Voci da mondi diversi. Danimarca
premio Nobel
Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale”
Ed.
Iperborea, trad. Fulvio Ferrari, pagg. 110, Euro 16,00
È un premio Nobel dimenticato, lo
scrittore danese Henrik Pontoppidan? Forse sì e, quasi certamente, è poco
conosciuto. Nato nel 1857 a Fredericia, morì a Ordrup nel 1943 e ricevette il
premio Nobel nel 1917, ex-aequo con Karl Gjellerup (altro scrittore danese di
cui dobbiamo confessare di non sapere nulla).
Pontoppidan
è considerato l’esponente maggiore della narrativa naturalista in Danimarca, ma
“L’ospite regale”, appena pubblicato da Iperborea, ci pare staccarsi dalla
forma naturalista, sembra più una favola leggera che nasconde un profondo
significato.
Sono passati sei anni da quando il giovane medico Arnold Højer era arrivato con l’altrettanto giovane moglie Emma a Sønderbøl nello Jylland. Venivano entrambi dalla capitale e si fa presto ad inneggiare la bellezza della vita in campagna- i primi tempi erano stati duri, era stato difficile abituarsi alla solitudine, a quell’isolamento- la stazione era a più di 20 km. di distanza, il paese era costituito da una manciata di casette di povera gente, non c’era nemmeno un prete con la sua famiglia, solo un maestro attaccabrighe. Adesso che Emma era sempre affaccendata ad occuparsi della casa e di tre bambini, le sembrava di essere stata terribilmente infantile quando aspettava il ritorno del marito seduta accanto alla finestra. C’è un certo che di simbolico nel fatto che avessero chiamato i bambini con i nomi biblici di Caino, Abele ed Eva- quello era il loro paradiso terrestre.
Sappiamo però che il Paradiso terrestre non
era per sempre, conosciamo la storia della tentazione del serpente e della
cacciata dei primi uomini. E ci sarà anche un serpente ad insinuarsi nella casa
dei due coniugi. Aspettavano dei parenti che sarebbero dovuti venire loro
ospiti da Copenhagen. In loro vece era arrivato uno sconosciuto, un uomo
distinto dalla corporatura massiccia, vestito con eleganza. Si presenta in
maniera elusiva, dice di essere un amico del pastore (lo chiama però con un
nome diverso da quello con cui lo conoscono gli Højer), se vogliono dargli un nome possono
chiamarlo il principe Carnevale. Ma che cosa è ? uno scherzo? A Carnevale ogni
scherzo vale…Emmy è diffidente, vorrebbe che il marito lo cacciasse via, ma non
pare sia possibile.
Inizia così una serata a dir poco insolita per Arnold ed Emmy. È il principe Carnevale che dà ordini, che addobba tavolo e sala per la cena, che chiede loro di cambiarsi e vestirsi eleganti (Emmy si vergogna ad indossare l’abito rosa di seta di quando era ragazza), che suona uno strumento che è una via di mezzo tra un mandolino e un liuto, che canta, che sembra corteggiare Emmy. E Arnold si ingelosisce.
Questa storia di una notte di stravagante
follia in cui non sembra succedere niente finisce con il Principe Carnevale se
ne va, avvolto nel suo alone di mistero un poco sulfureo. Dietro di sé lascia
però due persone che sono cambiate nel giro di una notte ed è questo il
significato della ‘favola’. Arnold ed Emmy si erano adagiati in una tranquilla
routine, adesso, invece, c’è in loro una certa inquietudine, una irrequietezza
che è stimolante, c’è una spinta a non dare tutto per scontato, a godere delle
solite cose come se si trattasse sempre di novità.
È
significativa l’immagine con cui si chiude il racconto- Emmy, ormai ingrigita
ma non ancora anziana, siede accanto alla finestra, guarda il tramonto e le
nuvole che corrono nel cielo, ‘immagine dell’eterna inquietudine’.
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