sabato 3 ottobre 2026

Sarah Dunant, “La marchesa” ed. 2026

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Sarah Dunant, “La marchesa”

Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 336, Euro 19,00

 

   È Isabella d’Este la Marchesa del nuovo romanzo di Sarah Dunant. Nata nel 1474, andata sposa a Francesco Gonzaga, guidò la città-Stato di Mantova (lui era un guerriero e lasciava spesso a lei gli impegni politici) negli anni difficili di guerre, alleanze e tradimenti, tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI.

    “La marchesa” non è il solito romanzo storico imperniato su una grande figura femminile. È un romanzo di ambientazione storica ma anche un libro di storia dell’arte (Isabella era una fine collezionista e, alla sua morte, lasciò una collezione straordinaria di dipinti, sculture, libri, strumenti musicali) e, in un certo qual senso, un’autobiografia della scrittrice stessa  che appare nelle vesti della studiosa che consulta le lettere e i quaderni di Isabella conservati in un ex convento e in una chiesa, sede dell’Archivio di Stato di Mantova. Perché è proprio Sarah Dunant, anche se non ne sappiamo il nome, la ricercatrice vestita con una maglia verde foglia, pantaloni ocra alla turca e una sciarpa gialla. La scelta narrativa della scrittrice è insolita per un romanzo storico: ricordate il libro “Amabili resti” di Alice Sebold? La sua storia (era stata uccisa) viene raccontata da lei stessa che aleggia sul nostro mondo con lo sguardo di chi ha lasciato la vita terrena. Così è per Isabella- guarda, osserva, le piace la donna che ha chiesto di consultare le sue lettere (l’avrebbe volentieri presa come dama di compagnia), le piace di meno lo storico dell’arte con gli occhiali su cui fa osservazioni ironiche, e intanto sbircia le lettere che la scrittrice consulta. E ricorda.


    Le lettere sono il punto di partenza per ricostruire la sua vita da un punto di vista personalissimo, intimo o ufficiale, secondo a chi le lettere sono indirizzate. In genere non ci si può fidare di chi parla di sé, ma Isabella è straordinaria anche in questo. È obiettiva. Sa bene di non essere mai stata bella, non come la sorella Beatrice che andò sposa a Ludovico Sforza. Era stata gelosa di Beatrice, Ludovico era un bell’uomo e Milano non era Mantova. Quanto a Francesco Gonzaga- Isabella non si sentiva affatto attratta da lui e, dallo scambio di lettere con la madre, ci lascia intendere quanto le pesasse l’intimità coniugale. La felicità che Isabella non trovava a letto, la frustrazione e sì, anche la preoccupazione per quell’erede che non arrivava, erano compensate dal suo interesse per l’arte, per tutte le forme di bellezza che erano arte. Tutti i nomi più famosi degli artisti del Rinascimento, contesi da una corte e dall’altra, appaiono in queste pagine, balzano fuori dalle sue lettere, con le commissioni date, accettate, rifiutate, insieme alle puntuali note critiche della marchesa. Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Mantegna, Giulio Romano- per citare solo i grandissimi.

Francesco Gonzaga

    Dai campi di battaglia (quella epica di Fornovo del 1495 è stata resa memorabile dal dipinto commissionato ex-voto da Francesco a Mantegna) alle corti di Mantova, di Ferrara e a quella papale a Roma, dalla descrizione di abiti e tessuti e arredi alla cella in cui fu rinchiuso Francesco Gonzaga, dai parti, di Isabella, della sorella rivale che morì a soli ventidue anni dando alla luce il terzo figlio, al mal francese, come veniva chiamata la sifilide, che si portò via Francesco. E sempre lei, Isabella, in primo piano, più a suo agio al governo del ducato di Mantova che nella stanza da letto. E sempre lei, Isabella, che alita sui fogli della scrittrice ricercatrice, che fa sentire la sua presenza, quasi volesse continuare a vivere, almeno sulla carta.

    E la carta ci riporta in vita una donna eccezionale.



    

martedì 29 settembre 2026

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare” ed. 2026

                                                           vento del Nord

                                                   seconda guerra mondiale

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg. 332, Euro 19,50

   Era andata alla ricerca del passato della nonna, Juni, nel precedente romanzo di Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”. Ed ora, in questo secondo libro che è, sì, il seguito, ma può essere letto del tutto separatamente dal precedente, la sua attenzione si rivolge a quel nonno così affettuoso che sapeva tutto sul mare, che le diceva che le onde ‘che ci sia quiete o tempesta, toccano la terra sempre allo stesso ritmo’ e ‘se hai paura o sei triste, respira con il mare’. Il nonno raccontava anche delle città in cui era stato quando era marinaio e poi però taceva quando gli si chiedeva della guerra, di dove fosse stato durante gli anni di guerra, non diceva nulla di quello che gli era successo e gli aveva insegnato a respirare con il mare. Proprio come per la nonna Tekla, anche il suo silenzio nascondeva ricordi che non voleva risvegliare.

   Nel 1943 il nonno Konrad Bjerke era marinaio semplice sul mercantile Anitra, la stessa nave su cui era imbarcato suo fratello maggiore Sverre. Nell’Oceano Indiano erano stati attaccati da un sottomarino giapponese, Sverre e altri ufficiali erano stati presi prigionieri, Konrad si era miracolosamente salvato su una scialuppa di salvataggio. Salvato? Sì, per veder morire gli altri marinai che erano con lui, tranne uno che era stato colpito da due pallottole ma era ancora vivo- Konrad non era riuscito a tenerlo in vita a lungo. Diciannove giorni alla deriva prima di approdare sulle coste di Giava dove lo avevano trovato dei pescatori e portato all’ospedale.


    È ancora la guerra il centro della narrazione di Trude Teige. Se nel romanzo precedente l’attenzione era rivolta all’occupazione della Norvegia da parte dei nazisti prima e al dopo-guerra in Germania poi, qui lo sguardo si sposta ad Oriente, a Giava, l’isola dell’Indonesia passata di mano dai colonizzatori olandesi a quelli britannici e ritornata poi agli olandesi prima di diventare indipendente nel 1949. Tra il 1942 e il 1945, tuttavia, i giapponesi occuparono l’isola- furono anni durissimi, soprattutto per i coloni olandesi e britannici che avevano sempre avuto una posizione privilegiata a Giava.

   La prima parte del libro era la storia della guerra in mare e del nonno Konrad che non era finito subito prigioniero dei giapponesi come suo fratello. La seconda parte è una sorta di intermezzo con la lentissima ripresa di Konrad grazie anche alle cure dell’infermiera norvegese Sigrid- l’amore che sboccia tra di loro è come un fiore nel deserto. C’è poi una terza parte che si svolge nei campi di prigionia giapponesi, una lettura angosciante quanto quella dei campi di concentramento tedeschi- fame, malattie, lavori massacranti per i prigionieri, umiliazioni, crudeltà disumana, morte, corpi morti ovunque. È Stalin che ha detto, ‘la morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è una statistica’? ed è lo psichiatra austriaco Viktor Frankl che ha scritto che chi, nei campi, sceglieva di dividere l’ultimo pezzo di pane o di confortare un compagno salvava la propria dignità? Anche il nostro Primo Levi diceva che mantenere un minimo di decoro serviva a riaffermare la propria umanità contro i carnefici.


    La giovane Sigrid, la suora Magnhild, lo stesso Konrad sono figure luminose, per il loro coraggio, la generosità, l’altruismo, l’ardire di mettere a rischio la loro vita per salvare quella di altri.

    Il Giappone si arrende, dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki- e questa è la quarta parte del libro. Dopo mille difficoltà ci sarà il finale felice che ci aspettiamo, con un ricongiungimento ideale con la trama del libro precedente, con le pagine in cui conosciamo quella che sarà la nonna Tekla, qui una giovane mamma che danza nella pioggia. Prima però ci verranno le lacrime agli occhi, perché in una guerra ci sono sempre gli ultimi spari.

    Chi ha amato “Quando la nonna danzava nella pioggia”, amerà certamente anche “Il nonno respirava con il mare” che fa luce su un’altra pagina poco conosciuta della Storia del secolo scorso.




domenica 27 settembre 2026

Nelio Biedermann, “I Lázár” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Svizzera

     storia di famiglia


 Nelio Biedermann, “I Lázár”

Ed. Guanda, trad. Leonella Basiglini, pagg. 304, Euro 18,05

 

   Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre.

    Quante cose ci dicono queste prime righe di apertura del romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann che è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo, ma i cui nonni paterni, appartenenti alla nobiltà ungherese, si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta.

Ci aiutano ad ambientare la storia che leggeremo- sono i primi giorni di gennaio del 1900 (ce lo dice la neve), il luogo (un castello, questo lo sapremo poi) è vicino a un bosco ‘oscuro’ come la selva oscura dantesca- anche questo bosco forse simboleggia il peccato, lo smarrimento, la confusione di scelte difficili-, il bambino che viene al mondo- uno dei protagonisti, forse il protagonista principale- non è come tutti gli altri e poi non è figlio di quello che crede essere suo padre. Sarà una storia che si srotolerà per più di mezzo secolo, che vedrà la fine dell’impero austro-ungarico, la caduta di una famiglia, l’avvicendarsi di diversi regimi politici che infine non lasceranno scelta tranne la fuga oltre i confini.

le Croci Frecciate

   Sándor von Lázár (verrà il giorno quando sarà meglio omettere il von nobiliare), la moglie Mária, i figli Ilona e Lajos, il fratello folle di Sándor, Lajos e Lilly e i loro figli Pista ed Eva- sono questi i personaggi del romanzo. O forse la vera protagonista è la Storia dentro cui si muovono, come attori, i personaggi. La fine del vecchio e baffuto imperatore significa il dissolvimento della grandezza del suo impero e, parallelamente, assistiamo alla fine tragica della madre di Lajos e allo scivolare di suo padre nell’alcolismo. I cambiamenti nella vita della famiglia incalzano, dalla residenza nel castello andranno prima a Pécs e poi a Budapest, mentre un altro uomo, con i ridicoli baffetti, questo, arringa le folle in Germania ed estende il suo potere in Ungheria. Quello di Hitler è un potere subdolo e strisciante in cui Lajos si trova invischiato- sarà travolto dai sensi di colpa quando si renderà conto di che cosa è stato corresponsabile. Solo quando, a guerra finita, il giovane Pista andrà a cercare la ragazza di cui era innamorato, verrà a sapere che era ebrea e che era scomparsa. Ormai tutti sanno dove. Forse il destino migliore è quello di Imre, lo zio di Lajos ossessionato dai ‘Notturni’ di Hoffman- c’è saggezza nella sua follia, proprio come in Re Lear? Che periodo buio della storia dell’Ungheria, quello della guerra con le Croci Frecciate e del dopoguerra con l’occupazione sovietica e il Partito Comunista guidato da Rákosi  (e i Lázár, ormai definitivamente senza il von, vivono in ristrettezze, sia di mezzi sia di spazio)!


   C’è un certo qual cambiamento nel tono narrativo del romanzo. La prima parte, più lontana nel tempo, ha i contorni più sfumati, c’è un certo non so che da realismo magico (vedi la nascita del bambino dalla pelle trasparente), mentre la narrazione si fa più dura e realista con gli avvenimenti più recenti che culminano con il coinvolgimento politico di Pista, la speranza in Imre Nagy, la rivoluzione del 1956, il trauma dei carri armati sovietici in Budapest, la decisione di lasciare l’Ungheria.


    Il linguaggio di Nelio Biedermann ha un nitore di altri tempi, può essere poetico o crudo senza mai essere esagerato, così come sono discreti i riferimenti a scrittori e grandi opere del passato- da Dante a Mann, a Roth, a Màrquez. È un’opera prima e non è particolarmente originale, ma la giovinezza dello scrittore ne fa un romanzo fuori dell’ordinario che suscita stupore e ammirazione per il suo autore.



 

   

 

 

 

venerdì 25 settembre 2026

Barbara Demick, “Nulla da invidiare” ed. 2026

              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   reportage

Barbara Demick, “Nulla da invidiare”

Ed. Iperborea, trad. Valentina Ricci, pagg. 409, Euro 20,00

     Dopo trentacinque anni di occupazione giapponese, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, la Corea fu liberata- le truppe sovietiche occuparono il Nord, mentre quelle americane occuparono il Sud. Il confine provvisorio per dividere le due zone di influenza fu tracciato lungo il 38° parallelo e nel 1948 sorsero la Repubblica Popolare Democratica di Corea a Nord, con regime comunista, e la Repubblica di Corea a Sud che si ispirava alle dottrine capitaliste. Nel 1950 le truppe nordcoreane invasero il Sud per unificare con la forza il paese e, mentre la Cina appoggiava il Nord, gli Stati Uniti intervennero per difendere il Sud. La guerra terminò con un armistizio nel 1953 e attualmente le due Coree sono separate dalla Zona Demilitarizzata. Attualmente la Corea del Sud è una Repubblica presidenziale democratica retta dal Presidente Lee Jae-myung, mentre la Corea del Nord è uno Stato socialista governato come una dittatura totalitaria dinastica e il leader supremo è Kim Jong-un.

Kim Jong-un

   Una foto satellitare notturna delle due Coree mostra un’ampia area buia a Nord e milioni di lucine al Sud. Manca l’elettricità nella Corea del Nord, il paese è uno spazio nero, un buio che diventa metaforico per l’oscurità in cui è avvolto il paese- quello che sappiamo noi, all’esterno, è basato sui racconti di chi è riuscito a varcare il confine, e loro, quelli che vivono là, sono totalmente all’oscuro di quanto accade ‘fuori’. Soltanto alcuni, che, di nascosto e correndo grandi rischi, riescono ad ascoltare la radio, sono venuti a conoscenza della menzogna su cui sono costruite le loro vite. Tutto ciò che il capo supremo ha sempre detto sulla Corea del Sud, sugli Stati Uniti, sugli altri paesi capitalisti è falso. Ma la realtà è talmente al di fuori della loro immaginazione che gli riesce difficile crederci.


   Anche se un mare di fuoco ci assale, noi dolci bambini non dobbiamo temere./ Nostro padre è qui./ Non abbiamo nulla da invidiare al mondo.

  Sono le parole della canzone che viene insegnata ai bambini a scuola. È un lavaggio del cervello per far sì che la gente si convinca di vivere nella migliore società possibile. Kim Il-sung, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 1948 al 1994, voleva costruire gente migliore oltre a costruire un nuovo paese. A tale scopo aveva ideato un suo sistema filosofico, il juche, ‘autosufficienza’. I coreani erano il popolo eletto, non dovevano fare affidamento sulla Cina o il Giappone o la Russia. La volontà individuale doveva essere sottomessa a quella collettiva, era necessario seguire un leader assoluto e supremo- quel leader era, naturalmente, Kim Il-sung. C’era qualcosa di diverso, tuttavia, tra il culto della personalità che è proprio di tutti i dittatori e quello a cui ambiva Kim Il-sung. Lui capiva la forza della religione e aveva favorito il sorgere di leggende su di lui che sembravano un adattamento di ciò che viene narrato nei Vangeli. Anche nei quadri che obbligatoriamente erano appesi in ogni casa (spolverati con uno straccio che veniva regalato e destinato solo a quell’uso) Kim Il-sung era ripreso accanto al figlio Kim Jong-il- erano Dio padre e il figlio Gesù.  


   Barbara Demik ha passato sette anni a Seul raccogliendo le testimonianze di nordcoreani che erano riusciti a superare il confine. Quello che rende il suo libro un racconto non solo istruttivo e interessante, ma anche appassionante e coinvolgente, è la sua scelta di trasformare i testimoni- Mi-ran (la ragazza che aveva vissuto una storia d’amore che non aveva speranze di concludersi), la dottoressa Kim che aveva visto morire di fame così tanti piccoli pazienti, la signora Song che era abile nell’inventare nuove ricette con i pochi ingredienti disponibili, l’orfano Hyuk (piccolo per statura e con la testa grossa per denutrizione), Jun-sang (il ragazzo che aveva osato dare un bacio sulla guancia di Mi-ran dopo anni che uscivano insieme di notte per non essere visti)- in protagonisti, in veri e propri personaggi di cui seguiamo le vicende in quella prigione a cielo aperto in cui avevano vissuto prima di maturare la decisione di evadere a qualunque costo. Ognuno di loro ha la sua storia, ognuno aggiunge un tassello alla ricostruzione di un’esistenza fatta di paura continua, paura di delazioni per ogni minima infrazione a regole di comportamento che vanno dalla lunghezza dei capelli alla proibizione di precoci legami amorosi, da qualunque tipo di commercio personale (ordine che verrà ignorato quando aumenterà la penuria di alimenti) a, naturalmente, qualunque contatto con l’estero, sia pure attraverso letture. Se la descrizione delle condizioni di vita quando iniziò a mancare l’elettricità e poi l’acqua e poi i farmaci negli ospedali è penosa, quella della carestia e della fame e di quello che la fame spingeva a fare negli anni ‘90 è addirittura sconvolgente.


    Si apre un altro mondo ai nostri personaggi dopo la fuga, dapprima verso la Cina e poi verso la Corea del Sud. Un mondo di meraviglie, è come se avessero dormito o avessero vissuto nel peggiore degli incubi fino a quel momento, capiscono di essere stati ingannati fino ad adesso. E l’adattamento non è né facile né indolore. Cambiano, tutti loro. Quando Jun-sang si riunisce a Mi-ran, la trova sposata, la trova diversa.

   Un libro da leggere. Per sapere. Per capire.




 

mercoledì 23 settembre 2026

Intervista ad Artur Nuraj, autore di "Dio non uccide" 2026

 



Lei ha detto di aver scritto e pubblicato questo libro anni fa. Lo ripropone adesso, con delle modifiche. Quando è stato pubblicato la prima volta? Aveva un altro titolo? E ci sono differenze sostanziali tra la vecchia stesura e questa?

   È vero, ho scritto questo libro più di vent’anni fa e ho trovato un editore nel 2007, lo stesso che ha voluto fortemente ripubblicarlo. È uscito nelle librerie un anno dopo, con un altro titolo. Tuttavia, il romanzo è stato sottoposto da parte mia a una revisione massiccia, con diversi cambiamenti, in alcuni aspetti piuttosto profondi. La spina dorsale è rimasta intatta; ho cambiato, però, l’impostazione e alcune sfumature che riguardano la strategia dell’indagine. Togliendo alcuni capitoli e passaggi che appesantivano la storia e aggiungendone altri, ho cercato di dare alla narrazione un tono e un peso diversi rispetto a quella precedente. Con questo voglio dire che anche chi ha letto la prima versione ritroverà la “vecchia” storia, ringiovanita grazie a un restyling molto attuale, apprezzandone- spero- il lavoro fatto.

Che cosa l’ha spinta a ‘ripescarlo’? una situazione politica o, più in generale, un’atmosfera simile tra allora e adesso?


    Un po’ tutte e due. Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, il mio editore, che ha sempre creduto nelle potenzialità della storia, dopo aver visto un documentario sull’11 settembre mi propose di riprendere in mano il romanzo e renderlo attuale, attingendo naturalmente alla mia esperienza di autore accumulata negli anni. Sicuramente questo rappresenta uno degli aspetti, che possiamo definire romantico”, legati alla decisione di riproporlo. Ma, prendendo atto della situazione delicata e, in alcuni casi, grave che sta attraversando il mondo intero- specialmente il Medio Oriente- ecco che questa storia ritorna più che mai attuale. Al di là dell’affetto che mi lega a questo romanzo, ho cercato naturalmente di farlo con un tono mirato e preciso, senza perdere di vista la sua identità originaria.

I ‘pericoli’, se vogliamo chiamarli così, che si evidenziano in questo thriller tesissimo provengono dalla mafia ucraina e da un’interpretazione estremista della religione musulmana. Iniziamo dalla mafia ucraina: ha sostituito sul campo quello che era stato il dominio della mafia italiana? Ci sono delle differenze tra le due mafie?

    Una domanda intelligente e ben fatta. Direi che i pericoli arrivano sempre dalle cattive intenzioni. Tutti e tre gli aspetti appena citati rappresentano un pericolo rincorrente per la società. Non so dirti se la mafia ucraina, russa, messicana o chicchessia abbia sostituito sul campo quella italiana- sarei la persona meno indicata per farlo-, ma sta di fatto che tutte le organizzazioni criminali hanno un solo scopo: arricchirsi attraverso il crimine. Mentre l’estremismo religioso nasce da una convinzione malata e da una fede inculcata e plasmata in modo sbagliato, ben lontana dalla vera religione e dagli insegnamenti dei testi sacri. 

Credo che Lei, essendo albanese, abbia una conoscenza ravvicinata della religione musulmana e dei conflitti causati dall’estremismo religioso, come ci insegna la Storia dei Balcani. Mi pare che, nel suo libro, Lei evidenzi le due facce dell’Islam- o sbaglio?

la distruzione del ponte di Mostar 30 anni fa

   A essere sincero, io sono ateo. Tuttavia, nutro un profondo rispetto per chi è religioso. Conosco bene la religione musulmana perché in Albania è quella dominante rispetto alle altre. L’estremismo religioso, invece, l’ho studiato e l’ho conosciuto attraverso la stampa e la televisione; più di ogni altra cosa, attraverso la pagina oscura che racconta i conflitti balcanici degli anni ‘90. Non l’ho vissuto direttamente, perché nel mio Paese le religioni vivono in perfetta armonia. Si uniscono persino in matrimonio, mantenendo ognuno la propria religione e rispettando quella dell’altro. Direi che ogni religione, o quasi, ha due facce. La storia ci insegna che ci sono due modi di vivere e interpretare la religione: quello pacifico e spirituale e l’altro fondamentalista e radicale, ispirato a motivazioni politiche ed estremiste

Quante guerre si sono fatte, nella Storia, in nome della religione- anche i cristiani hanno avuto la loro parte, e non da poco. Eppure, come dice il titolo del libro, “Dio non uccide”. Di che cosa si tratta allora? Di una interpretazione dei testi piegata all’intento di mascherare una violenza insita nella natura umana?

    Come ho detto sopra, la religione è fatta di testi sacri, che lasciano una traccia da seguire, ma che, a loro volta, vengono interpretati a seconda di chi li legge e dei propri interessi. Quanto al titolo del libro, direi che è ispirato proprio alle due facce dell’Islam. C’è un Dio che guida l’individuo moralmente, insegnandogli la lotta spirituale contro i propri difetti e la convivenza secondo le leggi civili. E poi, secondo i fondamentalisti islamici, c’è un Dio che rifiuta le leggi umane, applica i testi sacri in modo dogmatico e cerca di imporre la “legge islamica” esclusivamente attraverso il jihadismo: una sanguinosa lotta contro l’Occidente e musulmanesimo moderato. Ma Dio, quello vero, non insegna e nemmeno vuole che si uccida in nome suo. 

Le pagine di apertura del libro sono molto significative- il bambino Mark che ammira lo yataghan nel museo, lo stesso yataghan che gli verrà regalato e che verrà da lui usato. Di che cosa diventa un simbolo lo yatagan?

   Il bambino Mark- il personaggio principale del romanzo-, beh, un po’ mi ci vedo in lui. E il personaggio di Jaçe, il vecchio che lo accompagnava al museo, era il mio caro nonno paterno: colui che mi ha cresciuto e di cui sento sempre il bisogno di far rivivere la presenza nei miei romanzi, un modo per averlo sempre vivo accanto a me. Quindi la pagina di apertura racconta un episodio vero, romanzato da quel bambino quando diventò un uomo, l’uomo che avrebbe voluto che suo nonno gli regalasse un pezzo di quel museo, come ricordo materiale della sua infanzia serena e piena di sogni, coccolata e protetta dal quel “vecchio che parlava poco e diceva tutto”, che però non vide mai suo nipote diventare uomo. Cosa simboleggia lo yàtaghan per Mark? Ciò che mio nonno è stato per me: luce, guida, ispirazione, redenzione. Per dirlo alla Kafka: la misura di tutte le cose.

La trama ci porta a riflettere sul tema della giustizia. Mi sono chiesta se il modo di agire di Mark risponda al codice albanese del kanun.

   Sì, è un romanzo che racconta e fa riflettere sulla giustizia, quella personale, solitaria, lontana dai canoni della rettitudine perché bramata a lungo, perseguitata ogni minuto e ogni secondo, fino al suo compimento. Perché l’uomo, in sé, se gli vengono toccate quelle corde che gli spezzano l’anima in due, allora è pronto a fare altrettanto con l’autore di quella vile azione. Tuttavia, il modo di agire di Mark nel romanzo non è una risposta al codice del Kanun, bensì una caratteristica dell’uomo albanese. C’è un antico detto della mia terra che recita: “Non si tocca ciò che un albanese ha più caro, altrimenti conoscerai il suo lato peggiore, quello che nemmeno lui sa di avere”.

bomba in metropolitana

Termino le mie domande con quella che è una duplice riflessione che forse non richiede commenti (e però li chiedo a Lei)- da un attentato in Russia ad uno in America, da un capo all’altro del mondo la violenza non ha confini, così come il diffondersi della corruzione senza limiti, anche dove sarebbe lecito per un cittadino riporre la fiducia.

  Di questi tempi la “fiducia” è una parola che tanto viene usata, ma poco praticata nel suo vero significato. Perché la fiducia viene concessa dall’uomo semplice, ma ha bisogno di essere alimentata dagli uomini veri, e non da mercanti di armi, che scambiano le anime delle persone per litri, a barile.



 

domenica 20 settembre 2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG, autrice di "Le ore d'oro" - 15.09.2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG

    Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori. Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto, la moglie del fratello di suo padre.

    Sa parlare anche in italiano, Louisa Young, e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…

    Le piace parlare, comunque, e si presta volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre giornaliste presenti all’incontro.

    Noi lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era affezionata e di cui voleva continuare la storia?

     Un personaggio che amo è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.

   Sì, desideravo sapere che cosa riservava la vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e la morte…

Ha sentito la responsabilità di continuare questa storia?

    Sì. Mi sono chiesta, ‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima idea!’.

Quale è stata la parte più difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…

   La parte più difficile è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in questo mondo.

Jane Howard

Nel suo libro c’è come un passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?

    Credo che gli anni ‘60 siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati. Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…

Rupert è il fratello minore che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?

    Perché l’onda della guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai decidere, è legato ad un altrove.

Era un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet che non abbiamo ancora incontrato…

dal film

I confini tra le classi sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?

    Osservo i personaggi, come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.

Quando andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo, voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei tu!’.

La scrittura. Come ha potuto continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo così in armonia con chi l’aveva preceduta?

   Ammiro la scrittura di mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si sviluppa nella storia dentro la Storia.

Ci può raccontare un aneddoto su Elizabeth Jane Howard?

  Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.


La casa. Fakenham House. Ho pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto, rapporti diversi.

    Jane l’avrebbe fatta così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una metafora per il declino della famiglia.

Mi è parso geniale l’inizio, sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo romanzo, nel 1958, in un’altra casa.

   Io non ci avevo pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli stivaletti in vista.

Jane pensava di aver finito con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre libri?

    Jane pensava di aver finito e sì, ci saranno altri due libri, dopo “Le ore d’oro”. Ho già scritto il secondo ma devo ancora pensare al terzo.


sabato 19 settembre 2026

Louisa Young, “Le ore d’oro” Ed. 2026

             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                      saga


Louisa Young, “Le ore d’oro”

Ed. Fazi, trad. Manuela Francescon, pagg. 432, Euro 19,00

  Sentivamo la mancanza dei Cazalet. Mai ci saremmo aspettati di vivere di nuovo insieme a loro. E invece Louisa Young, nipote di Elizabeth Jane Howard, ha ripreso in mano le loro vite dando un seguito alla saga che abbiamo amato.

E diciamo anche subito la verità- diffidavamo, da sempre, di un’operazione del genere, quando uno scrittore ‘si appropria’ di personaggi non suoi. Invece…sono bastate poche pagine per ricreare l’atmosfera speciale, per catturare la nostra attenzione, per farci innamorare di nuovo dei Cazalet, per darci l’impressione che non si fossero mai allontanati

   L’ultimo libro, il quinto, della saga, “Tutto cambia” terminava con la festa di Natale del 1958, la Duchessa era morta, a poco più di dieci anni dalla fine della guerra un’epoca era finita, quello era l’ultimo Natale che la famiglia avrebbe passato a Home Place, la dimora avita che sarà sempre oggetto di rimpianto.


   “Le ore d’oro” inizia, significativamente, il giorno di Natale del 1962. La tradizione resta uguale, i Cazalet  si riuniscono  a Fakenham Hall, la grande, stravagante, gotica casa di Polly e Gerald. Ci sono tutti, genitori, cugini, fratelli e sorelle, coniugi, figli. Si fa un poco di fatica a ricordare chi è chi, chi è genitore, figlio, fratello o sorella di chi, e per fortuna ci sono un albero genealogico e uno specchietto iniziale per aiutarci. E poi ogni capitolo, a volte lungo, a volte breve o addirittura brevissimo, è intitolato con il nome del personaggio che diventa il punto di vista della narrazione. La vecchia guardia-  Hugh, Edward, Rupert e Rachel sono i testimoni del passato e faticano a stare al passo con i tempi. Ricordiamolo, iniziano i ‘swinging Sixties’- una musica nuova con i Beatles, una nuova moda con la magrissima modella Twiggy, nuovi comportamenti facilitati da quelle nuove sigarette così rilassanti e dall’aroma inconfondibile, nuova posizione della donna nel mondo del lavoro, nuova libertà di rapporti amorosi (chissà se Rachel sa che cosa significa ‘gay’ anche se lei aveva fatto coppia con l’amica carissima ormai morta).


Le tre cugine, Polly, Louise e Clary, ormai sulla soglia dei quarant’anni, sperimentano la difficoltà di conciliare il vecchio e il nuovo modello femminile. Ognuna di loro ha un’ambizione personale- saranno in grado i loro mariti di lasciarle libere di seguire la loro strada che non significa affatto disinteressarsi della famiglia? E poi ci sono i giovanissimi, quelli che non avevano ancora avuto una parte importante sulla scena e di cui la scrittrice ci aiuta a fare la conoscenza- Georgie che ha la passione per gli animali, il serioso Andrew, Juliet che è innamorata del fratellastro, Laura che non riesce a sottrarsi al fascino trasgressivo di Londra e infine la piccola deliziosa Buttercup, un ‘afterthought’, un ripensamento, la bimba arrivata a Clary quando ormai pensava non avrebbe avuto altri figli.

     Possiamo domandarci che cosa ci affascini tanto nella lettura delle vicende di questa famiglia. Ce lo siamo già chiesto quando abbiamo letto i cinque libri di Elizabeth Jane Howard e la risposta è la stessa- è la rara capacità delle due scrittrici di rendere straordinario quello che è ordinario, di spargere polvere di stelle sul quotidiano, di farci sentire in compagnia, meno soli, di riconoscere ora in uno ora in un altro personaggio un qualche nostro pensiero, un nostro sentimento, una nostra emozione. E va riconosciuto a Louisa Young il merito di non sembrare avere una voce non sua, una voce presa a prestito.

     Il finale…be’, il finale è degno dei finali di Dickens che, pubblicando i suoi libri a fascicoli, terminava ogni puntata tenendo il lettore con il fiato sospeso, a contare i giorni fino all’uscita seguente. Aspetteremo anche noi, perché abbiamo girato l’ultima pagina col batticuore per restare delusi scoprendo che “Le ore d’oro” terminava qui.