sabato 23 marzo 2019

Henning Mankell, “Il cervello di Kennedy” ed. 2007


                                                                         vento del Nord
          cento sfumature di giallo
           il libro dimenticato

Henning Mankell, “Il cervello di Kennedy”
Ed. Mondadori, trad. B. Fagnoni, pagg. 328, Euro 16,50

     Non avevo letto “Il cervello di Kennedy” quando era stato pubblicato, nel 2007. Il libro era rimasto sullo scaffale, in attesa. L’ho preso in mano perché…perché si sceglie un libro piuttosto di un altro? Forse sentivo la mancanza di Henning Mankell, forse ero certa che sarebbe stato il libro giusto in quel preciso momento, che non mi avrebbe deluso come avevano fatto i libri di recente iniziati e interrotti, uno dopo l’altro. Non mi ha deluso.
     Louise Cantor, archeologa che sta prendendo parte a degli scavi in Grecia, deve tornare in Svezia per un seminario sugli scavi delle tombe risalenti all’età del bronzo. Prima di partire non riesce a mettersi in contatto con il figlio Henrik. E Henrik non risponde al telefono neppure dopo che lei prova a chiamarlo, ripetutamente, quando arriva a Stoccolma. Allarmata, Louise va a casa del figlio e lo trova morto, sul letto, in pigiama. In apparenza è un suicidio per overdose di tranquillanti. Eppure, nonostante sia sotto shock, Louise ‘sente’ che Henrik non può essersi suicidato. No, non Henrik. E poi, era in pigiama: Henrik non andava mai a letto in pigiama. E’ vero, non si conoscono mai bene i propri figli- Louise non sapeva che Henrik avesse una ragazza, non sapeva che avesse un appartamentino a Barcellona, non sapeva che avesse un discreto conto in banca. Che cos’altro non sapeva di lui, Louise? Aveva cresciuto Henrik da sola, con l’aiuto di suo padre (uno scultore di alberi che, in qualche modo, ci ricorda il padre di Wallander), perché il marito (padre di Henrik) l’aveva abbandonata. Un uomo con cui aveva avuto una bellissima intesa ma inaffidabile.

     Inizia la ricerca di Henrik. Non di lui fisicamente, ma di quello che era stato, seguendone le tracce, che porteranno Louise prima in Spagna, insieme al marito che è andata a ‘recuperare’ in Australia e che scompare misteriosamente a Barcellona (un’ennesima sua scomparsa perché è incapace di affrontare le difficoltà? O l’hanno ucciso?), e poi in Africa. Il viaggio di Louise è una discesa agli inferi, un viaggio nel cuore di tenebra. Inseguendo il passato di suo figlio, incontrando le persone che lui aveva conosciuto, Louise si scontra con la terribile realtà dell’Aids, la peste del secolo XX, e, ancora peggio, con le mendaci organizzazione umanitarie che nascondono turpi intenti sotto un falso altruismo, con la mancanza di scrupoli delle case farmaceutiche che si trincerano dietro la difesa del fine che giustifica i mezzi.
Da questo inferno nessuno può tornare alla luce per gridare al mondo quale Male si nasconda nell’oscurità. Non c’è nessuno scrupolo a mettere a tacere chiunque ci provi- Louise vede morire sotto i suoi occhi chi ha cercato di parlare con lei.

     Come tutti i libri del grande scrittore scomparso nel 2015, anche “Il cervello di Kennedy” è un romanzo di ampio respiro. Se il nostro cuore salta un battito per la paura, non è per il timore che può incuterci un assassino che uccide per i soliti bassi motivi. E’ per un Male che sembra coprire tutto il mondo come una nuvola nera, come nel regno di Mordor in una scena de “Il signore degli anelli”. Potremmo tranquillizzarci dicendo a noi stessi che, dopo tutto, questa non è la realtà, questo è solo un romanzo. Sappiamo bene, invece, che c’è anche finzione narrativa, certo, ma c’è moltissimo di vero nell’inferno che Mankell descrive. E allora il suo scritto diventa anche una denuncia coraggiosa che possiamo raccogliere, se vogliamo.




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