domenica 29 novembre 2015

Abraham B. Yehoshua, “Il responsabile delle risorse umane” ed. 2004

                                                         Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                      il libro ritrovato


Abraham B. Yehoshua, “Il responsabile delle risorse umane”
Ed. Einaudi, trad. Alessandra Shomroni, pagg. 258, Euro 17,00



Non ci colpisce più con l’orrore di una volta, la notizia che qualcuno è rimasto ucciso, vittima di un attentato, di una pallottola vagante, di una mina, di una sparatoria. Siamo diventati insensibili alla morte che fa la sua comparsa ogni giorno nelle nostre vite, sempre più cieca e casuale. La accettiamo come destino o fatalità. Il nuovo romanzo di Abraham Yehoshua, “Il responsabile delle risorse umane”, vuole aprire una breccia in questa indifferenza e, non a caso, un solo personaggio ha un nome: Julia Regajev, la donna che è presente in tutto il romanzo, pur essendo già morta all’inizio, vittima di un attentato kamikaze nel mercato nel cuore di Gerusalemme. E Yehoshua le dà un nome proprio perché deve essere identificata, è l’unica a non avere un nome, perché il suo corpo resta all’obitorio senza che nessuno lo reclami, nessuno si è accorto della sua scomparsa. Un giornalista- sempre chiamato “il serpente” nel romanzo- minaccia di far scoppiare uno scandalo, accusando di insensibilità la fabbrica in cui la donna lavorava come operaia e di cui le è stato trovato in tasca il cedolino dello stipendio.
E’ per rimediare al senso di colpa, per riscattarsi davanti al pubblico di lettori, che l’anziano padrone della fabbrica affida al responsabile delle risorse umane il compito di appurare l’identità della donna, e poi quello di scortarne la bara nel paese da cui proviene- perché Julia è un’immigrata cristiana, attirata a Gerusalemme dal fascino mitico e mistico della città. Lui, il responsabile delle risorse umane, è un uomo solo, ha divorziato da poco, è un alienato dal cuore duro, che reagisce con insofferenza a questo incarico- intanto nessuno legge quel giornalaccio e nessuno farà caso all’accusa; no, non si ricorda affatto della donna (davvero era bella?), come potrebbe ricordarsi di tutte le persone a cui fa il colloquio? E poi, a poco a poco, il suo atteggiamento cambia, naturalmente durante il viaggio verso il paese della donna. Ritorna sempre, nei romanzi di Yehoshua, il tema del viaggio come scoperta di sé, ma questo è senz’altro il viaggio più lungo che compia un protagonista dei suoi libri, ed è anche un viaggio di espiazione e di rinascita- un morto nello spirito che rinasce a opera di un morto. All’arrivo all’aeroporto del paese senza nome (presumibilmente uno dei paesi dell’ex Unione Sovietica), il responsabile delle risorse umane incontra il figlio della donna e riconosce in lui i lineamenti di lei, quegli occhi “tartari” che ne accentuavano la bellezza (un cenno di esotismo che Yehoshua ci dice di aver preso da Madame Chauchat, ne “La montagna incantata” di Thomas Mann, perché gli pareva fortemente erotico), e si innamora della donna morta. Il viaggio prosegue, più lontano, in una terra gelida che contrasta con il calore che sta sciogliendo il cuore dell’uomo, lui sta malissimo per una forma di avvelenamento da cibo, e, mentre il suo corpo espelle fetido materiale fecale, avviene l’ultima depurazione del suo animo.
La fine è aperta, forse la bara verrà riportata a Gerusalemme, a questa città che appartiene a tutti e a nessuno, perché, come ancora ci dice lo scrittore, per la pace di una città tormentata e ferita è necessaria una terza parte, cristiana come lo è Julia Regajev. Un libro triste in tempi tristi- Yehoshua è sempre un grandissimo scrittore che risveglia le coscienze, senza fuggire dalla realtà.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos




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