martedì 10 aprile 2018

Eduard von Keyserling, “Onde” ed. 2005


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
            love story
          il libro ritrovato

Eduard von Keyserling, “Onde”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Banchelli, pagg. 205, Euro 8,50


    C’è anche un romanzo di Virginia Woolf che ha lo stesso titolo di questo, dello scrittore lettone di lingua tedesca Eduard von Keyserling: “Onde”- una sola parola breve per evocare il movimento dell’acqua che viene e si ritrae, il mare quieto o violento, simbolo della vita che dà e che toglie. E’ un’estate della fine dell’800 e un gruppo di persone si ritrova in una località marina sul Baltico: la generalessa von Palikov e la baronessa sua figlia, i tre nipoti, un ragazzo adolescente e due fanciulle, Lolo e Nini, sottili, quasi eteree, con i capelli rossi. E’ importante sottolinearne l’aspetto fisico, perché il personaggio femminile che domina il libro, la contessa Doralice, emana invece un’aura di attrattiva sessuale che è il contrario del fascino virginale delle due ragazze. Doralice (un nome che ricorda una principessa di qualche favola) è bella, anzi bellissima- Lolo dice che è impossibile non innamorarsi di una donna così bella e infatti se ne innamora un poco anche lei, dopo che Doralice la salva in mare, quando Lolo si allontana troppo, con imprudenza.
Non è facile indicare da dove origini l’incantesimo di Doralice: molto dalle voci che corrono su di lei e da cui anche il lettore apprende, ben prima che lei compaia sulla scena, che Doralice è lì con un pittore. Sono sposati? Non sono sposati? Si sa per certo che lei ha lasciato l’anziano conte suo marito perché si è innamorata di questo pittore. Quando il giovane tenente fidanzato di Lolo la incontra, osserva che ha “un bel viso da bambina con una bocca straordinariamente segnata dal destino”. E noi intuiamo quale possa essere questo destino. C’è un pittore che ha perso l’ispirazione da quando è fuggito con la donna che ama, e adesso è ossessionato dal mare, vuole entrare nel mare per capirlo e poterlo dipingere, c’è una donna bella che era infelicemente sposata e ha seguito l’amore, ma adesso forse è stanca di questa solitudine, di sentirsi esclusa dalla società in cui era entrata con il matrimonio, c’è un giovane tenente bruno che intuisce di poter avere da lei qualcosa che la leggiadra fidanzata certamente non gli darà, e poi intorno ci sono gli altri, la generalessa e la baronessa che guardano e temono, con occhi sprezzanti, e l’anziano consigliere impiccione, e i pescatori con le loro mogli, con preoccupazioni ben diverse da quelle futili degli altri.
L’estate avanza verso l’autunno, la luce bianca che non lascia dormire si attenua, l’aria calda si sfinisce insieme alle passioni che ha suscitato, il dramma si prepara insieme alla tempesta. Poco importa che la generalessa sia intervenuta, dicendo a Doralice, “ma ora, mia cara, basta così, non ci si può far rapire continuamente. Nessuno può vivere di soli rapimenti.” Quando la tragedia si è consumata, restano sulla scena Doralice e il consigliere emarginato perché gobbo, e il mare, immutabile nella sua dimensione di tempo senza tempo, che li tiene prigionieri con i suoi ricordi. Amore e passione, innocenza e seduzione, vita e arte in un romanzo perfetto come una cesellatura.

la recensione è stata pubblicata su lettera.com



domenica 8 aprile 2018

Elizabeth Jane Howard, “All’ombra di Julius” ed. 2018


                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        storia di famiglia

Elizabeth Jane Howard, “All’ombra di Julius”
Ed. Fazi, trad. Manuela Francescon, pagg. 328, Euro 20,00

      “After Julius”, il titolo originale del romanzo di Elizabeth Jane Howard appena pubblicato da Fazi. Come spesso accade, meglio dell’italiano “All’ombra di Julius”, con una implicazione sottilmente diversa, perché questo romanzo, un altro piccolo gioiello della scrittrice, è la storia della famiglia di Julius dopo la sua morte. Della moglie Esme, ora cinquattottenne, e delle due figlie, Cressida e Emma. Di come abbiano reagito alla morte del marito e del padre, di come questa morte abbia, in qualche maniera, influenzato le loro scelte e i loro comportamenti. Altri due personaggi, due uomini, sono importanti- Felix e Dan. Il primo è un medico di quarantaquattro anni (è necessario dire l’età, il perché lo capirete subito) che è stato l’amante di Esme prima della morte del marito, il secondo è un poeta di umile estrazione sociale, un perfetto estraneo che passa il fine settimana con i Grace nella bella casa nel Sussex, invitato da Emma- è l’occhio esterno che guarda (e giudica) un mondo per lui interamente nuovo che lo stupisce.
una giovane Jane Howard
    Il tempo dell’azione è brevissimo, un fine settimana, in questo romanzo dalla costruzione perfetta, con un ‘prima’, una scena centrale che vede tutti i personaggi riuniti per la cena, un ‘dopo’. Dei flash back ricostruiscono episodi del passato, di quando c’era Julius, e un breve romanzo dentro il romanzo riporta in vita Julius nell’impresa- audace? incosciente? autodistruttrice? eroica?- con cui aveva salvato la vita a due uomini evacuati da Dunkerque con la piccola imbarcazione che aveva acquistato per questo intento (lui che non sapeva manovrare una barca, che soffriva il mal di mare). Julius aveva appena saputo del tradimento della moglie, molto più giovane di lui.

    Il romanzo inizia con una scena che introduce le due sorelle. Cressida, bellissima, una girandola di amanti che non la rendono mai felice e che regolarmente la lasciano, sta versando lacrime sull’amante del momento, tanto per cambiare. Perché si era sposata così giovane, subito dopo la morte del padre, mentre era in corso una guerra che l’avrebbe resa vedova a pochi mesi dal matrimonio? Perché Cressida ripete lo stesso modello di comportamento in ogni nuovo rapporto? Emma, dieci anni di meno della sorella, era ‘la piccola’ del padre. A differenza di Cressida, non ha mai avuto un legame sentimentale. Ecco perché la madre si stupisce quando arriva per il fine settimana con il poeta in male arnese. E intanto la madre, Esme, ha ricevuto la lettera di Felix che non vede da vent’anni e che le annuncia il suo arrivo. Perché, così all’improvviso, dopo tanto silenzio? Il tempo è passato per entrambi, ma Esme non pensa che per lei, che ha quattordici anni più di lui, è stato meno clemente. E si illude.
    La cena, l’apice del romanzo, il tempo delle rivelazioni, è un momento drammatico. La tresca di Cressida viene scoperta (con che ometto, poi?), la moglie dell’amante fa una scenata penosa, Felix guarda Cressida (e se ne innamora), Esme guarda Felix (e pensa che non ha mai smesso di amarlo), Emma è imbarazzata perché Dan, il suo ospite, è imbarazzato, scandalizzato e nauseato dai comportamenti delle persone che pensava avrebbe ammirato.
con il marito, lo scrittore Kingsley Amis
    Dopo il dramma, dopo i fuochi d’artificio in giardino, che esplodono proprio come i sentimenti durante la cena, ritorna la calma. Tutto ha una soluzione, felice oppure no. Tutto si spiega. Anche, forse, non del tutto, la morte di Julius. Era un piccolo eroe, Julius? O era un piccolo uomo che non ha retto alla delusione e all’amor proprio ferito?
    Elizabeth Jane Howard è, come al solito, straordinaria nel creare un ambiente, nel trascinarci nel cuore di una famiglia, nel farci sentire le voci dei personaggi (così credibile il piccolo Barney che rivela che la sorellina ‘non ha niente per fare pipì, lo sapevi? Le esce così, direttamente sul pannolino’), nel farci vedere case e giardini, volti e abiti.
    Se Hilary Mantel dice, a proposito di suggerimenti di lettura, “non esiste autore che non abbia consigliato più spesso”, ebbene, posso benissimo anche io consigliarvi di leggere Elizabeth Jane Howard.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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venerdì 6 aprile 2018

Natsume Soseki, “Il cuore delle cose” ed. 2001


                                                Voci da mondi diversi. Asia
  il libro dimenticato

Natsume Soseki, “Il cuore delle cose”
Ed. Neri Pozza, trad. G.C. Calza, pagg. 279, Euro 6,99 formato kindle

   “L’ho sempre chiamato maestro”- inizia così uno dei romanzi più illuminanti dello scrittore giapponese Natsume Soseki, nato nel 1867 e morto nel 1916. Un’ottima introduzione di Giancarlo Calza ci prepara alla lettura di questo libro, aprendoci le porte della cultura giapponese. C’è molto di Natsume Soseki stesso ne “Il cuore delle cose”, nella figura del maestro che vive in quasi completa solitudine, distaccato da un mondo di cui non sente di far parte e che non capisce, rifiutando di lasciarsi coinvolgere dalle nuove idee e dalle mode occidentali che stanno invadendo il Giappone.
     Quattro personaggi principali, di nessuno dei quali conosciamo il nome- lo studente che rimane irretito dal fascino intellettuale del maestro, il ‘maestro’ stesso, sua moglie e l’amico che viene sempre citato con l’iniziale K. Se lo studente nota il maestro nella località di mare dove passa le vacanze, è per l’aria di romantica solitudine e di mistero che lo circonda. Il maestro non si mescola con la folla, sembra superiore, sembra vivere nella dimensione di un altro mondo. Lo studente si avvicina a lui, nasce un’improbabile amicizia: si sente lusingato, il maestro, dall’ammirazione che sente nel discepolo più giovane? Lo studente continuerà ad andare in visita dal maestro anche quando entrambi sono ritornati a Tokyo. Con cautela lo studente interroga il maestro, sulla sua vita, sul perché vada al cimitero regolarmente una volta al mese, sull’amore, sulla moglie. Il maestro è elusivo, gli racconta spizzichi della sua vita (un’infanzia triste che è stata anche quella di Natsume Soseki), di uno zio che lo ha imbrogliato. Sembra molto unito alla moglie ma gli dice anche che nell’amore ci può essere una colpa.

    L’ammirazione dello studente per il maestro è tale che vorrebbe imitare il suo stile di vita, immerso nell’astrazione degli studi. Più diffidenti sono invece i suoi genitori che sentono parlare del maestro quando lo studente, allarmato da una serie di malori del padre, torna a casa. Il padre dello studente fa il fornaio e non riesce a capacitarsi su come si possa vivere come il maestro, senza fare niente. Insiste perché il figlio si trovi un lavoro dopo la laurea, lui non ha intenzione di continuare a mantenerlo. E poi, durante questo periodo in cui lo studente è lontano, gli arriva una lettera del maestro che è un vero proprio romanzo dentro il romanzo.
    Scompare il personaggio dello studente e l’amico K. ne prende il posto, accanto al maestro che, nel racconto del suo passato, è lui stesso uno studente che alloggia in pensione presso una coppia di madre e figlia. Tutta l’ammirazione che lo studente aveva per il maestro nella prima parte del libro si rovescia ora in quella che il futuro maestro ha per K., un ragazzo brillante e chiuso in una fortezza di solitudine fatta di libri. E, imprevisto, spunta l’amore. Il futuro maestro e K. sono due romantici colti alla sprovvista dall’amore per la stessa ragazza, la ‘signorina’ figlia della padrona della pensione. Diventano rivali, non sanno gestire questo sentimento che è al di fuori della loro esperienza, mentre la ragazza sembra essere interessata alla migliore sistemazione del migliore offerente.

    Una lettura attenta può averci anticipato il duplice finale di questo libro che ci attrae, ci incuriosisce, ci affascina perché ci dice molto della personalità del grande scrittore e ci svela una cultura e un mondo lontani dal nostro, lontani geograficamente e culturalmente, anche se la gelosia e la pena d’amore dei personaggi di Soseki li avvicinano molto agli eroi romantici dell’Europa ottocentesca.



giovedì 5 aprile 2018

William Stanley Moss, “Brutti incontri al chiaro di luna” ed. 2018


                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      seconda guerra mondiale

William Stanley Moss, “Brutti incontri al chiaro di luna”
Ed. Adelphi, trad. Gianni Pannofino, pagg. 212, Euro 19,00

    Creta 1944. I tedeschi occupano l’isola, posizione strategica nel Mediterraneo. Il 24 aprile due ufficiali inglesi del SOE (Special Operations Executive), William Stanley Moss e Patrick Lee Fermor, rapiscono il generale tedesco Heinrich Kreipe e lo fanno imbarcare su una motolancia diretta in Egitto.
    “Brutti incontri al chiaro di luna” è il diario di Stanley Moss che ci racconta l’impresa. Il titolo è scherzoso, non lascia affatto pensare a quello che leggeremo. E tuttavia è perfettamente in tono con la voce di Moss, allora ventiduenne. Dal momento in cui viene progettata, al Cairo, in quella dimora mitizzata chiamata Tara dove gli ufficiali a riposo bevono e si divertono, l’impresa non sembra affatto un’azione di guerra, piuttosto un’avventura da ragazzi, un giocare alla guerra. Billy e Paddy approdano sull’isola di nascosto, possono contare sul sostegno di tutta la popolazione che odia i tedeschi. Il piano prevede fermare l’automobile del generale che è abitudinario e rientra sempre alla stessa ora dal club, alla sera. E infatti fin qui non ci sono problemi (la fine dell’autista è un danno collaterale). Nessun problema neppure nel filarsela via, con Paddy al volante con il berretto del generale e i posti di blocco che, senza alcun controllo, lasciano passare l’automobile quando vedono le insegne. L’automobile verrà abbandonata vicino ad una spiaggia: si vuole che i tedeschi pensino che il generale è stato portato via con un sottomarino. Sul sedile sarà lasciata una busta chiusa con una foglio contenente la dichiarazione in cui gli inglesi si assumono l’intera responsabilità del rapimento senza alcuna collaborazione da parte della gente del luogo- si vogliono evitare le famigerate rappresaglie dei tedeschi (purtroppo non servirà allo scopo).
Billy a sinistra e Paddy
    Incomincia ora la vera ‘avventura’, con le marce su per i monti, per arrivare alla baia dove una motolancia dovrebbe arrivare a prenderli per riportarli al Cairo. Dovrebbe. Perché la radio non funziona e i giorni passano e il periodo di incertezza e pericolo si prolunga ben oltre i tre o quattro giorni programmati. Eppure nessuna preoccupazione filtra dalle pagine del diario di Stanley Moss. E’ sempre allegro, anche quando dà la caccia alle pulci, quando racconta del freddo patito la notte con un’unica coperta per lui e il generale, con il generale che tirava la coperta scoprendo lui, Billy.
il Generale Kreipe
C’è uno squisito umorismo inglese nel racconto di Billy, nella bonomia con cui descrive le debolezze del generale, un uomo vicino ai cinquant’anni che non ha proprio nulla della nota durezza militaresca attribuita ai tedeschi. Piagnucola che è stanco, che gli fa male la gamba, ad un certo punto cade e urla per paura di essersi rotto la spalla. Gli inglesi lo trattano sempre bene, da prigioniero di guerra qual è, e conversano in qualche maniera in francese.
    E’ un vero piacere leggere il diario di Stanley Moss che, non a caso, diventerà uno scrittore. Proprio per l’aria scherzosa con cui avvolge l’impresa, una parentesi quasi allegra nelle azioni di guerra che siamo abituati a leggere. C’è il riferimento al cibo (no, gli occhi e i genitali di agnello bolliti Billy proprio non li riesce a mangiare), al raki che favorisce il sonno, alle lenticchie, alle lumache arrosto e al formaggio di capra. E poi ci piace la naturalezza dei riferimenti culturali e letterari lungo il racconto, non solo al Falstaff di Shakespeare, a Picasso, a John Donne, alla poesia “L’ultima duchessa” di Browning”, Dostoevskji (sia Billy Moss sia Paddy Fermor si sono portati dei libri da leggere nelle pause in cui devono restare nascosti), ma anche ad Elsa Schiaparelli (confesso che mi ha stupito), parlando di un berretto di lana indossato come fosse un turbante della stilista.
Billy a destra in primo piano
   Il libro di Stanley Moss fu pubblicato per la prima volta nel 1950 ma solo ora è stato tradotto in italiano. Dal libro è stato tratto il film “Colpo di mano a Creta” con Dirk Bogarde e David Oxley nei panni di Billy e Paddy.

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martedì 3 aprile 2018

Natsume Sōseki, “La porta” ed. 2014


                                                Voci da mondi diversi. Asia
                love story

Natsume Sōseki, “La porta”
Ed. Neri Pozza, trad. Antonietta Pastore, pagg. 237, Euro 16,00
Titolo originale: Mon

    Vivendo in questa sorta di simbiosi, Sōsuke e Oyone avevano sviluppato tra loro un’intimità e un accordo difficili da trovare in altre coppie, ma non potevano sfuggire al tedio che spesso la loro condizione comportava. Tedio cui si associava una certa malinconia, anche se non smettevano mai di pensare che potevano ritenersi felici. La noia gettava un velo di torpore nella loro coscienza e a volte offuscava un poco il loro amore, ma non generava mai quel genere di angoscia che mette a dura prova i nervi.

     Un uomo. Una donna. L’amore- che altro, sennò? Siamo a Tokyo, agli inizi del secolo scorso. Lui si chiama Sōsuke. Lei, Oyone. Conducono una vita ritirata, in una casa disadorna. Sōsuke è  un impiegato statale, esce al mattino e rientra la sera. Oyone lo attende, ombra pallida e gentile. Prende l’abito occidentale che lui si toglie per infilarsi un kimono. Bevono il tè, cenano, serviti dalla domestica. Parlano tra di loro, con le gambe infilate sotto il kotatsu per riscaldarle al tepore del braciere. Giorno dopo giorno, sera dopo sera.
Una domanda ricorre, se Sōsuke si sia recato a parlare con la zia- lui rimanda sempre. Le uniche visite che ricevono sono quelle della zia e del fratello minore di Sōsuke. Più avanti nel libro anche quella del ricco vicino che affitta loro la casa in cui abitano.

    Il ritmo dei romanzi giapponesi, soprattutto di quelli che fanno parte della letteratura classica, è diverso da quello dei romanzi occidentali. Sarebbe come cercare la pennellata possente di Van Gogh  in una stampa giapponese dal fine tratto a china. L’atmosfera de “La porta” di Natsume Sōseki, il primo grande romanziere moderno del Giappone, è ricca di silenzi, di cose non dette che trapelano in mezze frasi, di esperienze di vita di cui si tace, non perché siano segreti ma perché sarebbe di cattivo gusto sbandierarle, di una passione che non esce mai allo scoperto, che dobbiamo indovinare dai gesti dell’uno e dell’altra. Perché sapremo poi- e verso la fine del romanzo- che quella di Sōsuke e Oyone è stata una grande passione, forse lo è ancora ma, in ogni modo, quello che è stato e per cui hanno sfidato il mondo li tiene uniti tuttora. Come il senso di colpa- perché Oyone era la ragazza del migliore amico e compagno di studi di Sōsuke che, dopo aver subito il doppio tradimento, era andato in Manciuria e poi, che ne era stato di lui? Anche Sōsuke aveva pagato caro la trasgressione- espulso dall’università, diseredato, si era fidato dello zio per vendere la casa di famiglia dopo la morte del padre. Aveva riposto male la sua fiducia. Come se tutto questo non bastasse, ogni volta che Oyone era rimasta incinta aveva perso il bambino che aspettava. Era una maledizione che si era abbattuta su di loro? Era il prezzo da pagare per il loro peccato? Anche l’apatia di Sōsuke rientra nel prezzo?
    Non potrebbe essere più veloce il ritmo di un romanzo in cui il protagonista trascina la propria vita, rimandando decisioni importanti, tirandosi indietro dalla minima azione, spaventato quando apprende che il suo vecchio amico sarà ospite del vicino di casa, per rifugiarsi infine in un tempio zen: la meditazione riuscirà a ridargli la serenità? Ed intanto il vecchio paravento, l’unico oggetto salvato nella svendita della casa paterna, che Sōsuke ha venduto ad un rigattiere per pochi soldi e che poi il suo vicino ha acquistato a ben altra cifra, diventa il simbolo di tutto ciò che Sōsuke ha perso senza conoscerne neppure il valore.

   Leggendo “La porta” di Natsume Sōseki, una storia vecchia come il mondo di un uomo e una donna che, innamorandosi, feriscono qualcuno, vivono appieno il loro amore e si ritrovano stancamente legati per la vita, ho pensato ad un libro letto tantissimi anni fa, un classico della letteratura francese di Albert Cohen, “Bella del signore”, che reinterpretava questo vecchio ed eterno tema con due personaggi dotati entrambi di bellezza e fascino. Quanto diversi i due libri, ognuno l’espressione di una cultura differente, traboccante di esplicita sensualità quello francese, pacato nella rivelazione di sentimenti che sembrano frusciare nelle pieghe dei kimoni quello giapponese. Eppure così simili nel trasformare una passione amorosa in un égoisme à deux che innalza barriere di difesa e di esclusione intorno ai due amanti.
   
la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




domenica 1 aprile 2018

holidays






forse non riuscirò ad aggiornare regolarmente. Aspettatemi.

Alicia Gimenénez- Bartlett, “Mio caro serial killer” ed. 2018


                                                 Voci da mondi diversi. Penisola iberica
     cento sfumature di giallo

Alicia Gimenénez- Bartlett, “Mio caro serial killer”
Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 471, Euro 15,00

   Gli anni passano per tutti, per noi lettori, per gli scrittori, per i personaggi che popolano le pagine dei libri e che ci sono diventati amici. Il tempo è inesorabile. La mattina in cui l’ispettrice Petra Delicado esce dalla doccia e vede nello specchio ‘una cinquantenne che mi osservava con diffidenza. Quella poveraccia aveva capelli crespi, la pelle cascante e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona. Ero io, sempre io, ma di un’età che non era la mia.’, la sua esperienza è già capitata anche a noi, o, almeno, a quelle di noi che non sono più ragazzine. Petra si precipita in un centro estetico e però questo suo malumore mattutino sembra incidere nei suoi comportamenti lungo tutto il nuovo romanzo di Alicia Giménez- Bartlett, “Mio caro serial killer”.
   Che Petra non sia un modello di dolce femminilità, già lo sapevamo.
Ma questa volta troppe cose si mettono storte sul suo cammino e la fanno diventare ancora più acida e- diciamolo pure- a volte irragionevole. Non fa a tempo a riprendersi, dopo essersi sottoposta ad un trattamento di bellezza, che riceve una chiamata dal commissario Coronas a cui non può fare a meno di mentire circa il suo ritardo a presentarsi al lavoro. E già quello la innervosisce. Secondo: una donna è stata trovata assassinata in casa sua, il suo corpo porta segni di un accanimento brutale. L’assassino ha infierito con un coltello sul suo ventre e sul suo volto. Ha anche lasciato una lettera, parrebbe un delitto causato da una delusione d’amore. Terzo: la Policia Nacional deve collaborare nelle indagini con i Mossos de Esquadra, il che non garba affatto a Petra. Soprattutto non le garba che non sarà lei a dirigere le indagini, nonostante sia più anziana e con maggiore esperienza, ma il collega dei Mossos, il giovane Roberto Fraile. Il quale non ha proprio niente che non vada bene, è garbato, corretto, perspicace. Si rivelerà un gran lavoratore che non andrebbe neppure a dormire per proseguire le ricerche (ha un grosso problema famigliare, lo sapremo poi). Eppure Petra cerca ogni pretesto per punzecchiarlo, per fare della pesante ironia, per maltrattarlo nonostante il nostro caro Fermín cerchi di arginare le sue mordaci battute, di spiegare scherzosamente il suo carattere al nuovo collega.

    Quando un’altra donna viene uccisa con la stessa modalità, lettera d’amore deluso compresa, si incomincia a parlare di serial killer, di qualcuno che prende di mira donne sole in cerca di un ultimo amore, che si sono rivolte per questo ad un’agenzia per cuori solitari.
   La trama riserba molte sorprese ma l’interesse del libro non è tanto in quella ( un poco intricata e sopra le righe) ma, piuttosto, nel tema centrale, anticipato in parte in quella prima pagina in cui Petra sente gli anni che incalzano- la solitudine delle donne che vorrebbero dare e ricevere affetto e che si lasciano spesso ingannare, e il dilagare del femminicidio, fenomeno che osserviamo quotidianamente con orrore sulle pagine dei giornali.
E poi è la nuova dinamica di un rapporto di lavoro a tre- Petra, Fermín e Roberto Fraile- che rende vivace il romanzo (un centinaio di pagine in meno,però, gli avrebbe giovato). Petra, così prevenuta nei confronti del trentenne Roberto, deve ricredersi ed arriva a stimarlo e ad apprezzare la sua collaborazione. Roberto, reso fragile da un matrimonio a dir poco difficile, abituato a portare una corazza di difesa, si ammorbidisce accanto a Petra e Fermín che lo convertono ai loro spuntini sostanziosi, alle loro birrette e ai gin tonic (riescono perfino a farlo ubriacare). E Fermín, che non vede il passare degli anni nelle rughe ma nell’avvicinarsi della pensione, fa da mediatore tra i due, sottolineando le qualità positive dei metodi di investigazione del collega dei Mossos. Al termine della loro collaborazione Roberto Fraile si accomiata da loro dicendo, “Ciascuno è fatto a modo suo. Tutti dovremmo avere più tempo e voglia di conoscere gli altri. C’è sempre da guadagnarci.”.

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