoni de “Gli ultimi della steppa”- altre tematiche servono da rimando da una storia all’altra.


Se la storia di Eva è un’esaltazione della solidarietà e dell’affetto tra donne, capaci di affrontare tutto quando sono insieme (anche il tremendo parto di Louise), il legame amoroso tra Michail e l’esploratore che lo accompagna nel viaggio (sfumato con pudore ottocentesco) è un’altra faccia del volto dell’amore, mentre l’anaffettività e la profonda solitudine interiore di Karin la separano dolorosamente dagli altri personaggi. Che però sono tutti legati dal comune amore per i cavalli selvatici, tratteggiati con la loro personalità e i loro comportamenti che annodano un filo che li unisce agli uomini- la nascita difficoltosa di un puledro ci emoziona come quella del maschietto di Louisa e, quando un cavallo si ammala o un altro muore, soffriamo quanto i personaggi del romanzo. Perché noi non esistiamo da soli, siamo un tutto unico- uomini, cavalli, api, la natura-, c’è un’interazione che è come una catena di cui nessun anello deve essere spezzato. Pena la fine di tutto e di tutti, un futuro che ci minaccia se non interveniamo.

     Sullo sfondo di queste storie, una Norvegia che sembra essere ‘l’ultima spiaggia’ e un’affascinante Mongolia: un libro da leggere.

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giovedì 5 novembre 2020

Antonio Manzini, “Gli ultimi giorni di quiete” ed. 2020

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Antonio Manzini, “Gli ultimi giorni di quiete”

Ed. Sellerio, pagg.231, Euro 14,00

    Il destino. Quel giorno Pasquale Camplone doveva comperarsi un abito per una cerimonia e aveva chiesto al figlio Corrado di sostituirlo al banco della loro tabaccheria, a Pescara. C’era stato un tentativo di rapina. Corrado era morto (ma perché, lui così mite, aveva reagito? perché si sentiva responsabile?). Sarebbe dovuto morire lui, Pasquale, al posto del figlio.

     Il destino. Sei anni dopo, Nora Camplone sta tornando in treno da una breve visita ad una cugina. E lì, nella sua carrozza, lo vede. Lui, l’uomo che ha ucciso suo figlio. Come può essere già uscito di prigione? È sconvolta. E come se le ammazzasse Corrado una seconda volta.

     Il terzo personaggio di questo dramma, l’omicida, si chiama Paolo Dainese, un nome che Nora non ha scordato. Ha scontato la pena, sta cercando di rifarsi una vita.


     “Gli ultimi giorni di quiete”, di Antonio Manzini, non è un romanzo della serie che ha come protagonista Rocco Schiavone, il vicequestore che si ostina a calzare le Clarks sulla neve di Aosta. È una storia tratta da un fatto vero, un romanzo psicologico retto da una forte tensione- non si tratta di scoprire chi sia l’assassino, ma di seguire le reazioni dei tre personaggi: come si comporterà ognuno di loro davanti al passato che si ripresenta? Uno di loro vuole solo dimenticarlo e lasciarselo alle spalle, dopotutto ha pagato con gli anni di reclusione. Gli altri due, i genitori, non hanno mai dimenticato quel passato, lo rivivono ogni giorno e per loro è inconcepibile che Paolo Dainese vada avanti con la sua vita, mentre Corrado ha finito troppo presto di vivere la sua, di vita. Per mano di Paolo Dainese.

    Pasquale e Nora non accettano che Dainese sia in libertà e ognuno di loro elabora un piano diverso. Se il loro matrimonio era già diventato un’abitudine, adesso la distanza tra di loro si accentua. Nora ritorna a dormire nel letto di Corrado, come aveva fatto subito dopo la sua morte, non parla neppure più al marito. Gli ha detto che, dopo averlo riconosciuto sul treno, era scesa a Roseto, dove era sceso Dainese, ma ne aveva perso le tracce. Non gli dice nulla, poi, di quello che fa quando, giorno dopo giorno, scompare e non risponde al telefono. Non lo mette a parte di quello che ha escogitato, quando riesce a sapere l’indirizzo di Dainese, quando viene a sapere che ha una compagna che fa la parrucchiera. Nora diventa una Erinni, la personificazione della vendetta nella mitologia greca. Glaciale e implacabile.


    Pasquale soffre quanto la moglie, ma il suo piano è molto più rozzo, affronta la situazione di petto come la affronterebbe qualunque uomo che vede solo la violenza in risposta alla violenza. Ma lui, Pasquale, è capace di essere violento?

   C’è poi Paolo Dainese, l’omicida per cui finiamo per provare compassione. Si deve pagare tutta la vita per uno sbaglio, seppure gravissimo, se si è pentiti? Non c’è nessuna possibilità di riscatto?

    Ognuno dei tre personaggi ha il suo dilemma interiore che diventa il nostro. E ci sono altri due personaggi marginali che però hanno la loro importanza in questo dramma etico- la compagna parrucchiera che sa del passato di Paolo Dainese, che vorrebbe aiutarlo ma forse resta coinvolta in qualcosa che è più grande di lei, e Danilo, il nipote disabile di Nora e Pasquale, il ragazzone con lo sviluppo mentale di un bambino di due anni. Perché non è morto lui, invece di Corrado? È il pensiero di Pasquale, glielo urla anche, in un momento in cui ha perso la pazienza, per poi pentirsi e ritrarsi con orrore da quello che ha detto e pensato.

     E’ possibile comprendere. Impossibile esprimere un giudizio. Un bel libro.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



   

lunedì 2 novembre 2020

Alessia Gazzola, “Costanza e buoni propositi” ed. 2020

                                                            Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Alessia Gazzola, “Costanza e buoni propositi”

Ed. Longanesi, pagg. 300, Euro 17,67

   Parafrasando un incipit famoso, potremmo dire che ‘tutte le storie d’amore felici si somigliano; ogni storia d’amore infelice è disgraziata a modo suo’– o, se non proprio disgraziata, ha le sue proprie difficoltà. Anna Karenina viveva una storia d’amore impossibile e non felice, così pure Costanza Macallé, la protagonista della nuova serie di romanzi di Alessia Gazzola, mamma single di Flora, la bimba nata da qualche notte d’amore con un perfetto sconosciuto a Malta. Ed ora che ha rintracciato il padre di Flora (lo abbiamo letto in “Questione di Costanza”), neppure con se stessa Costanza osa riconoscere di essere ancora innamorata del fidanzatissimo Marco.

     Lo confesso. Ero Alice-dipendente, quando Alice Allevi era il personaggio principale dei libri di Alessia Gazzola, ed ora sono Costanza-dipendente. In conclusione sono Alessia Gazzola-dipendente: mi piacciono i suoi romanzi.

Rifuggo dai romanzi rosa e dalle commedie leggere e, se la trama dei libri di Alessia Gazzola fosse soltanto imperniata sulle vicissitudini, gli alti e bassi, i sospiri e le lacrime d’amore delle sue protagoniste, non avrei mai superato le prime pagine. Ma non è così. I filoni delle sue trame sono sempre due e si equilibrano perfettamente. La leggerezza del presente, pur con i suoi batticuori, è smorzata dalla gravità di quanto è avvenuto nel passato.

   Stiamo imparando a conoscere Costanza. Con una specializzazione in anatomopatologia ha accettato un posto come paleopatologa (scienza di cui sa poco o nulla) a Verona, dove può condividere un appartamento con la sorella- insieme a lei sentirà meno la nostalgia della sua Messina, insieme è meno faticoso occuparsi di Flora, che ora ha tre anni.

   Il filone rosa inizia con il cambiamento di cognome della piccola che il padre Marco ha riconosciuto come sua figlia. Il fidanzatissimo nonché fedifrago Marco è conquistato dalla bambina, che è adorabile. Ottiene l’affido congiunto, la porta a far visita al burbero padre che resta colpito dalla somiglianza di Flora con la moglie morta da poco. Il fatto è che, come in ogni romanzo rosa che si rispetti, noi percepiamo che Marco si sta innamorando di Costanza. Quanto a Costanza…lei è già innamorata di lui. Il matrimonio con Federica è già fissato…

     Galeotto agli incontri di Costanza e Marco a Milano è il ritrovamento, durante degli scavi in città, di due scheletri sepolti insieme. Sembrano essere datati del ‘300 o del ‘400, appartengono a due ragazze giovani, una di loro doveva zoppicare- aveva una tibia più corta. Ed entrambe sembrano essere morte di fame. Sono state fatte morire di fame? Che punizione atroce.

   Ed ecco la seconda trama. Forse l’aggettivo ‘affascinante’, parlando di una storia che inizia da due scheletri, suona grottesco, ma è vero: quella di Bernarda Visconti, figlia di Barnabò Visconti, andata sposa all’età di quattordici anni, a Giovanni Suardo, un condottiero bergamasco di una famiglia alleata dei Visconti, è una storia affascinante che esce dal passato. Bernarda non ne voleva sapere di quel marito e cadde tra le braccia di un tal Antoniolo Zotta. La punizione del padre fu tremenda. Lui fu torturato e poi impiccato. Lei fu murata viva e lasciata morire di stenti. Di chi era il secondo scheletro? Di una cugina condannata alla stessa pena per la stessa colpa? Giravano voci, poi, che Bernarda non fosse morta, c’era chi diceva di averla vista, chi sosteneva si fosse risposata e avesse avuto una figlia. Impossibile che queste dicerie fossero vere, ma chi era, allora, la sedicente Bernarda che nel romanzo ha il nome di Anna come la protagonista della più famosa storia di impostura del ‘900, quella Anna Anderson che sostenne, fino alla morte, di essere la zarina Anastasia Romanov, scampata al massacro della sua famiglia nel 1917?

    Le due trame procedono parallele, sono entrambe storie di donne che amano contro quello che la ragione suggerisce. Costanza è attratta dalla ricerca su Bernarda e sulla sua sosia. In qualche maniera sente che c’è un filo che le unisce- in un certo senso non è anche Costanza un’impostora, sia nell’ambito del suo lavoro sia in quello personale, con il suo ambiguo rapporto con Marco? E l’amore che lega la sosia di Bernarda alla figlia per cui è disposta a fare tutto, non è uguale a quello di Costanza per Flora?

    Sono romanzi intelligenti, quelli di Alessia Gazzola. E sono sommamente piacevoli. Per l’armonia con cui si fondono presente e passato, per il calore che la scrittrice infonde in casi veramente “molto freddi”, per i colori dei generi diversi che non sono mai troppo forti- il rosa non è stucchevole, il giallo non è abbagliante-, per l’autoironia della protagonista, per la credibilità della vocetta di Flora, per il brio, infine, che rende ogni pagina scoppiettante.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it