sabato 9 maggio 2015

Catherine Dunne, “Se stasera siamo qui” ed. 2008

                                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                     il libro ritrovato


Catherine Dunne, “Se stasera siamo qui”
Ed. Guanda, trad. Paola Mazzarelli, pagg. 317, Euro 16,50
Titolo originale: At a Time Like This



Ho idea che questa sera verranno rivelati molti segreti. So che Maggie ha qualcosa per la testa e Georgie è stata particolarmente evasiva l’ultima volta che ci siamo viste tutte insieme. Quanto a Claire, con tutto il suo talento e la sua bellezza, a volte mi fa pena. Credo che sarebbe stata felice di diventare madre. Mi sbaglierò, ma ho il sospetto che sia per questo motivo che ha avuto tanti uomini.

   Un altro romanzo che parla di donne? Ebbene, sì, ma “Se stasera siamo qui”, di una delle più amate scrittrici irlandesi- Catherine Dunne- è qualcosa di diverso: non è un libro che parla d’amore, o delle difficoltà della vita matrimoniale, o dei problemi di madri e figli, non è neppure vano cicaleccio femminile sorseggiando infinite tazze di tè. C’è qualcosa di tutto questo (tazze di tè a parte che oggigiorno sembrano essere state definitivamente sostituite da bicchieri di vino) ma, soprattutto, il nuovo romanzo di Catherine Dunne è la storia di quattro amiche nell’arco di venticinque anni- un tempo sufficientemente lungo da trasformare il romanzo stesso in un’esaltazione dell’amicizia femminile. Perché, come sanno tutte le donne e come pure gli uomini sono pronti a riconoscere, c’è qualche cosa di speciale nell’amicizia femminile, è un legame che assomma quello che esiste tra madri e figlie e quello che c’è tra le più fortunate coppie di sorelle. E’ qualcosa che ti dà sicurezza e conforto, perché - non è un luogo comune e neppure uno stereotipo- c’è una uguale lunghezza d’onda tra vecchie amiche, che ti dà la certezza di essere capita al volo e aiutata in ogni momento difficile. E ce ne sono tanti nella vita di una donna adulta- sofferenze d’amore, gravidanze e parti, problemi nel mondo del lavoro, problemi nel conciliare famiglia e lavoro, genitori anziani da assistere…E spesso mariti che richiedono le stesse attenzioni dei figli…

    Quattro donne prendono la parola una dopo l’altra, avvicendandosi sul palcoscenico del romanzo e iniziando a raccontare dalla fine, dalla sera in cui dovrebbero incontrarsi in casa di una di loro, come hanno fatto una volta al mese per venticinque anni. “Dovrebbero” incontrarsi, perché una di loro- la voce del prologo e dell’epilogo- non ci sarà. Nel prologo Georgie è in viaggio, sta andando nella sua villa vicino a Volterra, solo alla fine sapremo quale svolta ha deciso di dare alla sua vita e perché l’ha tenuta segreta persino alle sue amiche. La volitiva Georgie, la bella Claire dai capelli rossi, la piccola Maggie che è l’amica del cuore di Georgie fin da quando avevano sei anni, e Nora la tradizionalista- ventenni universitarie negli anni ‘80, quando Dublino stava solo iniziando ad essere la città allegra e ricca e moderna e non più grigiamente bigotta che conosciamo oggi. Quattro è un numero perfetto per un gioco di parti che vede due di loro costantemente alleate, Claire come elemento aggiunto, Nora come ‘l’estranea’ ben accolta da Claire e Maggie, lievemente disprezzata da Georgie- eppure è proprio lei, l’acquacheta, la più banale e fuori moda delle quattro, che sembra essersi conquistata la fetta maggiore di felicità alla fine, riservando anche alle amiche la più grossa sorpresa. Non avviene niente di straordinario nel romanzo di Catherine Dunne, tuttavia voltiamo le pagine desiderosi di sapere di più, perché- con la sapienza ereditata dai grandi romanzieri anglosassoni- la scrittrice non ci dice mai interamente tutto ogni volta che una delle amiche prende la parola. A volte torna indietro, e sentiamo un’altra versione, o un altro punto di vista di uno stesso momento. A volte ci viene anticipato qualcosa che viene poi rettificato da un racconto seguente. Venticinque anni significa che le quattro amiche frequentano l’università, si innamorano e si disamorano, si sposano, mettono al mondo dei figli- più o meno desiderati-, una di loro- proprio la bella Claire - non si sposa, fanno carriera nella nuova Irlanda che è entrata nell’Europa. E anche tra amiche ci sono delle cose che non vengono dette, se non ad anni di distanza. E “se stasera siamo qui” è per raccontarcelo.


    “Se stasera siamo qui” è un libro che piacerà moltissimo alle lettrici, perché Catherine Dunne è capace di esplorare i sentimenti e di metterli in parole- e sono i sentimenti e le emozioni che ogni donna ha provato. E non riveliamo il finale, che infrange vecchi tabù.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


venerdì 8 maggio 2015

Marc Pastor, “Punto zero” ed. 2015

                                          Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                       FRESCO DI LETTURA


Marc Pastor, “Punto zero”
Ed. Neri Pozza, trad. B. Parisi, pagg. 525, Euro 17,00
Titolo originale: Bioko


     Perché è proprio questo Fernando Poo: un carcere gigantesco, un’isola a cui destinare quelli a cui si nega il destino. L’angolo sotto la stuoia, la stanza buia, la soffitta del bordello.
  E Moisés Corvo è, contemporaneamente, guardiano e prigioniero.

   L’olandese Judas Malthus, uno dei personaggi del romanzo dello scrittore catalano Marc Pastor, “Punto zero”, ha una grande ammirazione per Jules Verne, dice di essere stato suo amico, dice anche di essere stato lui stesso, con le sue storie, ispiratore di Verne e regala una copia di “Ventimila leghe sotto i mari” al protagonista Moisés Corvo. Ecco, “Punto zero” è un romanzo d’avventura sul genere dei grandi romanzi d’avventura ottocenteschi, ricorda Verne per l’ambientazione esotica- l’isola di Bioko, al largo della costa occidentale dell’Africa- e Wells per la traccia fantascientifica della vicenda (ma anche lo stesso Verne, considerato l’anticipatore del romanzo di fantascienza). E’ un romanzo nero come l’oscurità della foresta in cui si addentra, come la pelle dei negri di diversi etnie che popolano l’isola, nemici dei bianchi o amici soggiogati dall’alcol- i cannibali fang e i bubi-, un romanzo cruento che ha il colore del sangue in scene di violenza indicibile sulle quali Mosés Corvo arriva dopo che la strage è già stata fatta e nessuno è sopravvissuto nei villaggi. Chi è stato? perché? Un altro genere si aggiunge a quello di avventura e di fantascienza, il mystery alla Sherlock Holmes. E’ un fang che indica a Moisés la modalità da seguire per individuare i colpevoli: osservare le impronte sul terreno (sembrano di scarponi militari), cercare se, nella lotta, è rimasto qualcosa nelle mani di quei miseri resti di corpi (un orologio da taschino che reca incisa una frase).

    Un abbozzo di questa trama vertiginosa che segue due filoni. Il soldato di infanteria dell’esercito spagnolo, Moisés Corvo, viene mandato per punizione sull’isola di Bioko, ribattezzata Fernando Poo dai coloni spagnoli. Moisés è giovane, indisciplinato, ribelle, lo hanno beccato mentre cercava di vendere armi. Un personaggio ruvido che ha sempre la parola pronta, che non ci piace, che impareremo ad apprezzare col tempo perché i suoi difetti diventano le sue qualità. A bordo della nave aveva conosciuto l’ambiguo Judas Malthus che non solo gli aveva offerto un lavoro nella sua coltivazione di vaniglia ma, dandogli da leggere il libro di Verne, aveva nascosto tra le pagine la copia della sua sentenza. Evidentemente l’aveva sottratta al capitano per lui, perché, però? Una volta sbarcati in quella che è, di fatto, una colonia penale, non è facile ambientarsi sull’isola. Per Moisés che non sa tacere, sono tanti i silenzi che lo circondano. I casi che si troverà a dover risolvere sono due, ed entrambi gli capitano tra capo e collo per caso e sono, in una strana maniera, collegati. Qualcuno sembra dedicarsi ad una caccia abominevole, una caccia umana che regala piaceri satanici ai cacciatori. Le vittime sono negri che vivono nel fitto della foresta e queste stragi devono essere fermate se non si vuole arrivare ad una rivoluzione. E poi scompare la bella e giovane moglie negra di un cubano deportato su Fernando Poo per motivi politici. E’ incinta. E’ fuggita o è stata rapita?

   Il secondo filone è quello che unisce la fantascienza all’avventura. Il Punto Zero che un gruppo di inglesi ricerca nel tempo presente è un lago che contiene l’oricalco, una sostanza che, usata in una certa maniera, rende possibile viaggiare nel tempo. Solo nel passato, però. Ed è difficile calibrare l’arco di tempo a cui si vuol tornare. Il dilemma che si pone è se sia possibile alterare il corso degli eventi, rivivendo quanto è già accaduto in modo diverso, un quesito che aggiunge suspense alla trama ed è pure lo stesso che ci poniamo noi di continuo- e se invece…?

    Come per tutti i romanzi di avventura, non si deve cercare profondità psicologica nei personaggi di “Punto zero” (eccezion fatta per Moisés Corvo che acquista un’altra statura morale attraverso un’esperienza di orrore). E tuttavia il romanzo di Marc Pastor è corposo, avvincente e intrigante.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Catherine Dunne, “Un mondo ignorato” ed. 2007

                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
              il libro ritrovato


Catherine Dunne, “Un mondo ignorato”
Ed. Guanda, trad. Liuba Scudieri, pagg. 242, Euro 15,00

Dieci interviste a irlandesi che emigrarono negli anni ‘50, gente ignorata. Dimenticata la loro sofferenza, il loro sforzo, il denaro spedito puntualmente in patria che è alla base del successo odierno dell’economia irlandese. Partivano con un cartello sul cappotto che indicava il cantiere che li aveva assunti, facevano i muratori, le cameriere, le infermiere. Tutti si fermavano a vivere a Londra, anche se il loro cuore non era mai partito dall’Irlanda. Catherine Dunne ha ascoltato le loro voci, raccogliendo la loro testimonianza.


INTERVISTA A CATHERINE DUNNE, autrice di “Un mondo ignorato”

      Sei milioni di irlandesi erano emigrati dopo la Carestia, tra il 1845 e il 1925. Mezzo milione lasciò l’Irlanda negli anni ‘50. Quelli erano diretti per lo più in America, partivano sulle famigerate ‘navi-bara’ che attraversavano l’Atlantico, non avevano neppure la certezza di arrivare ma intanto lasciavano il nulla dietro di sé. “Gli irlandesi dell’ultima emigrazione”, come vengono definiti quelli partiti negli anni ‘50 nel sottotitolo del libro di Catherine Dunne, andavano più vicino, in Inghilterra, e, pure se erano spinti da piccoli o grandi drammi personali, non si lasciavano alle spalle la tragedia della Carestia che aveva trasformato l’Irlanda in un enorme cimitero.

   Adesso che è diventato normale viaggiare in aereo, che le compagnie low-cost hanno reso volare accessibile a tutti, che le distanze si sono accorciate e il mondo è diventato più piccolo, occorre un leggero sforzo per immaginare il peso di quel viaggio mezzo secolo fa. E’ qualcosa di cui parlano tutte le persone intervistate dalla scrittrice irlandese: la maggior parte di loro proveniva dalle contee occidentali e aveva perciò attraversato l’Irlanda (e la rete ferroviaria in Irlanda si è sviluppata con lentezza, per via del terreno in cui era difficile la posa delle rotaie), si era imbarcata a Dun Laoghaire, vicino a Dublino, la prima tappa era Holyhead, sull’isola al largo della costa del Galles, e da lì il treno. Un viaggio lunghissimo per quei giovani divisi tra l’eccitazione per la novità e la paura dell’ignoto. Arrivavano tutti alla stazione di Euston, a Londra; i più fortunati trovavano qualcuno ad attenderli, un fratello o una sorella, più raramente un amico, che già avevano fatto il viaggio, già si erano più o meno abituati. Poi la ricerca del lavoro, di un alloggio (“Niente cani, niente neri, niente irlandesi”, era il cartello affisso quasi ovunque). Lo sforzo per ambientarsi in una città lontana anni luce dai villaggi di provenienza. La lotta contro la nostalgia, sapere che non si poteva tornare indietro. E che i soldi che si riusciva a mandare a casa alleggerivano la vita di chi era rimasto.

    La scrittrice Catherine Dunne, diventata famosa con il romanzo “La metà di niente”, ha raccolto in questo libro la testimonianza di dieci irlandesi che lasciarono l’isola di smeraldo negli anni ‘50. Le domande che la scrittrice rivolge loro sono più o meno le stesse, tese ad esplorare gli stessi nodi focali- i motivi della partenza, i problemi della nuova vita in Inghilterra, il sostegno offerto dai club irlandesi, il lavoro, il matrimonio e i figli, il ritorno in patria. Eppure non c’è ripetitività nel libro della Dunne, anche se le esperienze sono simili- è il merito della scrittrice l’aver fatto di ogni testimone un personaggio con la sua storia unica, la sua umanità, quel fondo di nostalgia che non viene cancellata dalla consapevolezza che non c’era altra soluzione che partire, quel sentirsi divisi per sempre non tra due patrie ma tra due “case”, il non appartenere più a nessun luogo. Perché questo è forse il dramma più grande, una sorta di schizofrenia della memoria: si è fuggiti da “casa” perché era impossibile restarci, perché non c’era nulla, e si resta delusi quando si ritorna, mezzo secolo dopo, e quel nulla è stato riempito, niente è più come era e quello che è diventato non ci piace. Stilos ha incontrato Catherine Dunne per parlare con lei del suo libro.


Il suo libro è dedicato a due persone: una di queste, Phyllis Izzard, è anche una delle persone intervistate. L’incontro con Phyllis Izzard sembra aver messo “in moto” il libro nella sua mente: ci vuole raccontare di questo incontro?
   Ho incontrato Phyllis Izzard molti anni fa, ero in vacanza nella ex-Jugoslavia, avevo preso il battello per una gita a Venezia. Ero con mio figlio che era piccolo, questa donna mi ha sorriso, mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto e ha iniziato a parlare- aveva lasciato l’Irlanda negli anni ‘50 e abbiamo avuto questa straordinaria conversazione: dopo 30 anni che se ne era andata il suo attaccamento all’Irlanda era ancora fortissimo e tuttavia mi parlava di un paese che non conoscevo. Io non posso avere dei ricordi dell’epoca in cui era partita perché sono nata in quegli anni, ma nel mito che lei costruiva intorno all’Irlanda c’era un paese che non conoscevo. E che forse non esisteva. E allora mi sono chiesta se ci fossero delle altre persone che abitavano nel paese in cui vivo anche io ma che non riconosco nelle loro parole.

Perché questo libro adesso? E’ per la necessità di ricordare, ora che l’Irlanda è diventata una terra di immigrazione invece che di emigrazione?
      Ci sono molti motivi diversi che mi hanno spinto a scrivere questo libro adesso: prima di tutto sono conscia che molti di quella generazione sono ormai vecchi e le loro voci non sono documentate. Penso che la storia orale sia particolarmente importante, una sorta di istantanea di come era la vita una volta: puoi avere la Storia nei libri di testo, ma senza l’aroma della vita quotidiana che affiora nella conversazione. Un secondo motivo è che ho scritto il libro quando già l’Irlanda era diventata ricca e, mentre facevo le ricerche, mi sono resa conto che quella prosperità era anche dovuta alle rimesse degli emigranti. La loro parte in questa affluenza non era mai stata riconosciuta. E infine c’è il motivo che non siamo bendisposti verso gli immigranti ed è ora che guardiamo la loro storia e cerchiamo di vedere il presente attraverso la comprensione storica.

Come ha trovato le persone disposte a raccontarle le loro esperienze? Ha iniziato con una e poi sono seguite le altre, come in una catena?
     Sì, volevo proprio che la struttura del libro rappresentasse una emigrazione a catena che è quello che avvenne in Irlanda: partiva un membro di una famiglia e mandava indietro i soldi, così un altro partiva ed era il suo turno di mandare soldi a casa e così via. Le interviste procedettero in questa maniera: uno mi diceva, ‘dovrebbe parlare a…’. Ho intervistato molte più persone di quelle che appaiono nel libro. Seguivo le loro indicazioni per contattare quelli che secondo loro erano importanti per la loro testimonianza.

Erano reticenti o erano desiderosi di parlare?
     Erano tutti desiderosi di parlare, manifestavano una gratitudine commovente perché sentivano che le loro esperienze venivano considerate da qualcuno. Il titolo originale ha una sfumatura diversa da quello in italiano: “An unconsidered people”, non erano dimenticati, non erano deliberatamente ignorati, ma non venivano considerati importanti. Poter dire la loro storia significava considerare il contributo dato al loro paese e ogni storia simboleggiava quella di tante altre persone. Ho incontrato gente che mi ha detto, sorpresa, ‘Ma come ha fatto a sapere che quella era la mia storia!’ Ogni storia è unica ma rappresenta anche quella di altri.

Le persone con cui ha parlato- erano turbate nel ricordare il passato, o erano commosse, oppure distaccate? Dopo tutto, tanto tempo è passato…
      Erano tutti molto commossi nell’evocare i ricordi ed è questo che mi ha portato alla decisione del tipo di libro da scrivere. Quando mi è capitato di incontrare persone con esperienze molto negative, o non le nomino neppure o non le ho affatto intervistate di persona- ho solo parlato con chi le conosceva, perché ho pensato che non fosse etico riaprire delle ferite e poi andarmene. E, per tutte le interviste che ho fatto, ho anche permesso agli interessati di leggerle prima: se qualcosa che avevo scritto non era gradito, ne discutevamo e poi a volte il testo restava uguale e a volte invece eliminavo il passaggio in questione. Mi è capitato anche di togliere del tutto alcune interviste per non causare infelicità.

Qual è l’atteggiamento di questi emigrati verso i nuovi immigranti? Si rendono conto che vengono sempre ripetuti certi modelli, di raccogliersi insieme per nazionalità e pure di discriminazione verso gli estranei?
      Gli irlandesi intervistati facevano parte di una comunità molto omogenea: non tendevano a mescolarsi in Gran Bretagna, restarono sempre degli irlandesi consapevoli della loro estraneità, decisi a mantenere la loro cultura. Accettarono di essere diversi perché erano sostenuti da altri che si sentivano come loro. C’era poi il fatto, come ha detto uno di loro, che potevano passare per inglesi finché non aprivano bocca. Ed è straordinario che molti di loro erano critici nei confronti di altre ondate di immigranti: era come se loro avessero il diritto di entrare in Gran Bretagna e gli altri no. Un uomo ha detto una frase buffa al proposito, ‘gli irlandesi hanno tirato su la scala dopo essere entrati’: una volta che  si sono stabiliti e hanno ottenuto quello che volevano, hanno tolto l’opportunità agli altri, non riconoscono agli altri lo stesso diritto che hanno avuto loro.

Nel libro viene indicato un particolare interessante: l’alto numero di donne che emigrarono negli anni ‘50 e non al seguito degli uomini. Erano favorite dalla possibilità di trovare lavoro come infermiere, come accade oggi alle donne che arrivano disposte a fare le badanti in Italia?

     Una cosa straordinaria è che l’Irlanda è l’unico paese in cui c’è stato un forte numero di donne che sono emigrate senza gli uomini. C’erano molti motivi dietro ciò: maggiori opportunità, libertà, una vita indipendente che era impossibile nell’Irlanda degli anni ‘50. E la Gran Bretagna aveva fame di infermiere. Trovavano lavoro, formazione professionale, possibilità di uguaglianza impossibili in Irlanda. L’emigrazione verso la Gran Bretagna aveva un modello diverso da quello dell’emigrazione verso gli Stati Uniti. La Gran Bretagna è così vicina, prima di tutto, molti avevano qualcuno della famiglia che già viveva lì, era facile dire che si andava per una settimana dalla zia e poi non si tornava. E poi la lingua era la stessa: la Gran Bretagna è sempre stata terra di immigrazione per gli irlandesi. Dopo la carestia di metà ‘800 molti lasciarono l’Irlanda diretti in Scozia. E avvenne una cosa strana che avrebbe avuto un grosso peso nella Storia: dall’Ovest, per andare in Scozia, si dirigevano nel Nord dell’Irlanda e lì si rendevano conto che c’erano possibilità di lavoro nei linifici o nei cantieri navali di Belfast. E  si fermarono senza proseguire per la Scozia. Ma, così facendo, cambiarono l’equilibrio numerico degli abitanti di religione protestante.

Le donne che parlano nel suo libro toccano un argomento che ritroviamo, per coincidenza, nel romanzo di John Banville “Dove è sempre notte”: la duplice tragedia delle gravidanze non volute, una tragedia sia per le madri sia per i bambini, e le tremende istituzioni dei Magdalen Asylums. Eppure le donne che Lei ha intervistato non sono risentite verso la Chiesa: è un lascito della vecchia sottomissione?

    In tutti i paesi cattolici sono le donne che tengono accesa la fiamma della fede. La Chiesa non era solo un rifugio spirituale ma anche sociale: nell’ambito della Chiesa le donne si incontravano per il catechismo dei figli, le prime Comunioni, i matrimoni…Anche se l’istituzione era dura e pesava sulla vita delle donne, c’erano però tanti preti gentili e caritatevoli. Se le donne fossero rimaste in Irlanda e il loro matrimonio fosse fallito, mai avrebbero potuto divorziare. In Inghilterra era il prete stesso a incoraggiarle a lasciare il marito, se questo era violento.

La maggior parte delle persone intervistate attribuisce alla solitudine la dedizione all’alcol degli irlandesi in Inghilterra: non è però uno dei tratti tipici degli irlandesi pure in patria, quello di essere forti bevitori a causa della povertà e della mancanza di prospettive?
    E’ vero che gli irlandesi amano bere, però tutte le ricerche mediche del tempo mostrano che i giovani non avevano dipendenza dall’alcol quando arrivavano in Inghilterra. Ma il pub era anche il punto di incontro per la comunità e poi c’era questo sciagurato sistema di pagamento con un assegno. Gli irlandesi non aprivano un conto in banca, non volevano essere tassati e l’assegno con cui erano pagati si poteva incassare solo al pub. Al venerdì sera andavano al pub, bevevano, pagavano con l’assegno e prendevano il resto in contanti. Il pub era allo stesso tempo famiglia, comunità e prigione.


Ha parlato anche con degli irlandesi della seconda generazione? Come si definiscono? irlandesi o inglesi?
     Sì, ho fatto lunghe conversazioni con irlandesi della seconda generazione. Uno di questi, un giornalista, mi ha riassunto così la situazione: “non sai dove è ‘casa’”. In alcune famiglie i figli si sentono interamente irlandesi, in altre del tutto inglesi, in altre ancora metà dei figli si sente irlandese e l’altra metà dice di essere inglese…Certamente tutti hanno dei problemi di identità: vengono considerati degli irlandesi in Inghilterra e inglesi in Irlanda. Se ‘Paddy’ è il soprannome del tipico irlandese, loro vengono chiamati i ‘Paddy di plastica’, perché oltretutto hanno l’accento inglese.

Perciò la lingua, che era la loro base di forza per l’emigrazione, si ritorce contro di loro e li tradisce sempre, in ogni caso?
    Proprio così, li tradiva quando aprivano bocca appena arrivati in Inghilterra e li tradisce ora al contrario, quando tornano in Irlanda.

Gli intervistati sono tutti delusi del ritorno in patria: come potevano desiderare di non trovare alcun cambiamento in quello che avevano lasciato, dal momento che la vita era così disperatamente povera?
     Il ricordo costruisce un mito, ricordi solo le cose buone. Dopotutto erano stati obbligati a partire: la situazione economica era disastrosa, ma avevano lasciato famiglie e amici. Più a lungo stavano via e più ricordavano solo quelle cose. Ecco perché si sopravvive, perché si dimentica il male. Poi tornano e trovano il materialismo, la gente meno amichevole, risentimento verso loro che se ne sono andati via, e si rendono conto di aver vissuto con una fiaba.

La maggior parte dei suoi intervistati viene dall’area occidentale dell’Irlanda: in cifre, la maggioranza degli emigranti veniva da quella che allora era la parte più povera del paese?

    Assolutamente sì. La contea di Mayo e la regione di Galway erano molto povere. Inoltre io ho considerato solo i motivi economici che spingevano alla partenza, ma c’erano altre persone che andavano via: i gay, le donne incinte, chi aveva commesso piccoli crimini- per questi il giudice poneva l’alternativa: o sei mesi di prigione o prendere il traghetto e andarsene.

Nella lettura che Lei ha fatto nel corso del Festival delle letterature della Basilica di Massenzio, ha parlato del valore della fuga della mente nel viaggio attraverso i libri. C’è sempre del positivo in qualunque viaggio, allora, anche in quello degli emigranti che fuggivano dalla miseria?
     Certamente sì: erano in condizioni disperate quando avevano avuto bisogno di fuggire, dopo però avevano avuto una vita più soddisfacente di quella che avrebbero avuto a casa. Il viaggio- ogni tipo di viaggio- è sempre positivo.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                               

giovedì 7 maggio 2015

Catherine Dunne, “L’amore o quasi” ed. 2006

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                        il libro ritrovato

Catherine Dunne, “L’amore o quasi”
Ed. Guanda, trad. Eva Kampmann, pagg. 317, Euro 15,50

E’ un periodo felice nella vita della cinquantenne Rose Kelly: l’impresa di catering di cui si occupa riscuote molto successo, il figlio maggiore, che le dava preoccupazioni, si è messo sulla buona strada, il secondo finisce le superiori, la figlia minore è ormai un’adolescente. All’improvviso ricompare il marito che non si è più fatto vivo da quando l’ha lasciata, otto anni prima. Rose deve gestire con intelligenza e diplomazia il riavvicinamento del padre ai figli e la causa di divorzio. E inizia una nuova storia d’amore.


INTERVISTA A CATHERINE DUNNE, autrice de “L’amore o quasi”

     C’era una grossa teiera sulla copertina del primo libro di Catherine Dunne, “La metà di niente”,  in cui la protagonista Rose Kelly veniva abbandonata dal marito dopo vent’anni di matrimonio e  si ritrovava a costruirsi una nuova vita dal nulla, industriandosi per mantenere i tre figli. Si bevono ancora infinite tazze di tè nel nuovo romanzo di Catherine Dunne, “L’amore o quasi”, fischia il bollitore dell’acqua per offrire la rituale tazza di tè a chiunque venga in visita, resta sempre valido che- come dice un’amica della protagonista- “quando tutto va storto, fatti una tazza di tè”, ma c’è qualcos’altro che si beve molto spesso in questo romanzo che riprende la storia di Rose Kelly a otto anni di distanza dal precedente romanzo: vino ghiacciato, assaporato in poltrona davanti alla televisione, o su una sedia di cucina o nel delizioso e storico Bewley’s in centro a Dublino.

    E’ il segnale più lieve e frizzante del cambiamento avvenuto in otto anni, nella vita di Rose e nello stile di vita di un paese in cui bicchieri spumeggianti di Guinness nazionale hanno sempre invitato a bere birra dai cartelloni pubblicitari. D’altra parte Rose Kelly ha potuto osservare nel suo lavoro come  siano diventati più sofisticati i gusti degli irlandesi e come il benessere economico e la conseguente apertura verso il mondo fuori dall’isola abbiano portato a richieste di piatti internazionali.
    Con il garbo gentile che contraddistingue la sua scrittura, Catherine Dunne colma il lasso di tempo tra un romanzo e l’altro con i ricordi di Rose Kelly delle difficoltà che ha passato, sia nel lavoro sia nell’ambito familiare, e con l’osservazione acuta del mondo che circonda Rose. Seduta ad un tavolino al secondo piano di Bewley’s, Rose guarda attraverso i vetri la folla che passeggia in Grafton Street e nota quanto sia diversa questa Dublino multietnica, vivace e allegra, dalla grigia e cupa città della sua giovinezza, va con la figlia in un locale di Temple Bar e gode della ristrutturazione della zona che ha trasformato la Cenerentola d’Europa in una capitale giovane e gioiosa, orgogliosa della sua individualità.

    E così un romanzo squisitamente femminile, che esplora i sentimenti di una donna che ha dovuto inventarsi un’identità che la differenziasse da quella che era solo un’appendice del marito, diventa anche la rivisitazione di un luogo, e i cambiamenti della persona finiscono per identificarsi con quelli di un paese. C’è qualcosa che, tuttavia, resta immutato, ed è la forza morale della donna: la storia del romanzo irlandese è piena di figure femminili forti, di donne che reggono le sorti della famiglia, che trascinano mariti ubriachi fuori dai pub, che mantengono i figli- ricordiamo “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt o “Danzando a Lughanasa” di Michael Friel da cui è stato tratto un film con Meryl Streep. Rose Kelly è un’altra di queste madri irlandesi, ma ha un vantaggio che le viene dai tempi: può chiedere il divorzio.
    Stilos ha parlato con Catherine Dunne dei cambiamenti di Rose, di lei stessa come scrittrice e dell’Irlanda.


Rose Kelly ritorna dopo 8 anni. Ha continuato a pensare a lei in questo tempo? Era curiosa di sapere che cosa le fosse successo, che cosa avesse fatto della sua vita?
   La risposta è sì ad entrambe le domande: ero curiosa e la mia curiosità si è sviluppata soprattutto dopo aver scritto l’ultimo romanzo, “Una vita diversa”, e un libro-saggio sull’emigrazione irlandese negli anni ‘50 che mi ha richiesto un lungo lavoro di ricerca. Era arrivato il momento in cui volevo qualcosa basato sull’intuizione, sull’osservazione e sull’immaginazione e si è ripresentata alla mia mente la storia di Rose. Uno scrittore deve provare la curiosità della domanda “e se…?”. Questo è stato il mio punto di partenza.

Troviamo una Rose molto più sicura di sé, che sa come trattare marito, figli e impiegate. Significa che divorziare fa bene alla donna? Che è un’esperienza positiva per la sua personalità?
    No, non raccomanderei l’esperienza di un divorzio. Rose fa del suo meglio nella situazione in cui si viene a trovare. Non è una situazione che ha scelto lei, cerca di volgerla a suo vantaggio: la vita non le ha dato la possibilità di scegliere. Certamente ha sperimentato momenti più drammatici e di maggiore conflitto che se fosse rimasta sposata a Ben. Come sarebbe stata Rose se non si fosse separata? Meglio o peggio, più o meno interessante? Impossibile da dire. In ogni caso avrebbe potuto avere una crescita personale dopo che i figli fossero cresciuti. Ma è stata obbligata a fare fronte ad una crisi cercando in se stessa delle risorse che non sapeva di avere. E’ l’istinto umano della sopravvivenza in tutti i sensi.

“L’amore o quasi” è un libro sui cambiamenti: è cambiata anche lei, come Rose?
    La vita è un processo di cambiamenti, tutti devono accettare di cambiare. A volte le cose accadono non perché le scegliamo noi, ma la nostra reazione a quello che accade mostra come vivremo nel futuro. E’ difficile indicare in che cosa o come io sia cambiata: ci sono diversi stadi nella vita e per i genitori c’è uno stadio interamente centrato sui figli, quando questi sono giovani e prendono la maggior parte del tempo e delle energie. Quando poi i figli se ne vanno di casa, inizia come un terzo atto della commedia della vita per i genitori. Mio figlio ha ventitre anni ed è uscito di casa a 19 anni, andando a stare per conto suo, condividendo un appartamento con degli amici: per me è iniziata allora la fase del “nido vuoto”, un grosso cambiamento nella mia vita.

Se dovesse scrivere “La metà di niente adesso”, lo scriverebbe in maniera diversa? Sarebbe un libro differente?

    Penso di sì. In molte maniere il primo romanzo serve per stabilire la tua voce, per sentirti a tuo agio e scrivere al meglio della tua capacità a quello stadio. Quando poi continui a scrivere, se prendi sul serio quello che stai facendo, diventi più esigente e chiedi di più a te stesso come scrittore. Forse adesso sarebbe un romanzo più difficile e più complesso, ma la traiettoria della storia sarebbe la stessa.

Rose è stata così occupata che sembra rendersi conto all’improvviso di quanto siano cambiate l’Irlanda e Dublino. E in effetti chi si reca adesso per la prima volta a Dublino non può nemmeno immaginare il grigiore e la tristezza della città trenta, venti o anche solo quindici anni fa. C’è stato anche per lei un momento preciso- come è successo a Rose- in cui si è resa conto che la città non era più la stessa?
    Non c’è stato un momento preciso, piuttosto un processo graduale: fino a metà degli anni ‘80, niente era cambiato dagli anni ‘60: Dublino era grigia e triste e il livello di disoccupazione era all’80%, c’era una forte emigrazione perché mancavano le opportunità di lavoro. E poi, all’improvviso, in meno di dieci anni, dal niente c’è stato il boom economico all’inizio degli anni ‘90, lasciando stupefatti tutti quelli che erano nati negli anni ‘50 e ‘60. Penso che lo sviluppo dell’area di Temple Bar sia il simbolo della rigenerazione di Dublino. In origine doveva diventare zona di deposito degli autobus, il che suscitò un’ondata di proteste. La gente si rese conto che Dublino poteva avere la sua Rive Gauche. Ecco, se c’è un momento preciso in cui si può collocare il cambiamento di Dublino, è quello- anche se in realtà la città era già cambiata, naturalmente. C’era stato un cambiamento nella mente delle persone, c’erano più soldi in giro, un po’ di luce nella città grigia.


Il figlio maggiore di Rose ha avuto un problema con l’alcol. Si sa che l’alcolismo è sempre stato un problema per gli irlandesi: si beve troppo per motivi diversi da quelli del passato, adesso?
   Quello dell’alcolismo è un problema complesso. Le ricerche indicano che l’abuso di alcol è una conseguenza della carestia di metà dell’800- le conseguenze psicologiche perdurerebbero fino ai nostri giorni. Oggi, poi, la maggiore disponibilità di soldi che hanno i giovani contribuisce al fenomeno dell’alcolismo. Inoltre siamo una società che tollera l’ubriachezza. Per molti l’eccesso di alcol è una risposta al cambiamento di un paese che adesso è ricco, non c’è più il problema della disoccupazione, ha rotto i rapporti con la Chiesa Cattolica per la prima volta nei secoli. Il cattolicesimo irlandese era un cattolicesimo senza gioia che metteva l’accento sul peccato e non sull’amore per il prossimo. Gli psicologi dicono che l’alcol è un sintomo di problemi più seri, del senso di dislocamento diffuso fra i giovani: gli uomini non sanno che ruolo hanno nella società, sentono la pressione di tenere il passo con la cultura dell’eccesso. Dublino è diventata una città volgare, sono arrivati troppi soldi troppo velocemente e insieme sono scomparse tutte le certezze di un tempo.

La figlia di Rose parte per una vacanza nel Gaeltacht, l’area irlandese in cui si parla in gaelico, per imparare l’irlandese, proprio come gli studenti di tutta Europa partono per l’Inghilterra e l’Irlanda per imparare l’inglese. E’ fallito il tentativo di fare del gaelico la lingua degli irlandesi? Mi pare che una volta ci fossero più canali televisivi in gaelico: la gente sa parlare in gaelico?

   Forse una volta c’erano i notiziari sempre anche in gaelico ma, ironicamente, alla televisione solo di recente c’è un canale di trasmissioni in gaelico e il risultato è paradossale: c’è una rinascita del gaelico nell’Irlanda del Nord. In seguito al processo di pace la comunità nazionale irlandese esplora la sua cultura e tende ad identificarsi con il Sud e la lingua irlandese ha acquistato molta popolarità. La politica di governo della Repubblica è stata un fallimento, forse perché l’enfasi è stata posta sull’insegnamento della grammatica più che sulla comunicazione. Il solo fatto che fosse una materia obbligatoria nelle scuole ha fatto passare la voglia di studiare il gaelico. C’è stato un periodo in cui per ottenere un lavoro di tipo ufficiale era richiesta un’ottima conoscenza del gaelico e questo ha causato molto malcontento e proteste perché nella vita quotidiana nessuno parlava gaelico. Questo atteggiamento negativo inizia fin dai primi anni di scuola: forse, se la materia non sarà più obbligatoria, la situazione migliorerà. Chissà, forse diventerà di moda parlare in gaelico…

C’è un famoso film italiano degli anni ‘60, “Divorzio all’italiana”, che è una commedia nera dell’epoca in cui non c’era il divorzio in Italia e l’unica maniera possibile perché il protagonista potesse risposarsi era uccidere la moglie. Nel suo romanzo veniamo a sapere che c’era anche un “divorzio all’irlandese”, meno cruento ma anche molto più comune.

    Il divorzio all’irlandese è stato molto popolare in passato, perché in Irlanda non abbiamo avuto il divorzio fino a metà degli anni ‘90. E così l’espressione “ha preso il battello” poteva riferirsi a due categorie di persone: agli uomini che scomparivano abbandonando la famiglia e alle donne che andavano in Inghilterra per abortire.

Le spiace che i suoi romanzi vengano etichettati come appartenenti al genere della letteratura femminile?
   Non so se i miei romanzi appartengano al genere di letteratura femminile. A volte mi stanco delle etichette e la cosa non mi preoccupa affatto. Penso che i critici perdano il loro tempo a collocare i romanzi in un genere definito, i buoni romanzi non appartengono a nessun genere. E, in ogni modo, che importa? L’80% dei lettori sono donne.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos


                                                              

lunedì 4 maggio 2015

Ayelet Gundar-Goshen, “Una notte soltanto, Markovitch” ed. 2015

                                              Voci da mondi diversi. Medio Oriente
         FRESCO DI LETTURA


Ayelet Gundar-Goshen, “Una notte soltanto, Markovitch”
Ed. Giuntina, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 326, Euro 16,50
Titolo originale: Laylah echad, Markovitch

     “Non temere,” la rassicurò, “mi prenderò cura io del bambino. Adesso esci dal mio letto e non ci tornare fino a quando non lo vorrai tu”.
     Da quel giorno, la casa riacquistò il suo calore. Anche il cespuglio di buganvillea smise di fare i capricci, con grande soddisfazione di Yaakov Markovitch, ormai rassegnato a sradicarlo. La sala restava triste, perché i mobili non possono gioire in una casa senza amore, ma quantomeno aveva cessato di congelare i suoi abitanti. Yaakov Markovitch non s’illuse nemmeno per un momento che tutto questo avvenisse per lui. Nel ventre di sua moglie cresceva un bambino, e la casa gli dava tregua per agevolare la gravidanza.

      Gli anni dell’avvento del nazismo. Venti giovani vengono fatti imbarcare su una nave in partenza da quella terra che non è ancora Israele. Destinazione: Europa. Scopo della missione: sposarsi. Venti matrimoni significano venti ragazze che hanno il diritto di fuggire davanti alla bufera che avanza, che hanno la possibilità di salvarsi. Saranno seguiti da venti divorzi, una volta sbarcati nella Terra Promessa. In realtà saranno venti divorzi meno uno, perché Yaakov Markovitch, che ha avuto l’incredibile fortuna di aggiudicarsi la più bella delle promesse spose (non per niente si chiama Bella), si rifiuta di darle il divorzio. Per quasi quindici anni la terrà legata con un vincolo a lei odioso, che farà soffrire entrambi, che costringerà lui a dormire sul divano, lei ad andarsene da casa per poi tornare e dare alla luce, a tempo debito, un bambino a cui Yaakov farà da padre.

     Non anticiperò altro di questo romanzo, “Una notte soltanto, Markovitch”, opera prima di Ayelet Gundar-Goshen. Non soltanto per non guastare il piacere della lettura, ma anche perché sarebbe impossibile, tante sono le storie e le microstorie contenute nel romanzo, tanti i personaggi maggiori e minori, e lungo il tempo in cui le vicende si dipanano, mentre gli anni passano, si sentono gli echi lontani della guerra in Europa, si combatte la guerra di indipendenza in terra di Palestina- per dirlo con una frase della scrittrice, “il passo dei bambini sempre più pesante, il passo degli adulti sempre più leggero”.
    Chi è, però, questo Yaakov Markovitch, interprete di una singolare storia d’amore? O, forse, di una storia di odio, se la leggiamo dall’altro punto di vista? Yaakov Markovitch è nessuno, è insignificante, è il tipo di uomo che passa inosservato perché non c’è persona che poserebbe lo sguardo due volte su di lui. Tanto è vero che il suo comandante dell’Irgun gli aveva affibbiato il compito di trafugare armi, “con quella faccia, nessuno se ne accorgerà”. Il suo unico amico (a parte i piccioni a cui Yaakov dà briciole da mangiare) è anche il suo doppio, esattamente il suo opposto: Zeev Feinberg è al centro dell’attenzione (soprattutto femminile) dovunque vada. Gigantesco, con due enormi baffi, roboante, donnaiolo, ciarliero, fanfarone cacciaballe. Eppure questo impenitente sciupafemmine ad un certo punto si accorge di amare soltanto una donna, Sonia.

     “Una notte soltanto, Markovitch” è il racconto di due storie d’amore diverse, così ricche di sfumature che ci portano, in maniera lieve, a volte buffa, a volte tragica, a riflettere su che cosa sia questo sentimento, se sia possibile chiamare amore anche quello che è una forma di generosa tirannide, se amore voglia dire anche fedeltà, oppure se sia soprattutto comprensione dell’altro e delle sue necessità. Amore tra uomo e donna ma anche di un padre o di una madre verso un figlio: come si riesce ad accettare come proprio un bambino che si sa essere figlio di un altro uomo? E che differenza c’è quando invece si ama un bambino senza sapere che non si è il padre naturale? E quando il bambino, anzi la bambina in questo caso, è figlia di un nemico che si è ucciso e la si cresce come propria per riscattare una vecchia colpa?

    Ho pensato ai romanzi di Meir Shalev, leggendo “Una notte soltanto, Markovitch”. Per il profumo di arance che si sprigiona dalla pelle di Sonia, per quello di pesche che emana il bambino Yair, per le montagne di arance con cui un uomo si circonda per supplire un amore impossibile, per le rose decapitate da un uomo impazzito, per il gelo inspiegabile dentro la casa di Yaakov e Bella mentre fuori è torrido, per tanti altri dettagli in cui la natura si anima e il comportamento dei personaggi supera la barriera della credibilità: è il realismo magico in stile israeliano, capace di alleviare anche le scene più buie, uno spruzzo di poesia che rischiara l’atmosfera di una guerra continua.

la recensione sarà presto pubblicata su www.wuz.it


sabato 2 maggio 2015

Catherine Dunne, “Una vita diversa” ed. 2002

                                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                                  il libro ritrovato        

Catherine Dunne, “Una vita diversa”

Ed. Guanda, pagg. 387, Euro 15,00


Ancora una volta un romanzo che esplora il mondo delle donne, “Una vita diversa” della scrittrice irlandese Catherine Dunne. E le donne dei suoi libri ( di lei abbiamo già letto “La metà di niente”, “La moglie che dorme” e “Il viaggio verso casa”) vivono sempre una vita in apparenza tranquilla che nasconde insoddisfazioni profonde. Solo che, questa volta, la storia si svolge tra il 1886 e il 1906, in Irlanda. Due nuclei familiari, due classi sociali diverse le cui donne sono destinate ad incontrarsi, ma non in una condizione di parità. Le tre sorelle Hannah, May ed Eleanor vivono un’infanzia felice fino a quando il padre, direttore delle poste a Belfast, viene arrestato per appropriazione indebita. E’ la fine dell’infanzia, il ritorno a Dublino nella casa del nonno, il crollo del mito dei genitori perfetti e innamorati. Mary e Cecilia, invece, abitano in uno dei quartieri più poveri di Belfast; nessuna possibilità di scelta per loro: le aspetta il lavoro nel linificio. In capitoli che spostano il centro dell’attenzione dall’una all’altra delle ragazze, seguiamo le vicende della loro vita, tra cambiamenti di casa, rovesci di fortuna, amori e matrimoni, nascita di bambini,  avvenimenti drammatici
Tutte e cinque le ragazze avrebbero voluto vivere una vita diversa da quella delle loro madri. Hannah era così brillante, musicalmente dotata, eppure il matrimonio la porta a limitare i suoi interessi al marito e ai figli. Non si accorge neanche che il marito svolge un ruolo attivo nel movimento che percorre tutta l’Irlanda come un fremito, in un sussulto di nazionalismo che anticipa l’ insurrezione del 1916. May, che sognava i viaggi e l’amore romantico, finisce per sposare un solido proprietario terriero. Ecco, forse è Eleanor, la piccola Eleanor, quella che riesce a realizzare qualcosa di diverso, imponendo la sua volontà di seguire un corso per infermiere a Londra. Eleanor di cui leggiamo il diario, per poi accorgerci che in realtà è una lunga lettera scritta ad un amore “diverso”, “l’amore che non osa dire il suo nome”. E le altre due sorelle? Loro vivono un’ altra realtà, hanno iniziato a lavorare in fabbrica ancora bambine. Cecilia, che avrebbe voluto studiare, resta vittima di un attacco selvaggio delle compagne, scatenate contro “i papisti”, durante una sommossa alla vigilia del voto per o contro l’unione con la Gran Bretagna. Mary riesce ad avere una vita diversa: diventa cameriera in casa di Hannah e questo è già il massimo a cui lei possa aspirare. Un romanzo tradizionale che piacerà molto ad un pubblico di lettrici. Senza lo humour di una Jane Austen e tuttavia con la stessa attenzione verso la vita quotidiana, Catherine Dunne traccia un quadro della situazione femminile a fine ottocento, quando il matrimonio era una scelta quasi obbligata, la maternità una fatalità da subire, le scelte di un possibile lavoro “non disdicevole” molto limitate e la politica una faccenda esclusivamente per gli uomini in una nazione sull’ orlo di una guerra che sarebbe durata un secolo.

 la recensione è stata pubblicata su www.Stradanove.net


il 14 maggio uscirà il nuovo romanzo di Catherine Dunne, "Un terribile amore" e a breve ne troverete la recensione. La scrittrice sarà presente al salone del Libro di Torino 2015

venerdì 1 maggio 2015

Yusuf Atilgan, “Hotel Madrepatria” ed. 2015

                                                 Voci da mondi diversi. Medio Oriente
    FRESCO DI LETTURA



Yusuf Atilgan, “Hotel Madrepatria”
Ed. Jaca Book, trad. R. D’Amora, pagg. 179, Euro 10,20
Titolo originale: Anayurt Oteli


Ha preparato il tè. Si è aggiustato il nodo della cravatta, si è seduto sulla poltrona. Di fronte a lui c’era lo spesso registro degli ospiti. Non poteva chiederle il nome ormai, se ne stava andando. Aveva chiuso la porta della stanza e ora si avvicinava: capelli neri, cappotto marrone aperto sul davanti, calze grigio fumo, scarpe con il tacco basso. Aveva poggiato a terra la sua piccola valigia di pelle e mentre apriva la borsa aveva chiesto ‘Quanto le devo?’ ‘Tenga pure il resto’. Alle mani non portava anelli, le sue unghie lunghe erano rosa chiaro. ‘La ringrazio molto, anche per il tè’. aveva preso la valigia ed era andata via.


     “Hotel Madrepatria”. Leggendo il titolo pensiamo che quello di Yusuf Atilgan sia un ennesimo romanzo in cui un albergo è la cornice per una miriade di storie di personaggi che guarderemo nell’interno delle stanze come se l’edificio dell’albergo fosse un giocattolo, di quelli con una cerniera laterale che spalanca una casa in due parti. E invece…sorpresa. Perché ci sono tanti personaggi che fanno la loro comparsa con tanti abbozzi di storie, ma il romanzo dello scrittore turco Yusuf Atilgan è tutt’altro. Ha un protagonista che è un eroe antieroe, un ometto che diventa ancora più qualunque quando, ad un certo punto, si rade i baffi, un solitario senza alcun legame affettivo che, in una maniera del tutto inspiegabile, resta folgorato da un’ospite occasionale e si lascerà trascinare nei vortici di una follia autodistruttiva da quella che diventa un’ossessione.
     L’Hotel Madrepatria non si trova né a Istanbul, né ad Ankara né a Smirne, ma in una cittadina non nominata dell’Anatolia, luogo di passaggio per i treni da e per le grandi città. E’ vicino alla stazione e c’è quindi un discreto andirivieni di clienti. Zebercet è il gestore dell’albergo che una volta era un konak, una grande abitazione appartenuta alla sua famiglia. Non tutti i clienti dell’albergo sono rispettabili, Zebercet chiude un occhio quando qualche prostituta chiede una stanza per portarci un uomo, chiude anche l’altro occhio quando sono due uomini a presentarsi, in genere uno vecchio e uno giovane che si fanno passare per padre e figlio. A volte gli capita di origliare alle porte, immaginando passioni non sue. Lui si accontenta di entrare di notte nel letto della domestica. E’ proprio il caso di dire che ‘si accontenta’, perché non la sveglia neppure, fa quello che deve fare e torna in camera sua.

    La sconosciuta dal cappotto marrone che arriva una sera non ha neppure un documento di identità, sarà impossibile per lui rintracciarla. Piuttosto, verranno due brutti ceffi, dopo un po’ di tempo, per riprendersi l’asciugamano che lei ha lasciato lì. Non è questa l’unica stranezza di una trama che ha qualcosa di surreale, che mescola frammenti di vicende- della domestica, dell’uomo che dice di essere un ufficiale in pensione e che poi risulta aver strangolato la figlia (vero? falso? una coincidenza che collima con un altro strangolamento?), della ramificata famiglia di Zebercet in cui uno zio diciassettenne si è impiccato perché-forse- innamorato della moglie del fratello che avrebbe poi dato il suo nome a tutti i bambini che nascevano e morivano subito dopo (non era una sfida alla buona sorte dare il nome di un morto suicida ad un bambino?). E anche questa impiccagione lontana è un aggancio voluto ad un’altra impiccagione alla fine della spirale. Lo stile del libro è perfetto per questo miscuglio di fatti (pochi), supposizioni (molte), ricordi ingarbugliati (moltissimi, soprattutto mentre si avvicina il drammatico finale), alternando una narrazione piana a una sorta di monologo interiore che comunica l’ansia e l’angoscia e il rovello di una persona che sta uscendo dai binari della sanità mentale.
Sembra che sia sempre buio fuori dell’Hotel Madrepatria, giustamente, perché i clienti arrivano per passare lì la notte. Quando Zebercet esce, si aggira per una città buia e l’unica scena animata- di una violenza che fa contrasto, selvaggia e sconcertante- è quella di un combattimento tra galli a cui il protagonista assiste e dove incontra un ragazzo verso cui fa qualche timida ‘avance’: se questo avesse accettato, la fine sarebbe stata del tutto diversa?


     Lo stile che deve molto agli scrittori europei e americani che hanno rivoluzionato la letteratura (da Joyce a Faulkner), la tematica che affronta con grande delicatezza questioni scabrose, l’interesse per la psicologia dei personaggi, hanno contribuito a far considerare Yusuf Atilgan un ‘pioniere’ del romanzo moderno turco, uno degli scrittori che il premio Nobel Oran Pamuk ha citato come un maestro.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it