lunedì 2 giugno 2014

Katja Kettu, "L'amore nel vento" ed. 2014

                                                         vento del Nord
                                                         seconda guerra mondiale
          fresco di lettura

Katja Kettu, “L’amore nel vento”
Ed. Salani, trad. Nicola Rainò, pagg. 312, Euro 15,90
Titolo originale: Kätilö


Scrivo ancora qualche rigo prima che si spenga l’ultima candela. La piccola tace e non mangia. Le ho preparato una culla accanto alla stufa foderando di cotone e lana di renna una scatola per il pesce. Sale vapore dal suo respiro. Negli angoli si accumula brina ma non sono affatto preoccupata. Sento che ti stai avvicinando, Johannes. Sto qui seduta nella penombra bluastra della notte artica, resto in ascolto.

     La guerra è la guerra. Non fa sconti a nessuno, cambia solo il tipo di atrocità che, tuttavia, ha sempre un’unica matrice e un’unica giustificazione: il Male commesso per l’ideale della patria. Eppure la seconda guerra mondiale in Finlandia- così come appare nel romanzo bello e terribile di Katja Kettu- sembra avere avuto una connotazione più selvaggia, come se in qualche maniera si adattasse ad una natura scabra che pare essere più nemica che amica dell’uomo.
    E’ il 1944. Le sorti della guerra sono già decise, anche se i tedeschi non vogliono riconoscerlo. La Finlandia- terra ambita per la sua posizione, come la Polonia- ha fatto uno sforzo disperato per respingere l’Unione Sovietica e si è alleata con i tedeschi. Nell’estremo nord del paese, a una cinquantina di chilometri da Murmansk, vicino al circolo polare Artico, c’è il Campo Titovka- la situazione dei prigionieri è uguale a quella degli altri campi di concentramento tedeschi.
Qui, più lontano che mai dagli occhi di Dio e degli uomini, si svolge l’Operazione Kuhstall (stalla delle vacche). Niente è più temibile per una donna che essere portata nella Kuhstall. Prima i soldati abuseranno di lei e dopo verranno effettuati esperimenti medici sul suo corpo (si può immaginare di che tipo). Una donna, però, ha chiesto lei stessa di essere mandata al campo Titovka. E’ la protagonista e una delle voci narranti de “L’amore del vento”. L’ha chiesto per amore, per essere vicina all’ufficiale delle SS che ha colpito il suo cuore con uno sguardo. Ha i titoli perché la sua richiesta venga accolta, può lavorare come infermiera, fa la levatrice- chissà di quanti aborti si dovrà occupare. Tutti- anche il suo adorato Johannes Angelhurst- la chiamano Guercina per il suo strabismo (non di Venere). Quando Johannes l’ha vista la prima volta, Guercina aveva appena aiutato una donna a partorire e aveva il cordone ombelicale del bimbo tra i denti. Girano tante voci su Guercina, sul perché sia ancora illibata, su suo padre che è scomparso, sull’uomo nella cui casa è cresciuta e da cui lei è fuggita. Quando Guercina si innamora, si prefigge un solo scopo: avere Johannes, magari riuscire anche a dargli un figlio, anche se lei ha ormai 35 anni e non può competere con le grazie e le moine di altre ragazze. Guercina non sa nulla del passato del tedesco che sembra avere due occupazioni al campo, scavare fosse e scattare fotografie per fissare la Storia. Da Johannes Angelhurst- seconda voce narrante- noi apprendiamo quello che lui lascia riaffiorare alla sua memoria (e si serve sempre abbondantemente da una bottiglietta che lo aiuta a dimenticare). Perché ha combattuto in Ucraina nel 1941, forse era a Babi Jar, ma proprio non ricorda nulla. O forse sì? C’è una foto da lui scattata con montagne di cadaveri dagli occhi vuoti.

   Dal campo Titovka al fiordo del Morto dove c’è una capanna isolata e un baule con dei taccuini preziosi, dalla voce di Guercina, da quella della SS la cui madre era finlandese, da messaggi cifrati di una doppia spia, da lettere di un uomo soprannominato Facciabruciata, veniamo a conoscere frammenti di storie di guerra, di tradimenti e di violenze, di stupri ed esperimenti, di condizioni di vita estremamente primitive in cui anche i sentimenti sono primitivi. “La ferocia dell’amore” poteva essere un bel titolo per il libro di Katja Kettu. Tutto è feroce nel suo romanzo- forse la vita in un clima estremo rende feroci, è la legge della sopravvivenza. I personaggi- fin nei dettagli degli abiti, delle scarpe di pelle di pesce, della dentiera di osso di balena-, le vicende, sia personali (ci si accoppia, si mettono al mondo bambini, si eliminano feti), sia di guerra, hanno un che di feroce (una interessantissima postfazione chiarisce molti punti del romanzo, spiegando la difficile situazione politica della Finlandia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale). E oso definire feroce anche lo stile di Katja Kettu, perfetto per la sua narrazione- forte, crudo, sboccato, senza alcuna concessione alla tenerezza tranne che in alcuni momenti alla fine, quando Guercina, intrappolata nel gelo artico con la bimba che è figlia dell’amore feroce, aspetta di sentire i passi del suo amato sul ghiaccio.
   Un libro che non si dimentica, gelido e incandescente, brutalmente passionale- perché il fuorviante romantico titolo italiano al posto di quello originale, “La levatrice”, che è stato mantenuto per l’edizione inglese e francese?

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Katja Kettu



domenica 1 giugno 2014

Festa della Repubblica 2 giugno


                                                                           Ricorrenze
                                                                           Un giorno. Un paese

Il 2-3 giugno 1946 si tenne in Italia il referendum con cui gli italiani venivano chiamati alle urne per scegliere la forma di governo. Dopo 85 anni di regno, l'Italia diventò Repubblica e i sovrani di casa Savoia furono mandati in esilio.
Per festeggiare questo giorno ho scelto due scrittori italiani di cui ho apprezzato moltissimo i libri (e si sa quanto io sia parca di lodi nei confronti della narrativa italiana): Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010 con "Canale Mussolini" e Melania Mazzucco, vincitrice del premio Strega nel 2003 con "Vita".



Melania Mazzucco

                                                                                    un autore




Melania Mazzucco è nata a Roma nel 1966. Si è laureata in Storia della Letteratura Moderna e Contemporanea presso l'Università della Sapienza di Roma. Ha esordito con il romanzo "Il bacio della Medusa" nel 1996. In seguito ha scritto:

- La camera di Baltus, 1998
- Lei così amata, 2000
- Vita, 2003
- Un giorno perfetto, 2005
- La lunga attesa dell'angelo, 2008
- Limbo, 2012
- Sei come sei, 2013

Melania Mazzucco, "Limbo" ed. 2013

                                                         Casa Nostra. Qui Italia
                                                         il libro ritrovato


Melania G. Mazzucco, “Limbo”
Ed. Einaudi, pagg. 473, Euro 20,00

        Quella notte piange, piange- per tutti i morti, e anche per sé, per la colpa di esserci ancora, che niente e nessuno potrà mai rimediare, e per la gioia vergognosa di vivere. Inzuppa il cuscino, tanto che deve scaraventare quel malloppo freddo e bagnato giù dal letto. Piange senza riuscire a fermarsi, finché le sue palpebre sono troppo gonfie perfino per aprirsi. Sigillate le une sulle altre, come se non dovesse mai più vedere nient’altro che l’oscurità fitta e molle, squarciata da una vampa di luce. Poi precipita in quelle tenebre gelide, e si sveglia alle undici, intontita.

      Maresciallo degli alpini Manuela Paris, plotone Pegaso, 10° reggimento: è la protagonista del nuovo romanzo di Melania Mazzucco, “Limbo”. Una protagonista indimenticabile.
     E’ la vigilia di Natale. Manuela Paris ritorna a casa, a Ladispoli. La cittadina è in festa per accogliere la sua eroina. Manuela ritorna dopo sei mesi di ospedali, un’operazione al cervello, infiniti altri interventi per ricomporre ossa sbriciolate, per estrarre le schegge di una bomba. Neppure tutte: Manuela fa suonare l’allarme del metal detector quando passa ad un controllo. In missione di pace in Afghanistan, a pochi giorni dalla fine dei sei mesi di servizio, Manuela era stata vittima di un attentato. Due compagni erano morti, lei si era salvata. Per un soffio. Per volere del destino. Per la teoria della divergenza: si era fermata un attimo per cercare una penna nello zaino, era qualche passo indietro agli altri.

     E’ una ragazza ferita nel corpo e nello spirito, la Manuela Paris ventottenne che si appoggia ad una stampella per camminare. E’ l’opposto della sorella Vanessa che sembra la farfalla di cui ha il nome, con i suoi abiti colorati e il trucco appariscente. Vanessa tiene corsi di ballo moderno, ha una figlia di sette anni, una relazione fissa con un arabo (che ha moglie e figli ‘a casa’) e qualche avventura di passaggio. Manuela è una donna soldato, deve conciliare l’essere donna con la carriera che ha scelto. Una donna soldato deve impegnarsi di più di un uomo soldato. Deve dimostrare di non avere debolezze e di sapersi comportare con la freddezza e la prontezza richieste dal suo ruolo. Manuela non dimentica mai di essere un soldato, di aver prestato un giuramento, di rappresentare qualcosa. Neppure quando smette la divisa ed è in jeans. E’ bella, Manuela, in maniera diversa dalla sorella. E’ bella anche con i capelli cortissimi da ragazzo- li aveva già tagliati in Afghanistan, dove l’acqua scarseggiava ed era impossibile tenerli puliti quando soffiava lo shamal, d’impiccio quando la temperatura saliva a cinquanta gradi a mezzogiorno. Poi glieli avevano rasati, prima di operarla al cervello.
    Manuela Paris si trova in un ‘Limbo’, un periodo di sospensione e di incertezza in attesa dei test fisici e psichici per vagliare la sua idoneità a riprendere il servizio. In capitoli alterni, ‘Live’ e ‘Homework’ (perché non in italiano, dal vivo e compiti a casa,?), seguiamo Manuela nei giorni in famiglia (tutta composta da donne) e Manuela a più di quattromila chilometri da casa di cui leggiamo nella ricostruzione del passato che è il compito datole dallo psichiatra per superare il trauma, per smettere di avere gli incubi che la fanno urlare ogni notte. Finché il passato irrompe nel presente e non ci sono più compiti a casa. Veniamo a sapere tutto di Manuela, da quando era una ragazzina ribelle alla decisione di arruolarsi, dal legame con il fidanzato piantato prima delle nozze a quello fortissimo di amicizia, rispetto e solidarietà che la univa agli uomini del suo plotone, dopo aver condiviso con loro gli spazi del riposo e le latrine, la solitudine che afferra quando si va in un paese alieno come può esserlo l’Afghanistan e le lunghe chiacchierate per cui, alla fine, si era più che amici, si era fratelli.

    Melania Mazzucco ha scritto un libro bellissimo, un libro di cui avevamo bisogno. Perché ha avuto il coraggio di cercare il soggetto per un romanzo al di fuori dei temi usuali (che ormai ci sono venuti a noia), perché ha affrontato un problema scomodo che abbiamo relegato sul fondo della nostra mente e che torna alla ribalta in caso di ‘incidenti’ mortali. Melania Mazzucco non ha intenti polemici, si limita a parlare- nella maniera in cui solo i bravi scrittori sanno fare- della quotidianità di una zona di guerra in cui tutti eseguono il loro dovere con motivazione diverse. A noi resta nel cuore il giovanissimo Zandonà, il miglior rockettista dell’Italia dell’Est, arruolato dal padre perché mettesse la testa a posto, che si chiede che cosa mai ci facciano, gli italiani lì. Gli italiani sono i camerieri delle altre nazioni che combattono in Afghanistan. Zandonà muore. Muore anche Jodice che aveva già fatto la guerra del Kosovo e non vedrà mai suo figlio. E Manuela si sente in colpa per non essere morta insieme a loro. Ci piace, Manuela Paris. E ringraziamo Melania Mazzucco per averci dato un personaggio femminile che possiamo ammirare, per la sua onestà e integrità, per la sua ambizione e puntiglio nel perseguire la meta, per il suo coraggio e la sua lealtà, per la sua dignità, infine. Una donna che ci fa dimenticare le donnine che, in questi ultimi anni, hanno svilito il sesso femminile mercificando il loro corpo e sbandierando la bellezza come unico valore.
“Limbo” è un romanzo così pieno e bello che possiamo trascurare quello che ci pare l’unico dettaglio stonato- la storia d’amore di Manuela con l’uomo ombra che si nasconde dietro occhiali oscuri. Pur comprendendo i motivi per cui c’è una storia d’amore nel romanzo, la trama di una barbarie italiana (rivelata alla fine) ci sembra scollata dall’altra trama che era perfetta di per sé- la storia del maresciallo Manuela a cui è stata conferita la croce per l’Afghanistan.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Melania Mazzucco


   

      

Melania Mazzucco, "Vita" ed. 2003

                                                        Casa Nostra. Qui Italia
                                                         il libro ritrovato


Il romanzo che ha vinto il Premio Strega 2003
Melania Mazzucco, “Vita”
 Ed. Rizzoli, pagg. 396, Euro 16,00

Era appena uscito, il libro di Melania Mazzucco, e già circolavano le voci che avrebbe vinto il Premio Strega. Puntuale, il premio è arrivato, meritatissimo. Ha sapore di antico quella copertina con una fotografia color seppia che non ha bisogno di data per riportarci all’inizio del secolo, con un vicolo buio che si indovina povero e i ragazzini infagottati in giacchette e pantaloni lunghi, eppure il romanzo “Vita” è stranamente moderno, con la sua storia di immigranti, della lacerazione di lasciarsi il mondo noto alle spalle, dello straniamento provato fra della gente di cui non si capisce la lingua, della solidarietà che lega quelli che provengono dallo stesso paese, quasi fossero tutti una famiglia. E’ sufficiente cambiare il nome della nazione d’arrivo e di quella di partenza, e poi il dramma di povertà e disperazione, la volontà di resistere per realizzare il sogno di un futuro migliore, sono gli stessi di altra gente che sbarca su altre spiagge, anche oggi. Si chiamano Diamante e Vita, i due protagonisti del romanzo della Mazzucco e sembrerebbero due nomi inventati a bella posta, tanto sono perfetti, e invece no, si chiamavano proprio così il ragazzino di 12 anni e la bambina di 9, entrambi Mazzucco di cognome, che erano partiti da Minturno con destinazione New York, nel 1903.
In realtà Diamante è un soprannome, perché è sopravvissuto alla morte di cinque fratellini: era il più forte, lui, duro come un diamante, con qualcosa dello scintillio del diamante nell’azzurro degli occhi. E invece dieci anni di America lo avrebbero spento, a vendere giornali, a lavorare nelle pompe funebri, come waterboy nell’Ohio. Senza riuscire a risparmiare. Anche se forse, più che le fatiche, la fame, le malattie, era stato il tradimento di Vita a piegarlo, a spingerlo ad accettare il passaggio gratuito di ritorno in Italia per il servizio militare che gli avrebbe assicurato qualche soldo. Ma è Vita il vero personaggio luminoso del romanzo, una forza vitale, la bambina che fantastica che Enrico Caruso sia suo padre perché non le piace quello che ha incontrato a New York, la ragazzina caparbia, la donna che impara l’inglese e aprirà un ristorante e diventerà poi agente immobiliare, amata da Rocco, da Geremia e da Diamante naturalmente.
Melania Mazzucco ha fatto ricerche accurate negli archivi di New York, ha ritrovato nomi, date di sbarco, di interventi da parte di assistenti sociali, articoli di giornali, ha ascoltato i racconti fatti da suo padre, uno dei figli di Diamante, ha letto le lettere scritte dal figlio di Vita, Diamante II, arrivato a Minturno con l’esercito americano nel 1945. In uno straordinario mescolarsi di fatti reali e immaginati, in una New York che per certi versi ricorda quella del film di Scorsese e in una Minturno poverissima e analfabeta, si muove una folla di personaggi splendidamente caratterizzati, tanto che il titolo, “Vita”, assume un significato che va al di là del nome della protagonista: romanzo come vita, di una gente, di un tempo, di una città; romanzo come mezzo per tenere in vita la memoria di chi non c’è più e senza di cui la nostra stessa vita non sarebbe stata possibile.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

Melania Mazzucco





Antonio Pennacchi, "Canale Mussolini" ed. 2010

                                                    Casa Nostra. Qui Italia                                                       


Il libro che ha vinto il premio Strega 2010

Antonio Pennacchi, “Canale Mussolini”
Ed. Mondadori, pagg. 455, Euro 20,00


    “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame.” Inizia così il lungo monologo di un narratore che solo alla fine rivela la sua identità e che racconta la storia della famiglia Peruzzi e, insieme a quella, la storia d’Italia dagli inizi del ‘900 alla fine degli anni ‘50. La fame che ha spinto i Peruzzi ad abbandonare le loro terre del basso Veneto è quella che è seguita alla ‘quota 90’ quando, nel 1927, la lira è stata rivalutata: dalle 150 si passò alle 90 lire per una sterlina. E i Peruzzi, che erano mezzadri sulle terre del conte Zorzi Vila, si videro presentare un conto di debiti che non avevano la possibilità di saldare (“maladéti i Zorzi Vila!”). L’ unica maniera per sopravvivere era accettare un podere nell’Agro Pontino ancora in corso bonifica: l’Opera Nazionale Combattenti si occupava della distribuzione delle terre alle famiglie di cui almeno un membro avesse combattuto nella prima guerra mondiale, secondo le direttive della legge Mussolini del 1928. Come i Peruzzi, migliaia di altre famiglie di contadini furono trapiantate “in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua.”  Trentamila persone nel giro di tre anni, un vero e proprio esodo. Lì, al sud, venivano chiamati ‘polentoni’ o ‘cispadani’. Loro finirono per chiamare ‘marocchini’ gli abitanti del posto con cui non avevano proprio nulla in comune: non solo la lingua era diversa, ma anche gli usi, gli abiti delle donne, le relazioni sociali. Si giunse al punto, anni dopo, di chiedere al patriarca di Venezia che venissero mandati giù dei preti veneti, che almeno si potesse capire quello che dicevano in chiesa.

     I Peruzzi sono straordinari, sono una forza della natura, sono irresistibili. Sono una di quelle famiglie di una volta, numerosissimi- diciassette figli- e, soprattutto, ‘tutti per uno, uno per tutti’. La prima storia d’amore che ascoltiamo (ho scritto apposta ‘ascoltiamo’ e ‘non leggiamo’, perché non ci si riesce a sottrarre al piglio affabulatorio della voce narrante) è quella dei nonni Peruzzi: moriranno vecchi, a venti giorni di distanza l’una dall’altro, e le ultime parole del nonno alla moglie sono, “Come te sì bèa”, mentre lei gli risponde subito, “No, caro! Te sì tì che te sì bèo”. Intanto hanno fatto tutti questi figli a cui hanno dato nomi politici, come era d’uso allora: Turati, Treves, Bissolata, Modgliana. Ma c’è anche un Temistocle e un Adelchi. E c’è Pericle, il migliore, il Leone dei Peruzzi. Pericle che sarà dichiarato disperso nella campagna d’Africa. La cui moglie Armida sarà bandita dalla famiglia perché mette al mondo un bastardo, quando tutti ancora piangono e pregano per Pericle.    

Amori e matrimoni, nascita di figli, di nipoti, minestra di fagioli con Mussolini quando ancora non era il Duce, il lavoro- duro- nei campi, l’amore per la terra di chi vive ‘sulla’ terra, la marcia su Roma, le camicie nere, la guerra in Africa e poi in Albania e infine la chiamata alle armi per la seconda guerra mondiale. I Peruzzi sono così numerosi che ce n’è uno che combatte in ogni teatro di guerra. Sì, certo che i Peruzzi sono fascisti: questa è la storia di una famiglia fascista, una delle tante famiglie fasciste. Perché- osserva uno di loro- se fosse capitato a quelli che erano tra le fila dei partigiani di avere in regalo un podere e della terra, anche loro sarebbero stati fedeli al Duce. E, in ogni modo, non raccontiamoci che tutti gli italiani erano contro Mussolini, queste sono le cose che si dicono ‘dopo’. Come dice il narratore, anche ‘dopo’ Berlusconi, nessuno ammetterà di avere votato per lui…
     ‘Fare filò’: si diceva così, un tempo in cui la televisione non c’era ancora, dei racconti tra contadini nelle stalle, alla sera. Si stava insieme, ci si scaldava e si parlava. Ognuno aggiungeva un pezzo, ognuno diceva la sua, certe storie diventavano leggende da tanto che venivano ripetute. E’ come se il narratore dei Peruzzi stesse facendo filò nell’intessere la trama del romanzo. La Storia che ci racconta è quella vista dai Peruzzi, quello che a loro ne arriva, così come le voci, i discorsi, le parole dei grandi attori della Storia- Mussolini e Hitler, Roosevelt e Stalin-, e pure quelle dei protagonisti minori, vengono riadattate in un ‘lessico famigliare’ peruzziano, tradotte nel loro dialetto. Proprio per questo non ci irritano, proprio perché è chiaro che i personaggi storici non hanno usato quelle parole, e quelle che i Peruzzi mettono loro in bocca ci divertono, ci fanno sorridere, ci danno l’impressione di essere lì a sentirli parlare di un tempo scomparso che ormai è il secolo scorso.

    Antonio Pennacchi ha vinto il premio Strega 2010: un premio meritatissimo. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



venerdì 30 maggio 2014

Andrea Molesini, "Presagio" ed. 2014

                Casa Nostra. Qui Italia
                 prima guerra mondiale
                 fresco di lettura

Andrea Molesini, “Presagio”
Ed. Sellerio, pagg. 153, Euro 12,00

   Fine di luglio 1914. L’Europa ha il fiato sospeso. Un mese prima, a Sarajevo, l’arciduca ereditario di Austria e Ungheria Francesco Ferdinando era stato assassinato da Gavrilo Princip, diciannovenne membro di un gruppo nazionalista serbo-bosniaco, e l’Austria aveva consegnato l’ultimatum alla Serbia: se fosse stato accettato, la Serbia sarebbe divenuta un protettorato austro-ungarico.
Al Lido di Venezia, nel microcosmo dello splendido albergo Excelsior, le voci sulla possibilità della guerra sono solo sussurrate. Nessuno vuole crederci, nessuno è pronto a rinunciare ai privilegi che- questo è certo, lo può capire chiunque- una guerra spazzerebbe via, insieme al mondo finora conosciuto. E la vita continua come al solito, tra esibizioni di vestiti e gioielli, coppe di champagne, caffè al Florian, in piazza san Marco. Tra la gente comune il timore è ancora maggiore: si sa che i giovani verrebbero chiamati alle armi e si sa pure che sono proprio i figli del popolo ad essere mandati avanti, ad essere falciati per primi dalle palle dei cannoni.

    Margarete fissò il commendatore mobilitando tutto l’azzurro dei suoi occhi. - Per gli alberghi la guerra non è un affare.
   - Se l’Europa dovesse saltare per aria, se la Francia, la Germania, la Russia…non sarebbe dura solo per i miei alberghi.
  - Eppure qui, come a Vienna e a Parigi, si respira un’aria frizzante. Sono stata al Caffè Florian, oggi, per vedere un’amica. C’è come un entusiasmo mal trattenuto fra le persone di una certa cultura, c’è la voglia che succeda qualcosa… d’importante-.

   Su questo sfondo cupo come un cielo carico di nubi da temporale, Andrea Molesini traccia il disegno della sua storia nel romanzo breve dal titolo significativo, “Presagio”, un microdramma nel macrodramma che sta per iniziare. E il contrasto non potrebbe essere più grande, tra l’atmosfera dell’albergo di cui il proprietario, il commendatore Niccolò Spada, è giustamente orgoglioso, tra i colori e le luci della laguna e quel buio che non promette niente di buono. Tuttavia, la barca che sfiora l’isola di San Servolo, ‘l’isola dei matti’ perché è lì che sorge il manicomio, la fuggevole visione di uno dei poveretti che vi sono ricoverati, sono già un presagio a cui se ne aggiungeranno altri, tutti piuttosto misteriosi fino allo scioglimento finale.

   Cherchez la femme: c’è una donna al centro della scena. La marchesa Margarete von Hayek è seducente, disinvolta, anticonformista. Affascinante. E’ lei che lancia l’amo a Niccolò Spada: si può resisterle? Certo che no. Perché vuole da lui dei soldi in prestito? Perché un giornalista francese l’ha seguita a Venezia e che cosa vuole sapere da lei, collegando il suo nome con quello di un suo giovane amico? e- soprattutto- qual è il legame tra Margarete e l’uomo ricoverato a san Servolo che ha cercato di uccidersi più di una volta?
   Andrea Molesini scrive molto bene, riesce sempre ad aggiungere un tocco poetico alla sua scrittura, mescola la grande Storia con le piccole storie dei personaggi, inserisce- come già ne “La primavera del lupo”- immagini di animali (in questo caso un leone appare ricorrente in un sogno, il suo ruggito minaccioso come la guerra che si avvicina, gli occhi che non si vedono come ignota è la portata del pericolo) che diventano metafora per qualcos’altro, la lettura del suo libro è molto piacevole. E tuttavia non posso nascondere che “Presagio” è un breve romanzo esile che non raggiunge il livello dei due precedenti che tanto mi avevano entusiasmato.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Andrea Molesini