domenica 8 gennaio 2017

Martin Amis, “La zona d’interesse” ed. 2015

                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                            Shoah
       il libro dimenticato

Martin Amis, “La zona d’interesse”
Ed. Einaudi, trad. Maurizia Balmelli, pagg. 301, Euro 20,00


    Sono state le parole di Primo Levi a dare a Martin Amis la chiave di scrittura de “La zona di interesse”, il suo secondo libro sull’Olocausto dopo “La freccia del tempo”. Alla domanda su come spiegasse l’odio fanatico dei nazisti contro gli ebrei, Primo Levi aveva risposto che quello che è avvenuto non si può comprendere, anzi, “non si deve comprendere”, perché comprendere è quasi giustificare. Pensando a questo, Martin Amis si è sentito libero di scrivere questa farsa nera, questo libro swiftiano nella sua grottesca rappresentazione del mondo concentrazionario, usando una selvaggia ironia che riesce a rendere disgustoso e spregevole tutto ciò di cui parla.

    Il luogo è Auschwitz, chiamato Kat Zet, così come Cracovia è sempre chiamata la Città Vecchia e il Führer non appare mai in queste pagine con il suo nome- anzi, non appare affatto, ma ci si riferisce a lui con dei termini di disprezzo: Grofaz, il Priapo illibato, il Dioniso astemio, il Tyrannosaurus Rex vegetariano. L’anno è il 1942, quello che vede la caduta di Stalingrado e l’inizio della fine per il Terzo Reich che avrebbe dovuto essere millenario. Tre sono le voci narranti: il Kommandant Paul Doll, Angelus Thomsen, ufficiale di collegamento tra l’industria bellica e il Reich, e Szmul, il capo dei Sonderkommando, il corvo del crematorio (hanno un significato i nomi? Doll come una bambola, un fantoccio che esegue gli ordini, il pseudo angelo che ha un comportamento assai dubbio, e Szmul, Samuele, e vuol dire ‘il nome di Dio’: dov’è Dio nei campi di concentramento?).


   Tutti i nazisti rappresentati nel libro di Amis sono delle caricature, sono esseri grotteschi le cui caratteristiche naturali vengono esaltate e distorte attraverso una lente di ingrandimento alla maniera di Gulliver nel paese di Brobdingnag. Così Paul Doll, un mediocre borioso e beone, esaltato dall’esercizio del potere, frustrato nella sua virilità perché rifiutato dalla moglie che si fa beffe di lui, che si esprime in un linguaggio che sembra ridicolizzare il gusto delle perifrasi ingannatrici del regime, che non può ammettere che è stata la moglie a fargli un occhio nero e allora accusa Szmul (con le immaginabili conseguenze), che è così immerso nella problematica mortifera del campo, di come eliminare ‘pezzi’ più in fretta, che si trova ad immaginare come gassare tutto il pubblico del concerto a cui assiste. Così anche Angelus Thomsen, personaggio ambiguo così come è ambigua la sua sessualità.
Martin Bormann
Thomsen si tiene ai margini, protetto dalla parentela con Martin Bormann, e alla fine- quando la catastrofe è in vista- passerà tra gli oppositori, si metterà al servizio degli americani come interprete. E cercherà dappertutto, nella Germania in macerie, la donna di cui si è innamorato nel campo (non il luogo adatto per una storia d’amore), Hannah Doll. Quando la troverà, Hannah è disamorata dell’amore, nulla e nessuno potranno farle dimenticare quello che ha visto, il lato peggiore dell’uomo. E l’odore, l’odore. Szmul, infine. La vittima che si deve occupare dei corpi delle vittime. L’unico ad aver mantenuto una sua umanità, nonostante le apparenze. Che cerca di salvare lo 0,01 per cento di chi arriva, bisbigliando una ‘dritta’: Ihr seit achzen johr alt, und ihr hott a fach. Hai diciott’anni e hai un mestiere. Che si oppone a Doll in un gesto glorioso di grandezza.

  Niente mai viene detto apertamente al Kat Zet. Si usa sempre la lingua orwelliana del nazismo- il Prato della Primavera che sembra muoversi in una spinta vitale è la terra che ribolle dei cadaveri, l’Aktion, la Produktive Vernichtung. Si discute di numero minimo di calorie, di avvicendamento di mano d’opera, di treni carichi di persone che sono solo numero di ‘pezzi’. Si ridicolizza la credulità dei deportati che accettano le fantasiose istruzioni che vengono loro date, mentre le parole fiorite di queste- le invitanti offerte a fare una doccia per eliminare possibilità di infezioni dopo il viaggio, i suggerimenti di dove lasciare gli abiti per poi ritrovarli- sono la beffa suprema, cinismo elevato ad arte.

    Il libro termina con un breve capitolo sul ‘dopo’, su chi è stato condannato, su chi è riuscito a fuggire, su chi non si capacita che il Reich abbia fallito e si sente una vittima, su chi- e sono i più- intona il nuovo ‘inno nazionale’ che recita “Ich Wusste Nichts Uber Es” (Io Non Ne Sapevo Niente), sulla domanda che continua ad essere impossibile non porsi, di come sia stato possibile che ‘la più colta e raffinata nazione che il mondo avesse mai visto’ abbia potuto piegarsi ‘a una tale sfrenata, spropositata ignominia’.







sabato 7 gennaio 2017

Thomas Savage, “La regina delle greggi” ed. 2004

                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
         il libro ritrovato

Thomas Savage, “La regina delle greggi”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Stefano Beretta, pagg. 288, Euro 13,50



    Un titolo che ha del maestoso, “La signora delle greggi”, che sembra conferire a chi lo porta un’aura di potere e autorevolezza superiore a quella che il freddo denaro può dare. E’ Emma Sweringen, la signora delle greggi, nonna dello scrittore Thomas Burton, il personaggio in parte autobiografico che racconta la storia. Ma il romanzo non è su Emma Sweringen, o almeno non solo su di lei, perché sono tre le figure femminili, ognuna protagonista  di una sezione del libro che si conclude poi in una quarta parte in cui Thomas tira le fila del racconto. Nel 1912 una donna ventiduenne, Elizabeth Owen, aveva dato in adozione la sua bambina appena nata, Amy. Alla morte dei genitori adottivi Amy si mette sulle tracce della vera madre ed è così che Thomas apprende di avere una sorella. La prima reazione è quella di liquidare la storia come falsa, poi si insinua il dubbio, una zia ricorda una frase detta dal padre sul numero dei nipoti, e tutto il passato va rivisto, raccontato nuovamente, interpretato.
Il bisnonno di Thomas era diventato ricco trovando l’oro, suo nonno era un sognatore che suonava il violino, ma la nonna Emma era una forza della natura, una donna volitiva e coraggiosa, decisa e intraprendente. Aveva iniziato con due pecore che il marito le aveva regalato quasi per scherzo, dopo qualche anno ne aveva diecimila; quando era arrivato l’atteso figlio maschio, era lei che aveva fatto costruire una casa nuova; aveva scelto lei il marito per la primogenita Elizabeth. Ma Elizabeth si era innamorata di un altro. E a questo punto inizia il dramma di due donne che coinvolgerà altre persone, l’innocente Amy prima di tutti. Come possono essere contorti e ricattatori i legami famigliari, se si può arrivare a rinunciare ad una figlia, come se venisse offerta in sacrificio per un altro figlio e fratello che è morto, come se il proprio dolore fosse una redenzione per aver contrastato la volontà materna. Aveva pagato caro la sua ribellione, Elizabeth: era tornata a casa con il figlio Thomas e in seguito si era risposata. E leggiamo ora una storia che in parte sappiamo già, perché l’abbiamo letta con qualche variante nel romanzo precedente di Savage, “Il potere del cane”: un secondo matrimonio freddo e rispettabile, una madre molto amata che si disintegra sotto lo sguardo impotente del ragazzo, che trova nell’alcol il sostegno per reggere il disprezzo sferzante del cognato e che, forse sì, soffriva per una colpa nascosta di cui anche l’orgogliosa signora delle greggi era responsabile. “La vita di ognuno era stata plasmata e modificata da ciascuno degli altri” e a Thomas restano le lacrime (“non è vero che gli uomini adulti non piangono”) da versare per la madre che forse sarebbe contenta di sapere che lui ha ritrovato sua sorella.

 Ancora una volta Savage ci dà un romanzo grandioso che parla di forti sentimenti nello spettacolare scenario naturale del Montana, un romanzo che ci fa collocare il suo autore vicino ai grandi della letteratura americana.

la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it




giovedì 5 gennaio 2017

Thomas Savage, “Il potere del cane” ed. 2003

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                         il libro ritrovato

Thomas Savage, “Il potere del cane”
 Ed. Ponte alle Grazie, trad. Luisa Corbetta, pagg. 276, Euro 14,00

     Uno scenario del FarWest per il libro “Il potere del cane” dello scrittore americano Thomas Savage: un ranch nel Montana, con le mandrie che pascolano nei territori che una volta erano appartenuti agli indiani, gli inverni freddissimi a 50 sotto zero. E’ il 1925 e due fratelli sono proprietari del ranch, Phil e George. Una pagina di forza brutale in apertura del libro, che inizia con la frase: “Era sempre Phil a occuparsi della castrazione”, e il personaggio di Phil è già tutto in queste parole, come quello di George nell’accenno che “arrossiva” a sentire i discorsi crudi del fratello. Un modello vecchissimo, quello dei fratelli che sono l’uno l’opposto dell’altro, Caino e Abele, Caleb e Aaron nella “Valle dell’Eden” di Steinbeck. Il romanzo di Savage è giocato su questo contrasto, ma con un risvolto particolare, in un crescendo di drammaticità che finisce in maniera inaspettata. Phil è il più intelligente, quello più prestante fisicamente, che svolge i lavori duri del ranch, a contatto con le bestie. George  è lento, goffo, il fratello lo chiama “mangione” (“Fatso” in inglese), si occupa della gestione economica del ranch.
Piccoli dettagli accumulati costruiscono il personaggio di Phil come quello di un uomo che accentua volutamente tutto ciò che contribuisce all’immagine della sua virilità e anche il suo disprezzo per gli indiani, gli Ebrei, gli uomini che lui chiama “femminucce”, fa parte della visione maschile del mondo che, come ben presto sospettiamo, nasconde la sua omosessualità repressa. Quando George sposa Rose, una vedova con un figlio, e la porta a vivere al ranch, il contrasto esplode. Di nuovo, Savage è straordinario nel creare lentamente la tensione dell’atmosfera, l’ansia nervosa di Rose che cresce sotto i silenzi sprezzanti e la risata sferzante di Phil, la gentilezza adorante di George che il fratello prende per dabbenaggine e che non riesce ad impedire che la moglie diventi un’alcolizzata. Sembra che Phil la spinga consapevolmente verso l’orlo dell’abisso, come già aveva contribuito al salto finale del primo marito di lei, mentre lo stile di Savage, pur mantenendo sempre la narrazione in terza persona, riesce a cambiare registro, con un’altra scelta di vocaboli e di intonazione, dandoci l’impressione di leggere i pensieri nella mente di Phil: perché è certamente lui che trasforma la dolce Rose, sempre sorridente, in “Rosina la beona”, e suo figlio, il ragazzo effeminato che ha già sofferto per il suicidio del padre, nel “Piccolo Lord” e nella “Signorina Deliziosa”.
Eppure Phil si sente attratto dal ragazzo, perché questi, come già in passato il mitico Bronco Henry che appare solo nei racconti di Phil e di cui sappiamo l’importanza e il ruolo alla fine, riesce a vedere nella collina la figura del cane che corre- e per Phil le persone si dividono in due gruppi, chi vede il cane (ed è simile a lui) e chi vede solo delle rocce (ed è da disprezzare). Sarà questo ragazzo, che Phil pensa di manovrare per distruggere del tutto Rose, a salvare la madre dal “potere del cane”.
 La potenza di un dramma naturalista in uno splendido romanzo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net











mercoledì 4 gennaio 2017

Kien Nguyen, “Indesiderato” ed. 2001


                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   Voci da mondi diversi. Asia
    guerra del Vietnam
    il libro dimenticato

Kien Nguyen, “Indesiderato”
Ed. Garzanti, trad. Barbara Bagliano, pagg. 370, Euro 9,70


       Era una vita dorata, quella che Kien Nguyen conduceva a Nhatrang prima. Prima che la guerra senza fine si avvicinasse alla conclusione, prima di dover fuggire a Saigon, prima che i vietcong, nell’avanzata inesorabile, entrassero con i carri armati nella città che era stata il fulcro dell’occupazione americana. Kien abitava nella Residenza Nguyen- splendida dimora con giardino e piscina- insieme ai nonni, alla mamma e al suo giovane amante, al fratellino Jimmy e ad una schiera di servitori. I ricordi di Kien, in questo romanzo autobiografico, iniziano con uno dei party offerti dalla mamma, con l’immagine della mamma che si fa bella per gli ospiti: è il 12 maggio 1972 ed è il quinto compleanno di Kien. Alla festa sono presenti molti stranieri con i capelli chiari e gli occhi azzurri. E’ l’ultimo ricordo del tutto felice.
Nha Trang
    Tre anni dopo la situazione è precipitata. In marzo la famiglia Nguyen lascia Nhatrang in tutta fretta, negli ultimi convulsi giorni di aprile la madre, con Kien e Jimmy, cerca di lasciare Saigon con un elicottero americano, ma è troppo tardi- l’elicottero viene abbattuto, Kien ritorna a casa, dai nonni che si erano rifiutati di andarsene, con il fratellino e la madre che è di nuovo incinta.
    Kien Nguyen è un asiatico-americano, nato dalla relazione di sua madre con un uomo d’affari americano. Anche il fratello ha un padre americano- soltanto l’ultima nata è figlia del gigolò vietnamita che scappa appena può e torna quando gli fa comodo. Non è un fardello leggero da portare, essere figlio del nemico, dopo la sconfitta americana. Kien- lineamenti non puramente asiatici, capelli chiari e ricci- sarà chiamato ‘bastardo’ e ‘mezzosangue’, sua madre sarà insultata come ‘puttana’ e forse è meglio così. Meglio lasciar pensare che si sia prostituita per soldi, come tante ragazze vietnamite hanno fatto per fame, che non rivelare che lei era innamorata del padre di Kien, che lui avrebbe voluto portare il bambino in America e che lei non aveva voluto.
Sono ricordi pesanti, quelli di Kien Nguyen che oggi vive negli Stati Uniti dove fa il dentista e scrive libri. E ci parlano di una realtà poco conosciuta, di quello che avvenne in Vietnam alla fine della guerra, delle ritorsioni dei vietcong sui vietnamiti del sud, della rigidità del regime comunista, delle sessioni di autocritica (del tutto uguali a quelle del regime di Mao), delle punizioni inflitte a chi cercava di lasciare il paese (anche Kien fu uno dei boat-people e si salvò dal morire annegato grazie al nuoto praticato sulle spiagge di Nhatrang), dei campi di rieducazione (fu la madre a tirarne fuori Kien e possiamo intuire come), della mancanza di lavoro, della fame, di quel continuo girare della ruota della sorte per cui nessuno poteva mai essere tranquillo di non essere accusato.


   “Indesiderato” non è un libro che vola alto. Non ha la ricchezza espressiva e la profondità di significato de “Il simpatizzante” di Viet Thanh Nguyen (a proposito, Nguyen è il nome di famiglia più popolare in Vietnam. Il 40% della popolazione vietnamita ha il cognome Ngueyn che risale all’epoca imperiale della dinastia Nguyen). E’ la storia sofferta di un ragazzo che sconta le scelte di sua madre ed è la storia di un paese che ha molto sofferto e che ci pone la domanda sulla parte di responsabilità del mondo occidentale in questa sofferenza.


martedì 3 gennaio 2017

Diego Paszkowski, “Tesi su un omicidio” ed. 2004

                                  Voci da mondi diversi. America Latina
         noir
         il libro ritrovato

Diego Paszkowski, “Tesi su un omicidio”
Ed. Fanucci, trad. Amanda Salvioni, pagg. 172, Euro 12,00

    Sorprendente, intelligente e originale, il primo romanzo dello scrittore argentino Diego Paszkowski, pubblicato dalla casa editrice Fanucci. Un titolo, “Tesi su un omicidio”, che va inteso alla lettera, perché l’assassinio che verrà commesso da Paul Besançon, laureato in Giurisprudenza, servirà proprio come materiale per la tesi che deve scrivere alla fine del corso in Diritto Penale tenuto dal famoso professore Roberto Bermúdez a Buenos Aires. Sono loro i due personaggi principali del romanzo: il giovane dallo sguardo di ghiaccio, figlio di un diplomatico francese, e il docente che è stato giudice, conosciuto da tutti perché appare anche in televisione per parlare della giustizia. E, in capitoli alterni, si avvicendano le loro due voci, o meglio, di Bermúdez è veramente la voce che ascoltiamo in lunghi monologhi interiori, voce rauca di ubriaco che ci racconta la storia della sua carriera, l’amore per la moglie che lo ha lasciato, e poi osserva i suoi studenti, riflette. Quella di Paul Besançon è, invece, una sorta di flusso di coscienza in terza persona, sono i suoi pensieri- a volte mischiati a quelli di suo padre che non sa come trattare questo figlio che non capisce e che, da Parigi, manda a studiare in Argentina, perché spera che il suo amico Bermúdez gli insegni ad essere un uomo giusto.
i protagonisti dell'adattamento cinematografico
Ecco, la giustizia- il tema della tesi di Paul. La giustizia è cieca, secondo Paul, la giustizia non esiste, è il caso a dominare il mondo, e per dimostrarlo lui ucciderà una ragazza che non conosce ma che assomiglia all’attrice Juliette Lewis di cui ha visto tutti i film e di cui conosce ogni gesto e ogni sguardo. Sarà un delitto perfetto: ci saranno tutti gli estremi perché l’assassino debba essere condannato con il massimo della pena e però non sarà mai possibile accusarlo perché non ci saranno prove. E sono pagine allucinanti e allucinate, quelle dei pensieri di Paul, figura dostojevskiana che ragiona come Raskolnikov,

con l’avvistamento della vittima, le domande al professore con cui si accerta dei dettagli legali rivelandogli nello stesso tempo le sue intenzioni, la preparazione del delitto che deve avvenire al termine del corso, proprio lì, di fronte alla finestra dell’aula. Se Paul vuole dimostrare a Bermúdez che la giustizia è impossibile, Bermúdez, d’altro canto, si prefigge il contrario, perché a lui, che si è attaccato alla bottiglia dopo che la moglie lo ha abbandonato, resta solo da credere nella giustizia e nel suo ruolo di insegnante. Se gli è impossibile accusare Paul che lui sa essere colpevole, lo ucciderà perché non vada impunito- no, se lo uccidesse non imparerebbe niente, e allora farà in modo che la giustizia trionfi anche a costo di tradire se stessa.
Ma questo è il grandioso paradosso finale: il piano di Bermúdez per incastrare Paul prevede ossessionarlo con le sue stesse ossessioni, costruire prove false e comprarsi delle testimonianze- per sbatterlo in prigione dove ci penserà qualcun altro a finirlo. Ma non è questa la prova che ha ragione Paul? Che la giustizia è cieca anche quando imprigiona con la menzogna? Serrato e coinvolgente in una logica senza speranza, il romanzo di Paszkowski ha vinto nel 1998 il premio La Nación per il miglior romanzo in Argentina.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista "Stilos"



                                                                    

lunedì 2 gennaio 2017

Simona Vinci, “Brother and sister” ed. 2004

                                                        Casa Nostra. Qui Italia
   il libro ritrovato

Simona Vinci, “Brother and sister”
 Ed. Einaudi, pagg.111, Euro 8,5


    Ancora il mondo dell’infanzia, o dell’adolescenza sulla soglia dell’infanzia, nel nuovo libro di Simona Vinci, un racconto lungo che sarebbe dovuto essere un dramma per la radio. E del dramma “Brother and sister” mantiene la struttura scarna, lo scenario essenziale, il dialogo, l’unità di tempo e di luogo. Tutto si svolge tra l’interno di una casa e un bosco, in una notte, l’ultima che i tre fratelli, la diciassettenne Cate, il quattordicenne Matt e il piccolo Billo passeranno insieme. E’ una notte di luna piena, un paese sugli Apennini, Bologna in lontananza. Zoom sull’interno, una casa con poche cose, la televisione, una cassettiera, un grembiule che pende da un gancio. Tutto lascia intendere un’assenza- i fratelli accennano alla mamma, e poi cade il silenzio; se Billo piange, “adesso” tocca a Cate farlo smettere. L’intero quadro si configura come una delle favole che si raccontano ai bambini, in cui c’è sempre una mamma che muore, solo che nella realtà del mondo moderno la matrigna è sostituita dall’assistente sociale, il pericolo è quello dell’essere internati in un Istituto e finire con l’essere separati. E’ la disgregazione del nucleo famigliare, lo strappo, la solitudine. E’ per scongiurare la paura di quello che li aspetta che Matt chiede alla sorella di raccontare una fiaba e la fiaba è il calco della loro storia, una favola che prende dalla tradizione gli elementi della fuga nel bosco, del fratellino che viene trasformato in un capriolo, del re che sposa la fanciulla.
La favola di Cate si interrompe di continuo per fare posto alla realtà della storia che loro stanno vivendo- escono fuori i ricordi, la nascita di Billo, la morte del padre, la depressione della madre. E affiorano  anche altri pensieri e sentimenti più torbidi, quelli che balenano nella mente senza che si riescano a soffocare, che si esprimono con parole spezzate perché fanno paura- l’attrazione, inevitabile ma sentita come colpevole, tra fratello e sorella, la domanda “si può fare qualcosa per trattenere le persone?”, l’accorata constatazione “non ci voleva bene”. Ed è della mamma che si parla, del modo come se n’è andata, e poi c’è quella domanda, “gli hai detto che siamo stati noi?”, che si spalanca su un buio di possibilità.
Come nella favola di Grimm, anche qui il bosco ha una valenza duplice: è una possibilità di fuga, un sollievo temporaneo dall’atmosfera chiusa dei ricordi, ma è pur sempre buio, con cespugli che graffiano, con rumori che non si riescono ad identificare. E la sortita dei tre fratelli nel bosco finirà con una corsa precipitosa per rinchiudersi di nuovo nella sicurezza della casa- sono troppo giovani per affrontare il mondo da soli. Una telefonata annuncia l’arrivo di un assistente sociale (a lui il ruolo di salvatore come quello del re?) e dal bosco esce, per unirsi a loro, non una bestia feroce ma un piccolo compagno down di Billo: a lui la corona argentata di cartone sulla testa, il re della solitudine per ricordarci che non abbiamo il monopolio dell’infelicità.

la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it




domenica 1 gennaio 2017

Melania G. Mazzucco, “Io sono con te” ed. 2016

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
        una storia vera
      FRESCO DI LETTURA


Melania G. Mazzucco, “Io sono con te”
Ed. Einaudi, pagg. 252, Euro 17,50

     Dieu le veut. Lo vuole Dio. E’ il nome della clinica che Brigitte Zébé aveva aperto a Matadi in Congo. Una clinica dove lei faceva l’infermiera e dirigeva uno staff di medici qualificati, pronti ad aiutare quelli che si presentavano in cerca di aiuto anche se non avevano la possibilità di pagare. Dieu le veut, è il mantra che Brigitte ripete con fede ma anche con una sorta di fatalismo mentre affronta le difficoltà più incredibili di questa sua nuova vita di rifugiata in un paese di cui non sapeva nulla, in cui non conosce nessuno e non comprende nessuno quando le viene rivolta la parola. Dieu le veut, e intanto piange. La sua vita perduta, i figli perduti, morti, chissà. Il futuro buio.

“Io sono con te” è la storia di Brigitte Zébé rifugiata approdata a Roma. E Melania Mazzucco è la scrittrice che raccoglie la sua storia facendosi portavoce di Brigitte.
Quando ho letto “Voci del verbo andare” di Jenny Erpenbeck, dove un professore in pensione si avvicinava ai rifugiati e ascoltava le loro storie, mi sono chiesta perché non avessimo anche noi uno scrittore che facesse qualcosa di simile, proprio noi che siamo il paese dove la maggior parte di questi disperati in fuga sbarca e dove quindi ha diritto di chiedere asilo politico, perché non ci fosse uno scrittore italiano che se la sentisse di prendere questo fardello di dolore sulle proprie spalle. Ecco: Melania Mazzucco è la risposta, è lei che per mesi ha ascoltato Brigitte, che ne ha raccolto le parole e le lacrime. Nel libro si intrecciano tempi diversi fatti di flash immediati sul presente di una donna che si aggira per la stazione Termini- sembra in stato confusionale, e come potrebbe non esserlo, catapultata in un paese sconosciuto, impreparata al clima freddo di una Roma autunnale, con in tasca venti euro del cui valore non ha idea-, che dorme per terra, timorosa di tutto, che viene indirizzata al Centro di via Astalli dove immediatamente riceve cure mediche, sia fisiche sia psicologiche, e di flash-back sul passato, su come la vita tranquilla (per quanto possa essere tranquilla la vita in Congo) di Brigitte, vedova con quattro figli e un lavoro ben avviato, sia stata sconvolta dal suo rifiuto di uccidere con dolcezza dei manifestanti ricoverati nella sua clinica.
I ricordi peggiori, la prigione, le torture, le violenze, la fame, la bestialità dei carcerieri e poi la salvezza insperata- perché il bene fatto torna sempre indietro, Dieu le veut- e quel viaggio verso l’ignoto, vengono per ultimi perché è come se si riaprissero le cicatrici, come se tutto il corpo dolesse di nuovo. Niente vien tralasciato nel racconto della vita di Brigitte, nessun dettaglio del suo nuovo inizio con gli aiuti del Centro di via Astalli diretto dai gesuiti, degli incontri fatti con persone eccezionali che hanno scelto di dedicare la loro professionalità all’aiuto dei rifugiati, dell’iter arduo per avere i documenti, perché le venga riconosciuto il diritto di asilo, per avere un alloggio, per imparare la lingua, per inserirsi nel mondo del lavoro, per cercare di ritrovare i figli e poi per riconquistare l’affetto e la fiducia di questi figli che si erano sentiti abbandonati da lei, così all’improvviso.

    Si esce diversi dalla lettura di “Io sono con te” (sono parole tratte dal libro di Isaia, “Tu non temere, perché io sono con te”). Melania Mazzucco è una bravissima scrittrice, la sua empatia è straordinaria e Brigitte è una persona fuori dal comune. La sua storia cambia la nostra maniera di guardare le persone di colore agli angoli delle strade. Di certo non saranno tutti come Brigitte, ma dovremmo pensare a lei e non girare alla larga. E dovremmo dare degli scampoli del nostro tempo e tagliare un margine del sovrappiù che tutti abbiamo e contattare i centri di accoglienza per rifugiati.
Un romanzo molto bello e generoso contro la discriminazione.