domenica 13 settembre 2015

Hervé Le Corre, “Dopo la guerra” ed. 2015

                                                             Voci da mondi diversi. Francia
               noir
              FRESCO DI LETTURA

Hervé Le Corre, “Dopo la guerra”
Ed. e/o, trad. Testasecca-A. Bracci, pagg 515, Euro 15,30



       Non è Parigi, la città in cui è ambientato l’ottimo ‘noir’ di Le Corre (attenzione, la definizione di genere va stretta a questo romanzo). Parigi è Parigi, tutto il meglio e tutto il peggio può succedere a Parigi. Qui siamo a Bordeaux, vale a dire che, se tutto quello di cui leggiamo può succedere nella tranquilla cittadina di Bordeaux- be’, è la fine, non c’è rimedio per la malvagità umana. Nove omicidi in dieci mesi. Troppi per Bordeaux, per l’appunto. E se, mentre procediamo nella lettura incalzati dagli avvenimenti, pensiamo che “Vendetta” poteva essere il titolo che meglio si addiceva al romanzo, dobbiamo ricrederci prima della fine, quando ci rendiamo conto che tutto ciò che è successo, tutti gli accanimenti e le morti non sono solo frutto di un desiderio semplice di vendetta, ma sono una conseguenza della guerra. Perché la guerra non trasforma l’uomo ma lo mette in una situazione in cui è obbligato a scegliere quale sentiero voglia percorrere. E- lo dice Shakespeare- ‘il sentiero delle primule porta all’inferno’. La strada più facile, quella che salva la vita nella situazione contingente, è anche quella che danna l’anima.

     Anni ‘50. Albert Darlac, ispettore di polizia. André Vaillant (il suo vero nome è Jean Delbos), sopravvissuto ad Auschwitz. Daniel Delbos, adottato da una coppia amica dei suoi genitori dopo che questi sono stati deportati, arruolato volontario per combattere in Algeria. Sono questi i tre personaggi principali di “Dopo la guerra”, dei tre filoni narrativi che si alternano, con sbalzi temporali (quando André scrive ossessivamente i suoi ricordi, dando corpo su carta al mostro che rode la sua mente) e con cambiamenti di luogo d’azione (la storia di Daniel che assaggia la guerra in Algeria è come un romanzo di formazione, un romanzo dentro il romanzo). André Vaillant ha lasciato passare gli anni prima di ritornare a Bordeaux. Per rivedere il figlio e per vendicarsi di Darlac. Lo aveva considerato un amico, compagno di bisbocce nelle notti che duravano fino all’alba quando, ritornando dalla moglie Olga e dal bambino, André prometteva di cambiare vita. Lui e Olga avevano cambiato vita, eccome. Darlac aveva promesso che li avrebbe avvisati per tempo se ci fosse stata una retata. Invece c’era lui stesso dietro alla delazione. Olga era finita subito nelle camere a gas, André era sopravvissuto, un morto vivente con ricordi senza parole, il bambino Daniel era rimasto acquattato sul tetto, dove lo aveva fatto salire André, finché era arrivato il vicino di casa.


    E’ importante che il tempo del romanzo di Le Corre sia lo strascico di una guerra e l’inizio di un’altra. Perché l’impressione è che la guerra sia una costante dell’umanità e non un fattore straordinario, perché in questa maniera André e suo figlio diventano l’uno la controparte dell’altro- se André è la vittima del conflitto mondiale, Daniel potrebbe rivestire i panni del carnefice nella guerra di Algeria (non c’è nulla di nuovo nelle atrocità che i militari francesi compiono sugli algerini che, mutatis mutandis, rivestono il ruolo dei partigiani francesi quando i nemici erano i tedeschi), ampliando la portata della vendetta per ciò che la sua famiglia ha sofferto.
E infine perché il vertice di questo triangolo di personaggi, Darlac, proprio ‘grazie’ alle due guerre ha modo di ampliare il suo campo di Male e a influenzare in modo nefasto il corso della vita di André e di Daniel. Il romanzo di Hervé Le Corre è una storia soprattutto di vendetta nell’arco di tempo ‘dopo la guerra’. Quello che viene fuori, però, nel racconto di questa caccia in cui i ruoli di cacciatore e preda cambiano di continuo, è come il pus che schizza fuori da un bubbone- opportunismo e tradimenti, delazioni e razzie, spoliazioni indebite, arricchimenti a prezzo di montagne di cadaveri, voltafaccia e risciacquata dei panni sporchi alla fine dell’Occupazione. E che sia un tutore dell’ordine l’emblema del Male è quello che colora di nero tutto il romanzo, non lascia uno spiraglio di luce, ci soffoca.



sabato 12 settembre 2015

Alberto Rossi, “Il gioiello degli zar: la storia della camera d’ambra”

                                                              Casa Nostra. Qui Italia
         FRESCO DI LETTURA


Alberto Rossi, “Il gioiello degli zar: la storia della camera d’ambra”
Ed. ARPANet, pagg. 208, e-book Euro 4,99, ed. 2013

      


    Ho visto la sala d’ambra a Tsarskoye Tselo. L’ottava meraviglia del mondo. Non importa se è rifatta e non è quella originale. E’ sempre una meraviglia che toglie il fiato, che ti inonda di luce dorata, no, non è esatto, è un caldo miele di un rosso aranciato. Più bello del fulgore di qualunque metallo. Indimenticabile e impareggiabile.
    Ho letto altri libri con la storia o il mistero della sala d’ambra, regalo di Federico di Prussia allo zar Pietro nel 1716, spostata da un palazzo all’altro dalle imperatrici Elisabetta e Caterina fino a trovare la destinazione finale nella splendida reggia di Tsarskoye Tselo, rubata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. E poi persa. Scomparsa. E’ forse andata distrutta nell’incendio del castello di Königsberg durante l’avanzata dell’Armata Rossa? O è ancora sepolto in qualche miniera? La curiosità mi ha spinto a leggere il libro di Alberto Rossi, anche perché il titolo non conteneva la parola ‘mistero’, ma ‘storia’. Forse l’approccio era diverso da quello dei libri già letti. E poi, forse, io volevo, molto semplicemente, leggere qualcosa che mi facesse ‘rivedere’ la sala d’ambra.

     Non sono stata delusa. La novità, ne “Il gioiello degli zar”, è la storia dell’artefice che ha avuto l’idea e ha creato la sala d’ambra. Il nome di Andreas Schlüter, scultore e architetto alla corte di Federico III, nato nel 1664 e morto nel 1714, resterà per sempre legato a opere geniali come il castello di Berlino (distrutto durante la seconda guerra mondiale), il Monumento al Grande Elettore Federico Guglielmo II a Königsberg, la cattedrale di Fromborg in Polonia e alla sala d’ambra. Fu lui ad averne l’idea, avendo a disposizione una gran quantità dell’oro del Baltico- come veniva chiamata l’ambra- per cui si sapeva che lo zar Pietro aveva una passione. Fu lui a fare tentativi ed esperimenti per realizzare il capolavoro che aveva in mente, qualcosa che nessuno aveva mai visto, senza uguali.

    Alberto Rossi svolge la sua narrazione su diversi livelli storici parallelamente (forse sarebbe stato più facile seguire i salti temporali con un maggiore stacco narrativo): il passato più lontano che ha Schlüter  come protagonista e che si evolve con la lenta realizzazione e il montaggio della camera d’ambra, il tempo della guerra con la scoperta del tesoro inaspettato da parte dei nazisti (che i tedeschi siano stati in grado di smontare in un baleno, e senza danneggiarli, i pannelli d’ambra mentre i russi ci avevano rinunciato- è storia nota), il trasporto a Königsberg con i camion, l’affondamento del sommergibile che avrebbe dovuto prendere in carico le casse, e un altro tempo ancora nel dopo-guerra quando un uomo eredita dal padre un pezzo d’ambra che era sempre stato un talismano per il genitore. Ci sarà un incontro fra reduci di guerra ormai anziani, un seguire delle tracce labili dei camion che forse si erano diretti verso una miniera, per scoprire che…

E c’è la storia di un tempo mitico ancora più lontano, quello della favoleggiata Thule che ha ispirato dei nazisti fanatici cultori della pura razza ariana che si riunivano intorno ad un tavolo rotondo in una grottesca e diabolica imitazione di re Artù.
     I personaggi del libro di Alberto Rossi non sono abbastanza ben delineati da non confonderli, ma non ha poi molta importanza visto che la nostra attenzione è interamente assorbita dalla vera protagonista de “Il gioiello degli zar”- la camera d’ambra- e ci piace, invece, la ricchezza dei rimandi storici e la vivacità del tono narrativo.




mercoledì 9 settembre 2015

Arthur Phillips, “Angelica” ed. 2007

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                        il libro ritrovato


Arthur Phillips, “Angelica”
Ed. Rizzoli, trad. Annalisa Garavaglia, pagg. 428, Euro 19,00
Titolo originale, “Angelica”


   Una voce sussurrava dietro la porta di Angelica, e Constance entrò, il corpo ad un tratto congelato e madido. Lo vide benissimo: fluttuava pochi centimetri sopra Angelica, la faccia rossa come una lingua e contorta proprio come lo era stata quella di Joseph. Calava sulla bambina addormentata, come un angelo della morte o un antico dio dell’amore, determinato a spezzare quel corpicino per soddisfare i suoi desideri.

     Ci sono degli scrittori che scrivono sempre lo stesso libro e altri che sono capaci di stupirci con qualcosa di diverso ogni volta che un loro romanzo viene pubblicato: Arthur Phillips è certamente uno di questi. “Praga” era la storia di un gruppo di giovani espatriati americani arrivati a Budapest nel 1989 per “vivere” dove si stava facendo la Storia, dopo la caduta del muro di Berlino; “L’Archeologo” raccontava, con una stupefacente ricchezza di inventiva, l’intricata storia di un ambizioso e monomaniacale egittologo. “Angelica”, il terzo romanzo di Phillips, è una vicenda buia e leggermente morbosa ambientata in una Londra di fine ottocento dove un assassino ammazza le donne e tronca loro le mani (una modalità diversa per una figura marginale che ricorda Jack lo Squartatore).

    Arthur Phillips usa nuovamente i diversi punti di vista per raccontare la sua storia, ma in maniera differente da “L’Archeologo” e con un’abilità raffinata e sottile. Perché il libro è diviso in quattro parti con un personaggio centrale in ogni parte e la narrativa è in terza persona, tranne che nell’ultima sezione. L’effetto che si crea è quello di vivere gli avvenimenti come li vive il protagonista del momento, tendiamo a credere a quello che leggiamo, l’interpretazione ci pare chiarissima e coincide con quella del protagonista. Questo è particolarmente efficace nella prima parte, intitolata “Constance Barton”, che stabilisce l’atmosfera del romanzo: il marito di Constance non intende più sopportare che la loro bambina di quattro anni, Angelica, dorma in camera con loro. Angelica ha la sua stanza, deve dormire da sola. Intuiamo subito i motivi di Constance per aver tenuto così a lungo la bimba nel lettino a pié del lettone, anche se, in sintonia con l’ambientazione ottocentesca, tardano a divenire espliciti- si parla degli ordini del medico per la fragile salute di Constance, si sottolinea l’origine italiana e passionale del marito Joseph, si accenna ad un matrimonio di convenienza per la bella Constance, commessa in una cartoleria.
Comunque la bambina cambia stanza e la storia vira verso il gotico, con visioni di fantasmi che tormentano Angelica nello stesso tempo in cui il marito si avvicina a Constance, e i sospetti si accumulano su Joseph Barton che rivolgerebbe attenzioni indebite alla figlia, non potendo esercitare i diritti coniugali sulla moglie. E noi lettori siamo certi che sia così- purtroppo non sarebbe strano, né allora né oggi. E continuiamo a pensarlo anche leggendo la seconda parte, in cui il punto di vista è quello di Anne Montague, una ex attrice diventata truffatrice a spese di donne credulone che la credono capace di scacciare i fantasmi. La sezione di Anne è importante, perché è lei- personaggio esterno alla storia- che può aggiungere dettagli, descrivere i coniugi Barton, sottolineando la disparità fisica tra i due, come fosse l’unione della Bella e la Bestia.
La terza parte del libro è quella di Joseph Barton e sembra finalmente di approdare alle spiagge della ragione e della ragionevolezza. Dal suo punto di vista rileggiamo gli stessi episodi raccontati febbrilmente nella prima parte e ci appaiono in luce totalmente diversa. Se prima era lui il “cattivo”, il pervertito, ora ci pare che Angelica debba essere difesa da una madre folle. E infine è Angelica stessa a parlare- la sua è l’unica parte narrata in prima persona e si rivolge ad un “signore”, un medico, e dal suo racconto vengono fuori altre cose, sul passato di Constance, su altre violenze subite.
Ma il lettore non si aspetti un finale che sveli la verità, perché Angelica confessa di non saper distinguere quello che ha visto, quello che le è stato raccontato, quello che ha sognato.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


                                                                                                     



martedì 8 settembre 2015

Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland. Il mio viaggio in Nigeria” ed. 2015

                                                                          Diaspora africana
           FRESCO DI LETTURA

Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland. Il mio viaggio in Nigeria”
Ed. 66th and 2nd, trad. C. Barboni, pagg. 328, Euro 15,30



      C’è dell’ironia nel titolo del libro della scrittrice nigeriana Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland”. Transwonderland è il nome di un parco di divertimenti, del tipo che tutti i bambini amano, dove Noo stessa sarebbe voluta andare, quando era piccola. E’ un Gardaland stile nigeriano, con strutture arrugginite e cadenti, al limite del pericolo. E allora il nome che promette meraviglie suona terribilmente ironico, come il fatto che si vada in cerca di Transwonderland- sapendo come è in realtà- si carica di una delusione inattesa per quanto temuta. Tutto il viaggio di ritorno in Nigeria di Noo Saro-Wiwa è una ricerca di Transwonderland, tutti i sentimenti che lei prova sono altalenanti tra il desiderio di capire una cultura che non riconosce come sua e il rifiuto di un mondo troppo lontano da quello in cui lei è cresciuta. E poi, quando lo sforzo di amare quel luogo con la sua gente sembra essere al di là del possibile, ecco che, invece, l’amore arriva inaspettato e la sorprende
Sukur
- nel villaggio di Sukur che è un Eden incontaminato dalla corruzione, nella città di Calabar, la più sicura di tutta la Nigeria, a Edie, dove la visione delle migliaia di statuette le fa provare il desiderio di rubarle tutte per salvarle togliendole dall’incuria ignorante, perfino il ritorno a Lagos, dopo un itinerario che l’ha portata in giro in tutto il paese, le suscita sentimenti diversi. Perché il viaggio di Noo in Nigeria è stato un viaggio di crescita, come lo sono tutti i viaggi, e non è Lagos ad essere cambiata, ma lei, la ragazza che osservava tutto con in mente un libro da scrivere.
sculture di Nok
     Leggere “In cerca di Transwonderland” è come leggere una splendida guida di viaggio, di quelle che non ti dicono quanto costa il biglietto di ingresso e gli orari di apertura di un museo, ma che ti immergono nell’atmosfera di un paese e ti aiutano a capirlo. Tanto più che, al suo arrivo, Noo è sprovveduta quanto lo sarebbe un qualunque turista- arrivare in Nigeria dall’Inghilterra è come mettere piede su Marte. A suo vantaggio Noo ha la famiglia, da parte di padre e da parte di madre, che vive lì e che le dà suggerimenti,  invitandola alla cautela (mai rientrare dopo il tramonto, a Lagos, attenzione a quei trabiccoli che fanno le veci dei mezzi pubblici, diffidare di tutti).
la famiglia Saro-Wiwa
Il padre di Noo è ancora molto conosciuto in Nigeria- Ken Saaro-Wiwa, un attivista che ha sfidato le multinazionali del petrolio, è stato arrestato e ucciso nel 1995- e il viaggio di Noo non è solo il tentativo di riappropriarsi di un paese da cui ha vissuto lontano (nata nel 1976 in Nigeria, è cresciuta in Inghilterra dove il padre desiderava che i figli studiassero), ma anche di ricucire i ricordi- le estati in cui lei e i fratelli venivano a trovare il padre (odiavano il caldo, la noia, le visite ai parenti), il trauma quando avevano appreso della seconda famiglia del padre-, di gustare alcuni piatti locali (il plantano fritto) che sono per lei come le madeleines di Proust. Noo verifica con orrore le conseguenze dell’altissima corruzione che è- da sempre- la piaga del paese. Quel che è peggio è che la corruzione, a tutti i livelli, è la norma di vita ed è utopistico sperare che qualcosa cambi. Anzi, se la corruzione porta a strepitose ricchezze di pochi, è proprio quella strepitosa ricchezza che è segno di potenza e di valore.
durbar
Verrebbe voglia di scappare dalla Nigeria, ma poi ci sono esperienze esotiche e colorate che fanno, anch’esse, parte della Nigeria- la fastosa sfilata del durbar, e tutte le opere d’arte (quelle che non sono state rubate) come le sculture di Nok o i monoliti di Ikom- e bellissimi paesaggi incontaminati.
monoliti di Ikom

    Non si torna indietro. Altri lo fanno o lo hanno fatto, come il fratello maggiore di Noo che ha raccolto l’eredità famigliare. Ma Noo tornerà in Inghilterra. Il suo libro servirà a noi, come è servito a lei, per avvicinarci alla Nigeria, senza cercare nessuna Transwonderland.


Noo Saro-Wiwa sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova 2015


sabato 5 settembre 2015

Theresa Révay, “Le luci bianche di Parigi” ed. 2014

                                                            Voci da mondi diversi. Francia
                la Storia nel romanzo
                FRESCO DI LETTURA

Theresa Révay, “Le luci bianche di Parigi”
Ed. Beat, trad. R. Boi, pagg. 445, Euro 16,50

        

     E’ molto ambizioso il romanzo “Le luci bianche di Parigi” di Theresa Révay, pubblicato in Francia nel 2008 e nel 2014 in Italia. L’ho ‘ripescato’ dai miei scaffali e iniziato subito, dopo aver letto d’un fiato “L’altra riva del Bosforo”. Non si dovrebbe mai fare una cosa del genere, perché i paragoni sono inevitabili e sono rimasta un poco delusa- forse proprio perché mi pare che la storia dei personaggi de “Le luci bianche di Parigi” si dilati in un tempo troppo lungo, dal 1917 al 1945, un trentennio denso di avvenimenti drammatici e straordinari nella Storia d’Europa, e si estenda in uno spazio troppo vasto, da Pietrogrado (futura Leningrado, futura San Pietroburgo) a Parigi, passando per Berlino. E tuttavia c’è un’altra figura femminile affascinante quanto Leyla al centro del romanzo e c’è un’altra storia d’amore non lineare e felice- del tipo che piace proprio perché rispecchia il mito dell’amore che vince le difficoltà.

    “Saša aveva guardato i suoi occhi grigi attraversati dalla tempesta e aveva pensato a una lupa. Una lupa bianca, sovrana, che avrebbe dato la vita per difendere i suoi. E quella era stata la ragione per la quale aveva potuto lasciarla partire da sola.” “La louve blanche” è il titolo originale del libro e la bellissima immagine dell’audace e indomita lupa del paese dei ghiacci è perfetta per Ksenja Osolin, la contessina che abbandona i fasti di Pietrogrado nel 1917, dopo che suo padre è stato assassinato da una banda di rossi nella sua stessa casa, arriva a Parigi dove si adatta a vivere in una soffitta con la vecchia njanja, la sorellina Maša e il piccolissimo Kirill, il bambino del miracolo nato mentre i rivoltosi scorazzavano per la loro casa e sopravvissuto al viaggio in treno fino a Odessa e poi a quello sulla nave da cui, invece, era stato calato in mare il cadavere della madre. Quando la conosciamo, Ksenja ha quindici anni, pensa solo alla festa da ballo  che verrà data per il suo compleanno, pensa all’abito nuovo, pensa all’amore. Eppure deve avere nascosti dentro di sé quella forza e quel coraggio, quella tempra indomita che la trasformano, da un attimo all’altro, nel capofamiglia che deve assumersi la responsabilità di portare i suoi cari in salvo, e poi, una volta a Parigi, di mettere insieme i soldi per pagare l’alloggio miserando e il cibo, e poi di affrontare i malumori della sorella e il comportamento scapestrato dello zio Saša. Parigi è piena di rifugiati russi in cerca di lavoro. A differenza di altri, Ksenja non si perde nella nostalgia, non sogna un impossibile ritorno. Lei guarda avanti, altera, glaciale. Trova un lavoro come cucitrice- le donne russe si sono fatte una fama come abili ricamatrici-, viene notata, diventerà indossatrice.

     La trama non deve essere raccontata per non sciupare la lettura, sarà sufficiente introdurre il protagonista maschile, il grande amore di Ksenja che però lei non sposerà perché incapace di abbandonarsi ad un sentimento che le ruberebbe la padronanza di se stessa. Max von Passau appartiene ad una nobile e liberale famiglia tedesca, è un fotografo e le sue fotografie saranno esposte nelle mostre- è così che incontra Ksenja. Il loro amore si rincorrerà tra Parigi e Berlino dove le ombre si stanno addensando. La rivoluzione bolscevica e poi Lenin e poi Stalin nell’Unione Sovietica, la fine della repubblica, il trionfo del nazismo e la follia criminale del pifferaio con i ridicoli baffetti in Germania, gli ebrei perseguitati e in fuga come già in passato i russi bianchi, la guerra e la Francia spaccata in due. Se il mondo della moda- le sfilate a cui prende parte Ksenja a Parigi e l’elegante grande magazzino di proprietà di Sara (l’ebrea che era stata il primo amore di Max) a Berlino-, se il mondo della cultura e dell’arte (le fotografie di Max), se tutto quello che rappresenta la bellezza e lo spirito crolla sotto i totalitarismi, è la fine. La fine di tutto.

    Non vi rivelo, però, la fine del libro. Come lettrice curiosa, pur riconoscendo i difetti del romanzo, mi procurerò il seguito, “Tous les rêves du monde”, perché ci si affeziona ai personaggi di Theresa Révay e si vuole sapere che ne è di loro. A costo di essere delusi.







giovedì 3 settembre 2015

Arthur Phillips, “L’archeologo” ed. 2004

                                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
               il libro ritrovato

Arthur Phillips, “L’archeologo”
Ed. Rizzoli, trad. Annalisa Garavaglia, pagg. 510, Euro 17,50



Non c’è niente di paragonabile al piacere suscitato dalla lettura di un bel libro, di un romanzo che racconta una storia che ti coinvolge, ti trasporta in un altro mondo e ti fa vivere insieme ai suoi personaggi. E’ quello che ci succede leggendo “L’archeologo”, secondo romanzo dello scrittore americano Arthur Phillips, pubblicato lo scorso anno precedentemente al primo, “Praga”, apparso da poco in libreria.
     La vicenda de “L’archeologo” si svolge su due diversi piani temporali con due narratori, il che offre allo scrittore la possibilità di una duplice prospettiva e di un doppio punto di vista. Nel 1954 all’australiano Harold Ferrell, investigatore privato in pensione, viene chiesto di rispolverare i suoi ricordi e le prove raccolte in una vecchia indagine del 1922 che coinvolgeva una ragazza di nome Margaret, la zia appena defunta del giovane che interroga Ferrell per sapere di più sul suo passato. Le ricerche di Ferrell riguardavano un soldato australiano scomparso in Egitto alla fine della guerra insieme ad un egittologo inglese, Marlowe. E questo Marlowe era amico del professore Ralph Trilipush, pure lui egittologo e fidanzato di Margaret, impegnato, nel 1922, in scavi per riportare alla luce la tomba del faraone Atum-hadu.

     Il primo narratore è, dunque, Ferrell ma, insieme al suo racconto, leggiamo pure il triplice carteggio di Trilipush: il diario da lui tenuto sulla sua impresa archeologica, le lettere scritte alla fidanzata Margaret- ed alcune lettere di risposta di Margaret stessa-, e la stesura abbozzata del libro che Trilipush ha intenzione di scrivere sul successo della sua ricerca. Non siamo mai certi della verità di quello che leggiamo, perché Ferrell sospetta che l’australiano Caldwell e l’inglese Marlowe siano stati assassinati da Trilipush, del quale peraltro non risulta traccia né a Oxford dove dice di avere studiato né negli archivi dell’esercito inglese per cui dice di avere combattuto. Ma quanto è affidabile Ferrell che era innamorato di Margaret e voleva insinuarle il dubbio che il fidanzato mirasse solo ai soldi del padre? D’altra parte c’è un tono leggermente falso nelle lettere di Trilipush a Margaret, qualcosa di esagerato nelle sue proclamazioni d’amore.

Quello in cui Trilipush è grandioso è la monomaniacale passione per il faraone Atum-hadu di cui ha ritrovato frammenti di poesie erotiche che ha tradotto e dato alle stampe. Una passione ostinata che gli fa portare avanti gli scavi tra mille difficoltà, in un’area  vicino alle ben più importanti (e storicamente vere) scoperte di Howard Carter che ha ritrovato la tomba di Tutankhamon. Nel calore soffocante dell’Alto Egitto, abbandonato dai servitori indigeni, Trilipush scava, trova una porta che dà in una prima stanza che pare cieca, poi un’altra porta che dà in una seconda stanza e poi in un’altra e ancora in un’altra- e lui scrive, descrive, decifra geroglifici, trascrive frammenti di poemi, con una sovrapposizione di personalità in una spirale di pazzia allucinatoria.


     Non diciamo altro sui risvolti di una follia per cui finiamo per provare ammirazione, e neppure sul filone di indagine poliziesca della trama, tranne che i richiami ad Oscar Wilde sono più di uno, intriganti come tutti gli elementi che compongono questo romanzo. Che rivela un’inventiva straordinaria, ad iniziare dal cartiglio di Atum-had in apertura del libro, per proseguire con documenti apocrifi, con più o meno sottili ma pur sempre eleganti allusioni sessuali. Ed è pure un romanzo divertente e che lo scrittore deve essersi divertito a scrivere, stuzzicando la sua intelligenza e la nostra.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 1 settembre 2015

Theresa Révay, “L’altra riva del Bosforo” ed. 2015

                                                          Voci da mondi diversi. Francia
           la Storia nel romanzo
           FRESCO DI LETTURA

Theresa Révay, “L’altra riva del Bosforo”
Ed. Beat, trad. R. Boi, pagg. 362, Euro 13,52



        Istanbul. Una città costruita sulle due rive del Bosforo. Una città con due anime, una occidentale e una orientale. L’una non potrebbe fare a meno dell’altra. Perché quella è la ricchezza di Istanbul, quella è la sua pienezza.
       E’ il 1918. La guerra è appena terminata e la Turchia è tra i paesi sconfitti, essendosi schierata a fianco della Germania. Truppe di occupazione inglesi e francesi sciamano per la capitale, spadroneggiando, reclamando per sé le abitazioni private. La posizione della Turchia è debole al tavolo delle trattative. Morto Mehmet V, il sultano che aveva dichiarato la Jihad contro l’Inghilterra nel 1914, gli era succeduto il fratello Mehmet VI i cui ambasciatori furono incapaci di opporsi alla durezza del trattato di pace che riduceva i confini della Turchia, riportandola ad essere un paese di pastori e agricoltori.
Il paese si divide in due tra coloro che mantengono la fedeltà al sultano e i nazionalisti che stabiliranno un nuovo governo ad Ankara sotto la guida di un ufficiale carismatico, Mustafa Kemal che avrebbe poi cambiato il suo nome in Mustafa Atatürk nel 1934. Cambiamento altamente significativo non solo perché Atatürk significa ‘padre della patria’- che Mustafa Kemal fu veramente-, ma anche perché, dettaglio di grande portata e indice della sua volontà di occidentalizzazione della Turchia, Atatürk divenne il suo cognome in base alla legge da lui promulgata che rendeva obbligatorio un cognome di famiglia, mai usato nella tradizione turco-ottomana.
    Il romanzo storico di Theresa Révay, “L’altra riva del Bosforo”, si svolge su questo sfondo, in un’epoca tumultuosa di grandi cambiamenti, in una città che incanta. Ci porta dentro i konak, le splendide abitazioni cittadine divise in due ali, per gli uomini e per le donne della famiglia, ci traghetta fino agli yala (le fresche residenze estive sulla sponda asiatica, non meno splendide delle case di città), ci descrive gli abiti orientali (squisitamente raffinati) e i gioielli delle donne, le usanze che regolano la vita sociale.
Una famiglia al centro del romanzo, quella di Selim Bey, diplomatico al servizio del sultano, sposato con Leyla, bellissima, giovane, ardente. Hanno due figli, un maschietto e una bambina. Anche la madre di Selim ed un suo zio vivono con loro, con i servitori: è questa la consuetudine delle famiglie ottomane, con una gerarchia ben definita. La fine della guerra sconvolge tutto, nel pubblico e nel privato, nella politica e nella gestione domestica. La casa di Selim è requisita per un ufficiale francese. E’ grazie alla cultura e all’educazione di questi che la famiglia non deve andarsene: all’ufficiale e alla sua famiglia basteranno le stanze dell’ala riservata agli uomini. I due mondi, occidentale e orientale, sono venuti a stretto contatto. Più stretto ancora: il fratello di Leyla- uno dei giovani che si sono schierati subito con i nazionalisti- porta in casa un tedesco ferito. Ci si può rifiutare di curarlo, anche se la sua presenza può mettere in pericolo l’intera famiglia? resterà nascosto per mesi in una stanza delle donne, nessuno se ne accorgerà. Davvero, nessuno se ne accorgerà? E la presenza di quest’uomo, un colto archeologo che insegna all’università di Berlino, non farà intravvedere a Leyla la possibilità di un legame diverso da quello con il marito a cui è andata sposa giovanissima e che ama, pur sentendolo lontano, ora che lei si sente pronta per scelte politiche diverse dalle sue?
incendio di Smirne


    L’inizio è un poco lento, ci si sente spersi in un mondo e in una Storia che conosciamo poco o affatto. Poi “L’altra riva del Bosforo” prende il volo e non si riesce ad interrompere la lettura. Appassionante, coinvolgente. Tutti i personaggi palpitano di vita nel romanzo di Theresa Révay- quelli da lei creati e quelli veri, come Atatürk che si chiama ancora soltanto Mustafa Kemal in tutto il romanzo-, e la Storia, agli alti livelli e nelle strade, nell’assolata Anatolia, dove deve rifugiarsi Leyla dopo essersi messa in vista come giornalista, e nelle tragiche scene dell’incendio di Smirne, esce dalle pagine dei testi specialistici per offrirci una conoscenza di base degli eventi.