mercoledì 19 agosto 2020

Nava Ebrahimi, “Sedici parole” ed. 2020


                                                             Voci da mondi diversi. Iran


Nava Ebrahimi, “Sedici parole”
Ed. Keller, trad. A. Lorenzini, pagg. 336, Euro 18,00

   La mia lingua è la mia patria. Non ho mai dimenticato queste parole dopo averle lette nel libro di Antonio Soler, “Il nome che ora dico”. E anche se Mona è cresciuta in Germania e parla il tedesco molto meglio della lingua delle sue origini, brandelli del persiano in cui si esprimeva sua nonna, espressioni molto colorate che questa usava più o meno a proposito, le ritornano in mente ora che la nonna è morta e lei, Mona, accompagna la madre in Iran per il funerale.
   Un funerale in Iran non è come uno sbrigativo funerale in Germania, servono sette giorni per accomiatarsi da un morto in Iran- è questo il primo confronto tra le due culture, un confronto che accompagna in sordina l’intreccio dei ricordi. Perché questa non è la prima volta che Mona torna in Iran, ci era già stata con un incarico come giornalista. E allora i ricordi e le storie si rincorrono, si sovrappongono, si alternano su piani temporali diversi e la storia della vita della nonna prende forma insieme a quella di sua figlia- la madre di Mona- e di Mona stessa; le immagini del presente- i guardiani della morale che fermano le coppie in automobile per sincerarsi che siano veramente marito e moglie, le donne coperte dal chador, la descrizione dei batacchi sulle porte, uno riservato agli uomini e uno alle donne in modo che le donne dentro la casa possano distinguere dal suono il sesso di chi è in attesa di entrare e si coprano adeguatamente– si mescolano con quelle delle lotte politiche del padre di Mona in un passato più lontano in cui regnava lo scià.

   Sono le donne ad avere un ruolo di primo piano nel romanzo di Nava Ebrahimi, scrittrice austriaca di origine persiana, e, tra queste donne, è la più anziana, la nonna, maman bozorg, a giganteggiare. Stravagante, amante di allusioni oscene, vivace, non riesce a capire come la nipote, che ha già superato i trent’ anni, non sia ancora sposata. Proprio lei che ha dato in sposa la figlia quando questa era ancora una bambina- aveva solo tredici anni. E’ questo un nodo centrale nel romanzo- per l’età della giovanissima sposa, per i dubbi che fa sorgere riguardo al bell’uomo che l’ha sposata dicendo che pensava avesse 17 anni (glielo aveva fatto credere la nonna?), per la breve durata di quel matrimonio alla fine del quale la madre di Mona aveva chiesto il divorzio da un uomo che lei non vedeva mai perché troppo preso dalla politica ed era partita per frequentare l’università in Francia. Si era poi fermata a Colonia, in Germania, ma era libera.
Ecco, la parola azadi, libertà (una delle sedici parole), acquista un valore di Terra Promessa. In azadi tutto è permesso, per azadi si parte con una valigia e si torna con ottanta chili di peso in più, il batticuore all’aeroporto e stratagemmi per affidare qualche bagaglio a qualcun altro.
   Capitolo dopo capitolo, introdotti dalle parole più varie, ogni parola scritta in caratteri persiani e traslitterata, si snoda la storia delle tre donne con un colpo di scena finale di cui, leggendo con attenzione, si potevano raccogliere degli indizi.
Il punto di svolta, con la scoperta di un segreto di famiglia, avviene in una gita a Bam, l’antica città di argilla distrutta dal terremoto del 2003.
Era in quel luogo lontano da tutto, nel caldo soffocante di una tenda, che era nata Mona. Ed era stata sua madre a scegliere il nome che significa “desiderio”. Perché è un dettaglio così importante, detto fra le lacrime?
   “Sedici parole”, storia d’amore, confronto e scontro di culture, ricerca delle radici, ritratto di un paese a tinte delicate, è un libro che piacerà a tutte le lettrici. Soprattutto a quelle che sono state in Iran e lo ritroveranno nelle sue pagine e a quelle che sognano di andarci.

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lunedì 17 agosto 2020

Franco Faggiani, “Non esistono posti lontani” ed. 2020


                                                      Casa Nostra. Qui Italia
                                                         romanzo on the road 

Franco Faggiani, “Non esistono posti lontani”
Ed. Fazi, pagg. 250, Euro 18,00, formato kindle 9,99

    Questo è il romanzo ‘on the road’ più insolito e straordinario che abbia mai letto, con due compagni viaggiatori più insoliti e improbabili che abbia mai conosciuto, l’uno il doppio dell’altro in un’armonia di opposti. Il professor Filippo Maria Cavalcanti è ultrasettantenne, esperto di arte, archeologo, ha ricoperto incarichi importanti al Ministero della Cultura; Quintino Aragonese deve il cognome nobiliare ad una madre adottiva che lo ha preso sotto la sua ala protettiva, ma non ha niente di nobile. Non conosciamo la sua età precisa, potrebbe essere sulla ventina. Da bambino deve essere stato uno scugnizzo, adesso è un giovane che un termine inglese descriverebbe come ‘streetwise’, è un ragazzo a cui la strada è stata scuola di vita, smaliziato, astuto, irrispettoso e però saggio, saggio come- per l’appunto- nessun libro potrebbe insegnare ad essere, ma soltanto la strada. Il vecchio e il giovane, il colto e l’ignorante, l’uomo sempre un po’ ‘ingessato’ e il ragazzo spontaneo e istintivo. Il caso li fa incontrare. Uno scopo diverso ma di uguale importanza li mette insieme.

     È il 1944. Il professor Cavalcanti viene inviato a Bressanone per controllare lo stato di integrità di un carico di opere d’arte che i tedeschi hanno requisito a Roma. Il pretesto è quello di esibirli in un museo di Berlino, ma tutti sanno dei furti di opere d’arte fatti dai nazisti. E Cavalcanti soffre per tutti quei capolavori trafugati e soprattutto soffre per il sarcofago di un bambino che lui considera ‘suo’ perché era stato lui a trovarlo a Volubilis in Marocco, e la storia del ritrovamento è un piccolo cammeo dentro il romanzo: la storia di una perdita dolorosa che pesa sulla coscienza di Cavalcanti e che torna ora alla memoria. Siamo tutti più o meno colpevoli e la morte di un bambino, per un atto di incuria, importa tanto quanto quella della scia di vittime che i nazisti si sono lasciati dietro nella ritirata.
     Cavalcanti e Quintino si conoscono a Bressanone (Quintino ruba la cartella piena di documenti del professore, poi gliela restituisce- conoscenza è fatta) e stringono questo strano patto. Quintino, che fa il meccanico in questo confino forzato, ruberà un camion, Cavalcanti finanzierà l’impresa del ritorno a Roma con il carico dei quadri. Quintino ha pensato a tutto, da come farsi consegnare le opere d’arte dai soldati di guardia indossando divise naziste al percorso da fare, ai viveri, alle bottiglie da usare come merce di scambio.
    Il viaggio incomincia e sarà quanto mai avventuroso. Basti dire che inizia con una deviazione per Salisburgo prima di scendere a Sud e percorrere strade secondarie per non imbattersi nei tedeschi ma neppure nei partigiani. Ci saranno infiniti cambiamenti di itinerario, soste, incontri, amicizie, baratti, fughe precipitose e il viaggio diventa per entrambi un percorso di maturazione, anche se mai Cavalcanti lo avrebbe immaginato, alla sua età. Ognuno dei due dà qualcosa all’altro. Quintino dà la sua maniera realistica, leggera e cinica di affrontare la vita, come se avesse già visto tutto e sperimentato tutto. All’irruenza di Quintino Cavalcanti oppone la sua posatezza, la sua cultura. Lentamente il loro ruolo si trasforma quasi in quello di un padre e un figlio. Il viaggio è lungo, dura più del previsto. Ci sono momenti in cui la narrazione rallenta, c’è lo spazio per tante descrizioni di paesaggi di quiete in un mondo in fiamme. Quello che prevale, però, è il divertimento, l’allegria delle reazioni di Quintino, lo scambio vivace di battute tra i due.

   E poi c’è la Storia, la storia di quei mesi confusi, di quel 1944 dopo l’armistizio, quando i tedeschi imperversano ancora a Roma e sperano di rallentare l’avanzata degli Alleati bloccandoli con la Linea Gotica. Una Storia vista da un’angolatura singolare, di sbieco, mai veramente fronteggiata. Una Storia che rispecchia le paure e le miserie della gente comune.
     C’è tutta la sensibilità di Franco Faggiani, che già abbiamo ammirato nei libri precedenti, in questo romanzo che è una lezione di vita riassunta nelle parole di Quintino, lo scugnizzo saggio: “Non esistono posti lontani, esistono destinazioni da raggiungere.”



sabato 15 agosto 2020

Klüpfel & Kobr, “La recita” ed. 2020


                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                     cento sfumature di giallo

Klüpfel & Kobr, “La recita”
Ed. emons, trad. A. Carbone, pagg. 356, Euro 14,00

      È estate a Kempten in Algovia, una regione nell’estremo sud della Germania, confinante con l’Austria e la Svizzera. Si svolgono le prove dell’annuale recita in cui si rievoca la storia dell’eroe leggendario Guglielmo Tell.
Il romanzo “La recita” inizia con un inseguimento, con un ordine gridato, “consegnateci l’assassino!”, e finché non parte la musichetta del cellulare di uno degli attori, Kluftinger, noi non sappiamo che questo Kluftinger è un commissario di polizia, né che si tratta di una finzione da palcoscenico. Eppure questo è un preambolo importante che ci fornisce alcuni indizi su quello che leggeremo e sul tono della narrazione. Kluftinger, così come appare, in una ridicola calzamaglia verde e con una sigla telefonica che canta “il sole rosso delle Barbados splende ancora per te  e per me”, ci lascia perplessi: dobbiamo prenderlo sul serio come commissario? Quanto alla storia di Guglielmo Tell, ci accompagna per tutto il romanzo, rievocata nelle prove della recita, ed è una chiave di lettura che invita alla moderazione, evitando ogni fanatismo. La storia degli eroi è scritta dai vincitori che li hanno decretati eroi. Guglielmo Tell, ribelle contro l’autorità, l’eroe che diede l’inizio alla lotta per l’indipendenza della Svizzera, era un bandito dal punto di vista dell’autorità costituita, forse addirittura un terrorista, proprio come erano terroristi e banditi i nostri partigiani dal punto di vista dei tedeschi. E i titoli dei capitoli del romanzo che scandiscono, in un conto alla rovescia, “Ancora 12 giorni, 2 ore, 4 minuti, 38 secondi”, non lasciano dubbi su quello che si teme possa accadere.

     Uno studente si è fatto saltare la testa con un colpo di pistola quando ha sentito la polizia austriaca, che lo teneva d’occhio e lo aveva inseguito, bussare alla sua porta. Lo studente era un tipo solitario che si era convertito alla religione musulmana. Sul suo computer si ritrovano disegni di circuiti elettrici e quella scritta terribilmente allarmante con il conteggio dei giorni che mancano- a che cosa? Chi sta preparando un attentato? E dove? Poco importa ‘chi’, a questo punto, perché la bomba sarà azionata a distanza. È importante scoprire dove i terroristi di matrice islamica intendano colpire. Conoscendo i motivi psicologici dei loro piani è probabile che abbiano programmato una strage con forte impatto emotivo. Quale occasione migliore della partita di calcio che deve essere giocata a breve? Coincide la data con il conteggio alla rovescia?

      Piace per parecchi motivi il poliziesco “La recita” di Klüpfel e Kobr. Piace per il tono narrativo che sa di commedia gialla e che smorza la tragicità di eventi che sono diventati il timore nascosto dell’Occidente. Piace il personaggio di Kluftinger, l’ometto messo in ridicolo da una madre che è peggio di qualunque madre italiana e che continua trattarlo come un bambino, e da una moglie che lo obbliga a partecipare a delle lezioni di ballo, il commissario che non si è mai trovato davanti una scena così raccapricciante come quella del suicidio dello studente, che non ha dimestichezza con i nuovi mezzi tecnologici, che rifugge da stupidi atti di inutile eroismo e che però ha degli sprazzi di brillante intuizione. È grazie a lui che la tragedia viene evitata anche se, come lui stesso dice, la piccola città di Kempten non sarà più come prima: ha perso la sua innocenza, è come quando il serpente è entrato nel giardino dell’Eden. Piace anche quello scherzoso paragone continuo tra austriaci e tedeschi, piace curiosare nelle abitudini alimentari dei tedeschi con gli spuntini a base di salsicce, così diversi dai pranzi di Montalbano.
    Tra inseguimenti rocamboleschi, qui pro quo, battute scherzose, ansie, rivisitazione della storia leggendaria di Guglielmo Tell, la trama scorre veloce. Ci divertiamo e questo è perfetto per una lettura estiva.

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giovedì 13 agosto 2020

Andrea Camilleri, “Riccardino” ed. 2020


                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
     cento sfumature di giallo


Andrea Camilleri, “Riccardino”
Ed. Sellerio, pagg, 285, Euro 15,00

      Manca poco alle cinque del mattino quando Salvo Montalbano viene svegliato dal suono del telefono. Una voce che si presenta come, “Sono Riccardino”, e che gli chiede se si è dimenticato che devono incontrarsi davanti al Bar Aurora. Montalbano non si cura di rispondere che non sa affatto chi sia Riccardino e che deve aver sbagliato numero. Dice che li raggiungerà entro dieci minuti. Si dà il caso che questo Riccardino muoia ammazzato, prima che passino i dieci minuti, davanti ai due amici che sono con lui. Gli ha sparato un uomo con casco integrale, su una grossa moto nera.
    Questa è la scena con cui si apre “Riccardino”, l’ultimo regalo del nostro Andrea Camilleri, pubblicato per rendergli onore nel primo anniversario della sua morte. Non è un libro che Camilleri ci manda dall’Aldilà (forse gli piacerebbe questa idea), ma il romanzo che scrisse nel 2005 con l’intenzione che fosse il completamento della serie del commissario Montalbano e che lui stesso rivide nel 2016, correggendone solo la lingua, per adattarla al “vigatese”, lingua immaginaria di un paese immaginario che si e’ andata creando ed evolvendo nei suoi romanzi.

    Non c’è un solo Salvo Montalbano che si occupa dell’indagine sull’omicidio di Riccardino. Ce ne sono tre in questo che è il romanzo più singolare, più pirandelliano, forse anche più cinicamente amaro di Andrea Camilleri.
    Montalbano 1: è lui, il personaggio non più giovane che continua a dire di essere stanco, di non essere più quello di una volta. È  il protagonista della serie ambientata a Vigata, di cui sappiamo tutto o quasi tutto dopo averne letto in libro dopo libro.
    Montalbano 2: è l’attore che interpreta il personaggio sullo schermo, quello in cui ormai il pubblico lo identifica, più reale di quello su carta perché in carne e ossa, più conosciuto perché di certo ci sono più spettatori che lettori.
   Montalbano 3: e questo è quasi un Montalbano 1 bis, un suo doppio, è sempre lui, il personaggio che, però, esiste nella mente dell’Autore prima di acquistare una seconda realtà sulla carta.
    Non vanno d’accordo, questi tre Montalbano. C’è una continua schermaglia fra di loro: Montalbano 1 invidia a Montalbano 2 la maggiore prestanza e agilità fisica, Montalbano 1 e Montalbano 3 dissentono su come procedere nell’indagine. L’Autore stesso interviene, diventa anche lui un personaggio del romanzo, telefona a Montalbano, ci litiga, lo rimprovera, “Questa storia di Riccardino io la sto scrivendo mentre tu la stai vivendo”.
    La storia di Riccardino, dunque. Di Riccardino e dei suoi tre amici, “i quattro moschettieri” come loro stessi si erano chiamati. Ma erano veramente così amici? Tanto amici da permettere a Riccardino di farli cornuti? E allora lui è stato ammazzato per gelosia?
     Quanti delitti giustificati come “delitti d’onore” vengono condonati in Sicilia- questa è la prima amara riflessione di stampo culturale. Come se certe forme mentali non possano mai mutare nonostante l’evolversi della società e il cambiamento dei costumi.

   Se non è stata una questione di corna, quale altro movente può essere stato? Riccardino era Direttore di Banca, gli altri tre moschettieri lavorano nella miniera di sale. Affari, prestiti, giro di soldi, entrano in scena personaggi intoccabili, di quelli che mettono tutto a tacere, come quando Sciascia scriveva “Il giorno della civetta”.
    Ha ragione Salvo Montalbano ad essere stanco. Ha ragione a voler scomparire, così, come parole nell’aria, così, come solo il personaggio di un romanzo, per sua fortuna, può fare. Dissolvendosi.
   E con “Riccardino” ci accomiatiamo- per sempre questa volta- da Salvo Montalbano e dall’Autore. Ci mancheranno. Come ci mancheranno Fazio, Mimì Augello (non era presente in questo romanzo, si sarebbe divertito con il gioco amoroso delle tre donne), Catarella con le sue storpiature di parole. Soprattutto ci mancherà, però, Camilleri, con il suo sguardo vigile e attento sulla realtà che lo circondava, con il suo umorismo, la sua auto-ironia, la sua vivacità che non conosceva la stanchezza degli anni di cui si lamenta il suo personaggio.

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martedì 11 agosto 2020

Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci” ed. 2020


                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
  la Storia nel romanzo


Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci”
Ed. Neri Pozza, trad. A. Zabini, pagg.324, Euro 18,00

    C’è un ‘prima’, un ‘durante’ e un ‘dopo’ nella storia di Ásta. E c’è un giorno X che segna il distacco dal ‘prima’. Il ‘prima’ è uno scorcio di Islanda su una delle isole Vestmann, dove vive Ásta. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli, la più grande è a servizio in Islanda, un quarto è in arrivo. Giornate battute dal vento, case molto spartane, una vita quotidiana di piccole lotte contro le difficoltà che l’asprezza del clima impone. Poi- è il 1627- arriva il giorno in cui dalle falesie si avvistano delle vele. Non sono navi danesi ma galeoni turchi. I pirati sbarcano, razziano, uccidono, prendono prigionieri 400 isolani, tra cui Ásta, il marito e i figli. Il mese in mare nella stiva della nave è un incubo. In condizioni inimmaginabili Ásta dà alla luce un maschietto.

    La seconda parte di questo romanzo affascinante che ci racconta un capitolo sconosciuto di Storia è il ‘durante’, il racconto del tempo durante il quale Ásta è schiava del trafficante moro Cilleby ad Algeri, mentre suo marito Olaf viene inviato dal re di Danimarca a chiedere il riscatto  per i suoi sudditi islandesi.
 Ásta soffre lo strazio di essere separata dal figlio dodicenne, ma ha la fortuna di poter tenere con sé gli altri due bambini. E incomincia il tempo, lungo quasi dieci anni, in cui- mentre non si sa più nulla della spedizione di Olaf in Danimarca- lentamente Ásta si abitua alla nuova vita. È questa la parte più ammaliante del romanzo. Grazie alla bravura della scrittrice, noi siamo Ásta, noi guardiamo con gli occhi di Ásta che si stupisce di tutto, della grande casa bianca piena di sole, delle fontane, dei tappeti, delle vesti delle donne, dell’abbondanza di frutta mai conosciuta prima, del cibo gustoso al posto delle aringhe essiccate. Come Ásta, noi consideriamo eretici i musulmani, comprendiamo la sua pungente nostalgia per le scogliere, per le fratercule dal becco arancione, per il marito che è sempre stato così comprensivo con lei.
Ma il tempo agisce come la goccia d’acqua che scava la roccia. Ásta viene chiamata nella stanza del suo padrone che resta sconcertato da questa donna che non gli si sottomette come le altre donne dell’harem. Ha inizio qualcosa di diverso da una banale storia d’amore. Non abbiamo il minimo dubbio di come andrà a finire questa schermaglia, ma un lento cambiamento avviene in entrambi sul filo delle mitiche storie che si raccontano, con Ásta nel ruolo di Sheherazade, con Cilleby nei panni dell’avvocato del diavolo che osserva come scorrerie e schiavitù siano presenti anche nelle antiche fiabe islandesi e lo fa notare ad Ásta che non ha niente da replicare, pur insistendo che quello era un tempo passato nella leggenda.          
Il cambiamento di Ásta è radicale, è giusto che sia così e si riassume in una sola parola: tolleranza. Scompare la severa morale luterana, ha ragione Cilleby quando dice che Dio è uno solo con tanti nomi. E non si può condannare la bella amica di Ásta che ha sposato un moro. La loro vita ormai è qui, in questo paese di luce e di sole.

     Solo poco più di una trentina dei quattrocento islandesi strappati dall’isola accetta di essere riscattata, quando finalmente ce n’è la possibilità, e di tornare. Fra questi Ásta, lacerata da sentimenti contrastanti. È il senso del dovere che la fa tornare. Il suo cuore rimane lì, dove lascia suo figlio, dove c’è Cilleby.
     Il ‘dopo’ è di una durezza resa amara dal confronto e dal rimpianto che rendono difficili il riinserimento. E lo sguardo di Ásta, dall’alto della scogliera, è rivolto ad un mondo che ha perso.
     La storia della feroce scorreria dei turchi nel 1627 è un trauma mai dimenticato in Islanda. Esistono documenti, che la scrittrice ha consultato, che narrano del duplice viaggio del pastore Olaf, che ricordano la sua “cara moglie”. Setacciando liste di nomi, Sally Magnusson ha trovato quello di Ásta- i dettagli coincidono. Tutto il resto, i suoi sentimenti, i dubbi, le ferite del suo cuore, sono invenzione della scrittrice. Ma questo è proprio il compito degli scrittori- restituire una vita su carta a chi non c’è più.

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domenica 9 agosto 2020

Sandro Veronesi, “Il colibrì” ed. 2019


                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
                                                                      premio Strega

Sandro Veronesi, “Il colibrì”
Ed. La Nave di Teseo, pagg. 368, Euro 20,00 
  
      Sua madre gli aveva dato il soprannome affettuoso di “colibrì”, quando Marco era palesemente più basso di statura dei suoi coetanei. Perché il colibrì è l’uccello più piccolo che esista, può essere lungo anche solo sei centimetri. Eppure i Maya lo veneravano come rappresentazione in terra del dio sole, era la reincarnazione dei guerrieri valorosi caduti in battaglia. Sua madre non poteva sapere quanto questo soprannome lo avrebbe identificato con l’immagine dell’uccellino dal piumaggio stupendamente colorato, quanto questo avrebbe corrisposto alla personalità di Marco. Che nel frattempo era cresciuto, dopo la cura ormonale fortemente voluta dal padre e osteggiata dalla madre. Aveva raggiunto e superato di un centimetro la media dell’altezza dei ragazzi italiani. Marco Carrera sarà un guerriero per tutta la vita, sarà un guerriero per cui neppure la sua propria morte sarà una sconfitta, sarà un Giobbe che, senza attribuirli a Dio, riuscirà a fronteggiare i colpi del destino. Barcollerà ma resterà saldo, come il colibrì che riesce a mantenersi fermo in volo grazie alla frequenza del battito delle ali.

     Il romanzo è la storia della vita di Marco Carrera, una vita comune fatta di felicità e infelicità come quella di tutti, di perdite e di conquiste, di tante morti drammatiche, questo sì, più di quante sia giusto aspettarsene. E’ lui, Marco Carrera, a rendere “unica” questa sua vita comune. E’ la sua maniera eroica da eroe del quotidiano di affrontare difficoltà e tragedie, a rendere lui straordinario e la sua esistenza diversa.
    In medias res- Sandro Veronesi inizia il suo romanzo dalla metà, con la visita di quello che sembra un ometto qualunque e invece è lo psicanalista che ha in cura la moglie di Marco, un personaggio singolare, l’opposto di Mefistofele che, però, come Mefistofele, ha la capacità di apparire a fianco di Marco nei momenti in cui questo ha bisogno del suo aiuto. L’apparire dell’ometto annuncia la fine del matrimonio di Marco. Sembrava un matrimonio felice, quello di Marco e Marina, ma era destinato a finire male fin dall’inizio, basato com’era su un castello di menzogne.
   L’ordine temporale non è lineare nella narrazione e non c’è un solo stile narrativo- sono questi due motivi del fascino del romanzo.
Ci sono lettere scambiare tra Marco e Luisa, il suo amore di sempre, amore corrisposto, non consumato, consumato, a distanza, con brevi vacanze insieme. Sono lettere vere e proprie scritte su carta, con un indirizzo di fermoposta, come si usava una volta. Ci sono lettere di posta elettronica, quelle che Marco invia al fratello che si è trasferito in America, estraniato dall’amore per la stessa donna, segnato- anche lui- dalla tragica morte per suicidio della sorella Irene. Elenchi e valutazioni dei pezzi di arredamento della casa dei genitori che deve essere venduta dopo la loro morte, della collezione dei libri Urania del padre, dell’archivio fotografico della madre: le cose parlano, tengono in vita i moti, ci dicono di loro, dei loro gusti più o meno segreti. Sono elenchi che ci emozionano con la loro voce che arriva dal passato, come le rievocazioni di Umberto Eco ne “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

C’è la narrativa in terza persona e sempre lui presente, Marco Carrera, oftalmologo, che non è un eroe perfetto (per fortuna), che gioca d’azzardo ma che ci lascia senza parole con quella decisione così “superumana” di rinunciare alla vincita, la notte che avrebbe dovuto segnare la sua rovina. Marco Carrera che non vedremo mai completamente felice con una donna a fianco, ma che sa ritagliarsi la felicità dedicandosi interamente, con intelligenza e generosità, a far crescere prima sua figlia e poi, dopo un'altra drammatica morte, la nipotina Miraijin, la bimba con un nome che significa “l’Uomo del Futuro”, la speranza per l’umanità proiettata nel 2030.
   Non c’è un credo religioso nella storia del nuovo Giobbe (straziante la morte in contemporanea dei genitori, straziante ed eroico il ruolo di Marco in risposta alla supplica del padre, “portami via”) e tuttavia si usa per due volte una parola ebraica per indicare due condizioni inesprimibili in italiano. Solo l’ebraico (e altre lingue arabe) ha una parola per indicare la condizione che è contro l’ordine della natura, quella del genitore che resta orfano del figlio- shakul. Marco non è solo shakul ma è pure uno tzaddik, un uomo giusto che si comporta con rettitudine, che è un grande anche nel momento in cui muore.

     “Il colibrì” ha vinto il premio Strega 2020. Giustamente. Perché è un libro molto bello. Per il suo personaggio, per il ricco stile narrativo, per la miniera di riferimenti letterari e al mondo della cultura (splendido il breve inserto sul ‘dio del manga’, Osamu Tezuka), per la misura pacata con cui è scritto.

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martedì 4 agosto 2020

Barbara Bellomo, “Il libro dei sette sigilli” ed. 2020

Casa Nostra. Qui Italia
cento sfumature di giallo

                                      Barbara Bellomo, "Il libro dei sette sigilli"
                                     
Ed. Salani, pagg. 265, Euro 16,90

 

     Nell’anno 1191 una bambina, in fuga con lo zio dai crociati, arriva nei pressi della rocca di Masada e, cercando rifugio in una grotta, trova un’anfora in cui è nascosto un libro di ferro le cui pagine sono chiuse da sette sigilli.

     I nostri tempi. La scrittrice Margherita Mori ha appena pubblicato un libro d’avventura intitolato “Il libro delle profezie” ed ha iniziato un giro di presentazioni. Nel romanzo, basato su ricerche da lei fatte nelle biblioteche meno accessibili, si parla di un libro profetico ricercato da molti come fosse il Graal, un libro antichissimo con pagine di ferro e parole incise in una lingua strana, mai vista. Si dice che ogni pagina contenga una profezia e, se qualcuno rompe il sigillo che ne assicura la chiusura, terribili sciagure affliggeranno l’umanità, una peggiore dell’altra. È un libro frutto di invenzione con un aggancio ad un favoleggiato testo ritrovato nel deserto, come i rotoli di Qumran. Oppure, senza neppure esserne consapevole, Margherita ha messo nel romanzo qualcosa di rivelatore per ‘chi sa’, qualcosa che lascia pensare che lei sappia di più di quanto scriva? Perché il padre gesuita Costarelli, che ha presentato il suo romanzo ad un pubblico di lettori, chiede di parlarle in privato e, un giorno dopo l’incontro, muore piuttosto misteriosamente.

     Inizia così, dentro il primo romanzo scritto da Margherita, un altro romanzo di avventura le cui pagine, in capitoli più brevi che si alternano con quelli de “Il libro dei sette sigilli”, raccontano la storia disperata della resistenza al dominio romano da parte dei ribelli abitanti della Palestina, di come sia stato trovato e nascosto il libro di ferro, di come solo una donna fosse in grado di decifrarlo e come si fossero avverate le profezie catastrofiche delle prime pagine aperte.

Non si capirebbe il romanzo dell’avventura vissuta da Margherita se non si prendesse in considerazione, però, un’altra storia di avventura, quella del libro stesso di cui si sta parlando, passato di mano in mano, di paese in paese, ricercato dai gesuiti e da un misterioso Ordine della Rivelazione composto da membri che vengono rimpiazzati ogni volta che ne muore uno. Perché si vuole scatenare la fine apocalittica del mondo? Sono le forze del Bene e del Male che si contendono il libro? Di certo quelle del Male sembrano le più forti nella concatenazione di eventi che vedono scomparire, una dopo l’altra, le persone che hanno avuto a che fare con Margherita. Pare che a lei, invece, venga mandato un avvertimento. Forse pensano di farsi guidare da lei per arrivare al libro. Forse pensano che lei sia, comunque, l’unica in grado di capire quanto c’è scritto. Tra fughe, cambiamenti di abitazione nonché di aspetto fisico e abbigliamento, protetta da due ‘angeli custodi’ della polizia- Erika Cipriani, brusca eroina reduce dall’Iraq, e Landi, l’ombroso capitano con un passato macchiato che sembra innamorarsi di lei- Margherita riesce a scampare a più di un agguato pur continuando a inseguire il suo Graal. Il finale che capovolge tutto arriva senza grosse sorprese anche se tiene il lettore con il fiato sospeso.

      Con una trama che, pur essendo trascinante, echeggia romanzi già letti, il romanzo punta sui tre personaggi principali, quello della scrittrice affetta da ipermnesia, un disturbo o una qualità per cui ricorda tutto (impossibile non pensare che anche Isabella, protagonista dei libri precedenti di Barbara Bellomo, aveva una pecca singolare- era cleptomane), e quelli dei due poliziotti, senza peraltro renderli memorabili.

    Una lettura piacevole per l’estate, che ci lasceremo presto alle spalle come l’estate.

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Mi scuso per la grafica: è stata cambiata l'interfaccia e non ho ancora imparato a gestirla.