domenica 18 marzo 2018

Sara Blaedel, “La foresta assassina” ed. 2018


                                                                      vento del Nord
        cento sfumature di giallo

Sara Blaedel, “La foresta assassina”
Ed. Fazi, pagg. 246, Euro 8,50

   “La foresta assassina”, un titolo che dice tante cose. Foresta. Alberi antichi dalla chioma scura e fitta che non lascia passare il sole. I mille rumori, di rami spezzati, di foglie calpestate, di un sasso che rotola, che risvegliano paure nascoste. Sensazione di minaccia e di pericolo- una foresta può essere un luogo pericoloso anche se è ai confini del mondo ‘civile’, anche se, come nel romanzo di Sara Blaedel, fa parte della proprietà privata dell’abitazione antica del marito di Camilla, la giornalista amica di Louise Rick, il capo del Servizio Investigativo Speciale che opera in un angolo della Danimarca e che abbiamo già conosciuto ne “Le bambine dimenticate”, il romanzo precedente di Sara Blaedel.
    Sono parecchi i personaggi che incontriamo nuovamente ne “La foresta assassina”, prima di tutto Eik Nordstrøm, l’altro investigatore, l’uomo sempre vestito di nero (per comodità, così compera uno stock di magliette e jeans tutti uguali) nei cui confronti Louise ha abbassato le difese abbandonando i suoi pregiudizi, e poi tutte le persone rispuntate dal passato di Louise, ex compagni di scuola che lei aveva voluto dimenticare dopo l’inspiegabile suicidio del fidanzato, l’avvenimento drammatico che aveva spezzato la sua vita condizionandola per sempre nei suoi rapporti con gli uomini. Anche il fantasma di Klaus, il fidanzato suicida, ritorna in questo romanzo- potrà finalmente riposare in pace alla fine. Perché il suo caso, ‘freddo’ di una ventina d’anni, si ricollega a quanto succede nel presente.

     Un ragazzino, Sune, compie quindici anni. Un giorno importante, quello in cui si affaccia nell’età adulta. Il padre lo porta nella foresta: ci sarà un rito di iniziazione, Sune sarà festeggiato, riceverà un regalo, sarà ammesso in una comunità che professa il neopaganesimo, cioè il culto delle antiche divinità norrene. In realtà gli adepti sembrano appartenere ad una setta che si rifà a pratiche che hanno un che di selvaggio e primitivo, con un anello che viene passato di mano in mano impegnando ognuno con un giuramento di fedeltà, di solidarietà e di segretezza (cioè di omertà- quanti crimini sono stati commessi e taciuti?). Finché si tratta di stare intorno al fuoco e di bere idromele, va tutto bene, ma, quando la combriccola ‘tira fuori’ il regalo per Sune e il ragazzo lo rifiuta, capiamo che le cose si metteranno molto male. Come si può rifiutare una ragazza bionda che lo farebbe diventare uomo? Sune fugge, non sono uomini ma bestie quelli che si buttano sulla ragazza. E Sune vede quello che non dovrebbe vedere.
il martello di Thor
     Avevo giudicato intrigante e insolito il precedente romanzo di Sara Blaedel- lo è anche questo. E’ interessante e inquietante venire a sapere del revival dei culti di divinità come Thor, Odino o Freya, che richiedono anche sacrifici di sangue, che uniscono con vincoli di fratellanza in nome di una comunione spirituale con la natura. La trama è incalzante- più o meno il lettore sa chi siano i colpevoli ma è in ansia fino alla fine per la sorte del ragazzo. E poi, nel buio della foresta si scoprono altri cadaveri di ragazze morte non di recente- è il passato che riaffiora insieme a loro. Anche il nome di Klaus viene fatto ripetutamente: era stato attratto pure lui dal neopaganesimo? E vengono inviati messaggi terrificanti che devono essere interpretati come in un codice- la testa di un cavallo morto, una runa con la croce frecciata, un’altra con una freccia. Quello che è peggio è che tutto quello che i messaggi avevano annunciato si verifica- ma che divinità sono mai quelle che predicano solo violenza e sangue e vendetta in nome di un mistico legame con la natura?

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venerdì 16 marzo 2018

Neil Jordan, “Ombre” ed. 2005


                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

Neil Jordan, “Ombre”
Ed. Fazi, trad. Lucia Olivieri, pagg. 332, Euro 14,00


   Hester. Il nome stesso suggerisce storie più incalzanti, come pagine di un libro illustrato che scorrono rapide. Era annegata attraversando il fiume Boyne gelato, mentre una ragnatela di crepe si apriva nel ghiaccio sotto i suoi stivaletti col tacco. Era morta dando alla luce un figlio illegittimo, era stata seppellita nella fossa dei poveri, si era murata viva nello scantinato tra i mucchi di carbone…


   “So con precisione quando sono morta. Erano le tre e venti del quattordici gennaio millenovecentocinquanta…”: inizia così il romanzo “Ombre” di Neil Jordan, il primo dopo dieci anni in cui lo scrittore regista si è dedicato al cinema. E, se vi viene in mente “Amabili resti” di Alice Sebald, in cui la voce narrante era una ragazzina che era stata assassinata, accantonate l’idea, perché la somiglianza tra i due libri si ferma qui. Nina aveva 53 anni quando è stata uccisa e sappiamo subito che il colpevole è George, l’amico d’infanzia che lavora a giornata da lei come giardiniere, per rientrare la sera in un istituto psichiatrico. “Sono il narratore ideale, che abita l’ora e l’allora, danzando dall’una all’altro”, dice Nina, ed è questa la sensazione che abbiamo, leggendo: di librarci lievi in una danza tra il passato e il presente, più sfumato nell’alone dei ricordi il passato, nella magia di un tempo dell’innocenza che non torna più, più carico di tristezza il presente che ha conosciuto perdite e delusioni. Ma non ascoltiamo solo il racconto in prima persona di Nina, alla sua voce si alterna una narrativa in terza persona, come uno sguardo dall’esterno sui fatti del presente e del passato, in cui si inseriscono- a tratti- le voci di Gregory e Jane, gli altri due protagonisti del romanzo. Sono più o meno tutti coetanei, i fratelli George e Jane e i fratellastri Nina e Gregory, cresciuti insieme in Irlanda, condividendo giochi e scoperte nella grande casa dei genitori di Nina, sulle rive del Boyne.
Terra di leggende, di elfi e di fate, l’Irlanda,  dove l’ombra di Nina si può identificare con la mitica Boinn, la fanciulla ghermita dal fiume che ha trasformato i suoi capelli in alghe e ha preso il nome da lei, lo stesso fiume in cui si era tuffata Nina bambina per recuperare la sua bambola (un segno premonitore?), in cui era annegata la sua istitutrice (un altro segno?). E le ombre con cui parla Nina, la bambina ammalata di solitudine prima che Gregory e George e Jane facessero irruzione nella sua vita, acquistano un nome, si chiamano Emily o Hester, vivono di vita propria, diventano presenze reali anche per gli altri. Tanto che George, povero, confuso George sfigurato dalle ustioni riportate in guerra, racconta di aver ucciso Hester. Invece ha ucciso Nina.
Nina in prima persona può rievocare il calore dell’amicizia, il legame con il padre (c’è uno scambio di battute tra di loro, mutuate da “Grandi speranze” di Dickens, che diventa un refrain carico di allusioni di complicità: “che risate Pip”/ “che risate Joe”), il sorgere di un affetto più che fraterno per quel fratellastro che è come il suo doppio, il tentativo di amare George al posto di Gregory, ma è il racconto in terza persona che colloca gli eventi in una prospettiva più obiettiva, ampliando la scena agli orrori della guerra a Gallipoli, portandola sotto le luci dei riflettori quando Nina diventa un’attrice. Bellissimo romanzo sullo sfondo dell’Irlanda prima dei Troubles, ricco di poesia, di echi, di luci e di ombre, un romanzo che parla di solitudine e di amicizia, di diversi tipi di amore e di morte nello scenario famigliare e del mondo.  

la recensione è stata pubblicata www.alice.it



St. Patrick's Day 2018

                                        St. Patrick's Day, March 17th



Per festeggiare questo giorno, non avendo letto nessun romanzo irlandese di recente, propongo la rilettura di "Ombre" di Neil Jordan, il famoso regista di 'Michael Collins' , 'La moglie del soldato' (con cui ha vinto l'Oscar) e 'Intervista col vampiro', con l'augurio di un felice St. Patrick's Day a tutti, irlandesi e non.

giovedì 15 marzo 2018

Michel Faber, “Sotto la pelle” ed. 2004

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          fantascienza
        il libro ritrovato

Michel Faber, “Sotto la pelle”
Ed. Einaudi, trad. Luca Lamberti, pagg. 268 , Euro 13,50


     Ritorna Michel Faber, lo scrittore di cui abbiamo tanto amato “Il petalo cremisi e il bianco”, con un nuovo romanzo, “Sotto la pelle”. Nuovo per i lettori italiani, perché in realtà questo romanzo- diversissimo dall’altro- è stato pubblicato in Inghilterra nel 2000. Ancora una figura femminile per protagonista, ma Isserley non ha niente in comune con l’affascinante Sugar dai capelli come quelli delle donne nei ritratti dei prerafaelliti. Anzi, restiamo un poco perplessi davanti alla descrizione del suo aspetto, perché ci sono alcuni dettagli inquietanti, cenni a cicatrici, a dolori alla spina dorsale, a mani straordinariamente grandi, capelli che nascondono il viso che sembra quello di un elfo, lenti molto spesse che fanno sembrare gli occhi enormi. Una parte del suo corpo sembra essere fatta apposta (e sapremo poi che è stata fatta apposta) per attirare l’attenzione: tette fantastiche, messe in risalto da un top aderente e scollato. E’ lì che si puntano gli occhi degli autostoppisti a cui lei dà un passaggio ed è attraverso questi osservatori che noi vediamo Isserley, in una sorta di dialogo interiore o riflessioni mute sul suo comportamento che si alternano alla narrazione in terza persona dei suoi movimenti. Perché lei è in cerca di austoppisti sulle strade poco trafficate delle Highlands scozzesi e li seleziona a primo colpo d’occhio in base alla loro muscolatura e poi, una volta che si sono allacciati la cintura di sicurezza, con domande che mirano a sapere se c’è qualcuno che li aspetta e che potrebbe insospettirsi per la loro scomparsa.
Scarlet Johansson, protagonista del film
Ma attenzione: se pensate di trovarvi davanti ad un ordinario serial killer, sbagliate di grosso. Sì, è vero che, una volta scelta la vittima, Isserley schiaccia un pulsante che fa fuoriuscire dal sedile degli aghi che iniettano una sostanza che inghiotte gli uomini in un sonno letargico. Ma la sorte che li aspetta, in una fattoria isolata dove entrano in azione altri personaggi, è tremenda e impossibile da immaginare. Gli indizi su quanto succede vengono calibrati con la giusta lentezza per il lettore. La prima volta che il termine vodsel viene usato per indicare un essere umano quasi sfugge alla nostra attenzione; apprendiamo poi nomi di alimenti strani di cui si ciba Isserley; ci domandiamo che cosa voglia dire l’attenzione che presta agli spettacoli televisivi o il suo strano accento e l’apparente incomprensione di alcune parole.
Fin qui, potrebbe trattarsi di una straniera in Scozia. La vera diversità di Isserley ci viene rivelata verso la metà del libro, con l’arrivo del ricco e vegetariano Amlis Vess a ispezionare la fattoria. Perché Amlis Vess- che Isserley trova straordinariamente bello- viene descritto accuratamente e allora capiamo: ci diventa chiaro che il romanzo di Faber è una favola terrificante in cui il ruolo degli esseri umani è capovolto e la visione della realtà appare distorta, come attraverso degli specchi deformanti. Eppure, quanto umana è l’aliena Isserley, condannata da motivazioni fin troppo umane ad una solitudine enorme, ad una sofferenza fisica straziante a cui solo la fine- l’unica fine possibile, con un gesto di generosità che la salva condannandola- può porre termine. Tragico e inquietante, un primo romanzo che si impone all’attenzione.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




                                                                         

martedì 13 marzo 2018

Gard Sveen, “L’ultimo pellegrino” ed. 2018


                                                            vento del Nord
      cento sfumature di giallo


Gard Sveen, “L’ultimo pellegrino”
Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 573, Euro 19,50

     Now may God bless you all- erano state le parole del ministro Chamberlain il 3 settembre 1939 quando l’Inghilterra aveva dichiarato guerra alla Germania dopo l’invasione della Polonia da parte dell’esercito tedesco due giorni prima. May God have mercy on your soul, aveva detto l’uomo che aveva reclutato Agnes Gerner, quello che, per mettere alla prova la sua capacità di obbedire a qualunque ordine, le aveva fatto sparare al suo stesso cane. Ed è questa preghiera che affiorerà di continuo alle labbra della giovane Agnes inviata in Norvegia dove deve fingere di essere filonazista, obbligata a fare cose davanti alle quali la sua anima si ritrae con orrore- may God have mercy on my soul-, ma c’è qualcuno che riesce a restare innocente, a non macchiarsi di alcuna colpa, durante una guerra?
    Il romanzo di Gard Sveen, “L’ultimo pellegrino”, si svolge su due piani temporali- uno nel presente, nel 2003, e uno nel passato, negli anni 1942-1945. E’ un romanzo bello, bellissimo, un romanzo così intelligentemente complesso che si vuole leggere adagio, per poter riflettere. E dopo averlo finito vi ritroverete ad andare indietro, a leggere pagine già lette per cogliere quello che è entrato nella vostra mente ma che vi è sfuggito al momento. Proprio come accade a Tommy Bergmann, l’ispettore di Oslo che continua a rimuginare sul caso che deve risolvere, fa un’ipotesi e poi la smonta e ne fa un’altra, pensa a qualcosa che ha visto o sentito o letto e sa che c’è qualcosa che gli è sfuggito ma non sa che cosa sia.

   L’8 giugno 2003, a Oslo, viene brutalmente assassinato Carl Oscar Krogh, 85 anni, eroe della resistenza norvegese, imprenditore edile, ex ministro del commercio.
  Tre settimane prima, nei boschi del Nordmarka, sono stati trovati tre scheletri la cui morte sembra risalire alla seconda guerra mondiale. Paiono due donne e una bambina. Sul dito di una delle donne c’è ancora una fede d’oro con incisa la scritta, ‘tuo per sempre, Gustav’.
   A fine maggio 1945 (la guerra era appena finita), a Stoccolma, Kaj Holt, capitano dell’organizzazione militare della resistenza norvegese, nome in codice Numero 1, si suicida. Era di ritorno da Lillehammer dove aveva parlato con Peter Waldhorst, prigioniero di guerra, ufficiale della Gestapo. Che cosa aveva detto Waldhorst a Holt per fargli dire di non voler più vivere in un mondo come questo? E poi, si era veramente suicidato, Holt, o lo avevano liquidato? Aveva lasciato un biglietto, ‘Perdonatemi. Kaj’, e l’ispettore incaricato del caso lo aveva inoltrato segretamente alla moglie. Per essere ucciso, in strada, in pieno giorno, subito dopo.

    Ci sono frasi che ritornano e ritornano nel romanzo di Gard Sveen, come ritornano assillanti nella mente di Bergmann.  E nella nostra. Per sempre tuo. Gustav- si trattava di Gustav Lande, noto filonazista, proprietario di miniere di molibdeno (non bisogna essere esperti per capire quanto questo metallo fosse importante per i tedeschi), vedovo con una bambina adorabile, fidanzato con la spia Agnes Gerner che però era innamorata di Carl Oscar (di lui avrebbe dovuto conoscere solo il nome in codice, il Pellegrino). Perdonatemi. Kaj. Kaj Holt aveva sempre avuto dei dubbi sull’identità dell’uomo che li aveva denunciati ai nazisti e che era stato eliminato a mo’ di capro espiatorio. Aveva avuto sensi di colpa? E’ mai stato in Spagna?- ma che domanda era, questa che gli aveva fatto Waldhorst?

   Può essere un caso scomodo, può sollevare un polverone cercare i moventi per l’assassinio di un uomo così in vista e così rispettato come Carl Oscar Krogh. Ma Tommy Bergmann non molla la presa, tormentato anche lui da fantasmi personali, da ricordi di violenza domestica (la sua compagna che lo pregava di non ucciderlo) che oscuramente equilibrano la violenza di quello che è accaduto nel bosco del Nordmarka. E sono tre le domande chiave su cui si arrovella, perché sente che la risposta ad una svelerà il segreto dietro un’altra e le collegherà tutte. Chi ha ucciso i tre del bosco nel 1942 (Gustav Lande si era suicidato due anni dopo)? Chi ha ucciso Kaj Holt nel 1945 (il suo fascicolo è scomparso dagli archivi della polizia di sicurezza svedese)? E chi ha ucciso Carl Oscar Krogh nel 2003 (con un coltello della Hitlerjugend)?

    “L’ultimo pellegrino” non è soltanto un ‘giallo’, o una storia di spionaggio, o un mystery. Non è un libro che si può classificare facilmente come ‘libro di genere’ e, come ho già detto, non è un subdolo page-turner anche se la tensione è altissima. E’ un libro che, usando la finzione letteraria, ci racconta la nostra travagliata Storia del ‘900- “Questa guerra non finirà mai”, dice uno dei protagonisti e noi sappiamo che è così, perché il passato non passa mai, ma cola nel presente, si tramanda di generazione in generazione. E il romanzo di Sveen mette a nudo la grandezza e la miseria degli uomini, quelle che si rivelano nel momento buio di maggior pericolo, pone interrogativi sulla lealtà, sul tradimento, sui limiti dell’amore, sulla giustizia del farsi giustizia da sé. May God have mercy on my soul. Che Dio abbia pietà della mia anima.
   Un grande romanzo. Un grandioso romanzo. Da leggere. Da rileggere.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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lunedì 12 marzo 2018

Yoram Kaniuk, “Himmo re di Gerusalemme” ed. 2018


                                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente


Yoram Kaniuk, “Himmo re di Gerusalemme”
Ed. Giuntina, trad. Elena Loewenthal, pagg. 155, Euro 17,00

    Gli altri lo chiamavano ‘il pupazzo’. Gli altri, i soldati feriti e ricoverati come lui, il pupazzo, nel convento di san Gerolamo nella Gerusalemme assediata del 1948. Gli altri che potevano contare ‘i pezzi’ del corpo mancanti o inusabili. Di lui, il pupazzo, di Himmo Farrah, non era rimasto quasi più niente e ci si chiedeva come potesse continuare a vivere nonostante tutto. Era impossibile riconoscere in Himmo il ragazzo che una volta aveva un ben diverso soprannome- era chiamato ‘il re di Gerusalemme’ perché era così bello che nessuna ragazza poteva resistergli. Di quella bellezza gli restava solo la bocca. E da quella bocca usciva una supplica che era come un rantolo, ‘sparami, sparami’.
     “Himmo re di Gerusalemme”, pubblicato per la prima volta nel 1968, è uno di quei libri ‘per sempre’. Cambiano i tempi, cambia l’ambientazione, cambiano le guerre, può anche non esserci nessuna guerra in atto ma il quesito del libro è sempre valido- che cosa è vita? il respiro è vita? chi lo decide? si ha il diritto di scegliere tra l’apparenza di vita e la morte? e come considerare chi aiuta un altro al trapasso?

    Yoram Kaniuk costruisce ad arte la situazione- il convento trasformato in ospedale per i soldati ebrei, così come la presenza della suora, ci indicano che il dilemma non riguarda un’appartenenza religiosa piuttosto di un’altra, al rombo della guerra sullo sfondo corrisponde la battaglia che si svolge nell’anima dell’infermiera Himotal e in quella di Marco, fratello di Himmo- sembra che entrambi non facciano caso a quella richiesta disperata, ‘sparami, sparami’, e invece stanno prendendo tempo perché una guerra non si combatte in ore o in giorni. Un uomo e una donna, al centro della scena. Un relitto umano e una donna che conosce la sofferenza del lutto perché il suo fidanzato era morto in Galilea. Intorno a loro gli altri feriti. Sono tutti gelosi delle cure esclusive che Himotal dedica a Himmo, perché ben presto Himotal si occupa solo di lui. Poco importa che l’ala della morte sia accanto al letto di Himmo, gli uomini sono incapaci di capire la pietas, pensano al sesso, fraintendono volutamente l’interesse di Himotal per Himmo, fanno allusioni volgari, parlano di un matrimonio tra i due. Si rendono tutti conto di essere fortunati in confronto a Himmo, eppure c’è in loro un infantile desiderio di essere al centro dell’attenzione di quella donna così garbata e sollecita. Neppure capiscono il vero significato dello spostamento del materasso di Himotal quando l’infermiera lo mette tra quello di Himmo e la porta. Eppure tutti sapevano che il materasso vicino alla porta era l’ultima tappa per un ammalato o un ferito- Himotal aveva creato una barriera con il suo, aveva frapposto un ostacolo tra Himmo e la morte.

   ‘Sparami, sparami’- chi è l’arbitro della vita e della morte? Quanto amore ci vuole per esaudire una simile richiesta? E’ pietà per la sofferenza il continuare a curare Himmo allungandogli la vita o la vera pietà sarebbe concedergli di morire? Che cosa vuole Himmo veramente? “Solo la sua bocca implora di morire”, l’anima di Himmo vuole vivere, sostiene il dottore, mentre Himotal pensa che se c’è in Himmo un potente istinto di sopravvivenza che lo ha fatto durare così a lungo, è per una paura “dell’altra parte” come già diceva Amleto nel suo famoso monologo.
    Nella breve pagina finale Himotal è di nuovo a Gerusalemme dodici anni dopo. Tutto passa. Tutto scolorisce. Quello che si vuole dimenticare viene dimenticato. “Himotal non ha mai potuto raccontare a nessuno di Himmo”. La vita ha ripreso a scorrere sui suoi binari. Himotal vede dei bambini davanti a un chiosco, “Oggi a Gerusalemme si mangia il gelato”. L’unica scelta da fare è il gusto.
    “Himmo re di Gerusalemme” è un libro per sempre. Sconvolgente e provocatorio quando è stato pubblicato, più che mai attuale adesso.

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sabato 10 marzo 2018

Michel Faber, “Il petalo cremisi e il bianco” ed. 2003


                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
       romanzo 'romanzo'
        il libro ritrovato

Michel Faber, “Il petalo cremisi e il bianco”
Ed. Einaudi, trad. Elena Dal Pra e Monica Pareschi, pagg.981, Euro 18,00

    Due frasi per riassumere la trama del romanzo di 980 pagine dello scrittore inglese Michel Faber:  “giovane prostituta diventa prima la mantenuta di un ricco imprenditore, poi l’istitutrice di sua figlia. Resta incinta, lui la licenzia e lei se ne va portando con sé la figlia di lui”. Una storia banale quanto quella di “Anna Karenina” o di “Madame Bovary” (“adultera finisce per suicidarsi”), ma è nei personaggi, delineati in maniera così profonda e completa da renderli vivi al di fuori di una dimensione temporale, che emerge la grandezza di questi romanzi. Anche Sugar, la protagonista de “Il petalo cremisi e il bianco”, entrerà a buon diritto a far parte dei personaggi indimenticabili, a fianco di Anna, Emma, Isabel Archer o Dorothea Brooke. Si apre la prima pagina del romanzo ed è come varcare una soglia, entrare in una storia infinita della seconda metà dell’800, in cui è lo scrittore che ci prende per mano e ci guida, un Virgilio moderno che si addentra nelle strade malfamate di una Londra povera, buia e puzzolente, “Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata e tu non ci sei mai stato prima”.
tutte le immagini sono tratte dalla versione cinematografica
E lo scrittore ci accompagnerà per tutta la vicenda in un’atmosfera sottilmente magica che unisce lo sguardo e la parola smaliziati e disincantati del XXI secolo con l’opulenza di colori e la ricchezza di dettagli di un’ambientazione del XIX secolo, una sfasatura costante che permette al lettore di gustare la storia a vari livelli. Ma ci sono altre due voci all’interno del romanzo: “Il mio nome è Sugar- e se non lo è, non ne conosco un altro”, è l’incipit del romanzo che la giovane prostituta sta scrivendo, una variante femminile del famoso “chiamatemi Ishmael”. Perché la ragazza dalle chiome di oro rosso come le fanciulle dei pittori prerafaelliti scrive un romanzo in cui si vendica degli uomini che vogliono tutti la stessa cosa, immaginando sadiche torture sui loro corpi. Il titolo sarebbe “Miserie e splendori di Sugar” e dovrebbe essere proprio come il romanzo di Faber, “un romanzo che catturi la fantasia dei lettori, che li commuova, li irriti, li emozioni, li spaventi, li scandalizzi. Una storia che li prenda per mano”. E per l’eroina non ci deve essere il finale romantico di “Jane Eyre”, “Lo sposai, caro Lettore”.
Se in modo diverso Sugar ricalca le orme di Jane, c’è l’altra voce che si inserisce nel romanzo che ricorda la moglie pazza di Rochester: la dolce Agnes (come la mite Agnes di David Copperfield), moglie dell’amante di Sugar, che scrive un diario tra lo zuccheroso e il farneticante, malata di tumore al cervello, spaventata dal sesso e dal suo stesso corpo, prigioniera di un’ignoranza fatta passare per innocenza. E’ questo un altro dei temi del romanzo di Faber, insieme a quello della prostituzione vista come un male della società, come già il poeta Blake e il drammaturgo Shaw avevano denunciato. E il titolo stesso “il petalo cremisi e il bianco” deriva dal lungo poema di Tennyson a sostegno dei diritti delle donne all’educazione: Sugar è l’unica prostituta della letteratura che va in estasi davanti al regalo di un’edizione completa delle opere di Shakespeare. Questo è il romanzo di Sugar, ma qualcosa va detto del protagonista maschile, l’uomo che segue le indicazioni della guida alle follie di Londra alla ricerca della ragazza che viene indicata come disposta ad accontentare qualunque richiesta maschile. William Rackham è l’esponente della nuova borghesia, l’erede delle Profumerie Rackham, la sua immagine appare sulle saponette e sui profumi,  la R del suo cognome trionfa in una parodia delle effigi reali incoronate dalla parola Rex o Regina. Uno dei tanti uomini spregevoli della storia del romanzo, William Rackham, come Angel Clare in “Tess”, che si serve di Sugar e la butta fuori della porta quando lei resta incinta. Una folla di altri personaggi ancora, per esprimere le contraddizioni di un’epoca, Henry Rackham e Mrs.Fox, dibattuti tra spirito e carne, un medico cialtrone, cameriere e giardinieri, tutto il popolo miserando e accattone di Southwark per cui il vizio è un modo di sopravvivenza.
Niente viene celato in questo romanzo che ha qualcosa di Dickens nella descrizione dei bassifondi (ma senza lo stucchevole filantropismo) e molto di Thackeray (non era diversa da quella di Sugar, dopotutto, la maniera in cui Becky Sharp sfruttava gli uomini): piccanti scene di sesso descritte con disarmante chiarezza, dettagli sui lavacri intimi delle donne, profumi di campi di lavanda e puzzo degli escrementi nei pitali. Passano le stagioni, le miserie di Sugar, diventate splendori, ritornano ad essere miserie, l’attenzione del lettore si sposta da un personaggio all’altro, obbligato con garbo e ironia a vagliare modelli e idee di un secolo scomparso, senza che neppure per un attimo cali l’interesse, trascinato da un linguaggio sontuoso, poetico, realistico, evocatore di altri capolavori della letteratura. Finché ci sono romanzi come quello di Michel Faber, il romanzo non è morto.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net